31/01/2012 [stampa]
Scalfaro: la costituzione sopra il popolo.
Gianni Baget Bozzo in un libro del febbraio 1994 (“Cattolici e democristiani” Rizzoli ) fa risalire alla elezione di Oscar Luigi Scalfaro, per quanto riguarda la DC “la fine del partito come collettività ideale” e per quanto riguarda l’Italia “l’ingresso in un'altra storia”.
“Era un democristiano anomalo “ scrive a pagina 130, “come Pertini era stato un socialista anomalo”. “Ma l’elezione”, precisa “aveva un significato opposto: Pertini era l’eletto dei partiti, Scalfaro era eletto contro i partiti”.
Baget Bozzo ricorda il clima che accompagnò la sua elezione: la strage di Capaci, i contrasti tra democristiani, la designazione di Pannella .
Questa lettura spiega il senso della sua azione come Capo dello Stato nella vicenda della crisi del primo governo Berlusconi: la sollecitazione e la garanzia verso Bossi, il venir meno all’impegno per lo scioglimento delle Camere ricordato a suo tempo da Berlusconi, i suoi rapporti con la Magistratura, la difesa della Costituzione.
Con lui , dopo Cossiga, terminò bruscamente ogni importante tentativo di cambiare la Costituzione e si inaridì dentro la cultura democristiana ogni attenzione e sensibilità a questo tema.
Secondo Scalfaro la Costituzione doveva prevalere anche rispetto alla volontà popolare; in questo attuò , nonostante le differenze politiche e culturali, il perfezionamento del disegno dossettiano.
Senza l’intelligenza e il fascino culturale del monaco principe, Scalfaro è stato il propagandista della religione della Costituzione, corroborandola di una regola di costume morale : una sorta di catechismo costituzionale.
In questo è stato un conservatore che viene presentato come innovatore solo perché contrastò Berlusconi, diede sponda al diktat dei giudici sul decreto Conso-Amato, e sciolse le Camere degli inquisiti, anche se, poi, la gran parte di quei parlamentari venne assolta.
Poche figure democristiane sono state così funzionali al disegno delle sinistre, anche di quella giacobina e radicale che, nella sua vocazione laicista, sembrava essere all’opposto del cattolicesimo dell’ex Presidente.
13/01/2012 [stampa]
Credibilita’.
C’è qualcosa che non torna nelle analisi sulla crisi del debito italiano. I soli parametri economici non giustificherebbero l’accanimento dei cosiddetti “mercati”, in quando è noto, come è stato più volte sottolineato, che i “fondamentali” del Paese sono tra i più sani del Continente.
La cartina di tornasole per comprendere meglio la crisi italiana è rappresentata dalle vicende spagnole. In quel paese che presenta dati di fondo più allarmanti e meno solidi rispetto all’Italia, tuttavia, sin dalle dimissioni di Zapatero , si era in presenza di un dato completamente differente rispetto alla nostra condizione.
Infatti era noto che dopo la provvisorietà di Zapatero, dimissionario, le elezioni avrebbero consegnato, con quasi assoluta certezza, il potere ad un partito ritenuto affidabile , il partito popolare . Le consultazioni elettorali, in sostanza, si presentavano con la prospettiva di una maggiore credibilità del nuovo governo e, di conseguenza del consolidamento del parametro più necessario , cioè quello politico.
E così è avvenuto.
Qual è, invece, la situazione italiana ?
Il governo Monti, al di là del sostegno e delle intenzioni di una parte della borghesia industriale ( De Benedetti – RCS ) che lo vorrebbe “consacrare” come soluzione permanente ( governo del presidente ) è, e resta, provvisorio e, al massimo, nella primavera del 2013 si svolgeranno le elezioni .
Questo è il punto.
La crisi dei partiti, alcuni limiti della legge elettorale, e la stessa cornice costituzionale debole contribuiscono a presentare un quadro assai problematico del risultato elettorale.
Gli schieramenti tradizionali- peraltro in crisi - non sembrano essere affidabili; il tentativo di Casini di riaccordare al centro una diaspora che si determinerebbe nei partiti più forti, presenta una aleatorietà di risultato, mentre lo stesso sistema elettorale in vigore non favorisce certo la prospettiva centrista.
Il confronto politico ristagna nel pantano di una discussione infinita sulla legge elettorale nella quale ogni forza politica gioca per sé e per la propria piccola strategia politica.
Emerge una verità rispetto alle cortine fumogene che vengono diffuse: la speculazione agisce contro uno Stato costituzionalmente debole che non può eludere il momento elettorale al quale si deve presentare con coalizioni stabili e coese e programmi chiari per favorire la crescita del Paese e rassicurare gli altri partners europei.
