08/02/2012 [stampa]
Le battute infelici dei professori al governo.
L’emergenza neve ha svelato alcune condizioni che caratterizzano l’azione del governo.
La sinistra e i media che sostengono Monti hanno amplificato le polemiche tra il Sindaco Alemanno e la Protezione Civile, mettendo in secondo piano altre gravissime disfunzioni verificatesi in quegli stessi giorni.
Più gravi dei disagi verificatisi a Roma per quanto di competenza comunale, si sono avuti nell’Enel con la mancanza di energia elettrica, nelle Ferrovie dello Stato con treni fermi con scarsissima assistenza, nel blocco di alcuni tratti di autostrada , compreso il raccordo anulare di Roma, nell’isolamento di alcune province tra le quali quella di Roma e nel ritardo con il quale sono stati raggiunti moltissimi comuni isolati dalla neve.
La sensazione cha hanno avuto gli italiani è che oltre alle difficoltà degli enti a prevedere e ad intervenire , ci sia stata una scomparsa dello Stato in quanto tale.
In particolare il ministro Cancellieri in queste giornate convulse si è caratterizzata da un lato nel gettare addosso ai Comuni ogni responsabilità della situazione, dichiarando “Il sindaco è sempre il primo responsabile degli interventi di Protezione civile.“, e dall’altra esibendosi in quegli stessi giorni in battute assolutamente infelici: “Noi italiani siamo fermi al posto fisso nella stessa città, di fianco a mamma e papà”, facendo seguito alle già poco commendevoli parole di Monti.
Si possono fare tutte le critiche di questo mondo sul governo precedente , ma non vi sono dubbi che gli interventi nelle situazioni di emergenza poste in atto dalla Protezione civile di Bertolaso e le decisioni operative sul terremoto a L’Aquila mostrarono un diverso spesso di decisione e di partecipazione.
01/02/2012 [stampa]
In primavera scatta l’operazione “ Serpico” dell’Agenzia delle entrate.
Cinquanta milioni di italiani sotto i riflettori delle tasse.
I controlli fanno bene agli incassi. La presenza dei funzionari dell’Agenzia delle entrate, coadiuvati da quelli dell’Inps e dalla polizia comunale, ha fatto a Milano, Roma, Torino il miracolo: gli incassi sono improvvisamente lievitati di oltre il 40 per cento rispetto al precedente sabato quando non si vedeva l’anima di un ispettore. L’Italia del sommerso e delle attività produttive illegali, quando portati in superficie, fanno registrare una mole un reddito consistente che sfuggiva a qualsiasi elaborazione statistica. Nel prodotto interno lordo queste “ ricchezze” non sono calcolate.
Da alcuni mesi il direttore dell’Agenzia delle entrate Attilio Befera ha dato impulso ai controlli e i risultati ci sono.
Nella zona della Movida di Milano, dai bar e discoteche della zona di Brera alle trattorie sui Navigli, da piazza San Babila a corso Como e Buonos Aires, i controlli hanno evitato , per lo meno per una sera, l’evasione fiscale in massa. Tante le irregolarità: in 55 esercizi sono stati trovati mancati aggiornamenti dei registri dei corrispettivi e divergenze con le dichiarazioni presentate ai fini degli studi di settore, sono stati identificati 116 lavoratori in nero.
In Piemonte la Guardia di Finanza ha recuperato oltre 2 miliardi di euro per evasioni fiscali, di cui circa 450 provenienti da microaziende. Sono state controllate 8.100 aziende e compiuto 43.500 interventi per la verifica di scontrini, ricevute, documenti di merci viaggianti. Le irregolarità riscontrate hanno superato il 32 per cento dei casi, cioè uno su tre. L’Iva evasa ha superato i 230 milioni di euro, denunziate all’autorità giudiziaria 732 persone per reati tributari.
Lo sforzo per la lotta all’evasione sta dando i suoi frutti: due milioni di controlli fatti durante il 2011, di cui 700 mila su imposte indirette, oltre un milione sulle dichiarazioni dei redditi.
Il clou è preannunciato, però, per la prossima primavera quando diverrà operativo il nuovo redditometro, basato su 100 voci di spesa, che consentirà di risalire al reddito in base alle capacità di spesa del contribuente. Sono stati passati in rassegna i dati di oltre 22 milioni di famiglie. Il che vuol dire che le indagini hanno riguardato circa 50 milioni di italiani. La grande svolta avverrà poi con il controllo dei conti bancari e a partire dalle dichiarazioni dei redditi di giugno prossimo scatteranno quelli che gli esperti chiamano “ controlli massivi”.
Come sarà possibile? L’Agenzia delle entrate ha apportato gli ultimi aggiornamenti al sistema informatico “Serpico” che lavora sulla Laurentina a Roma. Uno strumento sofisticatissimo di cui abbiamo già parlato e che sarà potenziato sia nell’organico che negli aspetti tecnologici. Un gioiello dell’amministrazione pubblica che per ben operare ha bisogno solo di una precisa volontà politica a considerare la lotta all’evasione una priorità oltre che economica un’emergenza sociale. Anche i furbi di Cortina con i costosi Suv intestati magari a società fittizie o prestanomi debbono pagare le tasse come i lavoratori e i pensionati che hanno la ritenuta alla fonte.( smen)
30/01/2012 [stampa]
Varato da Monti il terzo pacchetto di interventi legislativi urgenti.
Rendere più semplice la vita dei cittadini.
Il web eliminerà code, ritardi, burocrazia? Le semplificazioni decise dal governo, dall’istruzione agli appalti, dai certificati on line alle nuove funzioni dell’Inps, dovrebbero andare nella direzione di facilitare la vita dei cittadini nei rapporti con gli enti pubblici Circa 7 milioni di comunicazioni all’anno verranno effettuate esclusivamente in via telematica.
In questo campo ci sono molti esempi storici. Alcuni rimasti famosi. Il principale è quello compiuto dall’imperatore romano Giustiniano con il “ Corpus juris civilis” che con i Codici, il Digesto o Pandette e le Istituzioni organizzò il diritto romano in una forma e uno schema organico rimasto alla base della legge per numerosi secoli.
In tempi più recenti le semplifica zio amministrative avevano trovato fondamento nella cosiddetta legge Bassanini che introduceva l’autocertificazione, uno strumento che avrebbe dovuto snellire tutti gli iter burocratici, salvo querela di falso. Nel governo Berlusconi c’era addirittura un Ministro per la semplificazione il leghista Calderoli il quale in maniera plateale e mediatica dette fuoco a centinaia di migliaia di leggi.
Ora “ semplifica Italia” dovrebbe rendere la vita dei cittadini più facile nei rapporti con le amministrazioni pubbliche attraverso cambi di residenza ( circa un milione e mezzo l’anno) in tempo reale e trascrizioni di tutti gli atti dello stato civile in via telematica.
In termini di impegno si gettano così le basi per un cambiamento quasi radicale nei rapporti tra utenti e pubblica amministrazione con l’individuazione di un dirigente al quale i cittadini potranno rivolgersi per ottenere la conclusione di una pratica rimasta in sospeso, attraverso tempi certi di consegna.. In realtà la figura del responsabile dei rapporti con il pubblico già c’è negli enti ma si tratta di una struttura poco funzionante.
Novità per le imprese con l’arrivo della banca dati nazionale dei contratti pubblici che assolverà all’obbligo di produrre decine di migliaia di documenti tutte le volte che le ditte partecipano ad una gara o appalto, esentandole dal ripresentare tutto da capo. Scompare anche l’obbligo di compilare il documento programmatico di sicurezza mentre per le piccole e medie aziende ci sarà la possibilità di accedere all’autorizzazione unica in materia ambientale.
Dal 2013 poi verrà indicato il documento di riferimento per avviare un’attività in determinati settori. I pagamenti all’Inps andranno effettuati solo con strumenti elettronici.
Si tratta di un corposo volume di norme che toccano molti settori che permette l’abbattimento di 330 leggi, alcune risalenti agli anni Settanta.
Il pacchetto sulle semplificazioni di quanto migliorerà la vita dei cittadini alle prese anche con le tante scadenze con il fisco e con il pagamento delle bollette per servizi come luce, gas, acqua, telefono?
Molto dipenderà dalla capacità delle amministrazioni pubbliche di adeguarsi ai ritmi moderni, dalla professionalità degli operatori e dalla volontà di mettersi al servizio del cittadino il quale dovrà anch’esso cambiare atteggiamento nei confronti dello Stato. Entra in ballo così il discorso culturale che dovrebbe portare ad un vero equilibrio tra diritti e doveri,, senza furbizie, aggiramenti delle norme o evasioni.
La spallata agli extracosti burocratici serve soprattutto allo Stato e alle amministrazioni locali per raggiungere una maggiore efficienza e modernizzare se strutture. Un passo avanti sulla strada tracciata dall’ex Ministro Brunetta con qualche compito in più per l’Inps che diventerà il guardiano sulle misure di assistenza monitorando la spesa e segnalando ai Ministeri la discordanza tra dati delle prestazioni e l’ISEE, cioè il redditometro che in queste settimane sta utilizzando la Guardia di finanza anche per la verifica dell’evasione fiscale.
L’obiettivo del terzo pacchetto di interventi dopo “ Salva Italia e “ Cresci Italia” è quello di far risparmiare al paese tempo e denaro e di portarlo sulla strada delle riforme di struttura, sollecitate dalla Commissione di Bruxelles e da altri istituti internazionali ( smen)
19/01/2012 [stampa]
Nove milioni di processi da smaltire lo stato paga 130 milioni per i ritardi.
Si parla molto in questi giorni delle vicende carcerarie: suicidi, evasi da Regina Coeli, fine pena per Adriano Sofri, l’unico detenuto rimasto dei quattro condannati per l’omicidio del commissario Luigi Calabresi. Al di là delle discussioni politiche e ideologiche la situazione della giustizia italiana è anomala. Lo ammette il Ministro Paola Severino che in un’audizione in Parlamento ha reso noto che il 42% della popolazione carceraria + in attesa di giudizio.
I mali sono giganteschi. Ci sono da smaltire quasi 10 milioni di processi penali e civili, una montagna di provvedimenti per ingiusta detenzione o errore giudiziario. Quasi 2400 ogni anno per uno esborso da parte dello Stato di circa 46 milioni di euro nel 2011 e un boom di richieste di indennizzo per i processi lumaca con l’erario che ha sborsato altri 85 milioni, ricorrendo alla cosiddetta legge Pinto dopo le condanne della Corte dei diritti dell’uomo di Strasburgo.
C’è una crescita esponenziale degli indennizzi. Erano 5 milioni di euro nel 2003, saliti a 40 milioni nel 2008 per raggiungere la cifra astronomiche di 84 milioni nell’anno appena finito.
Il dato più preoccupante resta la mole enorme di cause arretrate. Troppi processi da smaltire, con tempi per arrivare a conclusione che vanno dai 7 anni nel civile ( la cui inefficienza pesa per l’1 per cento del prodotto interno lordo secondo i dati di Bankitalia) ai quasi 5 del penale.
Un quadro allarmante. Al 30 giugno 2011 c’erano da smaltire 9 milioni di processi ( 5, 5 nel civile e 3, 4 nel penale). Sono stati calcolati i tempi di smaltimento. Occorreranno 2.655 giorni per le cause civili e 1.753 giorni nel penale.
Con l’ingresso di 2 milioni e ottocentomila cause in primo grado all’anno l’Italia è seconda soltanto alla Russia nella speciale classifica elaborata nel rapporto Cepej sulla giustizia e i suoi ritardi. ( smen)
13/01/2012 [stampa]
No all’arresto di Cosentino : una lettura politica.
L’esito della votazione sulla richiesta di arresto dell’on. Cosentino costituisce una netta battuta di arresto per la strategia posta in essere da alcuni apprendisti stregoni .
L’obbiettivo della votazione, con l’autorizzazione, era quello di far arrivare ad una spaccatura definitiva il rapporto tra PDL e Lega e distruggere definitivamente quel filo di alleanza tra Berlusconi e Bossi.
Il killer di questa operazione nell’area leghista doveva essere l’ex Ministro Maroni coccolato a sinistra e al centro.
I fatti si erano svolti secondo questo copione : i due esponenti del Carroccio nella giunta per le autorizzazioni avevano votato per l’arresto che era passato con una maggioranza di 11 a 10.
I centristi avevano, ovviamente votato per il sì.
La differenza negli schieramenti era notevole circa 70 parlamentari, difficilmente colmabili con il voto segreto.
Bossi ha agito con una lucidità impressionante.
Dapprima aveva avallato la posizione dei due leghisti della giunta e Maroni si era sentito tranquillo nel prendere una posizione giustizialista. Successivamente Bossi ha esplicitamente lasciato alla libertà di coscienza il voto, ma, probabilmente, liberando le posizioni contrarie all’arresto.
Il risultato di misura, ma netto, ha prodotto importanti risultati politici.
Bossi ha sconfitto la linea di Maroni e, nello stesso tempo, con il risultato ha tenuto in vita il filo del rapporto con il PDL che rischiava di spezzarsi clamorosamente e definitivamente.
Il PDL porta a casa il risultato non solo e non tanto di aver evitato l’arresto per un suo esponente, ma quello di dimostrare che il dialogo con la Lega non è finito.
Dopo l’esito del voto le parole più dure, ovviamente, sono uscite dalla bocca di Casini ( “il suicidio della Camera”).
Il leader dell’UDC, almeno momentaneamente, vede sconfitta la sua strategia che si fondava sulla spaccatura definitiva tra Lega e PDL, pensando sempre di creare un partito forte, raccogliendo i cocci di PDL e del PD.
Per questo obbiettivo nella vicenda , come anche nella votazione su Papa, ha trasformato il suo partito in una forza giustizialista che non dovrebbe essere nella sua natura, avendo la DC subito tutto il peso della linea giustizialista ai tempi di tangentopoli.
Nell’UDC alcuni ricordano che qualcuno si suicidò per le inchieste della magistratura e nessuno dimentica l’assurdo calvario di Calogero Mannino.
Qualcuno pensa anche a inchieste più recenti che potrebbero impensierire alcuni esponenti di questo partito. Inchieste di sapore strumentale, ma molti osservarono che Casini si tirò platealmente fuori rispetto agli uffici di via due macelli.
La spregiudicatezza politica del leader dei centristi ha subito una battuta di arresto anche se verranno cercate altre occasioni.
19/12/2011 [stampa]
Partito dei cattolici. una forzatura giornalistica. Carlo Costalli presidente del mcl invita Casini a sciogliere il partito .
Una nota di Roberto Zuccolini sul Corriere della Sera del 14 dicembre, pur tra sfumature e distinguo, dà conto di un quadro di rapporti tra il segretario della CISL Bonanni, il ministro della cooperazione internazionale Riccardi, gli udc Casini e Cesa e il pd Fioroni.
Il titolo , poi, è ancor più tendenzioso, poiché si parla di “iniziativa dei cattolici il nuovo manifesto con Cisl, Udc e Riccardi”.
Certo viene riferito anche il pensiero del segretario della Cisl che ricorda, riferendosi al convegno di Todi, “il nostro è un progetto prepolitico”, ma l’articolo si chiude, assai prosaicamente, delineando l’ipotesi di un patto elettorale. Si scrive infatti : “e se si andasse a votare prima , nella prossima primavera?”. “Come Terzo Polo – rispondono dall’Udc – siamo già al 18 per cento. Se poi parte il nuovo soggetto politico … “.
E’ fin troppo facile dedurre che l’intenzione di questo articolo, come di qualche altro intervento di via Solferino alla vigilia del convegno di Todi, sia quella di sostenere la nascita di un soggetto politico che accompagni e irrobustisca la posizione dei centristi del terzo polo, il cui leader dovrebbe essere Andrea Riccardi, riservando, comunque, a Casini un ruolo di “operaio” del terreno più squisitamente politico istituzionale.
Perché Andrea Riccardi andrebbe a genio a RCS ?
Perché, come scrive il Corriere, questa operazione verrebbe “promossa dai cattolici, ma aperta alla cultura laica”. Si insiste più volte su questo aspetto ricordando che il Ministro sarebbe l’elemento più idoneo , in quanto cattolico, basando il suo indirizzo sull’”intenzione di costruire un’area di dialogo con una parte significativa della cultura laica”. E’ lo stesso Riccardi a descriverne le ragioni perché “la cultura cattolica è per sua natura di sintesi, secondo il modello degasperiano: occorre superare una volta per tutte gli steccati storici tra guelfi e ghibellini”.
In fondo, a ben vedere, il modello di Riccardi, più che propriamente degasperiano , appare una riedizione dell’interpretazione di Scoppola del leader trentino. Senza contare che, il contesto ecclesiale sul quale si svolgerebbe l’operazione, l’attuale linea pontificale confermata da Bagnasco, non consentirebbe di favorire un soggetto politico dei cattolici senza una assoluta chiarezza sui valori non negoziabili.
Del resto la forza della “questione antropologica” posta dalla lotta al relativismo va ben oltre la divisione tra “guelfi e ghibellini” richiamata da Riccardi, che , al fondo, era una questione di “potere”, ma riguarda valori sui quali gli spazi di “sintesi”sono assai esigui e gli “steccati ” ben più alti, nell’epoca attuale segnata dal relativismo.
Sugli aspetti più propriamente politici della nota è intervenuto Carlo Costalli presidente del movimento Cristiano Lavoratori, uno dei protagonisti dell’incontro di Todi.
In una dichiarazione del 14 dicembre spiega quello che è successo e di cui ha scritto il Corriere.
“A margine di un convegno ci sono stati dei ‘purparler’, come accade sempre, queste persone si sono viste e hanno fatto un po’ di ragionamenti… Ma se poi qualcuno lo dice al ‘Corriere’ per suggerire interpretazioni unilaterali, non va bene. E mette in imbarazzo qualcuno dei partecipanti”. Il riferimento riguarderebbe Bonanni, ma anche ambienti “autorevoli”.
Costalli ha tenuto a precisare che a gennaio si svolgerà un incontro pubblico – ne aveva fatto riferimento l‘articolo del Corriere come promosso dai ‘todiani’ – ma si tratta di una iniziativa che parte dall’UDC.
“ A Casini – ha poi aggiunto il Presidente del Movimento Cristiano Lavoratori – noi diciamo: sciogli il partito, facciamo le cose in grande,camminiamo insieme verso una formazione che sta a casa nel Ppe. Casini può essere l’artefice di questa iniziativa. Il Pd è incerto e il Pdl è ancora segnato dalla presenza di Berlusconi. Se però Casini pensa che il mondo delle associazioni cattoliche alla fine confluirà nell’Udc si sbaglia, perché l’antipolitica può colpire tutti”.
E’ evidente, anche da questa nota puntuale di Costalli, che l’iniziativa di cattolici per riformulare un impegno politico in linea con l’attuale posizione ecclesiale potrà dar vita ad una fase importante solo se andrà avanti con coerenza e specifici contenuti, evitando strumentalizzazioni politiche o, addirittura, elettoralistiche.
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29/11/2011 [stampa]
Vecchi personaggi per vecchie ricette.
Il prodigo Aldo Cazzullo intervista sul Corriere del 28 novembre “Beppe” Pisanu , con l’umiltà di un “devoto”.
L’inizio è tutto un programma : “ Presidente Pisanu , lei è stato tra i fautori del nuovo governo …”.
Ci piacerebbe conoscere attraverso quali reti di influenza il senatore pdl abbia agito per la soluzione Monti. Ma la meccanica di questo assunto di Cazzullo non ci verrà mai svelata.
L’intervista a Pisano si svolge intorno ad una tesi , che , poi, è la stessa di Casini: il nuovo governo avrà una forte possibilità di far evolvere la politica italiana favorendo la ricollocazione di alcune parti delle forze politiche: in sostanza i centristi del PD e di PDL andrebbero verso il centro che diverrebbe abbastanza forte da costringere alla collaborazione le altre forze politiche, che rinunceranno alle alleanze sulle loro ali: il PDL deve rompere con la Lega e il PD con le forze politiche più estremiste ( IDV e SEL ).
Lo schemino di Pisano parte da un primo step: “Alfano si stacchi dalla Lega”.
Ora questa proposta di Pisano risente di una vecchia logica centripeta che era stata la linea storica con la quale la DC aveva governato: quella di un passaggio graduale della politica italiana dal centrismo al centro sinistra e dal centro sinistra alla solidarietà nazionale che avrebbe incluso per una fase anche il PCI. Questo disegno veniva presentato come l’allargamento della base democratica e del consenso intorno allo stato democratico.
Ora, questa prospettiva storica avveniva in una condizione di sviluppo del paese e della sua crescita sociale , rispetto alle quali si presentò solo il pericolo terrorista. Nel contempo il suo respiro storico era sotto la regia di un autorevole dirigente della DC come Aldo Moro.
Ora la fase economica e sociale che si va aprendo e continuerà a lungo presenta il rischio di interventi socialmente durissimi, come mai è avvenuto nella recente storia italiana, che potrebbero far crescere, oltre il limite di guardia, il consenso verso il separatismo e le contestazioni sociali. Un governo di coalizione come quello ipotizzato da Pisano saprebbe contenere le tensioni che si produrrebbero sul sistema politico?
In fondo, a ben vedere, la proposta di Pisano è sulla linea opposta a quella che ha percorso Berlusconi negli anni più recenti. L’ex presidente del consiglio ha operato per “costituzionalizzare” un movimento che se lasciato a se stesso e di fronte alla questione regionale aveva rischiato e oggi rischierebbe ancor più di avviarsi definitivamente sulla strada della secessione, trascinando una larga parte dell’elettorato.
Il bipolarismo sul quale Berlusconi aveva avviato il sistema politico aveva, cioè, la funzione di riassorbire, in un quadro riformistico, le sollecitazioni rivoluzionarie che premevano sulle istituzioni a motivo di un centralismo divenuto insostenibile nelle grandi regioni settentrionali.
La incompiutezza di questa prospettiva è derivata dalla mancanza di una riforma costituzionale che avrebbe dovuto stabilire la costruzione di un sistema di governo presidenziale per offrire a chi lo guidava una sufficiente autorevolezza per convogliare nelle riforme ( federalismo) le spinte e le sollecitazioni che erano insite in alcune delle forze politiche alleate.
L’Italia ha bisogno oggi ed ancor più domani di riforme, a partire dalla sua Costituzione.
Ritornare ad una logica proporzionale e a governi di coalizione che si compongano nella logica parlamentare esporrebbe il Paese, nel quale avverranno cambiamenti sociali che colpiranno anche le classi medie, a tensioni come mai è avvenuto nella recente storia italiana.
Una logica partitocratica di ritorno non è in grado di ricostruire e ridare dignità al rapporto tra politica ed elettori. Esso va rifondato offrendo al consenso popolare la scelta dei programmi, delle coalizioni e di chi governa.
Di conseguenza, invece di vecchie ricette fallimentari occorrerebbe completare la riforma bipolare e avviare finalmente il percorso verso il presidenzialismo.
29/11/2011 [stampa]
Stefania Craxi, il presidenzialismo e l’esempio spagnolo.
Riformisti italiani": è il nuovo movimento politico lanciato da Stefania Craxi, deputata PdL ed ex sottosegretario agli Esteri, a Milano il 26 novembre.
I temi dell’iniziativa ricordano il linguaggio della discesa in politica di Berlusconi: significativo il titolo del manifesto programmatico: L’Italia che abbiamo nel cuore.
Si tratta di una lunga serie di propositi con i quali la figlia di Bettino intende rilanciare la sua azione politica basata su uguaglianza, giustizia, equità sociale. Presenti all'appuntamento anche il segretario del PdL, Angelino Alfano, e il leader dell'Udc, Casini oltre che il Governatore lombardo Roberto Formigoni, il segretario dell'Udc Lorenzo Cesa, il coordinatore lombardo del Pdl Mario Mantovani e l'ex ministro della Difesa Ignazio La Russa.
Ora, la prima battaglia che promuove il movimento è una "nuova Repubblica presidenziale" e La Russa ha ricordato che il presidenzialismo "è un tema che vive e a suo tempo rappresentò un momento di vicinanza politica tra il mio partito di allora (Msi, ndr) e il padre di Stefania". L'ex ministro non si è sbilanciato sul fatto che il Pdl possa fare sua questa battaglia, spiegando però "personalmente sono molto interessato e oggi sono qui per questo, lo è meno Casini ma sono contento che sia venuto".
Craxi ha spiegato: "Ho lanciato un appello a tutti i riformisti, vecchi e nuovi, attraverso un manifesto che declina l'identità riformista, ho lanciato una battaglia e innescato un processo per la costruzione di una nuova repubblica presidenziale".
"Abbiamo invitato tutti i partiti”, ha, poi, precisato, “ tranne l'Idv. Bersani mi ha fatto sapere di essere impegnato".
Stefania Craxi , è bene ricordarlo, riprende il tema che il padre offrì alla politica italiana, quello della “grande riforma”, cioè di un programma riformatore che comprendesse anche una modifica della Costituzione in senso presidenziale.
Allora, la tendenza conservativa e conformista della politica italiana impedì che il progetto venisse adeguatamente discusso e attuato.
Sbarrarono la strada a questo progetto sia il carattere consociativo della politica italiana (influenzato dall’asse DC- PCI ) , ereditato dagli errori e limiti della politiche dei governi di centrosinistra ( è interessante a questo proposito il libro di Celso Destefanis “La guerra dei sette anni” Scheiwiller, Milano ed in particolare quello che scrisse a proposito del “centro sinistra delle illusioni”), che sopravvissero anche nella fase di “pentapartito”, sia , soprattutto, la resistenza della sinistra democristiana contraria all’epoca anche ad una legge elettorale di tipo tedesco, con la sola eccezione di Roberto Ruffilli il costituzionalista ucciso dalla Brigate rosse.
Per la verità è mancata anche nei governi a guida Berlusconi una determinazione adeguata, mentre riaffiorano non solo nel centro, ma anche a sinistra le tendenze proporzionaliste.
A questo proposito Angelo Panebianco su “Il Corriere della Sera” del 21 novembre ha osservato con una giusta dose di ironia, a proposito delle manovre e delle aspirazioni centriste, che “Qualcuno, non ricordo chi, ha spiritosamente osservato che l’era berlusconiana potrebbe essere stata solo un lungo intermezzo tra la fine della DC e la sua rinascita”. “ La DC- ha poi aggiunto – ovviamente non rinascerà, ma che un grosso rassemblement parlamentare “centrista” si formi a breve termine per effetto di processi di scomposizione/ricomposizione delle forze politiche è possibile”.
Giustamente l’editorialista osserva che con questa prospettiva , se pur incerta e con una legge elettorale proporzionale, “andrebbero definitivamente in cavalleria sia il bipolarismo che l’alternanza e un cupo futuro di accentuata instabilità politica ci attenderebbe anche dopo le elezioni”.
L’articolo si conclude con un riferimento alla Spagna dove le elezioni hanno prodotto un risultato certo.
“Lì la stabilità è garantita: chi vince governa e basta. Non è solo la legge elettorale che disincentiva la frammentazione, è un intero sistema istituzionale (fondato sul cancellierato, ossia sull'indiscusso primato del governo) che assicura la compattezza del corpo politico, il fatto che in esso vengano frustrate le spinte centrifughe”.
Panebianco infine punta l’indice sulla questione della riforma della Costituzione proponendo il presidenzialismo , come appunto oggi sostiene anche Stefania Craxi:
“ Forse, sarebbe bene smetterla di fare finta, come continuano a fare i cantori del parlamentarismo all'italiana, che le nostre siano le migliori istituzioni del mondo. Forse, bisognerebbe anche riconoscere quale sia (per parafrasare il grande giornalista britannico ottocentesco Walter Bagehot) il «segreto» della Costituzione italiana: la possibilità di ricorrere, ma solo per brevissimi periodi, quando i partiti siano resi impotenti dall'emergenza, a governi del presidente. Forse bisognerebbe almeno pensarci su e chiedersi se non sia il caso, fatto trenta, di fare anche trentuno, scegliendo la strada maestra della piena responsabilizzazione politica del presidente della Repubblica mediante l'elezione diretta”
Amara conclusione dell’articolo: “ Solo che non lo faremo. Poiché le scelte chiare, e le decisioni nette, non sono nel nostro stile”..
9/11/2011 [stampa]
Financial Times : “in the name of god and Italy, go ! “.
Il Financial Times titola l’ennesimo attacco al governo italiano utilizzando la frase che Oliver Cromwell ( “In nome di Dio, andatevene ! “) indirizzò al Parlamento nell’aprile del 1653 per chiederne lo scioglimento dopo che qualche anno prima aveva contribuito alla eliminazione di Carlo I.
Questo affondo del giornale dell’establishment finanziario britannico non suscita alcuna reazione di un sano patriottismo nei giornali dell’establishment economico italiano ed è sin troppo facile vederne una affinità non solo di natura economico culturale.
Ricordiamo agli immemori che non solo Cromwell dopo l’uccisione del Re divenne il padrone incontrastato dell’Inghilterra con il titolo di “lord protettore”, ma trattò i cattolici con durezza e li perseguitò in ogni modo, richiedendo ad essi il giuramento di abiura.
A questo fine , a suo modo, mise una “patrimoniale”, in quanto ove non avessero accettato di abiurare, avrebbero subito la confisca dei due terzi del loro patrimonio e di quasi tutti i diritti civili.
Vietò anche la permanenza di sacerdoti cattolici sul suolo inglese .
In fondo, in fondo, in questi giorni in Italia si discute di patrimoniale e di rispetto delle scelte degli elettori, cioè del diritto civile più alto che spetta al popolo.
Alla fine di questa fase storica le cose mutarono radicalmente.
Scrivono Adriano Prosperi e Paolo Viola nel libro “Dalla rivoluzione inglese alla rivoluzione francese” (Einaudi, 2000) “dopo qualche esecuzione capitale di rivoluzionari regicidi e l’impiccagione del cadavere di Cromwell , fu concessa un’amnistia e ristabilito il Parlamento insieme alla Chiesa episcopale”.
17/10/2011 [stampa]
Fiducia al governo opposizione nella porta girevole.

La votazione che ha confermato la fiducia al governo Berlusconi , se pur di stretta misura rispetto al quorum di maggioranza assoluta, ha dimostrato un vantaggio di quindici deputati rispetto alle opposizioni unite.
La maggioranza c’è anche se ha un margine abbastanza esiguo.
La vicenda delle cause che hanno portato alla necessità di una votazione sulla fiducia e lo svolgersi del dibattito e del voto oltre a dimostrare le difficoltà della maggioranza, hanno palesato anche una condizione dell’opposizione sempre più pericolosamente avviata sulla strada di un estremismo che , mentre fallisce nel suo intento di far cadere il governo, contribuisce alle spinte qualunquiste dell’antipolitica.
L’antiberlusconismo ha un connotato manicheo e possiede una caratura di violenza che sposta sempre più in avanti l’asticella dell’aggressività, rivelandosi solo utile al distacco dei cittadini dalle massime istituzioni democratiche.
L’immagine dell’aula senza la presenza dei deputati del centro e della sinistra , la concomitante presenza sulla piazza di Montecitorio di esponenti dell’opposizione mostrano soltanto l’inquietante dispregio dell’istituzione parlamentare. Coloro che sono chiamati a svolgere la funzione parlamentare hanno il dovere di essere presenti in Parlamento e di argomentare con chiarezza e dignità la loro proposta politica o la loro critica, anche se facenti parte dell’opposizione.
In democrazia l’opposizione non si fa nelle piazze ma si svolge nelle aule parlamentari.
I deputati radicali che nella loro storia politica hanno fatto della provocazione un metodo per porre al Paese le questioni da loro ritenute essenziali, con la presenza nel dibattito e al voto, hanno dato a tutta la goffa e multiforme compagine di minoranza una lezione di stile e di rispetto per l’aula parlamentare. Pannella dimostra di essere un gigante politico di fronte ai Bersani , Di Pietro e Casini .
Spiace che un disegno non imprecisabile di prospettiva istituzionale, probabilmente, abbia indotto Casini ad aggregarsi a questa poco decorosa scelta .
Il momento più imbarazzante è stato quando avendo deciso i radicali di partecipare con la seconda chiamata alla votazione e, quindi confermando il raggiungimento del numero legale, i deputati prima assenti sono confluiti in aula per partecipare alla votazione.
Questo voto/non voto mostra anche l’uso strumentale di una essenziale prerogativa istituzionale che ridotta a strumento tattico , scende al livello delle meschinità.
Meschinità che ha superato ogni margine quando , come scrive l’Agenzia Dire delle 13, 46 del 14 ottobre, “gli schermi di Montecitorio mostrano i deputati radicali passare sotto lo scranno della presidenza… Rosy Bindi si lascia andare ad uno sfogo colorito: ‘Quando gli stronzi , so’ stronzi galleggiano senz’acqua’ ”.
Impareggiabile colpo d’ala di stile della esponente cattolico democratica.
A cosa può servire questa ennesima fiducia ottenuta dal governo?
Se si tratta di prolungare una lenta agonia , allora sarebbe non solo inutile, ma anche dannosa.
Questa maggioranza consente di varare e presentare i provvedimenti per la ripresa economica. Consenta anche di avviare il lavoro parlamentare per le riforme, concludendo quella sul federalismo, passando alla discussione parlamentare quelle sulla giustizia, sulla fiscalità e , soprattutto quelle sull’architettura costituzionale.
Quando anche il Governo dovesse cadere nel voto sulle riforme si dimostrerebbe chi sta dalla parte del cambiamento e chi vuole conservare questo sistema ormai alle corde.
E, la conseguente campagna elettorale porrebbe agli elettori questa scelta fondamentale ed in grado di motivarli a partecipare e decidere.
12/10/2011 [stampa]
Il gruppo del Lingotto esce dalla Confindustria.
La Fiat corre da sola si della Cisl e Uil, no Cgil.
La Fiat esce dalla Confindustria dal primo gennaio 2012. L’aveva preceduta il gruppo Riello. L’hanno seguita le industrie Pigna, i tessili di Prato e Gallozzi group. L’amministratore delegato del Lingotto Sergio Marchionne ha rotto un tabù: l’unità della categorie degli industriali. Uno strappo che era nell’aria ma che in molti si erano adoperati perché non avvenisse. La Fiat da oltre 90 è legata all’associazione degli imprenditori privati con filo doppio. Non solo perché per anni è stata l’azienda più rappresentativa del sistema imprenditoriale ma anche perché è stata la guida delle scelte degli imprenditori allorché il suo proprietario Giovanni Agnelli assunse direttamente l’incarico di presidente della Confederazione di viale dell’Astronomia all’Eur.
Lo strappo di Marchionne segna una svolta ancor più marcata di quella operata da Cesare Romiti al tempo della marcia dei “quarantamila”, i quadri e dirigenti che si ribellavano alla ingovernabilità dell’azienda provocata dai continui scioperi, dall’eccessivo assenteismo e dalla scarsa produttività delle tute blu guidate dalla Cgil.
La Fiat non intende più essere vincolata nelle relazioni industriali da lacci contrattuali eccessivamente rigidi. Con la proposta “ Fabbrica Italia” aveva sottoposto ai lavoratori e ai sindacati un percorso che a fronte di investimenti dell’ordine di 20 mila miliardi prevedesse maggiore flessibilità e nuove regole nell’organizzazione del lavoro. La linea approvata dai lavoratori di Pomigliano d’Arco, di Mirafiori e di Grugliasco con i referendum aziendali va avanti.
I vertici del gruppo torinese confermano gli impegni per l’Italia ( un suv Jeep a Mirafiori, un motore Alfa Romeo a Grugliasco, la nuova Panda a Pomigliano) e si apprestano ad “ utilizzare la libertà d’azione applicando in modo rigoroso le nuove disposizioni legislative. I rapporti con le organizzazioni sindacali saranno gestiti senza toccare alcun diritto dei lavoratori, nel pieno rispetto dei reciproci ruoli, come previsto dalle intese raggiunte a Mirafiori, Pomigliano e Grugliasco”.
Si tratta ,comunque, di una svolta delle relazioni industriali anche se la Fiat non ha alcuna intenzione a rompere i rapporti con le sedi territoriali della Confindustria. Per la presidente Emma Marcegaglia uno smacco personale che offusca la sua gestione quadriennale, caratterizzata in questi ultimi mesi da nervosismo e da crescenti attacchi nei confronti del governo e della sua politica economica.
La decisione di lasciare la Confindustria per cercare nuovi spazi contrattuali e una diversa organizzazione del lavoro avrà bisogno di molte verifiche sindacali. Per la Cisl e Uil, che basano la loro azione sindacale soprattutto sulla contrattazione, non cambia molto. La Cgil ha già preannunciato l’inasprimento della mobilitazione ( sciopero dei metalmeccanici di otto ore il 21 ottobre) e il ricorso alla Magistratura per bloccare l’applicazione del nuovo corso impresso dagli accordi sottoscritti dalla maggioranza dei lavoratori.( smen)
08/10/2011 [stampa]
Pisanu e Scaiola: il nuovo che avanza.

La Stampa del 6 ottobre titola in primo piano : Verso l’intesa degli ex DC. Pronti a far cadere il premier. Gli uomini di Pisanu e Scaiola ormai vicinissimi a staccare la spina”.
A Beppe Pisanu è rimasta appiccicata addosso l’etichetta di aver fatto parte della ”banda dei quattro” , cioè dei più stretti collaboratori del segretario della DC Benigno Zaccagnini eletto nel 1975, anzi, di esserne stato il “capo” in quanto responsabile della segreteria.
Il paludato Corriere della Sera del 20 febbraio 1994 ne tracciava un profilo interessante: “ Pisanu era ragazzo quando a Sassari nel 1956 Cossiga e i "giovani turchi" s' impadronirono della Dc e fu uno dei pochi esterni ad essere cooptati: deputato a 30 anni e per 18 anni di seguito.”
“. Dal 1975 al 1980 – continua il giornale di allora - potente capo della segreteria di Zaccagnini. Della banda, Pisanu era il più operativo. Belci direttore del Popolo, Bodrato e Salvi custodi dell' ideologia, lui addetto alla bassa cucina: enti, banche e altri affari che il santo segretario non poteva toccare e possibilmente neanche sapere”.
La Repubblica del 4 luglio 2002, descrive il clima festaiolo quando era in odore di nomina a Ministro degli Interni: “è soddisfatto perché è la giornata che lo ripaga di quel 6 giugno di un anno fa, quando il Viminale gli fu soffiato da Claudio Scajola sul filo di lana. Abbracci e baci per Pisanu, a Montecitorio.
Gli stringe entrambe le mani Clemente Mastella, un ex nemico dc, che lo accusò di essere avvezzo alla compravendita dei parlamentari dopo le dimissioni del governo D'Alema e, tanto per regolare un vecchio conto, di avere manovrato come "il mago Silvan quando bisognava eleggere Aldo Moro presidente della Dc". ”Cossiga – precisa il quotidiano - lo chiamò in causa per dire che sul caso Moro, Pisanu con Bodrato, Galloni e Belci (la banda dei quattro) avevano depistato Zaccagnini”. Allora venivano menzionate anche le critiche spietate di D'Alema e Rutelli: "Pisanu spieghi cosa è accaduto per togliere la scorta a Marco Biagi".
Al di là di ogni commento malevolo su Beppe Pisanu da parte di quei giornali che oggi lo elogiano, resta l’invidiabile constatazione che, l’ex dc risulta in politica da 50 anni e parlamentare da oltre 40 anni.
Claudio Scaiola ha un curriculum meno prestigioso.
Di lui si sono occupate, recentemente, assai più le cronache giudiziarie che quelle politiche, a parte quel “Biagi rompiscatole” che gli venne attribuito dal Corriere della Sera e il Sole 24 ore, che gli costò la poltrona di ministro degli interni.
Quello che constatiamo è la totale impudicizia di quella informazione che getta fango sui personaggi che fanno parte del P.D.L. mentre appena mostrano, non si sa per quali nobili motivi, l’intenzione di uscirne , diventano degli eroi.
Mai si è registrata una così banale e distorcente analisi della politica e dei suoi protagonisti.
Questo bipolarismo di giudizio; buoni o cattivi, onesti o disonesti, capaci o incapaci, che muta radicalmente a seconda delle circostanze e degli interessi politici delle aziende-partito della cara stampata, è entrato, ormai, nel costume nazionale.
Quando, giustamente, si richiede di “cambiare aria”, non si può non riferire anche a questa atmosfera mefitica e vagamente ricattatoria.
Sentiamo un gran bisogno di novità , di cambiamento, di nuove idee e nuovi protagonisti.
Questo nuovo che ci auguriamo avanzi non ce lo possono recare né Pisanu , né Scaiola.
04/10/2011 [stampa]
La crisi dell’euro minaccia tutti.
La Grecia licenzia 30 mila statali. Arrivano anche negli Stati Uniti gli indignati che avevano fatta la loro comparsa in Spagna, in Inghilterra e in Francia.
Sono molti i paesi alle prese con tensioni sociali forti ed anche clamorose. Mentre in Italia i politici protestano a parole nelle altre parti del mondo le categorie che si sentono fortemente colpite dai provvedimenti di ristrettezza scendono in piazza e protestano vivacemente.
Corrono il rischio di essere arrestati come in Inghilterra e a New York per aver bloccato il ponte di Brooklyn, dopo l’assalto alla sede di Wall Street, spinti dagli effetti della crisi. Sono fenomeni che sfuggono a qualsiasi catalogazione.
In realtà mettono in grande difficoltà i vertici delle amministrazioni.
Il premier spagnolo il socialista Zapatero dopo la grande marcia in maggio dei 250 mila “ indignatos” tra Madrid e Barcellona ha deciso di passare la mano, anticpando il ricorso alle urne.
In agosto si sono registrati in Inghilterra scontri e saccheggi dopo l’uccisione del 29enne di colore Mark Duggan da parte di un agente di polizia.
Il fenomeno promosso da giovani teppisti è stato ridimensionato da un deciso intervento del governo del conservatore Cameron. Sempre in agosto centinaia di indignatos si sono accampati in strada a Tel Aviv per chiedere al premier Netanyahu un cambiamento delle priorità di governo. In Grecia continuano le proteste contro i tagli previsti dal pacchetto di austerità approvato dal governo del socialista Gorge Papandreu.
Entro ottobre il governo ellenico ha bisogno di fondi per otto miliardi ma molti osservatori ritengono che non saranno raggiunti gli obiettivi concordati con il Fondo monetario internazionale e con la Ue. In Italia dopo due manovre finanziarie sono allo studio nuovi provvedimenti per favorire la crescita.
Sono mesi cruciali per l’Europa.
Dopo i tanti faccia a faccia i big di Stato e di governo si ritroveranno a novembre a Cannes per la riunione del G20 quando tutti i Parlamenti dovrebbero aver dato il via libera al rafforzamento del Fondo salva Stati, cioè all’aumento delle sue risorse e della sua flessibilità operativa.
Duro, schietto, antipatico il premier inglese David Cameron è intervenuto alla Bbc per dire “ oggi come oggi l’Eurozona è una minaccia non soltanto per se stessa ma anche per l’economia britannica e per quella del mondo intero. Perciò i capi europei debbono rimboccarsi le maniche e far funzionare il mercato unico”.
Ma anche lui al congresso del partito conservatore a Manchester è stato fischiato da 35 mila manifestanti in rappresentanza dei disoccupati che superano la percentuale dell’8 per cento mentre la crescita del prodotto interno lordo è stato ridimensionato dal Fondo monetario internazionale all’1,1% .
La crisi dell’euro minaccia tutti, britannici compresi. ( smen)
23/09/2011 [stampa]
Patrimoniale per tutti.

Oscar Giannino non è certo tenero con il governo. Tutti i giorni da Radio 24 critica il centrodestra per le promesse non mantenute, per le incertezze e i ripensamenti sulle decisioni nelle fasi della recente manovra.
Insomma è pienamente schierato con il suo editore, cioè Confindustria.
E, comunque , non si può negare che non abbia una competenza vera ed una capacità di analisi a volte anticonformista e disvelante.
Su Panorama del 28 settembre svolge alcune considerazioni sulla patrimoniale i cui “fautori della prima ora” sono stati “i Giuliano Amato e i Carlo De Benedetti” a seguire, aggiungiamo noi, Gianfranco Fini e Pierferdinando Casini.
Il titolo dell’articolo è già chiaro “ non illudetevi, tifosi della patrimoniale: quando i politici faranno bene i conti, non colpiranno soltanto i ricchi”.
Le conclusioni altrettanto: ” tutti si illudono così che siano pochi ricchi a pagarla. Dimenticando l’amara lezione della storia , anche italiana e anche recente (il prelievo notturno sui conti correnti di tutti l’avete dimenticato? ). Quando Stato e politici si convincono ad una patrimoniale forzosa , perché valga l’effetto allora bisogna prendere dove si può: nelle tasche dei più non dei meno. Forse è meglio che gli italiani se ne ricordino. E che il centrodestra rifletta”.
07/09/2011 [stampa]
La speculazione incalza. Il Governo vara una manovra piu’ forte .

Mentre le notizie sull’assalto della speculazione alle borse europee ed in particolare a Milano mostrano l’aggravarsi della situazione economica e i rischi che si vanno configurando sulla stessa tenuta dell’ Euro, il Consiglio dei Ministri approva alcune modifiche al Decreto, aggiungendo al testo già passato in commissione bilancio anche un contributo di solidarietà del 3 per cento sui redditi superiori ai 300 mila euro fino al paraggio di bilancio , l’innalzamento di un punto dell’IVA al 20 per cento, interventi sull’età pensionabile e l’annuncio, che alla successiva riunione del CDM verrà approvata un disegno di legge di modifica costituzionale per l’abolizione delle province.
Il governo ha quindi disposto che sul testo definitivo venga posta la questione di fiducia.
Il percorso dei provvedimenti con i quali tentare di contrastare l’aggressione speculativa si fa sempre più stretto e il contributo che le opposizioni possono offrire è, sostanzialmente nullo , soprattutto dopo che il PD, ha aderito allo sciopero generale.
Rompere ogni ulteriore indugio, superare le divisioni all’interno della stessa maggioranza, prendere decisioni immediatamente operative sono ormai un dovere ed una scelta obbligata.
Occorrerà verificare il comportamento delle opposizioni non solo in sede parlamentare e come reagiranno alcune forze sociali e la stampa che fino ad oggi hanno inseguito ogni forma di resistenza agli interventi.
Contribuiscono, infatti, alla credibilità del Paese non solo, ed in primis, le decisioni in sede politica, ma anche il contesto generale e cioè il senso di responsabilità che complessivamente verrà dimostrato da tutti.
Siamo curiosi di conoscere se continuerà o meno, anche in questi frangenti e con decisioni che a questo punto risultano efficaci, l’assalto al “Palazzo d’Inverno” a cui fino adesso abbiamo assistito.
01/09/2011 [stampa]
31 Agosto con la modifica della manovra ritorna la politica.
Il vertice di Arcore ha posto fine alle interessate interpretazioni politiche di questi ultimi giorni sulle insanabili divisioni nella maggioranza e sulla prospettiva di avvitamento negativo del governo per i rischi elettorali della manovra.
L’accordo raggiunto innanzitutto ha un importante significato politico ed è frutto di un serio lavoro di mediazione tra Alfano e Maroni che si sono guadagnati un ruolo nuovo dentro i rispettivi partiti.
Infatti dopo la smodata esaltazione leaderista, ritorna nel campo politico la qualità della mediazione, cioè la capacità di mettere insieme culture e orientamenti diversi per realizzare una condizione di governabilità.
In particolare si rende evidente il fatto che dentro il PDL, piuttosto ingessato nel tempo della leadership berlusconiana, dopo l’insediamento di Alfano si è sviluppato un forte dibattito politico che il nuovo leader ha saputo smussare e farne un arma di confronto e di accordo con la Lega. Il direttore del Tempo Mario Sechi ha commentato: “la sorpresa di un PDL diverso”.
Anche sui contenuti dell’accordo ci sono da rilevare importanti novità.
La più significativa è quella intitolata “nuove misure fiscali finalizzate a eliminare l’abuso di intestazioni e interposizioni patrimoniali elusive”, cioè la caccia a trust e società di comodo che consentivano di trasformare i ricchi in nullatenenti.
Ne abbiamo detto più volte. Come scrive La Stampa : “nel mirino …all’incirca 35 mila società” e qualcuno chiarisce che in questo campo ci sono “il 47 per cento dei contratti di locazione delle ville più ricercate” e “ il 64%delle imbarcazioni di lusso che circolano in Italia… intesta e nullatenenti, prestanome e società di comodo “, “idem per auto fuori serie e oggetti d’arte”.
Con la nota spontaneità il ministro Calderoli ha commentato: “ la pacchia è finita”.
Altre le altre novità sono importanti: dalla riduzioni dei costi della politica ( abolizione delle Province e dimezzamento del numero dei parlamentari, naturalmente attraverso una norma costituzionale ), ai minori tagli agli enti locali, dalla eliminazione del contributo di solidarietà che anche se colpiva i redditi alti era un incremento di tassazione contrario al dna del PDL, alla tassazione delle coop che invece sono nel dna del PD rosso e bianco.
Alle opposizioni non sono restati molti argomenti ed affidano la loro polemica ad una ostinata valutazione ragioneristica sul fatto che “i conti non tornano” .
Ora il significato complessivo di questo passaggio , che deve comunque misurarsi sull’ l’iter parlamentare e le sue possibili imboscate, è quello di una fase di forte impegno riformista.
Il centro destra che sembra ritrovare la sua caratura tradizionale ha di fronte una sola possibilità di poter competere alle prossime elezioni con una possibilità di conferma: quella di dimostrare agli italiani che i presupposti sui quali è nato sono l’obbiettivo della sua azione di governo e che i risultati e le riforme arrivano, complici le necessità imposte dalla grande crisi.
26/07/2011 [stampa]
Fini: da una “Repubblica” all’altra per andare oltreconfine.
Sei mesi dopo l’intervista del 12 gennaio, quasi all’indomani della sconfitta del 14 dicembre, “La Repubblica”, torna, il 24 luglio a far parlare Fini.
I toni non cambiano e neppure le parole: il paese è confuso e paralizzato, l’appello è a maggioranza e opposizione, piena sintonia con il Capo dello Stato, alleanza strategica con Casini.
Il Presidente della Camera, mentre a parole riafferma la sua vocazione di destra (“ il perimetro di Futuro e Libertà è quello del centrodestra”), mette su i tasselli per una compatibilità a sinistra.
Non manca, infatti, nella sua idea di destra una sfumatura operaista ( “ non è la mia idea di destra pensare che gli unici lavoratori siano i commercianti.. E gli operai?”), per ossequio alla sinistra vendoliana.
La fisionomia ideologica di fondo è quella nella quale riappare il concetto della eticità ridotto all’orizzonte della legalità, con una difesa a tutto campo della Magistratura, questo per accattivarsi Di Pietro.
Del resto era lo stesso fedelissimo Fabio Granata che sull’Espresso del 12 luglio aveva, esplicitamente, teorizzato la futura alleanza tra Fini e_Di Pietro.
Rispetto a queste “simpatie” finiane sappiamo tutti quel che pensa Casini.
C’è anche una novità politica che rappresenta il succo di questa ultima intervista: l’apprezzamento per il Ministro Maroni e la sua candidabilità a premier di un governo di unità nazionale.
Non crediamo proprio che il leader UDC abbia molto apprezzato questa indicazione: meno di un anno fa’ Bossi aveva dato dello “stronzo” a Casini che lo aveva definito: “noto trafficante di banche e quote latte”.
Anche l’affermazione: “meglio i collegi delle preferenze”, lanciata nel corso dell’intervista , propone un distinguo rispetto a Casini di non poco conto, considerando che la posizione del leader UDC favorevole al proporzionale è strategica ed in sintonia con la linea di D’Alema che sostiene il referendum Passigli, rispetto al contro referendum di Veltroni per tornare ai collegi uninominali .
Stretto dentro un Terzo Polo a guida Casini , il Presidente della Camera tenta di presentare una sua posizione politica che, come un neofita democristiano, però, oltrepassa la linea di confine che il vero e antico dc Casini gli ha tracciato.
Come i suoi seguaci per caratterizzarsi, contravvenendo alle disposizioni di Casini, hanno portato le loro bandiere nella manifestazione di venerdì all’Auditorium della Conciliazione, così nell’intervista a Repubblica Fini pone dei distinguo per far vedere che esiste.
Ma andare oltre il confine per tentare di farsi accettare dalla nuova, poco gioiosa, macchina di guerra dell’unione delle sinistre, significa entrare in un terreno paludoso, in quelle sabbie mobili dalle quali Casini, pur con tutti i suoi tatticismi, si tiene alla larga.
Ormai è evidente: Fini non è in grado di capirlo. Auguri.
19/07/2011 [stampa]
Accordi legittimi per Pomigliano tra Fiat e Fiom la partita continua.
Lo scontro in Tribunale tra Fiat e Fiom-Cgil si è concluso 2-1 per il gruppo del Lingotto. Ma la partita non è finita. Nessuna delle due parti intende fermarsi alle conclusioni giudiziarie. Eppure non ci dovrebbero essere più alibi o dubbi.
I licenziamenti dei tre operai di Melfi sono legittimi perché i tre sindacalisti fermarono al termine di un’assemblea spontanea i rifornimenti delle linee di produzione , bloccando i robot che portavano il materiale a valle.
Gli accordi che l’azienda ha firmato con Cisl, Uil, Ugl e Fismic per Pomigliano d’Arco, sottoposti poi a referendum, sono legittimi. Il giudice del lavoro di Torino ha riconosciuto, comunque, che la Fiat ha messo in atto azioni antisindacali, estromettendo la Fiom dalla rappresentanza di fabbrica, violando così l’art. 28 dello statuto dei lavoratori.
La sostanza della questione è, però, passata. Per Melfi è stato ribadito il concetto che l’azione sindacale non può essere svolta impedendo la produzione o mettendo in atto comportamenti illeciti che violano i diritti degli altri, in primo luogo il diritto al lavoro.
C’è un limite anche nei contrasti sindacali più duri. Nel caso Pomigliano la Fiom-Cgil si era esclusa da sola, non firmando l’accordo sottoscritto invece dagli altri sindacati per salvare, osservare Luigi Angeletti della Uil, la prospettiva di uno stabilimento e difendere l’occupazione. La sentenza del giudice del lavoro di Torino riconosce, aggiunge il segretario generale, che “ le litanie su un accordo illegittimo che calpestava i diritti era solo una montatura”.
Non tutto è chiaro, come accade di solito in Italia. Anche la Fiom deve godere in azienda dei normali diritti sindacali. Si dovrà vedere come, anche perché , sottolinea il Ministro Maurizio Sacconi, nel frattempo è intervenuto l’accordo interconfederale firmato anche dalla Cgil di Susanna Camusso il 28 giugno che consente il passaggio dalle rappresentanze sindacali unitarie a quelle aziendali.
Ora, pertanto, bisogna guardare avanti.
La Fiom non ci sta ad abbassare la lotta. Potrebbe andare avanti con le cause individuali oppure con azioni sindacali di disturbo.
C’è un accordo, ci sono delle regole fissate e sottoscritte rispondono gli altri sindacati e l’azienda e quindi l’investimento deve andare avanti anche se i vertici del Lingotto hanno annunciato che gli investimenti vengono congelati in attesa del ricorso.
Il Lingotto intende procedere ad un accurato esame del provvedimento del giudice Vincenzo Ciocchetti per valutare l’impatto della decisione sulla praticabilità dei piani d’investimento. Una ulteriore fase di fibrillazione sindacale non giova a nessuno.
A Pomigliano il Lingotto aveva previsto di investire 700 milioni per produrre la nuova Panda, le cui prime vetture dovrebbero uscire dallo stabilimento entro la fine dell’anno. Fa parte del pacchetto Fabbrica Italia che prevede anche un miliardo per produrre a Mirafiori automobili e Suv di classe per i marchi Jeep e Alfa Romeo e altri 550 milioni per l’ex Bertone di Grugliasco per produrre la nuova Maserati.
Dell’intera operazione industriale dovrebbe parlare l’amministratore delegato Sergio Marchionne in Brasile a fine mese nel corso della riunione dei consigli di amministrazione di Fiat spa e Industrial sui conti del secondo trimestre 2011. ( smen)
14/07/2011 [stampa]
Designati, eletti, preferenze e collegi uninominali.
Ernesto Galli della Loggia ha senz’altro ragione quando scrive nell’editoriale del Corriere della Sera dell’11 luglio che il degrado della funzione parlamentare avviene anche perché l’attuale legge elettorale ha completamente deresponsabilizzato l’eletto ( sarebbe più giusto parlare di designato ) nei confronti degli elettori.
“Grazie alla legge elettorale in vigore, infatti, si è eletti alla Camera o al Senato per il puro ed esclusivo fatto di occupare un determinato posto nella lista presentata da un partito non per altro”.
Aggiungiamo che, per mandare ancor più in confusione gli elettori, in quasi tutte le circoscrizioni elettorali, i primi posti della lista vengono occupati dai vertici di partito o da altri candidati e , di conseguenza, saranno, poi, le rinunce intrecciate in tutta Italia a far venir fuori i veri nomi degli eletti in Parlamento.
E’ una ulteriore raffinatezza che consente ai vertici dei partiti di decidere tutto, ma proprio tutto, perché se non vi fossero le duplicazioni delle candidature, gli elettori, quantomeno, saprebbero che i primi indicati nella lista diverrebbero parlamentari, a seconda del livello di consenso ottenuto dalla lista.
Maestro sublime di questa “tecnica” è il leader dell’UDC, ma non è solo in questo.
Ricordiamo tuttavia al giornale di via Solferino che, a suo tempo, quando si scatenò la campagna contro le preferenze con il passaggio dal sistema proporzionale al cosiddetto Mattarellum, il giornale fu in prima fila per dimostrare , anche a ragione, che le preferenze facevano aumentare i costi delle campagne elettorali e, venne sostenuto il sistema dei collegi uninominali, che, tuttavia, poneva in capo alle segreterie dei partiti la scelta di chi candidare nei diversi collegi a seconda del grado di probabilità di elezione.
Anche Galli della Loggia, e lo sottoliniamo con favore, si rende conto che “è dubbio però che il vero rimedio possa essere una diversa legge elettorale”.