La stabilità politica, poi, senza la quale anche i migliori programmi non possono essere realizzati, richiede anche un cambiamento della Costituzione, con un ruolo più forte della Presidenza del consiglio, la eliminazione del bicameralismo, nuovi regolamenti parlamentari ed una separazione più netta delle funzioni statali messa in discussione dal debordare del potere giudiziario.
Qualcuno ha calcolato che per attuare le prime necessarie riforme occorrono sette mesi.
La stessa modifica della legge elettorale richiede il recupero di uno spirito costituente, rompendo il tabù della immodificabilità della Carta, sostenuta dalla ideologia dell’esaurirsi del potere costituente a suo tempo teorizzato da Dossetti.
Senza queste riforme il futuro politico dell’Italia resta incerto e le difficoltà economiche non risolvibili.
Questo è lo spazio che le forze politiche debbono occupare.
Questo è il nodo politico costituzionale della crisi italiana.
02/12/2011 [stampa]
Il “patriottismo costituzionale” ovvero la “cadaverica rigidita’ di un testo”
Dopo le acute analisi di Angelo Panebianco sul Corriere della Sera del 21 novembre, che riportiamo in un altro articolo, scende in campo, nove giorni dopo, anche Ernesto Galli della Loggia con un altro articolo di fondo dal titolo “Una discussione a carta aperta”.
La sua analisi ricalca le cose che da molti mesi andiamo scrivendo: “tutta l’impalcatura dei poteri disegnata dalla Carta del 1948, tutto l’insieme del regime parlamentare puro lì immaginato ( che, lo ricordo, non ha corrispettivo in nessun altro grande Paese dell’Europa occidentale ), appare bisognoso di una decisa revisione. Non fosse altro perché, in specie a causa della presenza dei partiti, il ruolo delle Camere e dei parlamentari come centro e motore unico della formazione dei governi e della decisione politica ha subito nei fatti un radicale ridimensionamento”.
Dopo aver descritto le diverse incongruenze, ad esempio tra il ruolo del Presidente della Repubblica che oggi tende a debordare ed il modesto ruolo del Presidente del Consiglio, l’articolo ne deduce che “inevitabilmente la concreta esistenza delle costituzioni produce degli scollamenti di fatto dalle loro norme scritte … non essendo possibile racchiudere la vita reale delle persone e delle istituzioni nella cadaverica rigidità di un testo”.
L’articolo si chiude con una speranza , cioè che “finalmente si ponga fine al clima da stadio e ci si metta a ragionare dando inizio a una discussione (sulle inadeguatezze della nostra Costituzione n. d. r. ) degna di questo nome” ed è “una delle speranze che è obbligatorio avere”.
Sarebbe interessante ricostruire il dibattito che si è trascinato su questo argomento in questi ultimi decenni.
Riferiamo solo qualcosa.
Ad esempio Bettino Craxi, intervenendo nel dibattito per la fiducia al governo Spadolini il 31 agosto 1982 disse : “ ‘la Costituzione non si tocca’ è stata la parola d’ordine dei conservatori; … il problema delle istituzioni e della loro riforma ha via via preso le dimensioni di una questione centrale…; l’elezione diretta da parte del popolo può rafforzare l’istituto del Presidente della Repubblica e cioè del Capo della Nazione che interamente la rappresenta…”, aggiungendo che sarebbe stato necessario anche “rafforzare la posizione del capo del governo”.
Se si andassero a rileggere le reazioni che suscitarono le parole del Segretario socialista si noterebbe il netto rifiuto da parte del PCI e della DC di prendere in considerazione tali proposte, mentre si affermava una tesi “minimalista”per la quale gli eventuali ritocchi della Carta avrebbero dovuto riguardare dettagli come “il regolamento delle camere, il numero dei parlamentari o differenziare le funzioni dei due rami del Parlamento ( Alessandro Natta) o si rilasciavano dichiarazioni come “noi ci sentiamo vincolati fortemente ai valori costituzionali; la cosa più importante è attuarla la Costituzione” ( Antonio Bisaglia ).
A distanza di circa tre decenni, le posizioni dei postcomunisti e dei post democristiani sono sostanzialmente le stesse: dietro alle affermazioni sul “patriottismo costituzionale” si cela un atteggiamento totalmente conservatore della Carta, mentre la disponibilità verso qualche minima riforma – le stesse che indicava Alessandro Natta - non muterebbe il modello politico parlamentare criticato da Galli della Loggia.
Di una riforma in senso presidenziale se ne discusse in Italia sin dagli anni ’60 – le idee sulla Nuova Repubblica di Pacciardi e quelle circolate nella DC con il gruppo parlamentare di Europa Settanta– o, addirittura ancora prima con le proposte del Partito d’Azione. Su questo tema, nel corso degli anni ed anche recentemente, sono intervenuti politici e costituzionalisti, soprattutto a destra e sono state comprese nei programmi elettorali e nelle dichiarazioni programmatiche dei governi Berlusconi.