Ma il pensiero dell’illustre politologo non riesce a decollare e si ferma ad un livello minimale, infatti così conclude: “Cambiare quella attuale - per esempio ritornando non già a qualche sciagurata riedizione della proporzionale, ma al “ Mattarellum” – rappresenterebbe per lo meno un segnale. E’ vero infatti “ - e qui dà ragione alle nostre riflessioni che abbiamo esposto poco innanzi – “ che anche con il “ Mattarellum” i candidati dei collegi uninominali venivano scelti dai partiti …ma quel che dopo tutto fa una certa differenza è per che cosa si viene scelti. Se per prendere più voti possibile in un determinato collegio , ovvero, come accade oggi, se per ricevere un regalo in cambio dell’obbedienza o di altro”.
Sulla validità del sistema elettorale basato sui collegi occorrerebbe approfondire ciò che avviene nella Francia o negli Stati Uniti dove vige la logica delle candidature naturali o dove le primarie sono una cosa serie ed importante.
E’ dubbio che nella logica del nostro Paese, nel punto a cui siamo giunti, si possa dar corso a quel necessario rapporto tra territorio e rappresentanza indispensabile in una democrazia forte e rappresentativa. Intorno ai sistemi elettorali continua a dipanarsi il filo della convenienza particolare delle forze politiche prive ormai di una visione di interesse generale e di una reale esaltazione della volontà e legittimazione popolare .
08/07/2011 [stampa]
FLI : sopravvivere e far vincere la sinistra.
Parole di Italo Bocchino riportate da Italia Oggi del 6 luglio: “ FLI ha raggiunto il suo primo obbiettivo: sopravvivere, e al tempo stesso ha destrutturato il berlusconismo estremista che ha permesso alla sinistra di vincere a Torino, Milano, Trieste, Bologna, Napoli e Cagliari “.
Nella foga di enfatizzare il proprio antiberlusconismo il deputato di FLI si attribuisce il merito anche dei successi del PD nelle città nelle quali il partito di Bersani ha vinto , come dire, a prescindere dal livello di consenso del centro destra.
Poi, se si va a sommare quanto ottenuto da tutto il Terzo Polo e lo si aggiunge al consenso del centrodestra i conti non tornano comunque, poiché in quelle città indicate da Bocchino, la sommatoria dei voti non avrebbe consentito, comunque, di arrivare al successo.
Se poi, ancora, si andassero a contare i voti che Fini ha preso, si verificherebbe che sempre, in tutte le città, i voti di Fli sono al di sotto di quelli dell’UDC di Casini.
Per carità siamo di fronte a percentuali talmente irrisorie che rischiano di potare il Terzo Polo sul piano della irrilevanza elettorale e politica.
Tanto è vero che nel PD si sta aprendo la questione se sia necessario inseguire Casini e compagnia cantante o sia, invece, più utile portare avanti una alleanza che sembra avere il vento dietro.
Mentre lasciamo al dibattito interno al PD tale questione, riteniamo realmente velleitario e irreale, quanto afferma, sempre Bocchino, che , dopo tutto quanto è successo nell’ultima tornata elettorale amministrativa, per Fli “ è necessario ripartire con i contenuti”, facendo intendere che si potrebbe riaprire un rapporto con il centro destra.
Ma l’ambizione sarebbe ancora maggiore e cioè quella, addirittura, di ristrutturare il centro destra.
Ma vi immagina l’elettorato del PDL aprire le braccia, come trionfatori e benvenuti, a Casini, Rutelli e Fini e ,magari, affidare loro le sorti di questa parte politica ?
Certo Casini, forse anche per la sua esperienza democristiana, non si è mai chiuso del tutto le porte di un possibile ritorno al centro-destra, ma, anche per lui, sarebbe una missione impossibile un’alleanza verso destra portandosi dietro Fini.
Abbiamo infatti l’impressione che il tempo dei tatticismi e delle furberie stia passando per tutti.
Lo schema sul quale si sta innestando la politica italiana dopo le ultime amministrative e i referendum, sembra riprodurre lo schema bipolare per un ultimo decisivo scontro tra le due principali alleanze politiche, anche se, ambedue gli schieramenti , presentano non pochi problemi di tenuta.
09/06/2011 [stampa]
Fini non vuole essere una costola della sinistra ma sarà solo una costola di Casini.
Sarebbe troppo facile esporre le contraddizioni di opinione di Fini sulle materie oggetto dei referendum.
Giustamente qualcuno ha rilevato che quando erano nel PDL Fini e i suoi approvarono tutte e quattro le leggi oggetto dei referendum.
Il terzo polo riunitosi il 6 giugno ha stabilito due no per l’acqua e libertà di voto per il nucleare e legittimo impedimento.
Quando si è riunito FLI il giorno dopo le divisioni sono state clamorose chi era per non votare, chi per i no e chi per tutti e quattro sì.
E’ emersa anche una confusione sulle linee strategiche , ad esempio se Fini diverrà il leader di FLI e si presenterà o meno candidato presidente.
In sostanza si è nella più totale confusione politica e mentale.
Fini ha tentato di riportare il discorso sulle prospettive dicendo, in sostanza, che oltre la fase di contestazione a Berlusconi, l’FLI non può essere una costola della sinistra, ma ritornare a rappresentare un movimento politico di destra.
Dopo aver votato nei ballottaggi di Napoli e Milano per i candidati dell’ultra sinistra non è facile ricercare la strada per fare un percorso di destra.
Per uscire da un impasse evidente della riunione Fini ha avuto un’idea : quella di riempire di contenuti la convention del terzo polo che si svolgerà a luglio.
Quali idee? Quelle di Granata e Bocchino o quelle di Urso ?
Chissà se Fini riuscirà farsi dare una mano dai suoi due intellettuali che, peraltro, hanno già marcato le distanze: Alessandro Campi e Sofia Ventura.
A parte il ricorso ai temi di programma e agli intellettuali più o meno disponibili e più o meno compatibili con l’intellighenzia casiniana ( Adornato, Buttiglione, Pezzotta ) è, soprattutto, evidente che Fini non ha più alcun potere di influire politicamente non solo sul centro destra, dove troverà sempre la strada sbarrata, ma anche nell’ambito del cosiddetto terzo polo dove è solo Casini a dirigere la musica.
Il destino di Fini è segnato : non vuole essere una costola della sinistra, ma si appresta a diventare una costola del bel torace di Casini.
20/05/2011 [stampa]
Responsabilità del terzo polo su una Milano affidata alla nuova sinistra.
Giustamente Ettore Maria Colombo su “ Il riformista” del 19 maggio,commentando il risultato del vertice tra Fini, Casini e Rutelli che si sono chiamati fuori dai ballottaggi di Milano e Napoli, rileva che “sostanzialmente,…, la decisione presa ieri … equivale nei fatti ad un sostanziale via libera , per quanto implicito possa essere, ai candidati della sinistra”.
L’obbiettivo del terzo polo che ha riportato risultati assai deludenti è quello di favorire l’esplosione delle difficoltà all’interno del centro destra che la vittoria al secondo turno di Milano potrebbe determinare.
L’affermazione del polo di sinistra e lo stabilizzarsi del rapporto con SEL e IDV (il PD a Napoli ha deciso di appoggiare De Magistris) pone il terzo polo , oggettivamente, nella impossibilità di aggregarsi a sinistra e, di conseguenza si farà del tutto per favorire una scomposizione politica nel centro destra.
Il passaggio decisivo, secondo le analisi terzopoliste, è nella sconfitta di Milano per Berlusconi.
Si affastellano già le ipotesi per un futuro che appare imminenti e realistico: spaccatura con la Lega, crisi di governo, richiesta di un governo presidenziale di larga convergenza, modifica della legge elettorale.
Secondo queste affabulazioni il futuro si apre su scenari ghiotti.
Tuttavia Bossi e Berlusconi sono stati sempre, in qualche modo, sottovalutati nella loro capacità politica.
Questi posseggono un elemento forte sul quale fissare il rampino per scalare le attuali e possibili difficoltà che si originerebbero per un risultato negativo di Milano.
La maggioranza parlamentare ragionevolmente resta coesa e la capacità di attrazione del terzo polo non esce accresciuta da questa tornata elettorale; al contrario la base parlamentare del centro destra difficilmente vedrà fughe verso elezioni anticipate che garantirebbero poche rielezioni.
Se così sarà, la maggioranza al governo deve avviare, nei due anni che restano, un significativo percorso di riforme , fino a mettere in campo quella fiscale attesa da cittadini e operatori il cui impedimento, a motivo della necessità di tener fermi i conti pubblici, è all’origine di molte disaffezioni, in primis di quella degli imprenditori.
Il tatticismo del terzo polo e di Casini in particolare rischia di favorire l’affermazione di un sindaco a Milano che aprirebbe uno spazio alla cultura sessantottina, minando il carattere non solo borghese della città, ma anche sotto il profilo dei contenuti e dei valori di ispirazione cattolica.
Anche in conseguenza di ciò, è ben evidente che le attese per l’avvicendamento della massima autorità della Chiesa in Città assumono connotati più precisi.
02/05/2011 [stampa]
SINDACATI DIVISI: bandiere Cisl bruciate, Uil fischiata, Ugl isolata.
Primo Maggio, festa dei lavoratori. Mai sindacati così divisi, tante polemiche, violenze e fischi. L’invocata unità sindacale, richiamata dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, non è neppure dietro l’angolo. E’ tornata ad essere una chimera, allontana da comportamenti, dichiarazioni, prese di posizioni, contrasti come quelli che hanno portato la Cgil a non firmare alcuni contratti o la riforma del sistema contrattuale o come i no della Fiom-Cgil sulle scelte per Mirafiori e Pomigliano d’Arco nella trattativa con la Fiat per gli investimenti del progetto “ Fabbrica Italia”.
Unità lontana anche per la nuova decisione della Cgil di proclamare per il 6 maggio un mezzo sciopero generale, al quale sono contrari gli altri sindacati.
Solo a Trapani i tre leader delle Confederazioni erano insieme ma non a Torino dove nella centrale piazza San Carlo sono state bruciate sul palco alcune bandiere della Cisl da parte di lavoratori dell’area antagonista che le avevano strappate ai lavoratori in corteo. Non a Milano dove sono stati fischiati Danilo Galvani della Cisl e Walter Galbusera della Uil da parte dei dipendenti della Scala e dove gruppi di lavoratori precari hanno bersagliato vetrine di banche e di agenzie immobiliari con lanci di vernice e danneggiato bancomat con iniezioni di acciao liquido. Festa separata e anticipata a Bologna( mai accaduto), niente corteo a Napoli per le divisioni tra le organizzazioni locali, affluenza al minimo al corteo di Firenze.
L’Ugl di Giovanni Centrella ( il segretario metalmeccanico) ha scelto Campobasso per rimarcare i problemi dei lavoratori del Mezzogiorno ed anche la difficile ed effimera colleganza con la Cgil,Cisl, Uil raggiunta con la gestione di Renata Polverini.
E’ proprio Susanna Camusso al termine della giornata di tensioni e divisioni ad ammettere “ insistiamo a dire che le differenze ci sono e non si superano facendo finta che non ci siano ma occorrono nuove regole che permettano ai lavoratori di decidere”. Tra le priorità non c’è solo l’unità sindacale risponde Raffaele Bonanni secondo il quale “ è il lavoro il cemento del nostro paese e finchè i lavoratori non avranno voce in capitolo ci sarà sempre un problema per la nostra democrazia. Ai governi, nazionale e regionale, non chiediamo solo di fare di più, di abbassare le tasse ai lavoratori e ai pensionati ma che si smetta di sperperare soldi senza alcun pudore rispetto allo stato in cui si trova l’Italia”. Anche per Luigi Angeletti della Uil il vero problema è affrontare i problemi dei lavoratori con la disoccupazione che è la vera emergenza. “ L’unità sindacale, ha aggiunto, è quella delle persone che lavorano e quindi occorre ritrovare non solo unità ma anche la capacità di individuare obiettivi comuni”.
Ma l’esempio che veniva dal “ Concertone” di Piazza San Giovanni, promosso dai sindacati come ogni anno e trasmesso dalla Rai, non era incoraggiante. Bandiere contro il nucleare, simboli della sinistra, balli sulle note di Bella ciao, l’inno nazionale “ Fratelli d’Italia” cantato in versione rock, satira bipartizan ( ma non troppo) del comico Marcorè.
In questo contesto anche bandiere e stendardi di Papa Wojtyla appena beatificato, portati dai giovani che avevano partecipato alla veglia e alla cerimonia a Circo Massimo.
27/04/2011 [stampa]
Elezioni di Milano: i guai del terzo polo.
Bene ha fatto Antonio Calitri su Italia Oggi del 26 aprile, a proposito delle elezioni amministrative di Milano, a ricordare quel confronto tra Rutelli e Fini del 1993, a Roma, sul quale irruppe Berlusconi tirando fuori dal “cono d’ombra” il leader dell’MSI.
Quel gesto del fondatore di Forza Italia contribuì moltissimo a costruire la logica del nuovo bipolarismo italiano, purtroppo, oggi, rimasto ancora incompiuto.
Fini ebbe un grande vantaggio dalla spinta bipolare, togliendolo dalle sabbie mobili di una marginalizzazione politica nella quale il sistema proporzionale lo aveva relegato.
Questa volta sono le elezioni di Milano a decidere le sorti del bipolarismo. Il terzo polo costruito grazie anche all’apporto, peraltro non valutato fino ad oggi, dei finiani, ma guidato da Casini, è alla prova elettorale.
Piero Bassetti sul Riformista del 26 aprile segnala le ambiguità e le divisioni di questo polo che non polarizza: “Il Terzo Polo a Milano, dovendo seguire gli amici di Casini che in parte optano per la Moratti, in parte non dicono chiaramente cosa fare , oppure gli amici di Fini e Rutelli che opterebbero per Pisapia, si propone come un ‘non soggetto politico’, anche per questo fermo nei sondaggi al 6-7 %”.
Peraltro, la spaccatura creatasi all’interno del FLI ( Bocchino, Granata e Briguglio per votare Pisapia al secondo turno, Urso per la Moratti) rivela la doppia difficoltà del partito di Fini e, di conseguenza di Casini.
La scelta di votare con la sinistra da parte del FLI , non solo rischierebbe di azzerare il consenso nei riguardi di questo partito, ma trascinerebbe il riottoso Casini ad una posizione di sinistra, quando questi non intende fare scelte definitive prima delle elezioni politiche generali.
Milano è una piazza troppo importante e indicativa per fare scelte avventate e sbagliate.
Fini cresciuto grazie al bipolarismo, ne subisce la ferrea logica ed un terzo polo senza una linea politica ed un forte consenso non è un soggetto politico.
13/04/2011 [stampa]
Attività edilizia con il "patentino". La Camera dei Deputati approva nuove norme per le imprese edili.
Il Parlamento ha deciso, con una maggioranza trasversale schiacciante, di regolare l’attività del costruttore edile.
A seguito di un complesso esame parlamentare la Camera dei Deputati ha approvato, infatti, con 437 voti favorevoli, 15 astenuti e un solo voto contrario, una proposta di legge sulla disciplina dell'attività edilizia, che ora è transitata presso l’altro ramo del Parlamento.
Quando questa proposta diventerà legge il mondo delle costruzioni edili, attualmente parzialmente regolamentato, sarà disciplinato da principi e da norme attuative contenute principalmente in un unico testo.
Il lavoro parlamentare che ha portato all’approvazione del testo si è svolto, in buona parte, presso un comitato ristretto, appositamente costituito, che ha provveduto ad unificare diverse proposte di legge presentate sia dalla maggioranza che dall'opposizione.
Il provvedimento in questione stabilisce, prima di tutto, che per svolgere l’attività di “costruttore edile”, che può essere esercitata in forma di impresa individuale, societaria o cooperativa, sarà necessaria l’iscrizione in una sezione speciale dell’edilizia, istituita ex novo, presso le camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura. Tale sezione sarà articolata in due subsezioni: una dedicata ai costruttori che svolgono interventi di costruzione, ristrutturazione, restauro, risanamento conservativo e manutenzione ordinaria, nonché interventi di lavori di completamento e di finitura e l’altra a quegli operatori che esercitano soltanto attività inerente ai lavori di completamento e di finitura.
Sono esclusi dall’applicazione di questa disciplina i costruttori che svolgono la propria attività nell’ambito della promozione e dello sviluppo di progetti immobiliari e del restauro, conservazione e manutenzione di beni culturali.
L’iscrizione alla sezione speciale, e la conseguente possibilità di poter esercitare la professione di costruttore edile, sarà subordinata al possesso di una serie di requisiti che dovranno essere verificati dalle camere di commercio al momento della richiesta dell’iscrizione stessa. Le camere di commercio, inoltre, saranno chiamate anche a controllare, mediante verifiche annuali, da effettuarsi anche a campione, la sussistenza di tali requisiti in capo ai costruttori edili iscritti. Per far fronte agli eventuali nuovi oneri introdotti dalla normativa le camere di commercio saranno autorizzate a chiedere il pagamento di quote agli iscritti.
I requisiti richiesti, che si vanno ad aggiungere a quelli previsti dalla normativa vigente in materia di qualificazione delle imprese e dei lavoratori autonomi, riguardano: la formazione, l’onorabilità, la moralità, l’idoneità professionale e la capacità organizzativa; essi sono richiesti per garantire la permanenza, nel mercato dell’edilizia, di imprese non improvvisate che realizzino lavori di qualità.
I requisiti di onorabilità attengono all’assenza di condanne penali definitive per reati contro la pubblica amministrazione, bancarotta, usura ed emissione di assegni a vuoto e condanne penali definitive che prevedano una pena detentiva superiore a due anni.
Il costruttore dovrà dimostrare, inoltre, di possedere i requisiti tecnici previsti al fine di comprovare la propria capacità organizzativa, cioè di possedere la disponibilità di attrezzature di lavoro e di mezzi d’opera conformi ai requisiti di sicurezza, adeguati in relazione all’attività da esercitare, per un valore di almeno 15.000 euro (a tale scopo sono prese in considerazioni anche le attrezzature possedute in leasing o a noleggio). Per l’iscrizione alla subsezione dedicata ai lavori di completamento e di finitura dovrà essere dimostrata, invece, la disponibilità di attrezzature di lavoro e di mezzi d’opera necessari all’esercizio dell’attività per un valore minimo di 7.500 euro.
Sul piano tecnico, il provvedimento prevede che la conduzione dell’azienda debba essere affidata a un responsabile interno all’azienda, quindi non a un consulente esterno, che può essere individuato alternativamente in uno dei seguenti soggetti: titolare, socio partecipante al lavoro, consigliere di amministrazione, familiare coadiuvante, dipendente, associato in partecipazione o addetto operante nell’impresa secondo le diverse tipologie contrattuali previste dalla legge.
Inoltre, si richiede che tale responsabile, con esclusione dei professionisti tecnici (ingegneri, architetti, periti e geometri) iscritti agli appositi Ordini e in attività da almeno due anni, dovrà frequentare un corso che va da un minimo di 40 ad un massimo di 250 ore e superare un apposito esame. La regolamentazione dei citati corsi avverrà su base regionale secondo programmi stabiliti con decreto ministeriale concertato con le regioni e sentite le organizzazioni di categoria maggiormente rappresentative a livello nazionale.
Il responsabile tecnico, inoltre, dovrà possedere alcuni requisiti morali che sono determinati dalla mancanza di condanne definitive per reati concernenti la violazione di norme in materia di lavoro, di previdenza e di prevenzione e sicurezza sui luoghi di lavoro e per alcuni tipi di reati in materia ambientale e paesaggistica e per quelli inerenti l’esecuzione di lavori in totale difformità o assenza del permesso per costruire o di lottizzazione abusiva.
La proposta legislativa prevede che le imprese operanti nel settore dell’edilizia alla data di entrata in vigore della legge in questione, regolarmente iscritte nel registro delle imprese o nell’albo delle imprese artigiane, possano continuare a svolgere la propria attività per un periodo di dodici mesi a condizione che comunichino alle camere di commercio il nominativo del responsabile tecnico.
Nell’ambito sanzionatorio, si introducono, in caso di violazione delle predette norme, alcune sanzioni amministrative nonché la sospensione dell’attività e la confisca delle attrezzature impiegate. Il testo dispone, infine, che il 50% delle entrate delle sanzioni dovrà essere destinato ai comuni per l'organizzazione dei controlli sull'attività edilizia, mentre la restante parte dovrà essere devoluta alle regioni per l'organizzazione e al funzionamento dei corsi di apprendimento.
07/04/2011 [stampa]
Processare Berlusconi con ogni mezzo, ma....
A volte sono i particolari nascosti nelle pieghe della storia a determinare gli eventi.
Questa volta dalle carte del processo a Berlusconi su Ruby è spuntata come la coda del diavolo la trascrizione di tre telefonate del premier.
Queste poche pagine di un fascicolo che ne conta ventimila possono cambiare il corso degli eventi.
Che l’obbiettivo di questo processo non sia quello di una sentenza giudiziaria, ma che – soprattutto per la sollecitazione mediatica – sia invece lo “sputtanamento” del Presidente del Consiglio è cosa ormai voluta ed acclarata.
Sappiamo che il premier è abile nel difendersi sotto il profilo dei contenuti di merito, ma conosciamo anche l’eccezionale capacità di Berlusconi di spostare sul piano mediatico l’attacco giudiziaria, fino a dimostrarsi vittima di una aggressione, con la conseguenza di creare un alone di simpatia e di difesa.
Anche se il tema è delicato e la sinistra gioca sulle corde del moralismo, lo scontro è tutto su i riflessi condizionati che si determineranno.
Da una parte l’ondata di fango mediatico sulle frequentazioni disinibite del Cavaliere, dall’altro la risposta mediatica all’attacco ed alla limitazione delle sue prerogative private, condotti con ogni mezzo.
La liceità dei mezzi messi in campo da Milano - già messa a dura prova dal controllo “cellulare” e non solo degli invitati ad Arcore - è cancellata con la trascrizione delle telefonate del premier , senza le necessarie, inderogabili, autorizzazioni.
Questo “errore” dei magistrati milanesi verrà mostrato come la “prova” della persecuzione e potrebbe far pendere dalla parte del Cavaliere l’esito della battaglia mediatica in corso.
09/03/2011 [stampa]
La "rottura" di Fini trascina al fallimento anche Bersani.
In genere il giudizio sulle capacità e lo spessore di un uomo politico non può essere immediato, nel senso che del tempo deve trascorrere per considerarne, complessivamente, il valore.
Gianfranco Fini ha vissuto nel MSI un lungo periodo privo di qualsiasi attitudine o gesto che gli desse un ruolo importante nella politica italiana.
Quando Silvio Berlusconi, contro tutto e contro tutti, si fece carico di inserire il futuro leader di AN nel suo progetto politico, lo pose nella condizione di assicurargli un ruolo importante nella politica nazionale.
Il 2010 verrà ricordato come un anno decisivo ; Berlusconi era reduce da successi importanti come il superamento della emergenza rifiuti in Campania, la risposta al terremoto de L’Aquila, la soluzione italiana per Alitalia, la sostanziale tenuta del sistema economico finanziario nella grande crisi del 2008. Obbiettivi importanti erano stati raggiunti nel campo degli ammortizzatori sociali e tali da ricevere l’appoggio dei sindacati CISL e UIL. Novità anche in campo fiscale come l’eliminazione dell’ICI sulla prima casa, premessa di un fisco più equo.
Il governo inoltre aveva approvato la legge delega ed avviato l’iter della riforma federale.
Questo positivo cammino del governo venne confermato dal grande successo elettorale alla Regionali, successo ascrivibile sopratutto alla capacità del Presidente del Consiglio di coagulare consenso anche in presenza di limiti organizzativi e politici del suo partito.
E’ a questo punto che iniziano i distinguo di Fini che non rientrano in una dialettica interna, ma vanno a costruire una sponda importante nei riguardi dell’opposizione.
E’ inutile elencare le “rotture” di Fini : dalle scelte etiche, al ruolo della magistratura, dalla cittadinanza alla famiglia. Linee politiche e contenuti che creavano un “ponte” con la sinistra, più che con lo stesso centro di Casini.
La polemica tra Fini e Berlusconi viene veicolata dai giornali che concorrono a fomentare un clima di grande scontro e Fini decide di dar vita ad una strategia nuova: la fondazione Futuro e libertà ispira una organizzazione territoriale autonoma e si ipotizza la formazione di un nuovo gruppo parlamentare avendo l’obbiettivo di condizionare, in sede parlamentare, il Presidente del Consiglio.
La rottura avviene perché Fini ha inteso mantenere il doppio ruolo di oppositore interno e di Presidente della Camera perché riteneva che quest’ultima lo aiutasse a sostenerne il peso politico che, altrimenti, nel mero ruolo di confronto interno, non avrebbe avuto sia lo spessore che la battaglia richiedeva, sia la sponda a sinistra.
E’evidente che questo doppio ruolo rendeva incompatibile la sua permanenza nel partito. Nella famosa direzione del 22 aprile Berlusconi esprime proprio questa posizione . Non c’è una “cacciata”, ma l’ intuizione politica di una oggettiva incompatibilità. Incompatibilità condivida dalla maggioranza degli opinionisti indipendenti.
Queste novità nel centro destra si verificano quando nel centro sinistra si era concluso da pochi mesi l’iter congressuale.
Il PD, mentre Berlusconi si rafforzava nel 2008-2009. eleggeva, alla fine dell’anno, Bersani segretario.
In fondo il PD compiva con Bersani una scelta riformista, sconfiggendo l’estremismo dei i due avversari : Franceschini che rappresentava l’ultimo anelito dei cattolici democratici e Marino che esprimeva una linea laicista, più ideologica di quella del segretario.
Il significato di questa scelta era la possibilità che si dava il PD di assumere una posizione di confronto e di proposta di progetti politici alternativi al centro destra, superando l’antiberlusconismo in quanto tale, fino ad arrivare all’idea di un accordo con il centro di Casini, in una possibile alleanza riformista, non estremista.
E’ a questo punto che irrompe sulla scena politica la strategia di Fini che spacca il PDL e, conti alla mano, crea le condizioni di far cadere il premier.
L’illusoria prospettiva di Fini, convince il debole Bersani che è giunto il momento finale del premier.
Il PD, con l’idea di una crisi di Berlusconi e della nascita di un “governo del Presidente”, abbandona la linea di un confronto di progetti politici e viene trascinato nel gorgo dell’obbiettivo della fine del governo, rispolverando tutto l’armamentario giustizialista che viene sollecitato anche dalle inchieste giudiziarie.
Su questa linea il PD, lasciata ogni resistenza, cade nelle braccia di Di Pietro e della pressione giudiziaria, mentre i mass media di sinistra gli impongono l’alleanza con Vendola.
Bersani tenta la quadratura del cerchio: salvare l’alleanza con Casini, “ma anche” quella con Di Pietro e Vendola, e lancia l’dea della “Santa alleanza”.
Questa posizione, solo apparentemente forte nei numeri, è priva di qualsiasi logica politica, mentre la spallata a Berlusconi non riesce e il premier riconquista i numeri necessari a governare.
Bersani, ormai spostato sulla linea giustizialista, non sarà in grado di realizzare l’alleanza con Casini e , di conseguenza crolla il disegno riformista che doveva contenere l’asse con l’UDC. Nonostante i problemi del PDL si accelera la crisi del PD e il bluff delle dieci milioni di firme non nasconde la realtà dell’esodo dei parlamentari.
Fini che ha portato Bersani ad abbandonare la sua strategia, unica possibile alternativa al centrodestra, sta diventando anche un alleato scomodo per Casini, poiché il suo antiberlusconismo crea una rottura incolmabile con il centrodestra e questo non piace al leader UDC che vuole rafforzare una posizione di centro e, comunque, mantenere sempre una doppia possibilità di alleanza.
Fini sollecitato da orgogliosa inettitudine è prigioniero di questa situazione, tanto è vero che le sue scelte di conferire i ruoli principali nel partito a Bocchino e Della Vedova rispondono a questa linea ostinata e pregiudiziale. “Findus”, congelato, lo ha definito lo stesso Urso che tenta, invano, di ricostruire un recinto di destra al partito.
Oggi Fini tenta di accreditarsi a destra come se ci potesse essere un centro destra non solo privo di Berlusconi, che prima o poi accadrà, ma contro Berlusconi, cioè contro le idee di riferimento e i contenuti riformatori della politica berlusconiana.
Ed è per questo errore strategico che Fini è destinato ad avere uno spazio politico offertogli solo dalla sinistra, una sorta di partito di azione, ma non di quel livello.
Granata definisce il nuovo partito “repubblicano, riformatore, moralizzatore”, ma la cui cultura è nichilista, libertaria e radical chic .
Non ci sarà bisogno di tempo per una valutazione politica su Gianfranco Fini: la sua presunzione, i suoi errori e le relative conseguenze sulla politica italiana ne definiscono, già ora, il giudizio.
28/02/2011 [stampa]
Soccorso rosso per Fini.
Mentre, come scrive il Foglio del 24 febbraio, “si consuma in silenzio la rivolta dei gentiluomini contro Fini”, a dimostrazione che la linea politica del Presidente della Camera si allontana definitivamente da quell’identità che la destra aveva tentato di mantenere e aggiornare, giunge in aiuto del Presidente della Camera la multiforme compagnia di genere del soccorso rosso.