Questa “rigidità cadaverica” del sistema politico italiano, come denuncia l’editoriale di Galli della Loggia, è dimostrata dal fatto che non si è mai avuto il coraggio di decidere.
29/11/2011 [stampa]
In pensione si’ , mai rivoluzionari.
Ha ben da ironizzare Aldo Grasso sul Corriere della Sera di domenica 27 sulle pensioni e vitalizi di alcuni attempati “rivoluzionari” di sinistra : Fausto Bertinotti, Mario Capanna e Giovanni Russo Spena.
Dobbiamo dire comunque che l’effetto di queste notizie e soprattutto le risate e l’ironia che potrebbero accompagnarle non trova luogo.
Ma non perché non siano pittoresche le ultime abitudini di questi personaggi alle prese con cashmere e vasetti di salsa con il pomodoro e che mostrerebbero, secondo il giornalista, il ridimensionamento della loro vocazione rivoluzionaria.
Scrive, infatti, Aldo Grasso con una goccia di veleno nell’inchiostro : “Volevano cambiare il mondo, hanno cambiato la loro situazione previdenziale”.
Prendiamoli in giro, ma non ci prendiamo in giro.
Ma quali rivoluzionari ! Ma quale mondo avrebbero inteso cambiare !
Tutti ben pasciuti e coccolati da una borghesia italiana modesta, priva di cultura e di identità, sono vissuti nell’agio e nelle stanze delle istituzioni, hanno sempre fatto notizia sulla stampa dei “padroni” mai pensando veramente di sovvertire qualcosa: né l’ordine costituito, né i rapporti di classe, attenti, invece, questo sì, ai loro contributi previdenziali.
Hanno ottenuto quello che in fondo avevano posto come obbiettivo della loro vita.
La storia della sinistra ha conosciuto pochi rivoluzionari dei quali abbiamo rispetto e che non sono certo loro.
Questi piccoli “impiegati” della sinistra non possono definirsi neppure dei “massimalisti” perché questi appartengono ad una storia importante della sinistra rivoluzionaria e delle sue polemiche politiche.
Però, mossi da un eccesso di generosità verso di loro, ci vengono in mente le parole che Amadeo Bordiga scrisse sull’ Unità – il giornale che 86 anni dopo verrà diretto da Concita De Gregorio ( sic ! ) - il 23 aprile del 1924, prendendo di petto, con la sua prosa sferzante, il “massimalismo”: “Il massimalismo tenta di ingannare il proletariato dicendo di seguire quella stessa dottrina: ma alla prima occasione rivela di essere agli antipodi. ...È nelle vostre colonne, signori dell’ “Avanti!”… sfuggendo voi alla nostra tesi rivoluzionaria, e non avendo almeno il coraggio di dire che vi identificate del tutto colla tesi della “Giustizia” e del “Mondo”, voi venite a documentare una cosa sola: quanto siete coglioni. Ipocriti e coglioni insieme “.
26/11/2011 [stampa]
Senza dignita’.
I fotografi che frequentano abitualmente il Palazzo sono stati invitati a darsi un codice di autoregolamentazione con il quale si preveda il divieto di zoomare su appunti, carte, pc e display per preservare la privacy delle comunicazioni degli onorevoli. Chi lo violerà verrà privato del diritto di accedere alla tribuna stampa di Montecitorio. Decisione dell’ufficio di presidenza della camera alla quale si sono opposti Pdl e Lega.
Questa decisione così tempestiva e che interviene a limitare l’attività informativa dei giornalisti e fotografi, sostenuta dal fronte antiberlusconiano che ancora sopravvive , non può che essere scaturita dalla pubblicazione del contenuto del “pizzino” che Enrico Letta aveva inviato al Presidente del Consiglio il quale , ingenuamente, lo aveva fatto riprendere dai fotografi.
Non ci scandalizziamo per il contenuto di “sapore antico” che aleggiava nel testo, che sosteneva in sostanza la possibile lottizzazione delle nomine dei sottosegretari e la loro indicazione partitica , anche se con un tono “caldo e personale”.
E’ l’atteggiamento servile che vede un esponente di partito chinarsi e mettersi al servizio “riservatamente” dei voleri del premier appena nominato.
C’è un ansia ad essere il primo a “raccomandarsi”, a svolgere un’azione di “consulenza” .
Certo la politica è il regno del compromesso e della mediazione. Non ci scandalizziamo che ciò avvenga. Anzi può essere utile per governare e giungere ad un ampio coinvolgimento delle volontà.
Il tutto però, non deve cancellare la dignità delle forze politiche e dei protagonisti.
15/11/2011 [stampa]
Infamia giustizialista
La Cassazione ha fatto cadere le accuse più gravi nei confronti dell’on. Alfonso Papa.
Il deputato dell’UDC Pierluigi Mantini è il più veloce a versare lacrime di coccodrillo, forse perché sente tutto il peso di una decisione parlamentare – quella che stabilì l’arresto di Papa – per la quale il suo partito fu determinante.
Ed aggiunge una considerazione significativa. “Oggi , alla luce dell’imputazione residua per reati più modesti, lo stato di detenzione sarebbe davvero incomprensibile. Papa è un avversario politico ma a lui deve essere garantito il libero esercizio delle funzioni parlamentari in una fase politica e istituzionale assai delicata”.
Mantini, con queste affermazione, scoperchia, tuttavia, il baratro giustizialista nel quale sta scivolando la democrazia italiana.
Non ci si rende conto abbastanza , presi dall’intrigo di palazzo, della gravità dei connotati di una lotta ideologica e di potere che porta a incarcerare ingiustamente un parlamentare per impedirgli di svolgere la sua funzione.
Le lingue di legno dei giustizialisti per antonomasia ( la sinistra e IDV) e dei neo giustizialisti per opportunismo (UDC e Fini ) tacciono di fronte a questa infamia ed è inutile l’appello dell’on. Farina – vox clamans in deserto – quando afferma che UDC, PD, IDV e Lega, dovrebbero chiedere scusa al parlamentare che hanno mandato in galera.
Voce nel deserto. Deserto di dignità, di valori etici, di intelligenza, di giustizia.
09/11/2011 [stampa]
Di fronte al vero dilemma politico.
Nell’articolo di apertura del Foglio di venerdì 4 novembre Giuliano Ferrara scrive: “Il vero punto è: consociativismo e piagnisteo oppure maggioritario e ottimismo e riforme che squillano , che reinnescano qualcosa che ridanno il gusto dell’azzardo sul futuro”
E aggiunge: “Il vero punto è: esiste ancora un popolo elettore in grado di decidere o dobbiamo tornare a logiche oligarchiche e parruccone?” .
L’intelligente direttore e amico di Berlusconi sintetizza in questo modo la partita che si sta giocando nelle trincee giornalistiche dei poteri “forti”, della conta numerica delle Camere, nelle tattiche e nelle strategie di ciò che resta delle forze politiche.
C’è una grande analogia con le vicende che nei primi anni novanta segnarono la fine della esperienza politica della repubblica dei partiti.
Allora, per la vigliaccheria di una classe dirigente – soprattutto democristiana - ormai esausta, non si avvertì che quel passaggio non poneva in discussione l’immoralità della politica, ma il ruolo dei partiti nella società italiana.
Fu una operazione di potere con la quale le “logiche oligarchiche e parruccone”, dovevano addomesticare le forze politiche che, purtroppo, avevano perduto da tempo il senso della loro funzione.
Oggi si attua il secondo tempo: non è più la funzione di partiti che non esistono più a essere aggredita, ma è la politica a divenire piattamente omologata agli interessi “oligarchici e parrucconi”.
E’ vero che, ove venisse disarcionato Berlusconi, la strada delle elezioni anticipate, cioè l’appello al popolo, potrebbe non avere un esito vincente, ma è l’unica strada dignitosa che ricolloca nel luogo sacro e giusto il futuro della democrazia italiana.
24/10/2011 [stampa]
Banca d’Italia: autonomia o potere burocratico ?.

Il notevole rilievo che è stato dato dai giornali di proprietà della borghesia imprenditoriale italiana circa la questione della nomina del Governatore della Banca d’Italia ci fa tornare alla mente quanto scriveva Giano Accame nel 1997: “Proprio il ‘centralbanchismo’ che oggi conquista una sempre maggiore rilevanza ed autonomia istituzionale affiancandosi ai poteri democratici e soverchiandoli , sta a sua volta subendo un sempre più vistoso scadimento rispetto alla finanza privata , sia a livello nazionale che soprattutto internazionale” ( “Il potere del denaro svuota le democrazie”; Roma 1997, pag.45 ).
Accame aveva presente e denunciava non solo il distaccarsi del ruolo della Banca d’Italia dal potere governativo, ma anche la crescita di quella finanza internazionale privata che sarebbe stata sempre più in grado di mettere in crisi i governi con le operazioni speculative sui titoli del debito sovrano.
E’ interessante rileggere l’atmosfera che si diffuse intorno alla decisione di rendere autonoma la Banca Centrare nel lontano 1992 che avvenne con l’approvazione della legge 7.2, 1992, n. 82 varata dal Ministro del Tesoro Guido Carli – già governatore di Bankitalia – che attribuì alla Banca d’Italia la facoltà di variare il tasso ufficiale di sconto senza doverlo più concordare con il Tesoro.