Dopo la Annunziata che, con il suo solito acume, aveva anticipato tutti, giunge il clan giustizialista di Santoro, mentre l’ ”autorevole” Espresso segna la presa in carico del Presidente della Camera nell’ambito dell’antifascismo più ideologicamente impegnato.
E non finirà qui.
Accettando questo soccorso, Fini dimostra che la linea divulgata dai suoi parlamentari doc ( Bocchino, Briguglio, Granata ) di una possibile alleanza con la sinistra, di fronte ad una emergenza democratica, è la vera strada che FLI intende percorrere.
Ora questa scelta, dissimulata ma reale , promette di avere due conseguenze ineludibili.
Innanzitutto questa linea politica , sostenuta dal “ soccorso rosso “, costituisce una mazzata non digeribile per l’elettorato ex AN , con il risultato che anche l’aiuto mediatico verrà pagato a caro prezzo in termini elettorali e di consenso.
Sul piano politico, poi, questo stato di necessità che vede FLI con l 'unica possibilità di una alleanza pre elettorale o post elettorale con la sinistra, mette in difficoltà il leader del terzo polo Casini che ha sempre connotato la sua posizione su una autonomia strategica rispetto a scelte di destra o di sinistra.
Da buon democristiano Casini aborrisce di trovarsi in una condizione obbligata, cioè di avere una sola possibile scelta.
La linea di Fini finisce, quindi, per condizionarlo perché, anche nel dopo Berlusconi, sarà impossibile per il PDL prendere in considerazione una alleanza con un partito nel quale Fini abbia una parte importante.
Si leggono con riferimento a queste considerazioni le perplessità di Casini nei riguardi della costituzione di un unico gruppo al Senato, dove FLI non ha più i numeri. In particolare è significativo che siano stati proprio i senatori udc a respingere questa proposta.
Mentre scorre il tempo di questa legislatura, sembra sempre più evidente che la parabola dell’ex segretario di AN sia in discesa , mentre, proprio per questa oggettiva valutazione, ai suoi ultimi parlamentari, sulla base delle idee che sostengono, si prospetta la confluenza nell’UDC o in un gruppo di tipo azionista e giustizialista, ultima costola della sinistra.
28/02/2011 [stampa]
Ripetuto il malvezzo delle milleproroghe.
E’ il momento di avere più coraggio nelle riforme. Il governatore della Banca d’Italia Mario Draghi continua a ripeterlo ad ogni occasione. L’ultima l’annuale assemblea dei tesorieri del Forex. La necessità è quella di risvegliare l’economia perché la crescita stenta da quindi anni.
Il sistema italiano ha superato indenne la prima fase della crisi ma ora risente degli effetti della recessione. Preoccupa inoltre lo scenario d’incertezza dominato anche dalle rivolte del Nord Africa. Un aumento del 20 per cento del prezzo del petrolio determina una minor crescita del prodotto interno lordo di mezzo punto nell’arco di tre anni. Un dato allarmante se si considera che le previsioni attribuiscono all’Italia una crescita dell’1 per cento. L’altro aspetto che evidenzia lo stato di malessere è il dato della disoccupazione giovanile che sfiora il 30 per cento e con salari d’ingresso fermi da dieci anni.
Il nuovo richiamo del Governatore arriva mentre veniva pubblicata dalla Gazzetta Ufficiale il contestato decreto “ Milleproroghe”, accompagnato da due lettere del Quirinale sull’impegno della non emendabilità dei Decreti- legge come fonte normativa straordinaria ed eccezionale come prescrive la Costituzione.
Il “ milleproroghe” è andato nel tempo trasformandosi in una quasi seconda Finanziaria. Nel documento approvato sia dalla camera che dal Senato e promulgato da Napoletano sono previsti una ventina di provvedimenti che vanno dalla proroga per il blocco degli sfratti e la stretta sulle case fantasma all’euro in più per il cinema, dal bonus sulle perdite per i crediti in banca, al foglio rosa anche per motorini e minicar, dalle norme sulla protezione civile alla sanatoria per i manifesti elettorali abusivi, dal ritorno della social card ( carta acquisti alimentari e pagamento delle bollette) per i più bisognosi all’allungamento dei tempi per pagare le quote latte.
Il “milleproroghe” è un grosso contenitore in cui dentro c’è di tutto.
25/02/2011 [stampa]
Soccorso rosso per Fini.
Mentre, come scrive il Foglio del 24 febbraio, “si consuma in silenzio la rivolta dei gentiluomini contro Fini”, a dimostrazione che la linea politica del Presidente della Camera si allontana definitivamente da quell’identità che la destra aveva tentato di mantenere e aggiornare, giunge in aiuto del Presidente della Camera la multiforme compagnia di genere del soccorso rosso.
Dopo la Annunziata che, con il suo solito acume, aveva anticipato tutti, giunge il clan giustizialista di Santoro, si annuncia l’arrivo a Ballarò, mentre l’ ”autorevole” Espresso segna la presa in carico del Presidente della Camera nell’ambito dell’antifascismo più ideologicamente impegnato.
E non finirà qui.
Accettando questo soccorso, Fini dimostra che la linea divulgata dai suoi parlamentari doc ( Bocchino, Briguglio, Granata ) di una possibile alleanza con la sinistra, di fronte ad una emergenza democratica, è la vera strada che FLI intende percorrere.
Nonostante le strumentali dichiarazioni di voler rifondare la destra,infatti, i contenuti più rilevanti e i riflessi politici di ogni presa di posizione finiana rientrano oggettivamente nel quadro strategico politico della sinistra. E non è un caso che la sinistra così attenta alle regole istituzionali non provi alcun imbarazzo per l’azione debordante del Presidente della Camera.
Non solo è impossibile una ricomposizione del rapporto di Fini con il centro destra nel tempo di questa legislatura e alle prossime elezioni non è pensabile un accordo elettorale o successivo a queste .
Ora questa scelta, dissimulata ma reale , promette di avere due conseguenze ineludibili.
In questa quadro , già il sostegno del “ soccorso rosso “, costituisce una ulteriore mazzata non digeribile per l’elettorato ex AN , con il risultato che anche l’aiuto mediatico verrà pagato a caro prezzo in termini elettorali e di consenso.
Sul piano politico, poi, questo stato di necessità che vede FLI con l 'unica possibilità di una alleanza pre elettorale o post elettorale con la sinistra, mette in difficoltà il leader del terzo polo Casini che ha sempre connotato la sua posizione su una autonomia strategica rispetto a scelte di destra o di sinistra.
Da buon democristiano Casini aborrisce di trovarsi in una condizione obbligata, cioè di avere una sola possibile scelta.
La linea di Fini finisce, quindi, per condizionarlo perché, anche nel dopo Berlusconi, sarà impossibile per il PDL prendere in considerazione una alleanza con un partito nel quale Fini abbia una parte importante.
Si leggono con riferimento a queste considerazioni le perplessità di Casini nei riguardi della costituzione di un unico gruppo al Senato, dove FLI non ha più i numeri. In particolare è significativo che siano stati proprio i senatori udc a respingere questa proposta.
Mentre scorre il tempo di questa legislatura, sembra sempre più evidente che la parabola dell’ex segretario di AN sia in discesa , mentre, proprio per questa oggettiva valutazione, ai suoi ultimi parlamentari, sulla base delle idee che sostengono, si prospetta, nella migliore delle ipotesi la confluenza nell’UDC o, per i più radicali, la ridotta in un gruppo di tipo azionista e giustizialista, con la destinazione finale di essere un’ ultima costola della sinistra.
21/02/2011 [stampa]
"Marco's version".
Marco Follini ha un dono. Quello di parlare a se stesso, senza porsi il problema di chi lo ascolti.
Non ha amicizie che durino a lungo, né luoghi dove si trovi a suo agio.
Casini, mentre era Presidente della Camera lo fece Segretario dell’UDC e poi lo buttò via. Il PD lo accolse a braccia aperte e lo mise in frigorifero.
Tenta di imitare i ragionamenti di Aldo Moro e per questo usa un linguaggio antico, quello della prima Repubblica, ma di quella stagione politica adopera solo le parole della decadenza.
Quanto era anche vice presidente del consiglio reintrodusse il concetto della discontinuità, lasciando allibito il Cavaliere. Senza il contesto della “repubblica dei partiti” quella parola non aveva senso e nessuno lo capì
Ha una rubrica settimanale fissa su “il riformista”, un po’ come la “Andrea’s Version” de Il foglio, una “Marco’s Version”.
E’ il tipo classico, vezzeggiato dai giornali dei poteri forti e, cioè, un “politico” che non ha consenso e non conta nulla. Ma questo non lo preoccupa.
Nell’intervista al Corriere della Sera del 18 febbraio ricambia la cortesia proponendo quel galantuomo di Mario Monti come premier di una coalizione tra PD e Terzo Polo.
Conoscendo come sono fatti i democristiani che perdonano, ma non dimenticano, ci assale un dubbio.
Certo, Marco Follini, politico che non conta, con questa intervista ribadisce che la politica non deve contare e che il premier deve essere preso in prestito dall’economia, ma lancia anche uno spillo avvelenato al suo ex amico Pierferdinando che D’Alema ha indicato come possibile candidato premier di una alleanza tra terzo polo e sinistra.
15/02/2011 [stampa]
No a Minetti, No a Binetti.
La manifestazione di orgoglio femminista di domenica 23 ripropone, in una modalità più folkloristica, la piazza sessantottina.
Una piazza, però, questa volta, come ha detto Giuliano Ferrara, “neopuritana”.
Ma non cambia nulla.
E come in tutti i richiami a formare un'unica forza, alle attiviste di sinistra anche estrema si sono unite anche le donne “cattoliche” del PD e dell’UDC che dovrebbero avere ben altri valori rispetto a quelli del femminismo militante.
Il vero intento della manifestazione era chiaro: formare un fronte antiberlusconiano sui “diritti delle donne”, mettendosi insieme e cancellando le differenze; un po’ come l’accordo di tutte le forze politiche, un nuovo CLN, contro l’emergenza del “nuovo fascismo” di Berlusconi.
Così come con un certo antifascismo comunisti e democratici, atei e cattolici dovevano stare insieme, così il femminismo e la sua ideologia abortista ha sfilato a braccetto con chi rifiuta tutto questo.
Paola Binetti ha partecipato a Roma alla manifestazione di domenica.
Racconta Mario Aiello su Il Messaggero che accanto alle “sboccate” che gridavano “Berlusconi, vieni qui pure tu , è pieno di figa”, c’erano le “super-laiche” che scandivano: “No a Minetti, no a Binetti”.
Perché, in una domenica di febbraio a Roma, cancellare una grande e nobile diversità e farsi strillare nelle orecchie un idiota slogan laicista?
11/02/2011 [stampa]
Congresso FLI: nasce un partito plurale, non di destra.
Il congresso fondativo di Futuro e Libertà non nasce con una idea fondante, ma con diverse ipotesi di contenuti e di strategia politica.
E’ quantomai inusuale che nel momento della nascita di un partito ci si presenti già con tre distinte mozioni.
E’ evidente che, se anche queste dovessero essere ritirate , sul piano delle strategie politiche, siamo in presenza in FLI di differenti opzioni tra chi accetterebbe una alleanza con la sinistra, come hanno esplicitamente dichiarato Granata, Bocchino e Briguglio, chi ritiene di ancorarsi ad una alleanza di centro con una autonomia per le liste della Camera (Della Vedova e Consolo ) e chi ritiene che si debba operare per una nuova destra, senza tentazioni centriste o di alleanze a sinistra ( Ronchi e La Morte).
Queste diverse opzioni politiche riflettono diverse sensibilità culturali.
Le posizioni di destra dentro FLI si stanno spegnendo anche se gli intellettuali più impegnati e coerenti sono coloro che sostengono la vocazione a destra del nuovo partito come Sofia Ventura e Alessandro Campi. La loro è anche una posizione che conferma il sistema politico bipolare, mentre si mantiene coerente con le idee presidenzialiste.
Su queste posizioni ritroviamo un filo ideale che aveva avuto spazio parziale nel MSI, sostenuto fortemente da Giano Accame, anche con la sua adesione a Nuova Repubblica di Pacciardi, attraverso l’esperienza di Democrazia Nazionale, fino alle simpatie filo craxiane di una parte di questa destra.
Sono note le polemiche di Sofia Ventura, duramente redarguita dal Secolo e l’intenzione di non partecipare al congresso di Alessandro Campi. Sembra proprio che agli ultimi intellettuali di destra sia inibita ormai la presenza nel FLI.
Le posizioni schierate sulla possibilità di una alleanza a sinistra derivano da un insieme culturale e politico che trova alimento sulle pagine del Secolo, il cui direttore esalta il ’68, e con esponenti che sviluppano una lettura a senso unico delle idee di Pino Rauti negli aspetti “rivoluzionari” (esaltazione del futurismo – simpatie per la cultura radicale e filo giacobina), anche se questa alleanza a sinistra rappresenterebbe la forma di conservazione più esplicita del “politicamente corretto” radical chic.
La linea “centrista” è quella che intende rifarsi ad una tradizione che non appartiene alla destra, bensì a quella democratico cristiana del Partito popolare europeo. Questa si scontrerebbe con le posizioni giacobine e laiciste dello stesso Fini e finirebbe certamente per essere assorbita dall’UDC, anche se questo partito non possiede forti categorie culturali, che risultano soverchiate dal suo spregiudicato tatticismo politico.
Un ultima considerazione : la cancellazione del nome di Fini significa da un lato un suo ulteriore sforzo per rimanere nella carica di Presidente della Camera, ma anche, per FLI rassegnarsi ad accettare la candidatura di Casini alla leadership del terzo polo, fatto che avrà le sue conseguenze sulla tenuta elettorale del nuovo partito..
26/01/2011 [stampa]
Luciano Lanna sul secolo si inginocchia a Scalfari.
Luciano Lanna sul Secolo del 25 gennaio tenta di disegnare un grande affresco, una cornice nella quale collocare la politica italiana e le sue prospettive.
Riprende l’affabulazione di Veltroni che nel recente discorso al Lingotto ha detto “dobbiamo uscire dal novecento”, intendendo che questo è stato il secolo delle contrapposizioni, delle lotte e delle divisioni che caratterizzerebbero ancora la politica di oggi in Italia.
E’ innanzitutto assai riduttivo vedere nel secolo trascorso la sola contrapposizione.
Il novecento è stato qualcosa di più: ha visto l’assunzione al potere dell’ideologia comunista ed il contrapporsi del totalitarismo di destra, con il pericolo della scomparsa della democrazia in Europa.
La grande guerra civile europea che si combattè con i due conflitti mondiali, proseguì in Italia, prima con le uccisioni e le vendette all’indomani del 25 aprile, poi, nell’ambito politico, con una conflittualità non paragonabile con le altre democrazie europee.
Nel dopoguerra la contrapposizione era tale che spinse Pio XII e i Comitati Civici a votare per la sola DC e , come ha scritto Baget-Bozzo “la maggioranza parlamentare democristiana sarebbe stata una garanzia di stabilità per il Paese negli anni duri dello stalinismo e della guerra fredda”.
Lanna polemizza con gli estensori PDL della recente lettera che ricorda il valore storico del 18 aprile del ’48, per sostenere che questi sarebbero sostenitori “di un mondo ormai scomparso e archiviato con tutte le lacerazioni del secolo scorso”.
Al Secolo sfugge il senso più profondo di quella contrapposizione e cioè il forte ruolo dei cattolici per la difesa di una democrazia che non si risolveva nel mero parlamentarismo, ma in una condizione della società che mantenesse vivi i valori naturali che la sinistra, abbandonati i contenuti del leninismo, e sempre più imbevuta di laicismo, intendeva cambiare e sradicare completamente.
Questa operazione, solo in parte riuscita, è stata la linea politica del radicalismo e dello scalfarismo, volta non tanto e solo a distruggere la DC e i partiti moderati, ma a cancellare la presenza cattolica.
I radicali italiani hanno sempre rimproverato coloro che nel tempo osavano prendere atto di questa realtà del nostro Paese. Togliatti e Craxi, personalità di grande livello soprattutto di fronte ai personaggi della sinistra di oggi, disobbedirono al diktat radicale che voleva impedire la riconferma dei Patti Lateranensi e del ruolo della Chiesa in Italia.
Ora è evidente che la lunga linea grigia del radicalismo, per le caratteristiche culturali del PCI sin dall’influenza gramsciana, ha finito per entrare nella sinistra, fino ad annullare tutti quei contenuti che si potevano esprimere nella socialdemocrazia, cioè in una sintesi tra socialismo ed umanesimo non antitradizionalista, cioè non anticattolico.
E’ questo il significato della guerra a Craxi, ispirata da Repubblica al PCI, fino alla sua eliminazione fisica.
E’ questa la guerra civile che si combatte ancora nel nostro Paese, una contrapposizione che oggi, non può trovare una composizione se non quella che rientra nell’orizzonte laicista.
A destra solo un fine intellettuale come Giano Accame comprese il senso della presenza radicale nello schieramento politico italiano e ne analizzò i riferimenti storici ed economico finanziari. Il Secolo non capisce che l’appoggio di Repubblica e Scalfari a Veltroni significa la ripresa della battaglia laicista. Ma questa insipienza è anche la dimostrazione che il fumo del laicismo è ampiamente penetrato all’interno dei finiani.
Non a caso l’articolo di Lanna finisce per condividere la teorizzazione dell’alleanza del Terzo Polo con la sinistra, magari sotto forma di “un governo di unità nazionale”, mentre le spericolate esaltazioni del “metodo Ciampi” e del “sogno” di Scalfari segnano l’inginocchiarsi di questa pseudo destra di fronte agli idoli radicali.
Altro che novità, l’esplorazione a cui Lanna si riferisce citando da Veltroni, Mark Twain, la porterà ad entrare nei palazzi e a porsi al servizio di quel potere che intende sottomettere la politica ai suoi obbiettivi.
13/01/2011 [stampa]
Tra Fini e Casini.
Nonostante tutti i tentativi di minimizzare la sconfitta, Gianfranco Fini va accorgendosi ogni giorno che il voto del 14 dicembre è stato l’esito di uno scontro finale tra lui e Berlusconi che il premier ha vinto, senza possibilità di recupero.
Il “salvataggio” che Casini ha posto in atto, accettando la costituzione del Terzo Polo, ha un prezzo molto alto per il Presidente della Camera, cioè il riconoscimento della leadership all’esponente centrista.
Paradossalmente gli unici a sostenere un “futuro” per l’ex leader di AN sono le sinistre, tanto è vero che Repubblica ha ospitato, con grande rilievo, l’intervista che aveva l’ unico scopo di tentare di dimostrare che non sarebbe solo Casini a dettare la linea del nuovo polo.
Fini dovrebbe tenere a mente che nella DC la logica politica spingeva a non effettuare scelte immediate e, spesso, azzardate, ma il vero sviluppo della strategia politica lo si deduceva dopo un po’ di tempo. Qualcuno, brutalmente, aveva sintetizzato l’aspetto dell’esito ultimo dello scontro con il motto che “la vendetta va servita fredda”.
Casini ha ricordato a Fini l’estromissione dall’accordo elettorale del 2008 che, a ragione, Casini aveva imputato, soprattutto, al segretario di AN.
I democristiani non parlano mai a caso e ricordare quell’episodio significa solo che Casini avverte Fini che, sì, lo ha accolto dandogli rifugio politico, ma la strategia di questo attuale raggruppamento la decide lui , perché il Presidente della Camera sull’elaborazione delle strategie ha dimostrato di essere incapace ed inaffidabile.
Fini subisce il riavvicinamento tattico di Casini a Berlusconi, portato avanti, presumibilmente, con l’obbiettivo di rinviare le elezioni e con la speranza e, forse, l’illusione di un logoramento del Presidente del Consiglio. Ma non ha altra scelta.
Il riconoscimento della leadership di Casini ha già un costo politico ed elettorale per Futuro e Libertà; tuttavia se volesse spostarsi più a sinistra pagherebbe un prezzo ancora più alto.
Casini, invece, riesce a coniugare il suo interesse immediato a non andare ad elezioni, a quello più a medio termine che punta sul logoramento del premier, ma ha ben presente che sul piano strategico il suo spazio vitale elettorale è a destra e, quindi , questo riavvicinamento serve anche a questa esigenza. Tanto è vero che ha ridotto anche i toni polemici nei riguardi della Lega, fino a far intravedere un possibile via libera al federalismo.
La dura competizione all’interno del terzo polo, richiamata anche da autorevoli quotidiani, ha una condizione di partenza pressocchè irreversibile, che vede Fini e Rutelli come due ”loser”, perdenti, e Casini, invece, che è riuscito a sopravvivere, dopo essere stato messo al bando nel 2008, porsi oltre che come ago della bilancia, come leader responsabile e “pacifista”.
04/01/2011 [stampa]
Accordo per Mirafiori più produttività e più soldi.
L’intesa raggiunta per Mirafiori dalla Fiat e quattro dei cinque sindacati ( hanno firmato la Fim-Cisl, la Uilm, l’Uglm, la Fismic ma non la Fiom-Cgil) apre le porte al completamento dell’operazione “ Fabbrica Italia” messa in campo dall’amministrazione delegato Sergio Marchionne e che prevede a regime un investimento di 20 miliardi di euro, una ristrutturazione degli stabilimenti Fiat, nuova organizzazione del lavoro, più salario in busta paga sia attraverso straordinari e notturni che a seguito della detassazione di questa parte della retribuzione decisa dal governo ( 10 per cento invece dell’attuale 23%).
L’intesa, come avvenuto per Pomigliano d’Arco, sarà sottoposta a referendum tra i lavoratori( tra il 18 e il 20 gennaio), i quali in attesa che gli impianti siano in grado di produrre la nuova berlina e i Suv con marchio Alfa e Jepp Chrysler subiranno le restrizioni previste dalla cassa integrazione. Inizia una nuova fase delle relazioni industriali con la produzione del settore che resta in Italia, con Mirafiori di nuovo leader, senza toccare i diritti dei lavoratori anche se la Fiom parla di “ firma vergognosa”, coerente con la sua posizione ideologica basata sulla lotta di classe. Rimasto l’unico sindacato a dire sempre no.
Anche il neosegretario della Cgil Susanna Camusso scarica la sua rabbia contro Marchionne giudicato “ autoritario, antidemocratico e illiberale” e non risparmia critiche alla Cisl e Uil considerati “ sindacati aziendalisti Fiat”.
La Fiat è sempre stata una delle chiavi del mutamento di fase delle relazioni sindacali ora nel senso della tempesta ( 1956, 59, 62, 69), ora in quello della bonaccia( 1981), ora in quello più sereno dopo il 1994-2004. “ Questa volta, scrive Raffaele Bonanni nel libro “ il tempo della semina”dopo la grande crisi dell’autunno 2008 “ la partita ha minori valenze politiche complessive e più dimensioni aziendal-industriali. E’ cioè diventata un terreno interessante per sperimentare una linea cooperativa e di sviluppo nei modi che più corrispondono alla logica di contrattazione aziendale, cioè allo scambio tra prospettive per i lavoratori e chance per l’impresa”.
Nonostante qualche critica su alcune scelte e una certa preminenza in Confindustria ( da Giovanni Agnelli a Luca Corsero di Montezemolo) la Fiat con gli stabilimenti di Mirafiori, Melfi, Cassino, Val di Sangro, Termoli, Somigliano d’Arco, Pratola, Grottaminarda ha favorito l’industrializzazione di una parte del paese ,aiutandolo a superare alcune arretratezze storiche. Restano aperti alcuni nodi: il principale dei quali la chiusura dello stabilimento siciliano di termini Imerese.
I rischi s’intrecciano con le opportunità.
Per un sindacalismo che tutela i lavoratori l’obiettivo era quello di concentrarsi sulle priorità:che la Fiat cioè realizzasse l’investimento progettato e che questo produca tutti gli effetti di sviluppo che sono programmati in difesa non solo dell’espansione della produzione ma anche per la difesa dell’occupazione e il miglioramento delle buste paga degli operai, tecnici e amministrativi.
E’ stato questo l’obiettivo dei sindacati tedeschi con l’accordo alla Volkspawen in Germania e statunitensi con l’intesa e il rilancio della Chrysler a Detroit.
20/12/2010 [stampa]
Il terzo polo e l'illusione di Casini.
La freccia più velenosa inaspettatamente, la lancia il Corriere della Sera del 17 dicembre con la vignetta di Giannelli, in prima pagina, nella quale sono raffigurati i tre re magi fermi ad un bivio, il primo dei tre (Casini, gli altri, Fini e Rutelli seguono ) chiede ad un pastore : “Buonomo, a destra o a sinistra per la mangiatoia ? “
L’affondo più pesante l’aveva portato il direttore dell’Avvenire che aveva scritto il giorno prima “ non c’è bisogno di un terzo pasticcio”, ribadendo tutte le perplessità sulle posizioni di Gianfranco Fini.
Gli inviti più autorevoli erano stati espressi dai cardinali Bagnasco e Bertone con l’elogio della stabilità e l’invito al dialogo.
Le perplessità più esplicite sono arrivate, significativamente,da Paola Binetti e Enzo Carra che hanno rimarcato, sui temi etici, la netta divergenza rispetto ai futuristi.
Anche il politologo Alessandro Campi, direttore scientifico di Fare Futuro ha parlato di “un progetto piuttosto evanescente, una sommatoria di forze politiche che possono diventare elemento di disturbo in caso di competizione elettorale, ma, per il resto, non c’è una leadership, non c’è un programma, un disegno complessivo”
Per contro: gli elogi vengono solo da una parte del PD , una forza politica devastata dalle divisioni ed ancor più dalla evanescenza del suo progetto politico che si aggrappa ad un terzo polo per costruire una sommatoria impossibile e, palesemente, poco appetibile per gli elettori italiani. Lo scomposto plauso del neomontezemoliano Bettini ha il triste suono della campana a morto.
L’operazione terzo polo nasce con tutte le caratteristiche di una iniziativa priva di una visione e di una strategia complessive, di un sufficiente amalgama culturale e politico, di una prospettiva operativa stabile, e sin dai primi passi emergono le divergenze.
E’ dettata unicamente da una esigenza di autodifesa dopo la netta sconfitta numerica e politica di Gianfranco Fini e il tatticismo fine a se stesso di Casini che comincia ad irritare lo stesso PD.
Anche l’operazione terzo polo contiene il limite, già sperimentato a sinistra con l’esito fallimentare di Prodi, dell’antiberlusconismo come amalgama di una alleanza tra soggetti diversi, anche se ugualmente opachi nelle prospettive politiche e programmatiche.
Ancora una volta si è dimostrato e si dimostrerà che con l’antiberlusconismo non si va da nessuna parte, anche se, invece di trenta deputati, se ne hanno cento.
Il voto del 14 dicembre ha dimostrato che un governo di ribaltone non è fattibile e che la prospettiva o è quella della governabilità o delle elezioni anticipate. Questo il clamoroso risultato politico della fiducia, anche limitata, ottenuta da Berlusconi, contro tutto e contro tutti.
Pur nelle sue contraddizioni, il Premier aveva fatto alcune aperture sulla possibilità di rivedere il programma, su una modifica della legge elettorale, fermo restando il bipolarismo e su un possibile passaggio di dimissioni e riconsegna dell’incarico concordato con le forze politiche e il Presidente della Repubblica.
Sulla base di questa disponibilità ci si aspettava che, quantomeno, si aprisse una fase di confronto e di verifica e che l’UDC indicasse pubblicamente i punti irrinunciabili sui quali costruire una possibile nuova fase di governo.
La ostinazione con la quale Casini continua a muoversi su di un terreno tattico, senza tener conto di quanto significativamente si muove intorno a lui, definisce anche la consistenza del personaggio che primeggia per abilità rispetto agli sconfitti Fini e Rutelli, ma che, basando il suo progetto politico sull’idea che il Premier sia finito – e non è la prima volta – si muove in uno schema politico, angusto, animato dalla sola idea di sostituirlo.
La politica di Casini è la forma decadente della politica di palazzo dorotea che, tuttavia, si muoveva in un quadro interno ed internazionale certo e stabilito dal sistema dei rapporti della democrazia parlamentare imperniata sui partiti.
Da allora è cambiato il quadro internazionale, il sistema parlamentare è stato sostanzialmente modificato, i partiti hanno perso l’esclusiva della raccolta del consenso e espressione del governo, la classe politica non ha solo una legittimazione di partito, i poteri economici e mediatici sono cresciuti e condizionano le scelte della politica, il leaderismo si è aggiunto nel sistema istituzionale a tutti i livelli ed appartiene ormai al sentire dell’elettorato che sceglie anche in base al leader, al programma, alle coalizioni che si definiscono prima del voto.
Casini guarda con nostalgia alla prima repubblica, ma non comprende che è velleitario pensare di riuscire nel tempo di oggi a realizzare governi di coalizione espressioni di alleanze parlamentari.
Come fa a pensare di avere successo là dove fallirono anche i “grandi” di allora ?
23/11/2010 [stampa]
Berlusconi resiste, Casini si smarca e torna in campo la "soluzione giudiziaria".
Il discorso del leader dell’UDC Casini all’assemblea del partito a Milano sembra, a taluni osservatori, aprire alla possibilità di “un tavolo con il PDL”e, secondo gli stessi, farebbe pensare ad una riapertura verso il centrodestra.