Ne scrive lo stesso Guido Carli : “Ricordo con piacere quella domenica nella quale il dottor Ciampi ed io ci trovammo, alla sola presenza di un collaboratore, nel mio studio di via Due Macelli. Lì decidemmo il rialzo del tasso di sconto. Lì dettai il comunicato stampa che ne dava notizia. Mi rivolsi al collaboratore e gli dissi: ‘Vede, questa è l’ultima volta che un ministro del Tesoro firma il decreto per la modifica del tasso di sconto. La prossima volta toccherà a voi’. E’ stata l’ultima volta davvero” ( G. Carli Cinquant’anni di vita italiana; Bari 1996, pag 392 ).
Non c’è dubbio che l’autonomia della Banca avveniva anche per un indirizzo ormai prevalente in Europa, ma colpisce la scarsa o nulla considerazione per le implicazioni politiche e sociali che questa decisione comportava voluta ed attuata da in una fase di estrema debolezza della classe politica nazionale e di gestione “tecnocratica” del governo.
La riduzione di potere di questo Istituto che, poi, si ebbe, per il concomitante sviluppo delle istituzioni finanziarie europee, ha condotto la Banca d’Italia a svolgere assai più una funzione di prestigioso istituto di studi e di analisi economico finanziaria che , tuttavia, ha spostato l’ essenza della sua struttura dall’autonomia al potere burocratico.
Questo spiega la forte resistenza palesata dai suoi organi, ai quali hanno fatto da sponda molti mass media, circa la possibilità che venisse nominato un esterno, anche se prestigioso.
A parte gli importanti ed evidenti giochi di potere, questo elemento costituisce un ulteriore conferma di quel carattere corporativo e impermeabile al cambiamento che presentano tanti aspetti della società italiana.
E la conseguente, ulteriore, perdita di ruolo della politica.
Anche il diritto restato, formalmente, al Presidente del Consiglio di indicare il nome del Governatore, appare ormai scolorito e accerchiato, messo in discussione dagli stessi organi della Banca e da quello del Presidente della Repubblica che tende a rivestire sempre più le sembianze di un presidenzialismo improprio.
11/10/2011 [stampa]
Una nuova legge elettorale e un’alta mediazione tra i partiti.

L’articolo di Angelo Panebianco su “Il Corriere della Sera “ di domenica 9 ottobre che riprende la proposta del senatore Ceccanti per un sistema elettorale che combini bipolarismo e salvataggio dei partiti minori, stabilità e scelta del candidato, invita i diversi partiti a “rinunciare a qualcosa”, trovando, però, un valido compromesso.
Questo ragionamento di buon senso indica una strada che, oggi, i partiti stentano a percorrere.
Ciò che impressiona nell’attuale momento politico è l’estrema debolezza del sistema dei partiti che impedisce un vero confronto e la disponibilità a trovare soluzioni ampiamente condivise.
Le violente campagne giornalistiche, l’aggressività verbale e non solo dello stesso confronto parlamentare, l’apparire di movimenti politici che si caratterizzano per un linguaggio da strada o per un attivismo sguaiato, invece di rappresentare posizioni isolate , vengono utilizzate per una lotta senza quartiere tra le formazioni politiche.
Proprio di fronte alla difficoltà di percorrere una via di alta mediazione, necessaria per affrontare e risolvere aspetti fondamentali della politica e delle istituzioni, ci si accorge che si sta spingendo l’Italia all’angolo.
Deve essere chiaro a tutti che quando un Paese non è in grado di esprimere soluzioni e accordi per tutelare un interesse generale si rischia di arrivare ad un punto di non ritorno.
Chi soffia sul fuoco o per un interesse di parte o per sottrarre la guida del Paese a chi è scelto dal voto non mette nel conto che senza la politica e i partiti si incrina la democrazia e ci si prepara ad ogni possibile avventura.
La questione istituzionale che comprende anche la necessità di una nuova legge elettorale deve essere posta al centro del dibattito politico, poiché molte delle carenze sotto il profilo delle riforme di settore o della stessa certezza nelle politiche per la ripresa dipendono da essa.
Non si deve rinviare alla prossima legislatura il tema istituzionale. In passato se ne occuparono bicamerali e riforme costituzionali poi contrastate dai referendum, in questa legislatura ci sono bozze di accordi e proposte di legge del governo, della maggioranza e dell’opposizione.
Su questo terreno la politica ed i partiti possono riscattare la loro funzione. Non perdano questa ultima occasione.
06/10/2011 [stampa]
La legge elettorale, i bluff e le riforme istituzionali.
Il dibattito sulla nuova legge elettorale è un falso dibattito.
Non perché l’attuale legge non meriti di essere cambiata, ma per il fatto incontrovertibile che su questo tema le ipocrisie , le strumentalizzazioni e i bluff ne sono il vero coagulo.
Partiamo dall’inizio: la legge Calderoli fu strenuamente voluta dall’UDC perché metteva fine agli accordi obbligati che il mattarellum imponeva alle coalizione dei partiti per presentare i candidati nei collegi e la quota proporzionale era troppo esigua per marcarne la individualità. Il partito di Casini vedeva, attraverso questa legge proporzionale, una modalità per riconquistare la propria indipendenza.
L’UDC, incassata la legge, però, ha sempre dichiarato che era da rifiutare per un aspetto essenziale: non consente agli elettori di scegliere il proprio rappresentante. Evidentemente, però, quando venne approvata, anche con il suo voto, non si ritenne questo un elemento essenziale, altrimenti, non avrebbe dovuto approvarla.
La preferenza, poi, non venne mai seriamente proposta da nessuno, anzi, come ha affermato il ministro Calderoli non smentito, fu avversata in particolare da Gianfranco Fini che pretese la lista bloccata.
Tutti i partiti, peraltro, videro nella lista bloccata un modo per decidere chi dovesse essere eletto. In Toscana, ove vige da sempre un regime della sinistra, la legge elettorale ha adottato da tempo questo stesso sistema, senza preferenze.
Del resto questo meccanismo modificava di poco quello precedente poiché è noto che, con il mattarellum – che i referendari vorrebbero riesumare - , per la designazione dei candidati dei collegi, tutti i partiti – ma proprio tutti, senza eccezioni, - decidevano il candidato in base alla maggiore o minore certezza di elezione.
Nessuna forza politica ha mai operato designazioni nei collegi in termini di candidati naturali: basti ricordare Di Pietro al Mugello o Mattarella a Trento.
Questa è la verità che la stampa non gradisce ricordare alle forze politiche, mentre si fa finta di dimenticare come la preferenza sia stata sempre criminalizzata, più o meno a ragione. Oggi, pur di attaccare maggioranza e governo si ritorna alla nostalgia dell’elettore che sceglie.
Detto questo, stiamo oggi assistendo alla smascheratura di questa autentica commedia degli inganni, in quanto appena il nuovo segretario del PDL ha parlato di ripristino della scelta dal basso degli eletti, il campione della critica all’attuale sistema, Pierferdinando Casini, ha subito risposto che questa non è una priorità e che la situazione richiede di esaminare altre questioni più urgenti.
La verità è che Casini, come del resto tutti i leaders degli altri partiti, nella possibile imminenza delle elezioni, guardano con preoccupazione al caravan serraglio di coloro che occupano i seggi parlamentari che, se venissero reintrodotte le preferenze, non avrebbero i voti neppure per entrare nel consiglio del proprio condominio, mentre oggi, occupano, nelle Camere e nel Partito, posizioni di altissima responsabilità e “fiducia”.
Ora la raccolta delle firme sta portando ad un vicolo cieco perché divide ulteriormente le opposizioni in due fronti contrapposti tra chi vuole una legge che mantenga una forma di bipolarismo ( i promotori del referendum ) e chi tenta di mettere su un sistema elettorale che pur consentendo ai cittadini di scegliere partiti ed eletti, lasci la composizione della coalizione di governo agli accordi successivi alle elezioni stesse ( Casini, D’Alema).
Nel PD Bersani si trova in mezzo e, a parte le vicende Penati, rischia di esserne travolto, perché da un lato la coalizione a foto di famiglia ( con Vendola e di Pietro ) lo spinge sui binari del bipolarismo, ma dall’altra tenta di salvare la possibile alleanza con Casini sostenendo la opportunità che la modifica della legge venga votata dal Parlamento per raggiungere un compromesso sulla base del sistema tedesco.
Sul piano della possibile approvazione della legge siamo nella confusione più completa.
Non si segue il ragionamento più logico che dovrebbe partire dalla individuazione di quale sistema istituzionale sia oggi necessario per l’Italia.
Anche il professor Sartori è andato in confusione: nell’ultimo articolo di fondo sul Corriere della Sera del 3 ottobre è arrivato a scrivere: “Io ho conosciuto bene, data la mia età, la Prima Repubblica. Allora protestavo. Ma la Seconda Repubblica è stata incomparabilmente peggiore. E’ il momento di dirlo a chiare lettere”.
Ma “a chiare lettere” occorre dire che non è una legge elettorale che può risolvere la questione della vera e propria crisi istituzionale che blocca l’Italia.
La “sovranità popolare” non significa solo votare per il proprio rappresentante in Parlamento, ma scegliere chi governa, cioè un sistema presidenziale. I governi non possono subire un condizionamento continuo, l’invadenza delle competenze ed una interdizione delle proprie decisioni da parte di una funzione giudiziaria che da ordine è diventata potere che confligge con quello esecutivo e parlamentare. Il federalismo significa affidare le risorse agli enti locali responsabilizzandone la classe dirigente, , scomponendo il potere delle amministrazioni centrali e le ingenti devoluzioni alle grandi imprese che da questo centro vengono elargite. La riforme del sistema fiscale è un dovere di efficienza e giustizia verso cittadini, famiglie, imprese, un altro modo per spezzare le catene di un Paese bloccato.