Ora, questa interpretazione appare piuttosto incauta in quanto non tiene nel dovuto conto il fatto che Casini, al momento, si muove solo in un ambito di tattica politica. Or con l’uno (nella settimana aveva aperto ad un accordo con il PD alla presentazione del libro di Merlo su “Il Centro e il PD” ) or con l’altro polo.
Questo pendolarismo tattico è assolutamente essenziale per l’UDC, in quanto stante il fatto che il suo consenso rimane a fatica intorno al 6 per cento, la sola speranza è quella di una modifica del sistema bipolare , attraverso una riforma della legge elettorale che, di fatto, reintroduca un proporzionalismo nel quale far valere la sua seppur esigua quota politica.
Come al solito il leader udc, comprendendo prima degli altri dove soffia il vento politico, ha preso atto che la solidità di Berlusconi al Senato impedisce di arrivare a formare un governo “tecnico” o di “responsabilità nazionale” e ritiene che la linea da assumere sia quella di evitare le elezioni e di mantenere in vita, condizionandola, l’attuale compagine governativa , presidente del consiglio compreso, per arrivare ad un indebolimento della figura del premier che resterebbe alla guida, di una maggioranza comunque destinata a logorarsi nel “pantano” dell’attività parlamentare, con margini troppo esigui per fare le riforme.
In sintesi, Casini pensa, in attesa che si creino le condizioni per l’approvazione di una nuova legge elettorale, di sfiancare l’immagine del premier. Nel frattempo vuole evitare le elezioni non solo perché non c’è una diversa legge elettorale, ma anche perché non ritiene di doversi affidare ad una alleanza di centro nella quale Fini avrebbe un ruolo determinante.
Del resto l’intervento di Casini contiene anche un’altra finalità, in risposta a Fini. Se si dovesse arrivare ad un accordo di centrodestra il giovane “vecchio” leader ex dc tratterebbe per conto suo, senza la mediazione del Presidente della Camera. E’ un antico, ma sempre valido, modo di ragionare, quello che non ritiene di far lucrare il mediatore, quando si possono stabilire rapporti diretti.
Questo smarcarsi del leader dell’UDC da Fini , risente, probabilmente, anche delle esplicite perplessità del mondo cattolico nei riguardi dei finiani che Casini non può far finta di non capire, anche perché l’assemblea dell’UDC di Milano era stata preceduta dalla riunione, alla quale aveva partecipato il cardinale Bagnasco, dell’intergruppo sulla sussidiarieta il cui Presidente è l’on. Maurizio Lupi del PDL vice presidente della Camera.
Ora, questo ipertatticismo di Casini, mentre mostra una certa abilità manovriera, porta ad un sempre più visibile logoramento, dimostrato dal fatto che, nonostante le difficoltà di PDL e PD, il centro di Casini non cresce nei consensi e rimane fisso al sei per cento o giù di lì, e questo perché, oggi, l’elettore più che ai posizionamenti tattici è interessato alle finalità programmatiche e di accordo delle forze politiche.
Resta poi, pesante come un macigno, la questione dello scarso spessore riformatore dell’UDC. L’opposizione al federalismo impedisce che si possa giungere ad un accordo con la Lega , anche perché Casini si rifiuta di tentare una possibile mediazione su questo tema che pur appartiene al patrimonio storico, ideale e programmatico dei cattolici, ad esempio, suggerendo quel fondo di solidarietà che potrebbe permettere, in tempi limitati e con percorsi virtuosi anche alle regioni più in difficoltà, di arrivare ai cosiddetti costi standard.
Anche sui temi costituzionali ( rafforzamento del governo ed elezione diretta del premier ) e della giustizia (divisione delle carriere e riforma del CSM ), l’UDC si mostra più conservatore che riformatore, mentre il PDL, pur tra difficoltà e ritardi, tenta una politica di cambiamento.
Per concludere: la traiettoria dei finiani, sostenuti a sinistra, ma destinati all’isolamento, il debole tatticismo dell’UDC, le divisioni e la mancanza di identità del PD, le intemerate di Di Pietro e l’impossibile alternativa di Vendola, dimostrano che, nonostante le enormi difficoltà del PDL, non sembrano maturi i tempi per una alternativa a Berlusconi.
La situazione potrebbe comportare il ritorno dell’ipotesi giudiziaria come soluzione politica. La sinistra e gli editori-partito sono pronti a riproporla : all’orizzonte c’è la decisione della Consulta e gli inevitabili strascichi dei processi Dell’Utri e Mills.
Questa opzione presenta un connotato di rischio per il sistema politico e per le reazioni dell’elettorato.
Non sarebbe da augurare alla democrazia italiana.
09/11/2010 [stampa]
Fini in Umbria: un goffo ritorno alla prima repubblica.
Nella retorica di una manifestazione che il “perfido” Sallusti definisce affollata “come una partita di serie B”, Bocchino ha indicato in Fini il leader della terza Repubblica.
I toni del discorso, il palese leaderismo evidenziato anche nel simbolo dell’ FLI, una ricerca del nuovo di sapore berlusconiano hanno fatto da mera cornice ad una operazione in puro stile prima Repubblica.
Si annuncia l’uscita da una coalizione e si chiede di formare un nuovo governo inserendo anche un altro partito, in questo caso l’UDC.
Per questa prospettiva si chiedono le dimissioni del Presidente del Consiglio in carica e che ha avuto la fiducia del Parlamento su cinque rilevanti punti programmatici appena quindici giorni fa’.
Poichè non è dato di sapere se Casini sia disposto ad accordarsi su un allargamento della maggioranza attuale, - anche in considerazione del fatto che l’UDC è all’opposizione, come ribadisce sempre il suo leader, per scelta propria e degli elettori – questa ipotesi politica si presenta come una crisi al buio anch’essa di sapore antico.
Che Fini chieda una crisi politica che sia originata fuori dell’aula non fa scandalo a sinistra. Ovvero fa scandalo, ma la sinistra non vuole vedere questa distorsione che, da sola, dovrebbe provocare una richiesta di dimissioni del Presidente della Camera. E’ solo l’ultimo esempio di come l’antiberlusconismo, che appare ormai l’unica anima della sinistra, impedisca alla sinistra di caratterizzarsi e sviluppare un suo disegno politico.
C’è da ricordare che la parabola discendente della sinistra - ridotta ad attendere le mosse dell’ex leader di AN - si rende evidente dal diverso comportamento di Prodi che non accettò mai l’idea di lasciare senza un esplicito voto del Parlamento, questo per rispetto dell’Aula e della democrazia.
Ma ci sono altri due aspetti della kermesse umbra di Fini che meritano alcune precisazioni.
L’idea che questo nuovo governo si accordi su un nuovo programma, differente da quello che hanno votato gli elettori, se non altro perché si aggiungerebbe un’altra componente politica che è contraria ad una delle riforme caratterizzanti come quella del federalismo, marca ancor più la distanza di Fini da quell’elemento di innovazione e di “morale” politica che nel sistema bipolare e nell’avvicinarsi ad una forma di democrazie più diretta è stato introdotto.
Un dato nuovo della politica dopo la prima repubblica, infatti, è offerto dall’idea che il voto legittimi un programma, una coalizione ed un leader che dopo cinque anni saranno giudicati con un nuovo voto che potrà cambiare tutto.
Fini ritorna all’idea che tutto possa essere cambiato a prescindere dal voto, forse come neppure accadeva prima quando si affacciavano differenti premier e le coalizioni subivano aggiustamenti, ma il tutto avveniva con una sobrio rispetto dei fondamentali orientamenti elettorali.
Il ritorno di Fini alla prima repubblica è un ritorno goffo, privo di quello spessore culturale e politico che apparteneva ai leader dei partiti di allora, con un neppur troppo vago sapore di opportunismo.
Ma c’è un altro aspetto da sottolineare nel discorso di Fini: il riferimento ai valori.
A parte il fatto che Fini non ha parlato, elencandoli, della difesa della vita, della libertà di educazione, del concetto di sussidiarietà, di famiglia e matrimonio come unione tra uomo e donna coma ha detto anche domenica Benedetto XVI e come sostanzialmente afferma la stessa Costituzione.
Cioè non ha voluto riferirsi a quella cornice storica, culturale ed identitaria propria dell’Italia, cioè di un Paese prevalentemente cattolico. Anzi nel citare la regolazione delle coppie di fatto ha preso ad esempio ciò che avviene in Europa forse pensando alla stessa Spagna di Zapatero, alla permissiva Inghilterra, alle pulsioni relativiste che serpeggiano a Bruxelles.
Il primo valore a cui, poi, ha fatto riferimento è quello della legalità. Dallo stato etico di Giovanni Gentile allo stato legalitario di Gianfranco Fini, si evidenzia il percorso relativista di questa “nuova” destra.
Questo relativismo di destra è da considerare come un elemento che tenta di fermare quella accettazione di contenuti di ispirazione cattolica e della sua dottrina sociale che avevano consentito al centrodestra di difendere la vita di Eleonora Englaro,di opporsi ai DICO, di varare la legge sulla procreazione assistita, di aiutare le scuole libere, di riempire di contenuti sociali interessanti le politiche di Sacconi e Tremonti.
Quella di Fini è una spregiudicata operazione “laicista” che non può sfuggire all’attenzione di Pierferdinando Casini.
Sia chiaro che oltre i tatticismi politici ci sono i valori politici e su questo terreno non è poi facile ,né lecito comporre superficiali compromessi.
19/10/2010 [stampa]
Fini e Udc alleanza poco raccomandabile.
Nel baillamme delle previsioni politiche si esercita, doverosamente, anche il Riformista del 12 ottobre.
“Ove si votasse con l’attuale Porcellum – scrive - lo schema è questo: Terzo Polo a guida Casini ( e non Fini ), liste separate alla Camera (quattro: UDC, API, FLI, MPA), listone unico (UDC- FLI ) al Senato, dove i centristi, superato lo sbarramento, sarebbero decisivi”.
Il giornale di Antonio Polito, attento al contesto complessivo rispetto alle alleanze, aggiunge, citando voci dall’UDC che intrattengono buoni rapporti con la stampa: “anche la CEI che è fredda verso Fini, ci capirebbe, in caso di voto anticipato”.
E’ interessante questa opinione raccolta dal quotidiano della sinistra riformista.
La considerazione che esce da via due macelli pecca di estrema superficialità.
Innanzitutto non è mai buona norma, né prudente, anticipare presunte assoluzioni da parte degli ecclesiastici, anche se non riguardano i segreti del confessionale.
Ma, uscendo dalla metafora, è sin troppo evidente che il relativismo laicista di Fini, dimostrato in numerose occasioni, va in rotta di collisione con i contenuti di questo pontificato di contrasto al relativismo che sta ispirando un indirizzo formativo della “nuova classe dirigenti di politici cattolici” per un impegno coerente con i “valori non negoziabili”.
Una interessante testimonianza di una cultura che si sta muovendo in questa direzione è il libro di mons. Giampaolo Crepaldi “Il cattolico in politica” che presenta la prefazione del Presidente della CEI Cardinale Angelo Bagnasco.
Questa nuova e significativa influenza della dottrina sociale della Chiesa sulla politica è dimostrata anche dall’attenzione che esponenti del governo da Sacconi a Tremonti esprimono in più occasioni. A questo proposito ricordiamo la partecipazione del Ministro dell’Economia a Via della Conciliazione ad un convegno sulla decisiva enciclica Caritas in Veritate.
Minimizzare l’ostilità dimostrata da Fini nei riguardi delle posizioni della CEI costituirebbe per l’UDC un errore grave che comprometterebbe le residue possibilità di questo partito di rappresentare una forza politica di ispirazione cattolica.
Già lo scarso livello di riflessione culturale sulle storiche differenziazioni tra cattolici democratici e cattolico liberali che emerge nelle parole dei vari Buttiglione, Pezzotta, Carra cioè dei mètre à penser dell’UDC è sintomo di una superficiale indifferenza rispetto ad un dibattito che ha forti implicazioni anche nella attuate realtà politica .
Già con troppa superficialità sono state lette le reprimende de La Civiltà Cattolica su “doppio forno” e “bipolarismo”.
L’Economist, sempre ben informato, scrisse a suo tempo che l’ex leader di AN rappresentava in Italia la posizione politica più autonoma dal Vaticano.
Ora considerare con sufficienza le preoccupazione della CEI sull’ostilità di Fini è un azzardo che è assolutamente sconsigliabile per il partito di Casini.
07/10/2010 [stampa]
Bettini: Montezemolo superstar e la"Mosca Cocchiera".
“Dovrebbe compiere un atto di servizio, unilaterale, disinteressato e a termine, mettendo la sua popolarità ed esperienza a disposizione di una battaglia civile e democratica e giustificando la sua scelta con l’emergenza che l’Italia vive e che sta diventando sempre più pericolosa per il suo avvenire”.
Chi può essere questo personaggio che dovrebbe anche guidare “una legislatura costituente”, “ristabilire l’equilibrio, il funzionamento e il rinnovamento delle istituzioni democratiche”, e varare “ pochi e chiari provvedimenti per la sicurezza, per le famiglie, per i cittadini più deboli e per la ripresa della crescita”.
Questo “Papa straniero” o, meglio, questo “Mosè” che farà uscire l’Italia dalla grave situazione nella quale si trova è, finalmente, uscito dall’ombra ed ha le sembianze di Luca Cordero di Montezemolo.
Sembrerebbe una boutade inventata da Francesco Pingitore per il Bagaglino: è, invece, l’ultima trovata di “Goffredone” Bettini.
Per il “disinteresse” del personaggio rimandiamo alle recenti parole di Romiti su lontani, non edificanti, episodi giovanili; per la “popolarità” essa è indiscutibile nell’ambito dei Ferrari clubs, ma, in quanto ad una politica a favore dei cittadini più deboli e delle famiglie, che Bettini si affidi a vecchi cavalli della scuderia di Villar Perosa dà il senso della mancanza, a sinistra, di leaders e del suo sottoporsi al neocapitalismo.
Se, però, affrontiamo il senso politico di questa proposta il ragionamento si fa serio.
L’itinerante Bettini dopo aver servito, senza grandi risultati, Veltroni, coordinato senza successo la campagna congressuale di Marino, guardato con scetticismo a Bersani, ora pensa che Montezemolo potrebbe essere idoneo a mascherare le contraddizioni di una coalizione che vada da Di Pietro a Fini, da Bersani a Casini, da Vendola a Beppe Grillo.
Questo affidarsi ad un leader – tutto da verificare nella sua capacità di avere consenso – per contrastare un altro leader, Berlusconi, cancella completamente quel programma di ricostruzione di indirizzi basati su alleanze omogenee e su politiche non leaderiste, per le quali la sinistra diceva di combattere Berlusconi ed il suo bipolarismo.
E’ il segnale del vicolo cieco della sinistra. E se il disinvolto Riformista ospita questa proposta è, purtroppo, il segno che anche D’Alema vive il declino del suo non fortunato ciclo politico. Forse spera ancora in Casini, ma sarà difficile anche per l’allievo del compianto doroteo Bisaglia, mettersi a capo del caravan serraglio multicolore della sinistra.
Nel desolante panorama politico italiano Massimo D’Alema aveva rappresentato una eccezione: aveva condotto con intelligenza una bicamerale che preparò riforme su giustizia e presidenzialismo, aveva riavviato per i postcomunisti una scelta culturale e politica socialdemocratica di tipo europeo, non si era rifugiato nel mero antiberlusconismo, si era mostrato scettico su terzo polo e centrismo, aveva sempre guadato con diffidenza al “capitalismo illuminato”.
Insomma aveva tentato un ragionamento basato sul primato della politica, fuori dagli steccati del dossettiano “patriottismo costituzionale”, con la volontà di costruire un sistema politico di alternanza. Per molto tempo pensò perfino che si potesse prendere a modello il sistema politico francese.
D’Alema non ha mai giudicato con benevolenza Bettini che si era inventato l’operazione Rutelli a Roma, facendo crescere un personaggio che prima, con l’appoggio di De Benedetti, tentò la candidatura a premier cancellando l’ipotesi Amato e, poi, fu lasciato uscire dal PD senza rimpianti , dopo averlo abbandonato in pasto ad Alemanno.
Ora un giornale a lui vicino ospita la proposta di Bettini di un’alleanza con Montezemolo per battere Silvio; attendiamo, forse invano, adeguati commenti e autorevoli smentite politiche. Per il momento abbiamo una disponibilità del dalemiano La Torre e un commento “a due facce” di Bersani.
La verità è che ormai l’ex presidente del consiglio ha abbandonato il suo progetto politico e, di conseguenza, rischia di diventare la … mosca cocchiera di Goffredone.
04/10/2010 [stampa]
Il voto sulla fiducia dimostra che il ribaltone non si farà: o si governa o si va a elezioni.
Il dibattito sulla fiducia ai punti programmatici riproposti dal governo Berlusconi si è concluso e non ha offerto elementi che consentano di guardare con serenità al prosieguo della legislatura e, soprattutto, alla prospettiva dell’attuazione delle necessarie riforme .
Pur rappresentando un momento importante ed un passaggio politico difficile e significativo, l’atteggiamento delle forze politiche è stato deludente e del tutto inadeguato.
Certo l’impressione che il discorso del premier appaia l’ennesima ripresentazione di un programma che non si riesce ad attuare, comporta una sensazione di stanchezza che fa pensare alla possibilità che il “ciclo politico berlusconiano volga verso la fine”, anche se il linguaggio, le divisioni, la incapacità ad elaborare una strategia alternativa dimostrano che ad un Berlusconi opaco si contrappone una opposizioni oscura., non certo rischiarabile dalla prospettiva di una , come scrive Flavia Perina sul Secolo, “destra normale”,quella di Fini, che, anche nel linguaggio più banale, non fa che copiare la sinistra.
Nel discorso Berlusconi ha confermato di lavorare per una riforma della giustizia che affronti anche gli aspetti costituzionali per contrastarne l’uso politico che ormai ha trovato un radicamento tale da minare gravemente il sistema democratico, come è dimostrato anche dalla fine dell’ultimo governo Prodi e dalla prospettiva di porre fine al governo Berlusconi cavalcando il processo Mills a Milano.
Hanno trovato apprezzamento nella stampa cattolica (Osservatore Romano e Avvenire ) i coraggiosi riferimenti al sostegno alla libertà di educazione, al quoziente familiare, al principio di sussidiarietà sul quale ancorare il federalismo e , soprattutto, all’obbiettivo dell’attuazione della agenda bioetica, con riferimento ai cinque punti ( inizio vita; fine vita; uso di embrioni e materiale biologico umano; ricerca ) inseriti in un documento presentato il 5 agosto dai ministri del welfare e della salute sul quale si cerca di trovare un accordo più ampio.
Alla fine del discorso Berlusconi ha fatto riferimento alle riforme istituzionali, per confermare e rafforzare il sistema bipolare e la stabilità del governo.
Il dibattito non ha offerto spunti di livello. L’intervento di Di Pietro non ha eguali nella storia parlamentare per rozzezza e per aggressività ed è tuttavia sintomatico che nessuno degli altri esponenti dell’opposizione abbiano avuto modo di rilevarlo. Di Pietro, ed è un elemento da considerare per le prospettive politiche dell’opposizione a Berlusconi, si è guadagnato un posto inamovibile nello spazio politico nel nuovo … CLN che intende lottare contro il premier.
Anche il discorso di Bersani è apparso solo teso a sferrare un attacco e a creare un aura di derisione su Berlusconi, senza offrire contenuti che facciano intravedere una strategia politica, una prospettiva adeguata al momento politico e al medio termine. La classe politica post comunista ha perso del tutto quella capacità che, pur in presenza di una condizione di contrapposizione politica di fondo derivante da elementi interni ed internazionali, consentiva a personaggi come Togliatti e Berlinguer di fare interventi politici o parlamentari offrendo anche il senso di una strategia e di un respiro storico che dimostrava l’esistenza di un pensiero politico, di forte caratura ideologica, ma suffragato da stile e respiro culturale.
Pierferdinando Casini continua a muoversi in una ristretta area di tatticismo, non potendo decidere le scelte da fare e sperando solo nella fine di Berlusconi.
Per la verità le sue ambizioni teoriche, legate alla costituzione del “terzo polo”, dovendo passare per una nuova legge elettorale, non hanno avuto conferme dai risultati del confronto politico e dalle votazioni nelle due Camere.
Infatti, il significato più evidente, sul mero aspetto numerico che tanto aveva appassionato e continua ad appassionare i giornali, con ridicole congetture di ogni tipo, è invece evidente ed è a favore di Berlusconi. Infatti mentre alla Camera si è dimostrato che i gruppo dei finiani e dell’ mpa sono indispensabili per ottenere la maggioranza, al Senato Lega e PDL sono ampiamente maggioranza.
Questo dato dimostra inequivocabilmente che il “ribaltone” non si può fare, anche ipotizzando un fronte unitario che vada da Di Pietro all’UDC, dal PD ai finiani e ai lombardiani.
In estrema sintesi l’esito di questo passaggio parlamentare ha significato che o il governo sarà in condizione di operare le riforme oppure si dovrà andare a votare.
Una ulteriore conseguenza è che, un governo che metta all’opposizione Bossi e Berlusconi e che realizzi la riforma elettorale non si può fare.
E se non si può fare una nuova legge elettorale, sostanzialmente di tipo proporzionale, senza premio di maggioranza, il terzo polo non può nascere. Ovvero da questa posizione politica si potrebbe tentare una operazione elettorale al Senato (dove l’intervento di Ciampi obbligò a porre il premio di maggioranza a livello delle Regioni ) per sabotare l’esito elettorale e impedire cha nella “camera alta” si realizzi una maggioranza per governare. Non è il massimo di una strategia politica e di una visione storica .
Nonostante una congerie di differenti posizioni e proposte nell’ opposizione e l’esito del voto al Senato, si continua a parlare di una nuova legge elettorale.
Si propone l’eliminazione delle liste bloccate per restituire la scelta degli eletti ai cittadini . Per arrivare a questo risultato si propone il collegio uninominale quando si è visto che all’epoca del sistema proposto da Mattarella erano le segreterie dei partiti, né più ne meno di oggi, che stabilivano i candidati in tutti i collegi e collocavano coloro che dovevano essere eletti in quelli ritenuti più sicuri. Si ricorda sempre il caso dello stesso onorevole Mattarella uomo politico siciliano che, non essendoci collegi sicuri in Sicilia, venne spedito a Trento con buona pace degli elettori di quelle zone ai confini d’Italia che si trovarono un siciliano doc come candidato, non certo naturale.
La verità è che per risolvere la questione della scelta degli elettori , l’unico sistema è quello delle preferenze che sono presenti nelle elezioni comunali, regionali ed europee e non si vede perché non possano essere reintrodotte nelle elezioni politiche, magari in collegi elettorali limitati.
E’ assai strumentale rilevare che le preferenze nelle elezioni possano aumentare l’influenza delle mafie, quando è noto che tali influenze avvengono a prescindere dal momento elettorale e invadono i settori dell’economia imprenditoriale e della burocrazia politica.
Anche sulla discussione dei sistemi elettorali la politica non riesce a volare alto e la convenienza di parte o la politica del ricatto sembrano sempre più prevalere.
17/09/2010 [stampa]
Il presidente Lombardo, il "mercato" e la "borsa nera".
A proposito di trasformismo è interessante quanto sta succedendo in Sicilia dove il Presidente Lombardo sta portando avanti grandi manovre per cambiare la sua maggioranza.
Secondo l’interpretazione del finiano Granata sarebbe in atto “ un laboratorio per il ‘terzo polo’”.
Che cosa comprenderebbe questa compagnia di giro a cui si vorrebbe dar vita ? Si metterebbero insieme i deputati regionali dell’MPA, la parte UDC fedele a Casini, l’API di Rutelli, i finiani ,con l’appoggio esterno del PD.
Nessun palato fine nei giornali e nel dibattito politico osa esprimere la benché minima critica su questa operazione trasformistica che fa impallidire anche le antiche vicende dell’ operazione Milazzo. Tutto questo perché il “laboratorio” avrebbe il sapore di una iniziativa antiberlusconiana.
Il ruolo di primo piano che svolge nell’ambito istituzionale l’Assemblea siciliana meriterebbe una valutazione politica più seria e rigorosa su tutto ciò che sta succedendo.
Evidentemente, per quanto attiene il Parlamento, dove si decide sulla prosecuzione dell’attività del governo e si vuole evitare la fine delle legislatura, si denuncia il “mercato” dei deputati, mentre per le manovre di potere nell’Assemblea siciliana non si critica il “ mercato” perché siamo alla “borsa nera”.
15/09/2010 [stampa]
Terzo polo: lavori in corso, ma quando si concluderanno?.
Nell’intervista a Mentana, chiudendo l’assemblea di Chianciano, Pierferdinando Casini ha detto che i lavori per il terzo polo “sono in corso e ognuno metterà la sua pietra”, con un riferimento volutamente vago su Rutelli e, soprattutto, su Fini.
L’impressione più valida a Chianciano è stata quella che descrive il leader dell’UDC in un atteggiamento solamente tattico, quello che gli riesce meglio, tuttavia non in grado di individuare una strategia, evidenziato dalla mancata risposta all’intervistatore che gli chiedeva, nel caso di elezioni a marzo, a quale ipotesi di alleanza pensasse.
Non c’è dubbio che la fase attuale di divisioni e incertezze nel centrodestra, provocata dai distinguo di Fini e degenerata dagli attacchi dei finiani, favorisce tatticamente la posizione “terza” dell’UDC che, tra l’altro, gode di una ulteriore rendita di posizione per le divisioni all’interno del PD e il possibile abbandono di altri ex popolari e veltroniani che, al momento, ha ricevuto le solite e rituali smentite.
A questo vento favorevole sul piano tattico, corrisponde tuttavia un logoramento dovuto alla poca chiarezza strategica ( Il Foglio scrive “ Casini come l’asino di Buridano” ) che si è evidenziato con la presa di posizione politica di Mannino e degli altri parlamentari siciliani che, per la prima volta e di fronte alla possibile fine della legislatura, hanno posto a Casini l’aut aut di non poter andare ad un accordo a sinistra. Il pur abile leader dell’UDC farebbe bene a non minimizzare il problema anche perché l’uscita di questi parlamentari potrebbe aprire nel partito una falla non facilmente riparabile.
Passando dalla “tattica” alla “strategia”, occorre dire che il terzo polo per affermarsi ha bisogno di una diversa legge elettorale.
L’optimum di Casini sarebbe un sistema elettorale che favorisse la balcanizzazione della rappresentanza e consentisse ad un presunto polo di centro di essere l’ago della bilancia. Ciò potrebbe avvenire con il superamento dell’attuale bipolarismo “obbligato” dalla necessità di puntare al premio di maggioranza, che si vorrebbe abolire, e la sua sostituzione con un il sistema di tipo tedesco che solo in Germania e non sempre funziona in termini bipolari o con un “provincellum”, senza elezione diretta del premier e premio di maggioranza, cioè una legge elettorale sostanzialmente proporzionale.
Nei dibattiti sulla nuova legge elettorale, resta, non chiarita, la questione delle alleanze, se esse debbano avvenire prima del voto oppure, lasciando ai cittadini la sola scelta dei partiti , si faccia decidere a questi, nel dopo elezioni.
Anche nelle difficoltà politiche e nelle inadeguatezze dell’attuale sistema bipolare, sarà assai difficile giungere ad una riforma del sistema che riporti indietro il calendario ai tempi della prima repubblica, nella quale il cittadino sceglieva la rappresentanza ed i partiti decidevano la formula di governo. Ormai il cittadino è arbitro della decisione di chi governa: questo avviene nei comuni, nelle province e nelle regioni e, indirettamente, anche per il governo, con la legge che ha deciso che sulla scheda apparisse il nome del candidato premier. Sarà difficile espropriare i cittadini di questo diritto democratico. In questo senso il bipolarismo di coalizione è ormai nella considerazione di ogni elettore.
Il cammino di questa nuova legge elettorale appare difficile anche perché se molti vorrebbero cambiarla, le divisioni impediscono di formare una maggioranza.
Lo stesso connubio tra Fini e Casini appare assai improbabile.
Rispetto agli stessi temi istituzionali, Fini, pur affermando “la salvaguardia della possibilità di scelta, da parte degli elettori, della coalizione di governo”, non ha chiarito le sue posizioni, come gli ha ribadito Angelo Panebianco, sottolineandone le contraddizioni, sul Corriere della Sera del 9 settembre ( “rafforzare contemporaneamente la capacità deliberativa del Parlamento e quella decisionale del governo è molto difficile nel’ambito delle democrazie parlamentari” ).
La verità è che Fini ha abbandonato le vecchie idee presidenzialiste ed è passato alla difesa del modello parlamentare e su questa base ha fondato il suo nuovo “patriottismo della Costituzione” e con questa scelta è stato arruolato nel fronte della conservazione del sistema.
La costruzione di un centro non è solo una questione di chiarezza nella proposta del sistema politico e della legge elettorale. Una forza di centro dovrebbe avere un comune denominatore di valori e di programmi.
E’ del tutto velleitaria la recente proposta di Bocchino di confluire in un’ unica forza politica insieme a Casini e Rutelli. Tutti ricordano che i distinguo di Fini sono partiti proprio dalle questioni etiche ( contrarietà all’astensione sul referendum sulla procreazione assistita, questioni sul testamento biologico, apertura a modelli alternativi alla famiglia tradizionale, caratteri della cittadinanza ) e Casini non può non tener conto di come su tali aspetti ci sia una particolare attenzione della Chiesa che ritiene l’ex leader di AN, che ha modificato le sue idee in proposito, come un personaggio che appartiene, da destra, ad una linea politica relativista.