Bene ha fatto Berlusconi a sfilarsi dal dibattito sulla legge elettorale cioè da questa ennesima commedia del teatrino della politica sul quale lo si vorrebbe trascinare anche davanti alla televisione.
Rinunciando, per adesso, ad andare alla tv ha espresso due concetti. Il primo: “Governo e maggioranza stanno lavorando a un nuovo decreto legge , con misure concrete ed efficaci che ridiano fiducia ai cittadini, alle famiglie e alle imprese”. Secondo: “La riforma del sistema elettorale non è materia sulla quale mi sto esercitando. Le riforme che mi interessano in questo momento sono quelle del fisco, dell’architettura istituzionale, della giustizia che sono il completamento delle riforme attuate in questi tre anni”.
Questi due impegni costituiscono il compendio di tutto il programma politico del centro destra.
L’opposizione e Bersani in particolare, che tentano di gettare tutto in barzelletta, farebbero bene a non minimizzare.
Però, siamo ormai nella zona rossa. I tempi a disposizione del governo e del Parlamento divengono ogni giorno più stretti. Prima della fine dell’anno tutti i provvedimenti di riforma devono andare alle Camere.
Lì, si verificheranno le intenzioni di tutti: chi vuole un vero cambiamento e chi vuole conservare.
Lì, si stabiliranno quelle condizioni che consentiranno un giudizio vero del popolo italiano: non sul gossip, ma sulla capacità di preparare il Paese al futuro.
Da lì verranno chiarite la possibile vittoria o la sconfitta del centro destra, la tenuta delle alleanze a sinistra e l’arco delle nuove alleanze .
Berlusconi deve gettare il dado. E’ l’ultima partita.
09/09/2011 [stampa]
Le indulgenze di Buttiglione.
Il primo a sentire l’odore di incenso che gli aleggia intorno è lui stesso : Rocco Buttiglione.
Questa “aura” gli ha consentito di camminare indenne tra le insidie della politica militante , di forzarne le regole - qualcuno ricorda la scissione del PPI - di uscire a destra ma di partecipare al primo governo del post comunista D’Alema.
Non solo.
E’ arrivato al punto, rivolgendosi al premier Berlusconi, di assumere ed esercitare la funzione sacerdotale, annunciando con tono vescovile: “ Se ci aiuti acquisirai un credito in nome del quale i peccati ti saranno perdonati”.
Non gli mancano gli argomenti “storici”: sull’Avvenire ricorda “il perdono presidenziale di Gerald Ford a Richard Nixon”, fa scivolare che Beppe Pisanu possiede “la convinzione di avere dietro qualcuno o qualcosa di consistente” e date le vecchie amicizie del parlamentare sardo sentiamo odore di “rituali segreti”.
Sul possibile “salvacondotto” fa capire di essere al corrente dell’”offensiva diplomatica e silenziosa che si è messa in moto in queste ore”. Ma è ancora più esplicito, chiamando in causa il Colle, che secondo bazzica dovrebbe quantomeno smentire: “Napolitano sa da sempre che in momenti drammatici bisogna avere il coraggio di decidere fuori dell’ordinario. E questo è un momento assolutamente drammatico”.
Ora l’aura consente a Buttiglione non solo di spargere indulgenze, ma di avvertire che il Capo dello Stato potrebbe essere indotto a “decidere fuori dell’ordinario” cioè , interpreterebbe Cossiga, fuori della Costituzione.
Ma siamo matti ?
A questo punto, come cattolici preghiamo affinchè il solfureo Buttiglione continui a donare le indulgenze, ma pensi un po’ a se stesso.
14/07/2011 [stampa]
Abolizione delle province : un altro aspetto della crisi istituzionale.
Si è accesa una importante polemica intorno all’”abolizione delle Province” che , tuttavia, risente del carattere distorto e strumentale del dibattito di oggi e della incapacità ad individuare un livello di discussione di contenuto realmente riformatore.
Occorre, innanzitutto, fare chiarezza sul merito della questione dal punto di vista del sistema delle autonomie locali.
L’Italia è stato sempre descritto come il Paese delle cento città, nel senso che le diversità storiche e culturali e la loro ricchezza posseggono un valore che verrebbe soffocato da un sistema istituzionale amministrativo di tipo centralistico.
Già, in qualche modo l’Unità d’Italia, ebbe un carattere centralista suggerito al Paese dalla cultura illuminista francese che permeò l’azione del Risorgimento sabaudo.
La cultura cattolica si scontrò con questa visione politica e istituzionale e provò, senza riuscirci, a dare una lettura diversa del processo unitario.