L’essenzialità di questi temi ha trovato una ulteriore e ultima conferma nelle parole del Papa all’udienza al nuovo ambasciatore tedesco: “la Chiesa non può approvare delle iniziative legislative che implichino una rivalutazione di modelli alternativi della vita di coppia e della famiglia”.
Anche sulla giustizia le posizioni non possono essere condivise: a Chianciano De Mita ha detto la sua sul giustizialismo, fino a definire Di Pietro uno “sbirro”, mentre Fini, notoriamente, ha sviluppato una linea di difesa delle prerogative non solo costituzionali, ma anche politiche dell’azione dei magistrati.
Le possibilità aggregative al centro sembrano, quindi, piuttosto limitate, mentre la probabile ulteriore frammentazione politica ( PD-Veltroni, nuovi gruppi parlamentari) di fatto renderebbe più difficile approvare una legge elettorale che non incentivi le aggregazioni politiche.
Questa difficile estate iniziata con l’indebolimento del centrodestra sembra finire con un suo possibile rafforzamento ed i lavori in corso per il ”grande centro”, appaiono destinati, come avviene spesso in Italia, a durare a lungo e, forse, a non portare a terminare l’opera.
03/09/2010 [stampa]
La politica presidenziale di Giorgio Napolitano.
In due giorni il Presidente Napolitano è intervenuto, anche con qualche venatura polemica, sull’attività del Governo e del Parlamento.
Con un tono al quale non sono mancate “battute maliziose” (Il Riformista) ha indicato contenuti e priorità, auspicando il completamento della formazione governativa, ha espresso perplessità sull’agenda dei lavori parlamentari e, rispetto alle leggi in formazione ha confermato di aver espresso il suo pensiero, svolgendo una sorta di “vigilanza preventiva”.
Data l’assenza politica dell’opposizione, divisa su tutto e, di conseguenza, bloccata, le esternazioni del Presidente della Repubblica vengono lette come una critica verso la maggioranza politica, poiché, di fatto, colmano il vuoto lasciato dal PD.
Trova conferma, anche con queste prese di posizioni, che al Presidente della Repubblica, appartiene, nei fatti, un ruolo politico al quale in pochi, negli ultimi decenni, hanno rinunciato, svolgendolo con caratteristiche e modi diversi.
Negli anni passati questa condizione aveva suggerito l’idea che, in Italia, per trasformare la repubblica parlamentare in repubblica presidenziale, bastasse, lasciando inalterato il resto della Costituzione, eleggere direttamente il Capo dello Stato , sottraendolo ad una elezione parlamentare spesso sofferta e frutto di operazioni trasversali.
La elezione diretta, inoltre, offrirebbe ad un Presidente con forti poteri politici - ricordiamo che ha la competenza delle designazione del premier e il potere di scioglimento della Camere – quella base di legittimazione popolare che ne rafforzerebbe il prestigio, sotto il profilo del consenso. Ricordiamo che, a volte, come nel caso di Napolitano l’elezione del Capo dello Stato, a camere riunite, è stata ottenute con poco più del 50 per cento dei voti.
L’ampio risalto che viene dato agli interventi del Presidente, confermano ulteriormente che siamo di fronte alla necessità di rivedere l’impianto costituzionale che consegue all’articolo 1 nel quale si stabilisce il principio primo della democrazia italiana e cioè che “ la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”.
Le “forme e i limiti” vigenti, consentono, oggi, una vera espressione della sovranità popolare?
27/08/2010 [stampa]
La politica Italiana gira ancora intorno a Berlusconi.
Pierluigi Bersani ha liquidato il summit tra Bossi e Berlusconi a Villa Campari definendolo “due chiacchiere sul Lago Maggiore” che non impediranno “il disfacimento della maggioranza”.
E’ preoccupante come il segretario del PD continui a sottrarsi ad una analisi più profonda e reale del berlusconismo, che pur aveva tentato Massimo d’Alema a suo tempo per, poi, abbandonala, e riproponga quella “santa alleanza” contro il cavaliere che è stata criticata anche da Walter Veltroni , recentemente, nella lettera al Corriere della Sera.
Aver rinunciato a proclamare le elezioni anticipate per l’immediato e aver concordato la continuazione dell’attività di governo, convincendo anche il capo della Lega, costituisce un raffinato passaggio con il quale il Presidente del Consiglio si ripropone al centro della difficile vicenda politica di questi giorni.
Continuare l’impegno per l’attuazione del programma rappresenta una scelta coerente con gli elettori ed una sfida nei riguardi dell’opposizione e, soprattutto, verso coloro che pensavano e pensano di sfiancare il premier e costringerlo a passare la mano. Aver, poi, convinto Bossi è stata la dimostrazione di una forza e di una capacità di cui non si può non tener conto.
Nel contempo, in questi stessi giorni, si sono rese evidenti le differenti intenzioni politiche e le divisioni interne che contraddistinguono gli oppositori di Berlusconi.
Il PD è diviso: alle difficoltà di Bersani, anche per l’insidiosa presenza di Vendola -- supportato dal “partito” Repubblica e dal massimalismo qualunquista di sinistra – si sta aggiungendo il revival di Veltroni che, oltre a criticare le linee “frontiste” ripropone ai democratici un orizzonte bipolare.
L’UDC ha fatto capire anche ai più illusi che non intende offrirsi ad una coalizione antiBerlusconi che vada da Di Pietro a Vendola, proponendo, tatticamente, una grande coalizione che stemperi ed emargini le ali estreme. Il dialogo con il PDL è in atto ed il pendolo di Casini si sta spostando sul centrodestra.
I finiani che hanno provato il brivido del baratro delle elezioni anticipate, tirano un sospiro di sollievo, attenuano le polemiche, avendo ben presente che se organizzeranno agguati parlamentari, mettendo in difficoltà l’esecutivo, rischiano la fine della legislatura, facendo rientrare l’ipotesi delle elezioni anticipate, rispetto alla quale non sono in grado di pensare realisticamente ad alleanze né a sinistra, né con Casini – sconsigliato a ciò da autorevoli esponenti vaticani – né con il PDL.
In questo quadro, la svolta decisa a Villa Campari ha trovato il consenso di larga parte delle forze politiche e , soprattutto, di quegli ambienti che chiedono la continuazione e l’accelerazione della governabilità e dell’attuazione del programma.
Forte di questo consenso Berlusconi è tornato al centro della scena politica, più forte rispetto alla fase del logoramento che Fini stava tentando di infliggergli.
Resta da spiegare il “mistero” di un Berlusconi che, nel momento nel quale appare nella massima difficoltà, riesce sempre a ritrovare la strada per riproporsi quale protagonista della politica italiana.
La questione può essere compresa solo se si prende atto che le categorie politiche di un tempo, quelle cioè legate alle alchimie numeriche degli schieramenti parlamentari, oggi sono finite e sono state sostituite da logiche di una democrazia diretta, basata cioè sul consenso del leader e sulla priorità del valore della coerenza politica e programmatica.
In sintesi, Berlusconi ha compreso più di tutti gli altri le nuove regole di un sistema politico che è cambiato e che rende inefficace le vecchie “armi”.
Resta alla sua azione politica un compito di grande portata che non va abbandonato, cioè la capacità di arrivare alla riforma del sistema politico attraverso la modifica della Costituzione.
Sulla capacità di giungere a questo risultato di fonderà il giudizio storico sul leader e sui protagonisti di questa fase politica e, soprattutto, il futuro dell’Italia.
06/08/2010 [stampa]
La mozione contro Caliendo apre la prospettiva delle elezioni anticipate.
La mozione contro il sottosegretario Caliendo , con la sua indubbia strumentalità, è l’esempio di come la spinta giustizialista sostituendosi alla logica politica, ne danneggi le possibili strategie.
Questa mozione che nelle intenzioni avrebbe dovuto creare difficoltà di immagine o incrinature politiche alla maggioranza berlusconiana si è, di fatto, tramutata in un condizionamento della situazione politica complessiva, contribuendo al piano inclinato delle elezioni anticipate.
Per una sorta di eterogeneità dei fini, questa conta che ha rivelato che alla Camera non esiste una maggioranza che garantisca il governo, si sta risolvendo contro il PD - che pur ha sostenuto e votato la mozione - che si accorge di essere affacciato , diviso e del tutto impreparato, sul “baratro” delle elezioni.
Nello stesso tempo, ed è ciò che più conta, questo voto porta argomenti decisivi all’intenzione di Berlusconi di andare , in mancanza di una condizione di governabilità, ad elezioni anticipate.
Anche l’altro effetto che è stato attribuito al voto su Caliendo e cioè la nascita del “terzo polo”, appare del tutto enfatizzato e distorcente.
Si sono trovati nella stessa scelta di voto tre intenzioni del tutto differenti: Casini che riteneva di astenersi per mantenere un’equidistanza dai due poli e per non cadere nella trappola giustizialista, Fini per evitare comportamenti differenziati dei suoi al primo impatto con il voto e Rutelli, ormai diventato un “loser”, un perdente, salito sul primo treno.
Questa eterogenea alleanza di voto non è in grado di diventare un unico partito, né una aggregazione politica. Può essere solo utile a Casini per la sua trattativa a tutto campo, compreso Berlusconi.
Oltretutto un terzo polo per avere un peso politico dovrebbe essere garantito da una riforma elettorale proporzionale che , a sua volta, dovrebbe essere varata da una maggioranza e da un governo, a sua volta insediato dal Presidente della Repubblica che dovrebbe validare una coalizione antiberlusconiana che, comunque, al Senato non ha una maggioranza.
Siamo nel mondo delle favole.
Paradossalmente, il condizionamento ed il logoramento che Berlusconi stava subendo sono finiti con l’iniziativa del Cavaliere di cacciare Fini – che si appresta a camminare sul viale delle dimissioni come gli cominciano a chiedere i giornali che avevo sostenuto la sua azione di disturbo - e, come è sempre accaduto nella vita di Berlusconi, proprio nel momento nel quale si presentano le maggiori difficoltà, il premier con la sua iniziativa ,fuori dalle regole, riprende in mano la situazione.
Lo riconosce anche il Corriere della Sera del 5 agosto che, nell’articolo di fondo a firma Galli della Loggia, scrive: “Oggi, in Italia, senza Berlusconi non ci sono più partiti, non c’è più nulla. C’è solo una grande palude parlamentare”.
Dalla “palude parlamentare” non si esce con modeste manovre tattiche, o eversive sollecitazioni giustizialiste o ipotizzati , trasformistici, amalgama tecnici.
Dalla crisi dei partiti si esce con riforme costituzionali che ricostruiscano il rapporto tra il popolo e chi governa, tra elettori e forze politiche e che esaltino il valore della politica rispetto ai poteri corporativi.
Il senso e l’identità nazionale si riaffermano con una politica che sappia affrontare e raggiungere questi obbiettivi.
07/07/2010 [stampa]
La moderna destra di Goffredo Bettini.
Un articolo di Goffredo Bettini su “Il riformista”del 23 giugno, analizza “la tensione ed il conflitto tra Berlusconi e Fini”, affermando che esso “appare, davvero, il confronto, senza mezzi termini, tra due prospettive politiche, culturali ed etiche … tra due destre difficilmente conciliabili: una autoritaria e populista , l’altra nazionale e conservatrice: tradizionale nei valori, ma aperta al dinamismo economico e attenta ai cambiamenti della società”.
L’analisi di Bettini non è originale, essa rientra pienamente nell’alveo degli indirizzi critici espressi all’indomani del Congresso di fondazione del Popolo della Libertà, quando un attento Eugenio Scalfari “annusò” la differenza tra il discorso di Berlusconi e quello di Fini e concluse con un fatidico “meno male che Fini c’è”.
E le ragioni della “benedetta” presenza di Fini sono da ricercare nella sua contrapposizione a quello che viene definita “ per la sua stessa essenza e natura”, “una tensione per la democrazia” e cioè “il populismo” di Berlusconi, “forma vincente con la quale la destra ha rivitalizzato la sua politica e allargato e stabilizzato il suo consenso”.
L’ex coordinatore della segreteria di Veltroni si sbizzarrisce a dare giudizi a destra e a manca, definendo le ragioni del dissenso nei riguardi del presidente della Camera da parte degli “ex colonnelli”, una “non rinuncia al potere”, marcando il “ populismo” berlusconiano come “plebiscitario e monocratico” , con ciò facendo emergere il tipico disprezzo radicale per la cultura di destra: “ la destra con la quale è costretto a convivere Fini è un brodo di coltura di una impressionante anarchia di poteri, di una permanente deroga delle regole, di una esplicita minaccia all’integrità e all’unità della nazione”. Non manca un tocco di aristocratico élitismo tipico del filone culturale azionista come quando afferma che “animare e motivare politicamente in Italia una destra moderna è dunque un’impresa sociale, culturale e politica assai complessa”.
Nello scritto di Bettini avvertiamo lo sgradevole odore di rancida intolleranza per coloro che hanno idee differenti rispetto a quelle della dittatura delle lettere della sinistra che finisce per colorarsi di sfumature razziste perché, scrive Bettini, se il popolo italiano non si adegua alle idee “illuminate”, è per una sua debolezza storica, “fatta di diserzioni, egoismi, compromissioni delle classi dirigenti”.
Questa intolleranza di Bettini è comprensibile perché il cambiamento politico che si è sviluppato, soprattutto attraverso Berlusconi, si è presentato come la sfida al politically correct, cioè una sistematica resistenza al radicalismo giacobino.
Lo schema ideologico di ispirazione radicale sul quale ha operato la politica italiana e cioè che la modernizzazione del Paese significasse il progressivo allontanamento dalle idee della tradizione popolare italiana è stato fatto saltare proprio da questo nuovo corso politico .
La crisi dei partiti a metà degli anni ’90 è stata superata ponendo a fondamento della politica il riferimento alla nazione e al popolo ed è stato il solo modo per ridare stabilità al sistema. Con questo riferimento nella politica sono rientrate le categorie della tradizione italiana : quella cattolica, quella umanistica, in una laicità conforme al sentimento religioso della storia italiana.
Questa linea politica si è poi concretizzata nella richiesta di un cambiamento della Costituzione che nel ’48 aveva posto a fondamento del sistema parlamentare i partiti e che , invece, oggi intende ricollocare la sovranità popolare a base della legittimità democratica.
La sinistra ha osteggiato Berlusconi proprio per il carattere aideologico della sua proposta politica. Per tale ragione , è riuscito ad unificare le diverse culture politiche confluite nel PDL.
Al PD non è riuscito una analogo allontanamento dalle ideologie formatrici. Al comunismo gramsciano è subentrato il giacobinismo, mentre la sinistra democristiana si è definitivamente legata all’ideologia della Costituzione, di ispirazione dossettiana.
Il vicolo cieco nel quale è rifluita la sinistra la conduce ad inneggiare al ruolo di Gianfranco Fini e a contrapporre la sua proposta di “destra moderna” a quella “populista” di Berlusconi.
La verità è che la destra che auspica Bettini è l’altra metà della mela radicale e neoilluminista, cioè una destra che rompe con l’idea dell’auspicabile risveglio della cristianità e che resta contraria al concetto di identità.
Il dibattito politico e culturale nell’ambito del centro destra deve chiarire gli esatti contenuti di questo confronto e spiegare il senso del sostegno di una certa sinistra alle proposte di Gianfranco Fini.
17/06/2010 [stampa]
La lezione di Pomigliano referendum tra gli operai.
Accordo separato. Referendum il 22 giugno. Ci sono i riti sindacali. I blocchi ideologici. Vecchi. E ci sono le realtà aziendali e della società che cambia. Nuove. E anche le rivincite dei riformisti.
La lezione che si trae dalla lunga, complessa, vertenza di Pomigliano d’Arco, piena di tensioni e di drammi personali, è che si è trattato di una vicenda spartiacque del sistema delle relazioni industriali, destinato ad un cambiamento definitivo. Da una parte l’azienda, Fiat, che presenta un progetto di rilancio dello stabilimento campano destinando un investimento di 700 milioni di euro per produrvi 270 mila vetture Panda all’anno, chiedendo una diversa organizzazione del lavoro, una maggiore flessibilità, sanzioni più rigide per scioperi e assenze anomale. Sacrifici. Abbandono di vecchi sistemi comportamentali. Magari con qualche forzatura.
D’altra i sindacati di categoria, le tute blu, e le Confederazioni Cgil, Cisl, Uil, Ugl che trattano, negoziano anche per mesi ( il primo piano industriale Fiat è della vigilia del Natale 2009) e alla fine si dividono: chi firma e chi no. Per la Fiom la proposta del gruppo Lingotto è stata giudicata inaccettabile, un “ricatto” da respingere perché chiede deroghe al contratto nazionale dei metalmeccanici e a principi costituzionali( tipo art.40 sullo sciopero o obblighi previdenziali). Gli altri sindacati hanno firmato l’intesa e vanno al referendum in fabbrica per verificare le volontà dei 5.200 operai.
Dare voce alle tute blu dello stabilimento campano significa accendere i riflettori su una situazione produttiva che ha vissuto anni complicati, tensioni, trasformazioni. L’attuale tasso di utilizzo dello stabilimento è fermo al 14%, gli operai lavorano 4-5 giorni al mese, sono in cassa integrazione straordinaria ( quella ordinaria è terminato) con retribuzioni che vanno dai 700 agli 800 euro al mese. Pomigliano è stato il più colpito dalla crisi e avuto una produzione in discesa dalle 78.500 vetture del 2008 alle 40 mila del 2009. L’obiettivo è quello di passare dai tre modelli Alfa Romeo alla nuova Panda che attualmente veniva prodotta a Tichy in Polonia.
Perché allora di fronte ad un massiccio investimento e a prospettiva di lavoro per il futuro la Fiom-Cgil dice no? E perché non viene accolta con favore l’ipotesi Fiat di produrre al Sud dopo l’annuncio della chiusura per la fine del 2011 di Termini Imerese e la flessione delle immatricolazioni che a maggio ha segnato – 22% sul 2009?
Il dato di fondo è che la Cgil e la Fiom ,di cui fa parte, sono rimaste alla concezione ideologica del sindacato, alla lotta di classe, ai no preconcetti a qualsiasi forma di collaborazione in azienda. Per la presidente degli imprenditori privati Emma Marcegaglia è “ enorme cecità”. Per il Ministro Sacconi si fa strada sui territori “ lo statuto dei lavoratori flessibile. Una specie di federalismo normativo che risponda alle esigenze produttive”. E’ questo che preoccupa la Cgil che ha proclamato uno sciopero generale per il 25 giugno contro la manovra economica del governo.
L’accordo firmato da Fim, Uilm, Fismic, Ugl metalmeccanici è ritenuto dalla sinistre sindacali e politiche una specie di “ cavallo di Troia”, con altre decine di aziende pronte a rischiare somme miliardarie in nuovi modelli produttivi. Ma dal dilemma non si esce in periodi di crisi: non si può rinunciare agli investimenti, pena l’aumento della disoccupazione e la riduzione ed emarginazione del settore industriale.
Sulla vertenza e le modalità del negoziato si sono espressi in tanti. Ha parlato anche il sindaco di Torino, sede del cervello nevralgico del Lingotto, Sergio Chiamparino secondo il quale “ la risposta doveva essere diversa: accettiamo la sfida e chiediamo semmai condizioni migliorative del lavoro e delle retribuzioni aprendo una fase nuova della negoziazione. Se non si capisce questo vuol dire che non abbiamo capito la nuova fase in cui è inserito il sistema industriale italiano”.
La maggioranza degli operai di Pomigliano sembra orientata a capire che in ballo c’è il futuro Fiat in Italia. L’origine industriale di Pomigliano cominciò nel 1938 quando l’Iri incaricò l’Alfa Romeo di fondare nel Sud il centro aeronautico. Nel 1968 nasceva il progetto Alfasud ( 300 miliardi di lire dalla Cassa per il Mezzogiorno e il Banco di Napoli) che iniziò la produzione di vetture nel 1972. Un flop economico. Poi dopo la chiusura di Arese le Alfa tornarono al Sud. Passato lo stabilimento alla Fiat, che ci mise 120 milioni di euro, arriva anche il miglioramento delle linee produttive fino alla grande crisi con 40-50 mila vetture l’anno. Negli anni dal 2008 al 2010 la media d’apertura dello stabilimento è di 3-5 giorni al mese.
Per produrre restando concorrenziali occorrono cambiamenti ma Pomigliano è storicamente una fabbrica difficile. Anche nel 1993 quando la Fiat voleva aprire Melfi la maggioranza della Fiom era contraria a differenza della Confederazione guidata da Bruno Trentin che si pronunciò a favore dell’avvio dello stabilimento. Oggi il sindacato a Melfi ha ottenuto consistenti miglioramenti attraverso la contrattazione.
I lavoratori campani ( dei 5.200 dipendenti solo il 63% è iscritto ad un sindacato e cioè 25% alla Fim, 25 alla Fismic, 22 alla Uilm, 17 alla Fiom e gli altri tra Ugl e sindacati autonomi) sperano che avvenga lo stesso.
11/06/2010 [stampa]
Il resistente di Pietro e l'astuto Casini.
L’occupazione dell’aula del Senato da parte dell’IDV e le dichiarazioni di Di Pietro sulla “ resistenza contro il dittatore Berlusconi”, a parte il loro carattere “eversivo”, consentono di definire due aspetti che non possono non avere conseguenze politiche.
Innanzitutto viene meno quell’atteggiamento “moderato” che il leader dell’IDV aveva preannunciato alla vigilia delle elezioni regionali e che sembrava essere il fondamento di un rapporto politicamente più stabile e non conflittuale con il Partito Democratico di Bersani.
In secondo luogo la “crociata” contro la legge sulle intercettazioni, assai più aggressiva dell’opposizione del PD, conferma ancora una volta il connotato giustizialista del partito dell’ex magistrato, per la pesante ostilità ad un provvedimento che tenta di rompere l’indubbio intreccio tra magistratura e giornalisti.
Le conseguenze politiche di questa ribalta si possono già intravedere nella polemica, tempestivamente aperta da Casini che ha tacciato Di Pietro di essere uno “sciacallo”, ponendo al PD una condizione impossibile da accettare “o con noi o con Di Pietro”.
L’atteggiamento di Di Pietro e le sue polemiche giustizialiste, poi, finiscono per inoculare nell’elettorato di sinistra ulteriori virus di antipolitica, sospingendo il Partito Democratico su una china politicamente sempre più debole e in balìa dei media di cultura radicale nelle varie angolature dall’Espresso a Repubblica, dal Fatto a Santoro.
Questo connotato politico, ma anche culturale e di metodo, della sinistra la rende sostanzialmente impotente ad elaborare proposte concrete e presentabili, come si sta drammaticamente evidenziando nel confronto sulla manovra finanziaria.
La sinistra, di conseguenza, non può rappresentare minimamente una alternativa e la dialettica politica oggi si svolge intorno al dibattito interno della maggioranza.
A questo punto l’alternativa a Berlusconi assume, nella fantasia di alcuni giornalisti, ricorrenti scenari di carattere “golpista”, tecnocratico, rispetto ai quali il Presidente della Repubblica, depositario delle prerogative costituzionali in materia, a differenza di qualche suo predecessore, non risulta disponibile.
24/05/2010 [stampa]
“GOVERNISSIMO” O “GOVERNICCHIO” ? .
L’idea di un governassimo, cioè di un esecutivo che metta insieme forze politiche non legate da un accordo elettorale, ma unite da un interesse politico volto a realizzare un comune interesse di alto carattere istituzionale, non è nuova.
All’inizio degli anni ’90 fu lanciata dal settimanale Il Sabato diretto da Paolo Liguori con l’obbiettivo di un accordo tra la DC ed il PCI-PDS per affrontare, sulla base di un programma comune, le due grandi questioni che si affacciavano allora sulla scena politica: il rientro dal debito pubblico e le riforme costituzionali ed elettorali.
In sostanza fu il tentativo delle forze politiche, allora maggioritarie, di assumersi la responsabilità di una serie di riforme, per far uscire il sistema politico ed economico da una difficile condizione, salvaguardando il loro ruolo politico. Il progetto mirava a impedire che il necessario cambiamento dovesse avvenire sulla spinta di poteri rilevanti che premevano per il superamento di un sistema politico, quello della prima Repubblica, e per omologare il sistema alla loro cultura e alla loro sfera di interessi.
Quel tentativo fallì, le modifiche elettorali avvennero sulla base delle spinte referendarie che vennero supportate dal potere mediatico legato ai grandi interessi, le riforme costituzionali non vennero affrontate ed il debito pubblico rimase congelato negli accordi di Maastricht.
Il risultato fu un ulteriore indebolimento delle forze politiche, già logorate dalle trame di palazzo e da una disattenzione sullo stato della società italiana. Le inchieste della magistratura fecero il resto.
Lo scenario politico di oggi presenta alcune similarità rispetto alla situazione di allora. Il potere politico appare debole e contestato. Il sistema si tiene soprattutto per la popolarità ed il carisma di Berlusconi che, comunque, resiste a dispetto degli attacchi mediatici e delle inchieste della magistratura. Non esiste una alternativa da sinistra che appare divisa, priva di una identità politica e condizionata dal giustizialismo. La situazione dell’Italia richiede, come allora, una serie di riforme istituzionali e una forte capacità di misurarsi sulle questioni di carattere economico e dei conti pubblici, drammaticamente innescate dalle speculazioni finanziarie internazionali nell’area dell’Euro.
Questa nuova versione del “governissimo” appare debole sotto il profilo dei necessari contenuti , cioè delle politiche che dovrebbe affrontare e promuovere. Sulle riforme costituzionali l’UDC, che ha promosso l’iniziativa, ha ricette diverse dal PDL e da una parte della sinistra che ritengono di rafforzare il sistema bipolare rispetto all’idea di un proporzionale corretto proposta da Casini. Sulla riforma del federalismo fiscale, PDL-Lega e UDC sono su posizioni praticamente antitetiche. Sulla riforma della magistratura, per quanti sforzi stia facendo il PD per assumere una linea riformista, difficilmente potrà avvicinarsi all’idea del PDL di eliminare il ruolo politico che la magistratura si è costruita negli anni, per la contrarietà di tutta l’ala post democristiana.
Anche rispetto alle ricette economiche un governissimo rischierebbe di annacquare la linea tremontiana di economia sociale di mercato e di difesa dell’economia reale in un quadro di compatibilità di conti pubblici che ha portato avanti efficacemente in sede nazionale ed internazionale. Diciamolo con franchezza: il PD che ha perduto la sua identità politica e che non è approdato all’idea socialista subisce il pesante condizionamento della sinistra democristiana completamente in linea con le posizioni dei grandi banchieri, secondo una impostazione che le è stata impressa , a suo tempo, dal dossettiano Beniamino Andreatta.
Non a caso la sinistra disponibile ad un governassimo, non accetterebbe mai che fosse guidato da un leader sottoposto al consenso elettorale come Berlusconi, ma pensa ad una personalità presunta espressione dei poteri forti come l’improbabile Montezemolo, al governatore della Banca d’Italia Mario Draghi o a qualche “gran ciambellano” eventualmente disponibile.
L’idea di un governassimo come una specie di cordone di salvataggio di fronte alle vicende di corruzione dei grandi burocrati che hanno coinvolto o sfiorato anche personalità politiche è debole e priva di contenuti di alto spessore politico e istituzionale ed, in fondo, tenderebbe a porre sotto tutela Berlusconi condizionandolo nella sua volontà di attuare le riforme.
Berlusconi e il suo governo non possono sottrarsi alla loro unica ragion d’essere: quella di attuare, con il massimo dell’accordo possibile, senza tuttavia rinunciarci, quelle riforme che sole possono costituire un rafforzamento del sistema politico e un riordino del sistema della spesa pubblica del Paese.
E’ sintomatico che il dibattito sul “governassimo” si soffermi solo sulla formula ed evada completamente i contenuti.
Se non ci sono importanti obbiettivi condivisi la proposta di Casini rischia di assomigliare più ad un governicchio che ad un governissimo .
29/04/2010 [stampa]
Berlusconi e Fini, le riforme, il "tirare a campare" e le elezioni.
Una interpretazione piuttosto diffusa del duro scontra tra Berlusconi e Fini ha posto in evidenza soprattutto la questione della libertà di espressione all’interno del PDL.
Non è esatto quanto scrive il 23 aprile Marcello Sorgi nell’ articolo di fondo del suo quotidiano quando sostiene che Berlusconi intende instaurare “ il più autoritario centralismo democratico del vecchio partito comunista”.
La differenza tra una doverosa disciplina di partito che impediva di votare in dissenso dagli organi ( Direzione e Gruppi) vigente già all’epoca nella DC ed in altri partiti, e il centralismo democratico del PCI é che mentre nel primo caso le diversità di opinione potevano esprimersi anche all’esterno, nel secondo caso oltre al dovere di disciplina di voto non era possibile portare all’esterno il dissenso.
Nei riguardi di Berlusconi i finiani esprimono il loro dissenso quotidianamente nella fondazione Fare futuro e in decine di apparizioni televisive e interviste, senza, gli impedimenti dell’evocato “centralismo democratico”. Ci sarà da vedere, d’altro canto, se la minaccia di far venire meno i voti alle proposte del governo, già anticipata da Granata nell’intervista a Micromega, dopo la riunione della direzione del 22 aprile e le “scintille” preannunciate da Fini, dovesse essere sistematicamente attuata. In questo caso potrebbero scattare legittimamente, anche sotto un profilo democratico, i provvedimenti disciplinari.
Non sarà facile, tuttavia, per i dissidenti che intendono muoversi secondo una antica logica correntizia, boicottare l’azione di governo e la leadership berlusconiana che appare forte.
Peraltro il leaderismo che condiziona tutti i partiti di oggi ha origini lontane: è il frutto di un lento, ma inesorabile processo iniziato quando nella DC si cominciò ad eleggere direttamente dal congresso il Segretario politico ,continuando, poi con l’introduzione dei primi connotati presidenzialisti nelle istituzioni ( elezione diretta di sindaci, presidenti di province e di regioni). Il ragionamento che iniziò allora vedeva il segretario di partito o il vertice istituzionale non come la più alta capacità di mediazione, ma il leader investito direttamente di un mandato politico. La crisi dei partiti iniziata nei primi anni ’90 e la loro conseguente debolezza prepararono il terreno per una esasperazione del leaderismo nascente.
La nostalgia per il vecchio assetto dei partiti, forse determinata dai limiti organizzativi delle attuali formazioni politiche ( tranne la Lega) non può indurre a far ritenere possibile il ritorno a quel modello sconfitto non solo per motivi “storici” e “ di cronaca”, ma anche per l’incapacità di una classe dirigente di difenderne le ragioni positive. E’ mutata profondamente e definitivamente la base di legittimazione dei vertici politici istituzionali un tempo affidata ai partiti, ora al rapporto con l’elettorato.
Certo c’è una differenza nella leadership di PDL e PD, ma essa deriva dalle caratteristiche carismatiche di Berlusconi rispetto ad un PD le cui anime non sono mai riuscite a comporsi , condizionate anche da una crescente componente giustizialista.
Non si vedono all’orizzonte elementi che facciano ritenere modificabile questa condizione e, soprattutto ne viene impedita la formazione di correnti tanto è vero che nello stesso PD il dissenso è dovuto uscire dal partito.
In un partito che non può avere correnti la “rottura” di Fini come ha scritto sempre Marcello Sorgi ad “un suicidio politico “ o al “il gesto di un kamikaze”.
Quali prospettive si aprono dopo questa resa dei conti nel PDL?
Per tentare di capire ciò che potrà accadere, occorre fare, innanzitutto, una valutazione politica generale , cioè cercare di delineare quali razionali esigenze politiche il Paese ha di fronte.
La ragione politica che sostiene l’attività di governo, oltre ad accompagnare l’uscita dalla crisi e la ripresa dell’Italia, è senz’altro quella di approvare quelle riforme che investono la stessa Costituzione e riguardano federalismo fiscale, giustizia, governo, sistemi elettorali e fisco.
Il Paese è giunto ad un punto di snodo , nel senso che o si affrontano questi temi e si dà loro una soluzione adeguata a rafforzare complessivamente il sistema politico o si va al declino. Questa condizione ricorda la crisi della cosiddetta prima repubblica quando non riuscendo a leggere i segnali evidenti che si presentavano a indicare la strada da percorrere, ci si accontentò di un “governicchio” che lasciò il Paese in rovina, prigioniero di una transizione dalla quale, ancora oggi, non si è usciti.
Non crediamo che Berlusconi intenda “tirare a campare” per i tre anni che ancora gli competono di governare e, del resto, affrontare e decidere sui veri nodi istituzionali e politici è anche quello che gli chiedono elettori, forze economiche e l’interesse nazionale nel suo complesso.
Questo dovere di governare riguarda, comunque, un po’ tutti, nelle differenti responsabilità: maggioranza, opposizioni e le stesse forze all’interno dei due schieramenti. L’appello di Berlusconi per riforme condivise ha questo preciso significato.
Rischiano di risultare emarginati da questo necessario corso della politica italiana tutti coloro che o per una posizione di conservatorismo costituzionale, o per un preconcetto antiberlusconismo, o per tatticismo operativo e logorante, di fatto, si pongano in una posizione di freno rispetto agli obbiettivi di riforma.
Se Gianfranco Fini tenterà di imbrigliare l’azione di governo, avvalendosi del suo importante ruolo istituzionale e ponendo in cantiere anche nuove trasversalità rischierà di collocarsi in questa ultima categoria.
Anche i tentativi di mediazione sono destinati ad arenarsi.
Le mediazioni erano il terreno principale della politica dell’epoca del proporzionalismo, ed anche oggi avrebbero un senso, ma alla sola condizione che esse operino su di un terreno politico e di contenuti, realmente migliorativi delle proposte e purchè non cancellino la incisività e l’ adeguatezza delle scelte.
L’urgenza e la necessità dell’approvazione delle riforme, impongono di operare nel confronto e nella ricerca di ogni apporto che non comporti tuttavia un logorante immobilismo. Oggi la politica non è più lenta come sostiene Follini, ma deve correre.
Sotto il profilo istituzionale, poi, il dibattito tra chi chiede l’assoluto prosieguo della legislatura e chi, invece, prende in considerazione la possibilità di elezioni anticipate deve considerare certamente il fatto negativo di interrompere un mandato elettorale, ma anche il grave logoramento istituzionale che si avrebbe con tre anni nei quali lo scontro interno al PDL e la debolezza delle opposizioni dovessero rendere non adeguatamente produttiva l’attività parlamentare.
Difficilmente Berlusconi cadrà nella trappola del “governicchio” e del “tirare a campare”.
Anche su questa prospettiva la fine della prima repubblica può insegnare qualcosa.
09/04/2010 [stampa]
Il ritorno del presidenzialismo.
Dopo mesi passati a fa finta di “dialogare” sulla “bozza Violante”, le elezioni regionali hanno spalancato la porta delle riforme, restituendo all’argomento la sua dignità e le sue vere priorità.
Come avevamo più volte sottolineato le riforme ripartono dalla riforma, cioè dalla questione della restituzione della piena legittimità al voto popolare che è chiamato a indicare il vertice rappresentativo dello Stato o del Governo , in sostanza dalla questione del “presidenzialismo”. Il rafforzamento dei poteri del premier di cui spesso si parla o che di fatto si vanno verificando deve essere accompagnato dalla scelta popolare diretta. Questo è il primo concetto a base del presidenzialismo.
Emarginato da un finto confronto politico, esso ritorna non solo come esigenza di cambiamento di una Costituzione che era fondata su un parlamentarismo espressione di partiti politici forti, autorevoli e, soprattutto rappresentativi a cui spettava la scelta del governo, ma anche come punto di equilibrio tra le diverse proposte che richiedono un terreno di intesa con PD, UDC ed anche come necessità di una linea comune nell’ambito del PDL e della Lega.
Non a caso – ed anche questo avevamo rilevato – si ritorna con attenzione a quanto era stato elaborato dalla Bicamerale che si chiuse con il voto, a sorpresa, della Lega per il semipresidenzialismo ed anche oggi, il bandolo della intricata questione sembra ritornare, non in maniera esclusiva, alla stessa Lega.
Il confuso quadro politico intorno alle prospettive di riforma della Costituzione già delinea alcuni indirizzi contrari: i sostenitori della costituzione come ideologia ( Franceschini e i dossettiani), i giustizialisti ( Di Pietro ) ed il qualunquismo radicale; mentre a riformisti di sinistra (PD post comunisti) e a centristi (UDC) non sembra sfuggire l’importanza di quest’ultimo treno per ritornare ad essere protagonisti di una importante stagione politica.
Rispetto al tipo di presidenzialismo l’iniziativa di Calderoli presentatosi al Capo dello Stato o la proposta di Fini per un modello francese, con sistema elettorale a collegi uninominali a doppio turno sono delle fughe in avanti . Nel gran vociare su possibili versioni italiane di sistemi francesi o americani basterebbe innanzitutto partire dalla constatazione della positiva esperienza regionale, cioè dell’elezione a un turno per il presidente e a un sistema elettorale proporzionale, con preferenza e premio di maggioranza per l’assemblea legislativa. Adottare tali meccanismi significherebbe anche cominciare ad omogeneizzare i sistemi elettorali che in Italia sono incredibilmente differenziati e che spesso disorientano gli elettori.
24/03/2010 [stampa]
Piazza San Giovanni: voto e popolarismo contro astensionismo e fondazioni.
La piena riuscita della manifestazione di sabato 19 marzo a Piazza San Giovanni ha visto la sinistra impegnata a cercare di minimizzare questo appello alla piazza del premier e, soprattutto rispondere con una polemica sulle cifre, nella quale , peraltro inopinatamente, si è fatto trascinare anche il PDL.
Non è stato valutato il senso politico del fatto che lo stesso Bossi, in una elezione regionale e, quindi “federale”, abbia accolto l’”appello” di Roma e che in quella piazza l’elettorato ed anche i quadri del PDL, tramortiti dalle vicende delle liste, abbiano potuto ritrovare entusiasmo ed impegno operativo. E questi effetti immediati, già manifestano l’intuito comunicativo e politico di Berlusconi.
Ci sono comunque altri aspetti che sono sfuggiti all’analisi superficiale di molti opinions makers.
Il ricorrere alla piazza da parte di Berlusconi, oltre a contrastare il possibile astensionismo, sottolinea ancora una volta una caratteristica di fondo della sua politica: quella del recupero del ruolo del consenso popolare al fine della legittimazione della politica ed del radicamento del partito. Non a caso nei giorni precedenti ed anche in Piazza San Giovanni Berlusconi ha ripetuto il suo impegno a varare una riforma della Costituzione che preveda l’elezione diretta del premier, cioè di quella riforma, non compresa nella bozza Violante, ma che da sola può caratterizzare la svolta istituzionale dell’Italia .
Per comprendere lo sfondo sul quale opera questa indicazione del capo del governo, occorre richiamare il gravissimo fatto , coma abbiamo avuto modo di riferire in un altro articolo, che settori rilevanti del sistema economico, espressi nella Fondazione Italia Futura, invitino all’astensionismo e si lancino in troppo facili ed azzardate previsioni di una percentuale di non voto, a fine marzo, simile a quella che si è avuta nelle elezioni regionali francesi.
A tirare le orecchie alla fondazione di Montezemolo, ancora una volta è il Corriere della Sera del 19 marzo che, in un fondo di Sergio Romano, analizza, con molta esattezza, le differenze politiche, di comportamento elettorale ed istituzionali, per quanto concerne l’istituto regionale, tra l’Italia e la Francia e significativamente titolando “l’astensione fa male a tutti”. L’astensionismo servirebbe solo gli interessi di coloro che intendono mantenere sotto scacco la politica o farla rientrare nel loro orizzonte di interessi.
La scelta di Berlusconi per una riforma della Repubblica fondata sul consenso popolare, poi, potrà correttamente dirimere il contrasto tra politica e giustizia, nel senso che la politica non deve prevaricare la giustizia, ma, assolutamente, non può indebolirsi al punto di aprire varchi al debordare della Magistratura come è avvenuto in passato e come, per certi aspetti, appare nel presente. La fonte più adeguata alla crescita dell’autorevolezza della politica è quella del consenso e dell’investitura popolare anche per contrastare le tentazioni élitarie che serpeggiano nella società italiana come il proliferare delle fondazioni dimostrano. Popolarismo contro fondazioni.
Dopo le elezioni regionali, indipendentemente dal loro risultato, occorre che si cancellino dall’ordine del giorno del dibattito politico tutti quei diversivi che hanno distratto l’azione del governo e della maggioranza su input di parte della magistratura,di settori della informazione e della stessa opposizione.
La politica deve ritornare a dettare l’agenda e occuparsi dei grandi temi. Il governo deve assolutamente portare all’attenzione del Parlamento le riforme della Costituzione, della giustizia e del sistema fiscale nei tempi consentiti dalla situazione generale della finanza del Paese. Se ci sarà una adeguata fermezza da parte del premier sarà difficile , per l’opposizione, fermare il dibattito, ma, anche, per chi, all’interno del PDL, coglie ogni occasione per diversificare la sua posizione, sfuggire ad un confronto o sabotare l’azione di governo.
22/03/2010 [stampa]
Il "Giustizialismo" malattia infantile del partito democratico.
C’è una disparità di trattamento da parte dell’informazione sulla condizione interna dei due maggiori partiti. Mentre si evidenzia, con grande enfasi, ogni reale differenziazione di Fini nei riguardi della linea politica del premier, - complice la stampa filo berlusconiana - poco si dice di ciò che accade e del significato delle divisioni e delle separazioni che riguardano il PD.
L’uscita dal partito di Rutelli e quella, ancor più significativa, dei cosidetti teocon delle quali la più rilevante è stata quella della Binetti, che ha una sua particolare figura politica e di riferimento ecclesiale, non hanno suscitato, in una stampa piuttosto teleguidata, alcun approfondimento sui motivi e sui contenuti.
Non c’è dubbio che queste defezioni producono un inaridimento che le isterie di Franceschini e le battute della Bindi non colmano. Tutti sanno, poi, che altri sono con le valigie in mano, come ha avuto modo di annunciare un ex ministro ad un esponente politico di centro impegnato nel nord del Lazio. Il silenzio di Marini, poi, è un altro segnale di distacco che trova eco nell’altrettanto disimpegno del nipote di Gianni Letta.
All’interno del cuore postcomunista del PD si preannunciano venti di guerra come fa intendere l’intenzione di Bettini di costituire presto una sua corrente e la potenza di fuoco dell’ex coordinatore della segreteria di Veltroni acquisita ai tempi delle giunte comunali di Roma, non può far stare tranquille le altre componenti interne. A quest’ultimo avviso, si aggiunge il “ritorno” di Veltroni, come riferito in un articolo del Corriere della Sera del 18 marzo, che sulla base di sondaggi attendibili sarebbe secondo in popolarità al solo Berlusconi.
Questi movimenti interni e in uscita dal PD, avvengono mentre il partito rischia di essere soffocato dalla camicia di Nesso che ha voluto indossare con il rilievo dato alla alleanza con Di Pietro. L’IDV di identifica con il giustizialismo che, nonostante gli sforzi di giornalisti e opinion makers di sinistra non è accettato dalla stragrande maggioranza degli italiani che ne vedono una forma di estremismo politico. E’ incredibile che Bersani che ha vinto il congresso PD su una linea moderata e riformista, finisca nel dare un’impronta estremista al PD, secondo un contenuto ed un linguaggio che mette in imbarazzo molti settori moderati del partito.
La verità è che nel PD l’esigenza di rafforzarne l’identità, che era emersa nel dibattito congressuale, rispetto all’astrattismo di Veltroni, è venuta meno in nome della ricerca di un successo elettorale nelle elezioni del 28 e 29 marzo.
In questa fessura tattica, si è inserito Di Pietro e il suo giustizialismo estremo. L’estremismo fu un’antica malattia del comunismo della quale se ne accorse anche Lenin, definendola “malattia infantile”. Si attende, forse invano, che qualcuno all’interno del PD denunci questa nuova malattia di un ancora infantile PD.
12/03/2010 [stampa]
"Ordine nuovo", Montezemolo e Berlusconi.
Negli anni ’50, una scissione dal MSI nella quale si ritrovarono diversi giovani quadri , diede vita al Centro studi Ordine Nuovo che in alcune occasioni di elezioni politiche invitò a “votale scheda bianca”, sostanzialmente per “battere la partitocrazia”, così si diceva.
A quegli esponenti ,ormai in là con gli anni, potrà senz’altro far piacere che quell’appello lontano , in questi giorni, è stato raccolto, in modo ancor più vigoroso, da una facoltosa fondazione: Italia Futura, che, addirittura, ha invita a disertare le urne.
Partendo dalla constatazione che “la qualità delle liste raggiunge livelli mai visti, il confronto sui programmi evapora e delle cose da fare non c’è più traccia nel dibattito politico” - anche in quegli anni si dicevano , da parte di quei gruppi estremi, più o meno le stesse cose - , si arriva a chiedersi se “ esercitare ancora una volta il diritto di voto senza alcuna convinzione, per riprendere il giorno dopo la quotidiana lamentazione sul sistema politico nel suo complesso, non rappresenti l’espressione di un qualunquismo ancora peggiore”.
Il Corriere della Sera del 12 marzo che ha notato questa posizione di Italia Futura, nello stesso articolo, maliziosamente, segnala che “ il settimanale francese Le Point in un articolo intitolato ‘il sogno di Motezemolo’, rifacendosi ad un sondaggio di ottobre, spiegava che il presidente (minuscolo n.d.r.) della Fiat “rappresenta il candidato ideale alla successione del premier Berlusconi”.
Casualmente, ma , forse, non troppo, nello stesso numero del Corsera, l’articolo di fondo di Pierluigi Battista dopo aver riferito della “ fortissima tentazione astensionista” e della “tendenza a disertare le urne” , ricorda come, proprio l’invito a votare consentì di influire sul risultato sia nel 2006 “che rimise un Berlusconi già sconfitto al centro della scena”, sia nel 2001 che vide la sconfitta del centrosinistra perché “molti dei suoi scontenti e sconcertati disertarono le urne”.
La conclusione del pezzo è interessante: “ Nell’’uno contro tutti’ solitamente Berlusconi ritrova il suo terreno favorito, il che dovrebbe sconsigliare il PD dall’imboccare la strada dell’’unione sacra’ antiberlusconiana in cui rischia di farsi risucchiare. Ma ritrova anche la debolezza di una ‘sua’ classe dirigente che, lasciata a sé stessa, non è in grado di rappresentare autonomamente un punto di riferimento per l’elettorato. E di fronteggiare con convinzione il fantasma dell’astensione”.
A parte questa convinta analisi che ancora una volta mette in guardia dalla solita strategia perdente del’antiberlusconismo nel quale sta affogando anche il PD di D’Alema, in ciò rivelandosi, sorprendentemente, meno attento di Veltroni, non si può non rilevare e positivamente sottolineare che il quotidiano di via Solferino non è tenero nei confronti di certo qualunquismo antipartitico e forse antipolitico che pensa che si giusto non votare nelle elezioni rappresentative. Ci aspettiamo che qualcuno che tuonò contro “l’esempio diseducativo” dei Vescovi quanto invitarono, legittimamente, a non andare a votare al referendum sulla legge per la procreazione assistita, si faccia sentire anche in questa occasione, anziché pensare a “fare un’Italia futura”.
02/03/2010 [stampa]
Summum Ius.

Il pasticcio brutto dell’esclusione della lista del PDL nella circoscrizione di Roma per le elezioni regionali del Lazio merita alcune riflessioni.
Ci domandiamo: è fondata e logica la norma che richiede ancora la “raccolta” di migliaia di firma per partiti che hanno un’ampia rappresentanza nelle assemblee per le quali ritornano a concorrere? O anche questa norma, insieme a tante altre procedure burocratiche, spesso “finte” ed “aggirabili” fa parte di quel ginepraio di normative che andrebbero disboscate da una sana opera riformatrice?
Nel merito di questa vicenda, tuttavia, emergono altre e più rilevanti considerazioni.
Nel PDL siamo in presenza di una lotta interna che ha come probabile matrice la divisione ed il continuo differenziarsi di Fini nei riguardi del premier. Emblematica la vignetta di Giannelli sul Corriere della Sera del 1 marzo che raffigura un pensoso Fini che tra se e se dice “ Quando Berlusconi non parla non so come contraddirlo”. Questo spiega come si siano accentuate le lotte interne in questi ultimi mesi, fino ad arrivare alla stessa compilazione delle liste.
Anche il PD ha subito, dopo il congresso che ha eletto Bersani, numerose scissioni e, probabilmente, se ne preparano altre.
Quello che colpisce di queste situazione non è la dialettica interna, sempre esistita nei partiti che non avevano il “centralismo democratico” del PCI, ma è la mancanza di classi dirigenti con l’autorevolezza per ritrovare la sintesi politica. Sintesi che diventa sempre meno ottenibile, ma mano che si scende nei livelli organizzativi e politici inferiori. Con le relative conseguenze.
L’impressione è che la politica ed i partiti non siano più in grado di esprimere una classe dirigente e diventano terreni di caccia per le scalate personali o di ambienti . La ricostruzione di una condizione dei partiti che consenta di esprimere nuovamente una classe dirigente di valore non può che passare attraverso la costruzione di un quadro istituzionale che richiami fortemente ed obblighi i partiti a ricostruire il rapporto con l’elettorato.
La vicenda delle liste di Roma, pone in evidenza altri elementi che vanno sottolineati.
Colpisce il basso profilo della Bonino che si aggrappa ad una ossequiosa osservanza di procedure burocratiche per impedire che gli elettori del partito di maggioranza relativa nel Lazio possano esercitare il loro diritto di voto. Sono lontani i tempi nei quali i radicali violavano le leggi per fare battaglie per quelli che loro ritenevano essere i diritti individuali. Siamo ormai passati alla codina difesa dei codicilli. Anche i radicali hanno perso lo smalto di un tempo.
Né sfugge l’impressione che in nome della opportunità di avere un risultato positivo dalla mancata presenza della lista del PDL nella circoscrizione di Roma e Provincia, nell’altra coalizione o, forse, anche all’interno della stessa coalizione della Polverini, si passi sopra all’evidente vulnus democratico che si avrebbe nel Lazio per elezioni il cui risultato sarebbe falsato. Pressocchè nessuno ha posto la questione che sarebbe realmente dirimente e cioè che è primario interesse politico quello dello svolgimento di elezioni non falsate dalla eliminazione della lista del partito di maggioranza relativa e che l’ordinamento giuridico costituzionale, comprese le norme sulle procedure elettorali, ha il precipuo obbiettivo di garantire elezioni il cui risultato sia realmente rappresentativo degli orientamenti degli elettori. La democrazia dei codici rischia di mangiare sé stessa, con il contorno della maionese impazzita dei partiti.
19/02/2010 [stampa]
L'Avvenire e Paola Binetti tra Bersani e Casini.
Giusta la soddisfazione di Pierferdinando Casini per l’ adesione di Paola Binetti. Tra gli abbandoni di parlamentari PD di radici cattoliche, certamente la più importante e significativa.
Non convince l’analisi di Gnocchi e Palmaro su “Libero” del 16 febbraio, secondo la quale la Binetti sposterebbe i centristi ancora più a sinistra. A ben vedere, infatti, la componente cattolica ideologicamente di sinistra nell’ambito politico è quella che ha le sue radici culturali e politiche nel dossettismo, mentre la parlamentare già Presidente di Scienza & Vita è membro dell’Opus Dei che con l’ideologia dossettiana ha poco a che vedere, dimostrato anche dal fatto che l’Ares la casa editrice collegata con l’Opera ha pubblicato l’anno scorso il libro di Baget Bozzo e Saleri su “ Dossetti e la Costituzione come ideologia politica”.
Piuttosto si potrebbe dire, e non solo per il peso obbiettivo della personalità di Paola Binetti, che questa scelta impegna l’UDC ad una coerenza ancor più definita poiché la “rottura” con il PD è avvenuta sui temi riferiti ai valori non negoziabili e per la scelta di candidare Emma Bonino nel Lazio quasi una sfida “laicista” in una Regione nella quale la politica non può prescindere dallo stabilire un rapporto di equilibrio con la realtà cattolica e delle sue istituzioni. Invece nel Lazio si è verificata, oggettivamente, per il PD una deriva regionale zapaterista.
E’ interessante in particolare nell’articolo di Soave sull’Avvenire dello stesso giorno una considerazione non contingente quando si afferma: “ C’è chi pensa che in questo modo si realizza un progetto strategico attribuito a Bersani, quello di lasciare fuori dal partito i settori moderati e cattolici, per poi recuperarli ‘dall’esterno’ con un alleanza organica con l’UDC. Però è proprio sul terreno delle alleanze che si sono determinate le condizioni per l’abbandono di Binetti e di altri”.
Queste parole di Soave potrebbero essere indirizzate a Bersani, perché Casini intenda. E non lasciano dubbi neppure sulla ipotesi ipertatticistica, che circola all’interno dell’UDC, secondo la quale D’Alema in un raffinato gioco di sponda avrebbe dato il via libera alla Bonino, per favorire la convergenza di Casini sulla candidata di Fini, rispetto alla quale per un po’ di tempo il leader dell’UDC era rimasto piuttosto freddino prendendo in seria considerazione l’ipotesi di convergere direttamente su Zingaretti.
Se, in sostanza,come afferma Soave, il problema è delle alleanze, la presenza della Binetti nell’UDC non è proprio compatibile con la “ Triplice Santa Alleanza tra Fini, Casini e D’Alema” che l’Espresso ha ipotizzato per il superamento di Berlusconi e per porre fine al bipolarismo nell’accettazione comune del sistema elettorale tedesco; tutto questo anche perché, in quanto a contenuti opinabili, nel blog di Fare futuro non ne mancano.
Anche sulla questione del bipolarismo –a parte alcune simpatie in ambito CEI – l’UDC non appare in linea con i commenti che su questo tema sono apparsi più volte sull’autorevole Civiltà Cattolica.
Peraltro lo stesso Casini dovrebbe avere reali motivi di riflessione sulla praticabilità di questo suo importante obbiettivo da quando si è ripresentato l’asse PD IDV, sigillato al tempo del bipolarista Veltroni che, confermato nelle elezioni regionali, certo si va rafforzando in un importante coagulo di potere come quello delle Regioni.
In questo quadro, al momento, il punto di forza di Casini resta il suo eccezionale pragmatismo che mentre stringe alleanze a sinistra in alcune regioni dà una mano a Berlusconi sulla venefica materia della Giustizia.
Paola Binetti non concederà a Casini quello che non ha consentito a D’Alema e Bersani, cioè sacrificare il peso dei valori non negoziabili alla prassi politica, anche e soprattutto sull’altare del pragmatismo più abile.
10/02/2010 [stampa]
Perchè non piacciono più alla Fiat gli
eco-incentivi.

Colpo di scena sugli eco-incentivi per l’auto. Non interessano più alla Fiat. Le incertezze e le lungaggini del governo hanno fatto precipitare la situazione. L’amministratore delegato del Lingotto Sergio Marchionne ha fretta di decidere sulle due sponde dell’Atlantico. Il quadro del mercato automobilistico mondiale non è più lo stesso del pre-crisi internazionale.
I tentativi della politica di mettere bocca sulle decisioni strategiche del gruppo torinese ( chiusura di Termini Imerese, riorganizzazione di Pomigliano d’Arco, varo del polo sportivo, evoluzione dell’accordo con la Chrysler), le iniziative della Ue sulle politiche del settore, gli interventi delle Regioni per garantire l’occupazione e scongiurare le tensioni sociali nei territori in cui sono ubicati gli stabilimenti ( Piemonte, Abruzzo, Lazio, Campania, Calabria, Sicilia) hanno determinato un cambiamento di percorso da parte dei vertici del gruppo torinese.
Forse una svolta storica nei rapporti tra l’azienda torinese, il governo e la politica.” Con il governo, dice Montezemolo, abbiamo un rapporto costruttivo” ma secondo Bonanni “ Il Lingotto corre il rischio di rompere il sodalizio che c’è sempre stato con il paese e sarebbe un grave errore”. La famiglia Agnelli non parla ma lascia fare a Marchionne, secondo il quale, “ i palliativi non servono al mercato ma occorre una forte e serie politica industriale che miri ad un rafforzamento competitivo dell’industria dell’auto, considerato un settore trainante da tutti i governi del mondo”.
Un’inversione di tendenza. Perché in precedenza la Fiat, azienda simbolo dell’industria italiana, è stata sempre sostenuta e spalleggiata dai governi e dallo Stato. Gli stabilimenti del Sud ( Cassino, Pomigliano, Termoli, Termini Imerse) sono stati fatti con i soldi della Cassa del Mezzogiorno. Soldi pubblici anche per Melfi. Risale al novembre 1996 il passaggio dell’Alfa Romeo dall’Iri-Finmeccanica alla Fiat ( pronubi Prodi, Viezzoli e Fabiani), preferita alla Ford.
Qualche anno prima l’azienda era sull’orlo del collasso.Puntuali le annotazioni di Indro Montanelli “ non solo la salvarono ma le ridiedero ali per competere vittoriosamente con qualsiasi concorrenza. All’equivoco che gli interessi della Fiat sono gli interessi dell’Italia si devono molti scompensi: primo quello di una rete autostradale da paese supersviluppato che faceva comodo alla Fiat e convive con attrezzature ferroviarie,sanitarie, scolastiche da terzo-quarto mondo”.
Perché ora il cambio di vedute sugli eco-incentivi che gli altri produttori di auto e imprenditori di altri settori considerano utili a superare le difficoltà? Non solo perché dei 600-700 milioni che il Tesoro si apprestava a mettere a disposizione solo 200-300 andavano all’auto. La ragione principale va trovata nel fatto che era sempre più esplicito l’orientamento di politici e sindacati, sintetizzato dalla frase del presidente del Senato Schifani, “ bisogna avere il coraggio di dire basta ad elargizioni statali se non vengono salvaguardati i posti di lavoro e i presidi industriali”.
La Fiat ha capito che il clima a suo favore era cambiato e l’operazione Chrysler ( 4, 5 milioni di vetture vendute all’anno con obiettivo di 6 milioni a breve) sta inducendo i vertici del Lingotto ad agire sempre più su scenari globali e internazionali .
Chiudere Termini Imerese ( per la quale si prospetta un soluzione sociale, da valutare, dice Scajola, 8-10 proposte), avere più flessibilità a Pomigliano, tipo Melfi , contrattare con i sindacati salari diversi dal contratto nazionale sono traguardi da raggiungere senza condizionamenti dello Stato che giustamente si preoccupa della salvaguardia dei posti di lavoro e di mantenere in piedi una realtà industriale nel Mezzogiorno.
L’operazione “mani libere” di Marchionne non prevede vincoli che potevano derivare dagli eco-incentivi ed estenuanti trattative con i sindacati per vendere 30-35 mila vetture in più o passare dalle 650 mila vetture all’anno alle 900 mila entro un triennio.
La partita si sposta sul piano industriale e sul sostegno all’economia, come dice Emma Marcegaglia, a tutti i settori in sofferenza. La Glaxo, multinazionale inglese, che abbandona Verona , chiude il laboratorio ricerche e lascia a terra 500 ricercatori, i 400 tagli dell’Italtel e chiusura del centro di ricerche di Roma, la minaccia di chiusura degli stabilimenti di Portovesme in Sardegna e di Fusina in Veneto della multinazionale statunitense dell’alluminio Alcoa e la crisi dell’Alcatel di Battipaglia inducono il governo a rivedere i rapporti con il mondo delle imprese.
10/02/2010 [stampa]
Il nuovo asse Bersani-Di Pietro e l'alternativa a Berlusconi.
Basterebbe il solo intervento di Gioacchino Genchi e le due ovazioni del popolo dell’Idv a misurare i limiti della cosiddetta “svolta” dipietrista al congresso.
Ma il discorso si fa più serio se si considera che il congresso è stato preceduto da un incontro a due tra lo stesso di Pietro e Bersani qualche giorno prima, dove, probabilmente, è stata concordata la linea congressuale che ha consentito, poi, al segretario del PD di prendervi parte.
La “moderazione” di Di Pietro sarebbe la rinuncia alla piazza, quindi all’idea movimentista, per scegliere una strategia fatta di accordi politici (sostegno al candidato PD in Campania sotto indagine giudiziaria e ottenimento dell’appoggio PD al candidato IDV in Calabria), senza escludere una possibile fusione tra le due forze politiche. Tutto ciò per preparare l’alternativa a Berlusconi.
A questo punto non si può non rilevare che il Partito Democratico di Bersani sembra confermare la scelta a suo tempo fatta da Veltroni alle elezioni politiche del 2008 di una alleanza organica con Di Pietro che addirittura precede gli ulteriori possibili accordi verso il centro (UDC) o verso la sinistra sui quali hanno insistito D’Alema e lo stesso Bersani nella fase congressuale del PD e dopo.
Ma quale alternativa in termini politici e programmatici può venir fuori da questa inedita edizione dell’opzione strategica PD-IDV ?
Già le reazioni si sono fatte sentite. Casini ha criticato con forza questa decisione di Bersani, mentre Ferrero ha stigmatizzato la “scelta moderata” dell’IDV. Ma è soprattutto l’amalgama tra queste due forze che non appare assolutamente adeguato a dar corso ad alternative a Berlusconi. Non dimentichiamo che è già clamorosamente fallita l’alternativa prodiana a Berlusconi. In fondo questa viveva su alcuni intrecci con un certo spessore storico e culturale come quello sulla visione di un capitalismo non liberista, una politica estera non filo occidentale, una concezione cattolico democratica. E tuttavia questi punti di aggancio non sono bastati a proporre una linea stabile e capace di governare.
Quale amalgama avrebbe la proposta di una alternativa a Berlusconi che di costruisca sull’intreccio Bersani-Di Pietro? Questi accetta il candidato De Luca, ma non abbandona il giustizialismo in senso istituzionale, cioè nei rapporti di potere tra le istituzioni, la sua è una linea oggettivamente populista e, poi, resta una enorme personalizzazione del partito e le “amicizie” da Genchi fino a Rocco Modiati che gli consegnò il premio della Kroll Secret Service nella famosa cena del 15 dicembre 1992.
Bersani, da parte sua, sembra piegarsi ad un pragmatismo di alleanze, rinunciando o assottigliando l’identità del partito, come rivelano le scelte delle candidature per le regionali. Quale sommatoria potrà avere un insieme che vede la “laicista” Bonino nel Lazio, il “leaderista” Vendola in Puglia, il “tecnico” Bortolussi in Veneto o la candidata Marini in Umbria che l’ha spuntata sul concorrente sostenuto da Fioroni grazie anche all’appoggio dei veltroniani e di Ignazio Marino.
Il PDL e Berlusconi debbono operare per il buon governo e dare quelle risposte che la condizione difficile del Paese richiede e che non possono prescindere da una strategia di grande rispetto per il quadro delle alleanze complessive in politica estera, per le compatibilità finanziarie del Paese, per un uso rigoroso delle risorse disponibili verso i sostegni di carattere sociali, ma anche per la stabilizzazione delle componenti strutturali dello sviluppo. Tuttavia la risposta al pragmatismo e al populismo che animano questa nuova frontiera dell’alternativa a Berlusconi non può non comprendere l’iscrizione nell’agenda del 2010 della questione delle riforme costituzionali e la sua soluzione. E’ sul terreno della grande politica che si deciderà il futuro di governo dell’Italia.
04/01/2010 [stampa]
Le gambe del PDL.
Mentre si vanno chiudendo le logoranti vicende per la scelta delle candidature a Governatore nelle Regioni si può tracciare un primo bilancio sullo stato dei partiti maggiori alla luce di ciò che va emergendo.
Nel PD si sono confrontate due linee che sottendono a due diverse concezioni di partito: quella che tenta di rafforzare la visione leaderista che si è espressa soprattutto con il sostegno a Vendola e all’idea statutaria delle primarie per la scelta dei candidati e quella che ritiene la politica degli accordi tra i partiti la condizione dalla quale far scaturire la stessa strategia per la individuazione dei candidati.
Dalla Campania alla Puglia, dal Lazio all’Umbria e oltre ,questo scontro ha evidenziato una forte crisi del PD e tuttavia questo conflitto interno, poiché deriva da un confronto di idee politiche, potrebbe, a non breve termine, sviluppare positività e trasformarsi in un rafforzamento di questo partito.
Nel PDL , in alcune Regioni, soprattutto nella Puglia è emerso qualcosa assai meno afferente ad un conflitto di idee. In questo partito si va sviluppando una situazione che vede il ripercuotersi verso il basso degli effetti negativi di una concezione verticista. E’ in qualche modo evidente che la logica elettorale che vede un Parlamento composta da ”nominati” sta rafforzando l’idea che nella scelta dei candidati, più che far riferimento alle possibilità di vittoria si decide in base alle appartenenze di gruppo o, addirittura di singoli personaggi locali.
Queste scelte sono state fatte passare anche come un esercizio di sovranità dei “capi locali”, rispetto alle indicazioni del leader Berlusconi.
E’ evidente che questo “scontro” poco ha a che vedere con una prospettiva di ampio respiro in senso riformatore del PDL. Quando Berlusconi disse con chiarezza che il nome doveva essere quello di Popolo della Libertà, rinunciando alla definizione di Partito, indicò nel radicamento popolare e nel consenso il percorso caratterizzante la nuova formazione politica ed in questo senso operando il superamento della mera aggregazione tra due partiti.
L’ambito delle istituzioni regionali, a prescindere dalla loro importanza, in una visione federalista, fa riferimento allo spazio dal quale deve emergere la classe dirigente che i partiti selezionano nell’assetto della loro composizione politica generale.
Se il PDL si vedrà impegnato , come deve fare pena la sua stessa sopravvivenza politica, ad una riforma elettorale e costituzionale che consolidando il bipolarismo, rafforzi il concetto costituzionale di “sovranità popolare” , deve prepararsi a disporre di una classe dirigente che si misuri solo e soprattutto sul consenso e sulla scelta vincente, depurandosi dalle scorie “correntizie”, o dei “caciccati”.
Non per sempre Berlusconi potrà intervenire per sopperire ai limiti della classe dirigente locale; occorre che il PDL sia capace di camminare sulle proprie gambe, cioè risultare vincente per capacità politica e di consenso dei propri quadri politici e istituzionali.
27/01/2010 [stampa]
Vendola, il bipolarismo e la democrazia.

Non c’è dubbio che il risultato delle primarie del PD in Puglia ha un significato che esula dalla vicenda delle elezioni a governatore in quella regione.
Sia D’Alema che Casini avevano parlato dei nuovi rapporti politici tra PD e UDC come di un laboratorio politico per la stessa politica nazionale.
La strategia per la correzione o, addirittura, la cancellazione del bipolarismo aveva come prima tappa la prospettiva pugliese.
Questa strategia è pensata e voluta soprattutto da Casini che alle elezioni politiche del 2008 rifiutò di fare alleanza con il PDL per non rinunciare all’identità politica del suo partito. La crisi del veltronismo e la scalata di Bersani alla segreteria del PD avevano rafforzato questa possibilità in quanto D’Alema, nella necessità di ricostruire una linea politica dalle macerie della segreteria Veltroni, aveva condiviso l’idea del superamento del bipolarismo, rinunciando alla sua primitiva idea di un sistema politico a doppio turno, di tipo francese, cioè ad un semipresidenzialismo sul quale si era reso disponibile prima e durante la bicamerale a suo tempo fallita.
L’asse Casini-D’Alema, comunque è sopravvissuto alla sconfitta del candidato Boccia, tanto è vero che pur di impedire la vittoria del centrodestra nella Regione, il leader dell’UDC ha concordato con D’Alema la presentazione della candidatura a presidente della Poli Bortone, come risulta dalla notizia di una telefonata tra i due, dopo i risultati delle primarie, pubblicata dall’Unità.
Tuttavia il contesto nel quale si cala questo asse politico appare piuttosto complesso e pieno di difficoltà. D’Alema che aveva pensato di ricucire con la sinistra, nel quadro di una politica delle alleanze, se la trova schierata contro, con il paradosso che Vendola, leader di Sinistra e Libertà è stato sostenuto da Franceschini e dai veltroniani. Nello stesso tempo si è dimostrato che l’ex presidente del consiglio non è in grado di espellere dal partito i contenuti leaderisti (primarie) che vi sono stati immessi da Veltroni e che tendono a conservare la logica bipolare. Lo stesso elettorato del PD, altra indicazione di queste primarie, non sembra gradire l’alleanza con l’UDC, poco comprendendo i complessi movimenti dell’ex presidente della Camera.
Restano nei riguardi di D’Alema i nemici di sempre, cioè il partito imprenditoriale-editoriale, guidato da De Benedetti - e non solo lui - che non gradiscono a destra, come a sinistra, leader politici animati dall’idea dell’autonomia dei partiti dal mondo imprenditoriale. Da questa parte provengono le azioni anti Bersani come l’uscita di Rutelli dal PD e le campagne mediatiche pro Vendola.
In questa situazione piena di problemi , piuttosto logorante per la politica, e nella quale il tatticismo prevale su tutto, si rende evidente una contraddizione di fondo e cioè il paradosso per il quale vengono esaltate le primarie di partito, cioè il voto dei militanti e dei simpatizzanti, come espressione di “vera democrazia” e si contrasta la vera scelta dei cittadini e cioè l’elezione popolare diretta del premier, di chi, cioè, deve governare il Paese.
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20/01/2010 [stampa]
Il processo Mannino e la riforma della giustizia.

Intervistato all’indomani della sentenza assolutoria, l’on Mannino ha commentato che la sua vicenda “concretizza tutto il repertorio dei problemi della giustizia italiana”.
Sedici anni di procedimenti giudiziari per giungere ad una sentenza definitiva sono certamente l’espressione di un grave malessere della giustizia, anche perché se la notorietà dell’ex ministro ha dato risalto alla vicenda della quale è stato protagonista, migliaia di casi del genere non giungono alla ribalta dell’opinione pubblica, ma feriscono gli interessi e la vita di altrettanti cittadini.
Mentre , di fronte a questi casi, appare una banalità ed un’unanime opinione sostenere la necessità e l’urgenza di una riforma della giustizia, è più difficile snidare un connotato ideologico che si accompagna, spesso, ai fatti giudiziari: il giustizialismo.
Il giustizialismo nelle sue espressioni più tenaci colpevolizza a prescindere dal giudizio dei tribunali, prevarica le valutazioni storiche e politiche, limita la funzione politica sottoponendola alla funzione giudiziaria.
Di fatto il giustizialismo costituisce un freno per la riforma della giustizia perché, tra l’altro, ritiene che i suoi contenuti debbano avere il preventivo gradimento dei magistrati e, soprattutto, delle loro associazioni sindacali, per le quali può prevalere un interesse corporativo a conservare l’attuale assetto.
Non c’è dubbio che le vicende giudiziarie di Berlusconi, strumentalizzate dal giustizialismo, complicano la strada per la riforma della giustizia e sarebbe bene congelare i processi al premier, meglio se attraverso provvedimenti più generali, proprio per favorire una discussione libera tra le forze politiche e consentire al governo di procedere senza affanno e con proposte adeguate.
E’, tuttavia, necessario un chiarimento di fondo in riferimento al primato della politica, rispetto alle tesi sulla “superiorità della Legge rispetto alla politica”, sull’idea della corruzione connaturata alla politica, sulla “giustizia come tutela delle emancipazione sociale ed economica delle classi lavoratrici”. L’uso ideologico della giustizia costituisce una grave corruzione del pensiero politico; se esso è stato reso evidente dai totalitarismi, può presentare residui all’interno delle culture politiche attuali. Il richiamo di Napolitano della decisione del 2002 della Corte dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo per la violazione del “diritto a un processo equo” in una sentenza definitiva di condanna a Craxi, costituisce anche una indiretta ammissione che, soprattutto in un processo a carico di un uomo politico, la violazione di tale diritto , possa avvenire per un uso ideologico della giustizia.
20/01/2010 [stampa]
La resistenza di Paola Binetti.
L’abbandono di Enzo Carra e Renzo Lusetti, oltre all’uscita di qualche settimana fa di Dorina Bianchi, dimostrano, insieme altri fatti, le difficoltà che la linea del segretario Bersani incontra nel Partito democratico. Eppure chi volesse interpretare questo esodo verso l’UDC, come una chiara scelta di una parte del mondo cattolico di collocarsi dentro il partito di Casini, apparirebbe come portatore di una valutazione quantomeno prematura.
Il personaggio più autorevole nel Partito democratico sotto il profilo culturale e di riferimenti in ambito ecclesiale è certamente Paola Binetti che sembra interpretare nel modo più corretto la linea dell’approccio alla politica del Cardinale Ruini: quella di esprimere una grande coerenza sulle questioni di rilievo per i cattolici, indipendentemente dalla collocazione partitica.
Le numerose prese di posizione che le hanno avvalso la critica ingiusta e pesante, a suo tempo, anche del cattolico democratico Franceschini, mostrano l’irriducibilità forte della coscienza cristiana alle ragioni politiche di partito e, soprattutto, l’impossibilità di una mediazione sui valori non negoziabili.
L’on. Binetti non lascia, al momento il PD, anche se ha annunciato che la vittoria del candidato di sinistra nel Lazio la obbligherebbe ad abbandonare il partito di Bersani. Questo annuncio, quasi fuori tempo , suona come un disperato tentativo di impedire lo slittamento dei democratici verso la deriva laicista che, probabilmente, il segretario Bersani ha subito con leggerezza.
Roma e il Lazio, politicamente, spesso, hanno anticipato eventi di natura politica che si sarebbero, poi, riversati sulla scena nazionale. Dopo la leadership di Prodi e le segreterie di Veltroni e Franceschini, Bersani dovrà prendere atto che il PD è divenuto, a tutti gli effetti, secondo la profezia di Augusto Del Noce, un “partito radicale di massa” ?
17/01/2010 [stampa]
Craxi: la cronaca e la storia.

Il tempo che trascorre e le convulse vicende politiche di un sistema che stenta a trovare un equilibrio consentono di riflettere ed offrire una lettura più completa della figura politica di Bettino Craxi.
Craxi rappresentò l’unica possibilità per l’evoluzione socialdemocratica del PCI e questa sua prerogativa storica che difese con determinazione, gli costò l’ostilità di gran parte della DC – i cattolici democratici della tradizione dossettiana – che invece ritenevano l’intreccio tra cattolici e comunisti la strada delle democrazia italiana. Occhetto non comprese che la fine di Craxi cioè del partito riformista originario, non avrebbe consentito che il PDS divenisse il punto di forza di una politica socialista riformista. E questo errore è ancora tutto sulle spalle di D’Alema.
Ritenendo necessario rafforzare le istituzioni democratiche, Craxi riprese con grande coraggio, come ha ricordato Giano Accame, l’idea della grande riforma, dopo il tentativo della Nuova Repubblica di Randolfo Pacciardi. E lo fece con l’idea che la politica, nel suo ambito, dovesse svolgere il suo ruolo con pienezza di potere: sul piano sociale lo testimoniò con l’appoggio al referendum sulla scala mobile in contrasto con il sindacato, sul piano economico ricordando al mondo industriale che le politiche di sostegno diretto o indiretto alle imprese per il rilancio produttivo aveva contribuito in modo determinante al formarsi del debito pubblico, sulla politica estera con la difesa delle prerogative nazionali, fermando a Sigonella i marines USA.
Nonostante fosse stato il più autorevole sostenitore di uno scambio a carattere umanitario per salvare la vita di Aldo Moro, anche dopo venti anni dal rapimento, nel 1998, si tormentava per non esservi riuscito, ancora sentendo l’amarezza per il comportamento algido di quasi tutti i leaders democristiani.
Affrontò le conseguenze giudiziarie sulla sua persona che si svilupparono dall’ancora non chiarita vicenda di tangentopoli – non si è mai deciso di dar corso ad una commissione parlamentare su quei fatti - con grande dignità, testimoniata dalla sua deposizione nelle aule del Tribunale di Milano e dall’esilio ad Hamamet dal quale non volle uscire a prezzo della vita.
Ci sono personaggi della politica italiana che si rifiutano di considerare la sua figura sotto il profilo storico e politico per comprimerla nella distorta cronaca delle condanne giudiziarie.
Il giudizio vero, quello della Storia, non condannerà Bettino Craxi, perché concepì la politica come costruttrice di Storia; non avrà la stessa sorte chi è stato ed è protagonista di una politica che costruisce solo cronaca.
11/12/2009 [stampa]
Giustizialismo e Politica.

Nessuno avrebbe immaginato il 23 giugno 1981 quando Enrico Berlinguer rilasciò ad Eugenio Scalfari la famosa intervista sulla questione morale, che gli eredi del PCI, si sarebbero trovati di fronte, ventotto anni e mezzo dopo, allo stesso Eugenio Scalfari teso a tenere sotto tutela il neo segretario del PD Pier Luigi Bersani, non facendogli mancare qualche larvata minaccia intesa a non fargli abbandonare la linea giustizialista.
Eppure c’è una sottile linea che unisce le tesi dell’ex direttore di Repubblica di oggi al direttore di allora.
Come ha scritto Pier Paolo Saleri ( G.B. Bozzo, P. P. Saleri: Giuseppe Dossetti la costituzione come ideologia politica ) “ questa intervista segna un punto di svolta: è il terreno sul quale si stringe l’alleanza del PCI con i poteri forti e con il ‘giornale-partito’di Scalfari che ne rappresenta la punta di lancia. A questa alleanza parteciperanno con entusiasmo i cattolici dossettiani della sinistra Dc … con la ‘questione morale’ posta come ‘questione politica’ centrale della società italiana vengono poste le premesse di quella che sarà la liquidazione della prima Repubblica all’inizio degli anni novanta”.
Non a caso in piazza per il No B Day c’erano gli ultimi dossettiani ( Franceschini) e la Rosy Bindi ,che pur accettando la presidenza P D di Bersani , non ha resistito al richiamo giustizialista.
Dopo l’uscita di Rutelli è questa la seconda importante divisione che avviene nel PD della nuova fase, ed è evidente lo scenario politico che si apre nella sinistra: il conflitto tra chi intenderebbe affermare un ruolo alto della politica , cioè un programma ed un possibile accordo generale sulle riforme e chi intende legare il PD alla linea dell’antiberlusconismo, ma, in sostanza, mantenere legato questo partito, che tenta di riprendere una sua indipendenza dai poteri forti, alla linea giustizialista dell’antipolitica.
Il terreno è stato ben preparato. Mentre Bersani rimetteva insieme i pezzi del partito del territorio, cioè dei quadri politici, a suo tempo marginalizzati da Veltroni sotto scacco dei suoi potenti sponsor, l’attacco a Berlusconi, la ripresa delle iniziative delle Procure e, soprattutto , la diffusione delle notizie e le campagne giornalistiche che, apparentemente avevano come obbiettivo il solo premier, tendevano di fatto a sbarrare la strada ad ogni possibile intesa istituzionale e impegno a modificare la Costituzione operazione necessaria per rimettere in grado il sistema politico ed il Paese di competere sul piano internazionale.
Si opera con lo stesso copione e con gli stessi protagonisti del ‘92 – ‘94 ed è ridisceso in campo Eugenio Scalfari perché teme di non avere un Occhetto a disposizione , conosce la sofferta indipendenza di D’Alema e, soprattutto ritiene necessario l’accerchiamento a Berlusconi per la riuscita della manovra politica, così come avvenne in quegli anni per l’eliminazione di Craxi e della DC.
Il PD si trova di fronte ad un grande dilemma: o avere il coraggio di tagliare la strada al giustizialismo non ripetendo gli errori del ’92, arrivando anche a rivedere il giudizio storico su quegli anni - come ha sostenuto Galli della Loggia – e avviare una linea autonoma da Di Pietro o cedere il suo ruolo politico e rendersi complice di una strada pericolosa per la tenuta dello stesso sistema politico.
In questa fase oltre alla probabile tenuta psicologica di Berlusconi e alla “tempra” di D’Alema, si tratterà di verificare fino a che punto incideranno le avances di Scalfari su Fini e se il giustizialismo, attraverso tutte le sue possibili armi, potrà agire nei riguardi del Centro che sembra mantenere la su autonomia dal partito dei giudici.
Come molti osservatori rilevano è a rischio la tenuta del sistema, ma, aggiungiamo noi, di fronte a questa prospettiva occorre rilanciare il tema della Grande Riforma.
Al Senato si è cominciato con i riferimenti alla cosiddetta bozza Violante che prevede importanti ritocchi alla Costituzione, ma la vera questione rimane quella che non fu affrontata negli anni della fine del pentapartito: ridare forza al governo con la legittimazione popolare, riconsegnare dignità al Parlamento con l’elezione e non la nomina dei suoi rappresentanti, collocare la giustizia fuori dal ruolo politico che è andata assumendo.
Non solo Bersani, come dice il Riformista, anche l’Italia è ”messa male” e rischia.
Visti i riferimenti della stampa internazionale che soffia sul fuoco dello scandalismo giudiziario ci verrebbe da pensare che si tenta di far salpare per l’Italia di nuovo il Britannia. Può darsi che, questa volta, non levi le ancore.
29/11/2009 [stampa]
Pillola Abortiva.

E’ fuori luogo considerare ipocriti e tendenziosi i cattolici se manifestano alcune perplessità nei confronti della pillola abortiva :è noto che essi hanno costantemente affermato che l’aborto procurato consiste nella volontaria dispersione del nuovo essere umano concepito con la fecondazione, una dispersione, quindi, che costituisce – la scienza lo conferma da sempre – l’estinzione di una nuova vita umana unica ed irripetibile.
Ciò premesso, quando da più parti, in verità, si manifestano preoccupazioni sull’uso della pillola RU 486, non si intende specificatamente esprimere la su esposta contrarietà, si intende invece addurre argomenti clinici, umani e di “dimenticanza” di quanto disposto dalla 194: il preventivo accesso al consultorio, la possibile dissuasione, l’assistenza di vario genere.
Né si adduca come spontanea remora e valutazione la personale riflessione sulla drammaticità dell’evento, saltuariamente invocata: la propagandata semplicità del metodo farmacologico vanifica – qualora esistesse- quella presunta capacità di valutazione della responsabilità personale.
Con il metodo farmacologico, singolarmente deciso, o disponibile in tal senso, la donna, magari una sedicenne, è sola come invece non avviene allorquando si procede chirurgicamente alla revisione strumentale dell’utero, dato che in questo caso c’è almeno la necessaria presenza del ginecologo-ostetrico che opera una adeguata esecuzione tecnica e che può aggiungere consigli e prescrizioni essendo obbligato per legge all’osservazione del successivo decorso.
Viene sostenuta, tra l’altro, la maggiore possibilità di infezione o di sterilità alle quali si può incorrere con il metodo manuale e chirurgico rispetto a quello farmacologico: ma ne siamo proprio sicuri? C’è da dubitarne.
A tutto questo si aggiunga che con la pillola – nome tranquillizzante e rasserenante – l’espulsione, del prodotto del concepimento è, non si deve dimenticare, un evento patologico e che può avvenire nelle più svariate sedi ed ambienti, totalmente imprevedibili e su un soggetto il quale, al più, ricorre ad una mamma preoccupata, ad una sorella inesperta, ad un compagno favorevole, o ad un’amica spesso indifferente.
In conclusione tutte queste riflessioni non sono in contrasto con quanto stabilisce la legge in materia, ma anzi sostengono la necessità di adeguarvisi, come gran parte degli osservatori afferma, ritenendo opportuna l’adozione del metodo in sedi ospedaliere per il tempo che si presenterà necessario.
25/11/2009 [stampa]
Il "Grande Centro" e i "Due Forni".
Con un futuribile “ci incontreremo” si è concluso il colloquio tra Casini e Rutelli alla presentazione del nuovo libro di Bruno Vespa .
Un futuro non immediato in quanto tra la nuova formazione dell’ex esponente dl PD e il leader dell’UDC sembra esserci al momento solo un’intesa in negativo volendo distinguersi sia da un PD “partito di sinistra”, che dal PDL “che ha consegnato alla Lega le chiavi della politica italiana”.
Ma se una lezione si può apprendere dai fatti che hanno accompagnato in questi anni il sorgere di nuove formazioni politiche essa dice che, senza una identità culturale, il partito che nasce è debole. In fondo il fallimento di Veltroni, nonostante la grande sponsorizzazione dei media di centrosinistra è stata motivata dall’idea di far nascere un partito senza identità che, rompendo con la tradizione socialista, si imbarcasse su di una improbabile prospettiva liberal.
Sull’Alleanza per l’Italia di Rutelli i contorni politico culturali sono ancora incerti, comunque l’elemento più significativo è che il gruppo di teodem del PD, al momento, ha preferito restare nel partito e ciò ha un significato abbastanza evidente.
Casini, ugualmente pragmatico, lascia parlare il cattolico woithiliano Buttiglione, il liberale Adornato e il cattolico democratico Pezzotta, ben sapendo che la sua linea politica prescinde da tali contenuti, animata sopratutto da un forte tatticismo e attenta alle indicazioni provenienti dalla Conferenza Episcopale nella quale il leader udc aveva qualche riferimento.
Sul piano più specificatamente politico l’amalgama tra le due formazioni politiche deve superare una questione di geografia politica, in quanto mentre Rutelli appare interessato ad una linea di centro, ma in quadro di centro sinistra, Casini punta ad un ruolo di centro equidistante ed in grado di fare accordi con la destra e con la sinistra, cioè la cosiddetta politica dei due forni. Aderirà Rutelli alla politica dei due forni?
Infatti ad un occhio che voglia aprirsi ad una visione più complessiva , la politica di centro si trova di fronte alla necessità di fare i conti con il sistema bipolare che in Italia è stato costruito partendo dalla legge per l’elezione dei sindaci e dei presidenti delle province, proseguendo sulla linea del maggioritario nella prima e nella seconda versione e nella legge per l’ezione dei consigli e dei presidenti delle Regioni.
La rivista Civiltà Cattolica che segnala anche un punto di vista, in qualche modo istituzionale nella Chiesa, e che era già intervenuta sulla politica dei due forni di Casini, suscitando una reazione pacata, ma indispettita da parte dell’ex senatore D’Onofrio, a settembre è ritornata sull’argomento scrivendo che “ è difficile pensare che possa perseguire ancora tale politica” e “ nelle future elezioni politiche”, ”dovrà decidersi con chi allearsi”.
Nella ricerca di incrementare il suo pacchetto azionario di voti, l’astuto Casini, interpretando a suo modo tali autorevoli consigli, probabilmente, preferirà nelle vicine elezioni regionale presentarsi da solo, ritenendo che ciò possa far crescere i consensi e sulla base di tale consenso tentare di portare Rutelli sulle sue posizioni e solo allora, e nella speranza che il PDL si incrini nella leadership berlusconiana ed il PD si logori ulteriormente per l’azione erosiva di Di Pietro, pensare ad alleanze strategiche.
Nel frattempo non sarebbe male che questo futuro “grande centro”, al di là dei ben evidenti tatticismi, rifletta sulla sua identità politica, per evitare di percorrere strade che, a causa di una aridità culturale, risultino, piuttosto, dei vicoli ciechi, come ha insegnato il “veltronismo”.