L’introduzione delle Regioni negli anni ’70, previste dalla Costituzione, rappresentò l’affermarsi di una idea diversa dello Stato con l’abbandono di una funzione legislativa ed amministrativa fortemente accentrata sulle strutture centrali ministeriali.
Tuttavia la caratteristica italiana di un sistema di comuni piccoli e medi non ha trovato nella Regione un sufficiente livello di attenzione politica ed amministrativa e nell’ambito di questa nuova realtà istituzionale si è verificato un nuovo centralismo rappresentato dal permanere nell’ambito del potere regionale ( che dovrebbe svolgere solo funzioni di legislazione e di programmazione) di forte contenuti amministrativi e di gestione.
L’attuazione della riforma federalista potrebbe accentuare questo carattere di neocentralismo regionale se non si procederà verso un equilibrato sistema dove alle regioni spetti il ruolo di programmazione e di legislazione e agli enti locali i compiti amministrativi e di gestione.
Purtroppo oltre alle province si sono andati affastellando una serie di strutture intermedie e locali ( comunità montane, enti parchi, distretti di varia natura, aziende sanitarie, circoscrizioni e municipalità ) che hanno creato una vera giungla amministrativa, sviluppando, di fatto, un fitto labirinto nel quale le burocrazie configgono fra di loro e i procedimenti decisionali si allungano e si perdono , mentre , di fato, scompare l’istanza partecipativa.
Alle iniziali province, poi, se se aggiungono di continuo altre, riferite ad un ristretto numero di abitanti, creando più che una forma di partecipazione una segmentazione complessiva del sistema istituzionale.
Ora quello che sarebbe necessario è una forte capacità di riforma perché questo sistema genera sprechi di risorse, sovrapposizioni di procedure amministrative e decisionali, burocratizzazione che, per essere aggirata o snellita può produrre irregolarità e illeciti interventi.
Per le Province, anche dal settore stesso delle autonomie e nella prospettiva di razionalizzazione delle funzioni con riduzione evidente dei costi, provengono proposte centrate sui problemi reali, come quelle di attribuire le competenze di tali enti a raggruppamenti o consorzi di comuni, se attinenti ad esempio agli assetti di area vasta , ma anche per altre esigenze. Per restare nell’ambito degli enti locali, altri notevoli risparmi possono ricavarsi da un lato da una non dilazionabile delle aree metropolitane e dall’altra dalla limitazione della istituzione delle municipalità ai comuni con almeno 750 mila abitanti, fermo restando una l’esigenza di un più efficiente decentramento funzionale.
Occorrerebbe cioè una vera capacità riformatrice che dovrebbe agire sulla base di valutazioni oggettive e non di convenienze di parte o sollecitazioni corporative o territoriali.
Quello che , ormai, non sorprende più è l’incapacità di tutte le forze politiche, anche di quelle che dovrebbero vantare un riferimento alle culture storiche dell’Italia, di avviare un vero processo riformatore che, pur cambiando un sistema ormai divenuto aggrovigliato e fonte di sprechi, sappia tutelare ciò che nelle istituzioni appartiene all’istanza partecipativa dei cittadini.
Anche questa vicenda dimostra come la crisi istituzionale scorra parallela alla crisi dei partiti.
Siamo, ormai, di fronte al fenomeno della individualizzazione della politica, per la quale prevalgono le sole scelte di convenienza immediata, senza alcuna capacità di porsi al livello della tutela del bene comune.
L’interesse generale è ormai una categoria abbandonata dalla politica.
Il ragionamento politico è scomparso e tutto è ridotto a slogan e a polemiche ispirate da interessi corporativi e lobbistici.
L’invocazione per la nascita di una nuova classe politica, suggerita autorevolmente dai massimi esponenti del mondo cattolico, sembra essere l’appello necessario per immettere nuova linfa vitale nelle istituzioni dell’Italia.
24/06/2011 [stampa]
Ci fanno rimpiangere “bolero film”.
Dedicare, in pochi giorni, decine di pagine al gossip delle intercettazioni sulle conversazioni private di Bisignani con personaggi più o meno autorevoli è clamoroso.
Che lo facciano i giornali a tesi o più propriamente scandalistici è sin troppo ovvio, ma su questo sciovinismo moralistico si è ormai adagiato anche il più “autorevole” dei quotidiani.
Siamo di fronte ad un giornalismo intimista e scandalistico. Quando mai i direttori di un tempo, nell’epoca dei quotidiani non di esclusiva proprietà di imprese industriali, da Luigi Barzini junior, a Concetto Pettinato, da Alberto Giovannini a Leo Longanesi a Giovanni Spadolini e a tanti altri, avrebbero offerto lo spazio che oggi viene imposto a questo tipo di informazione.
Questo giornalismo ci fa rimpiangere Bolero Film.
C’è rilevare che la distorsione informativa è finalizzata a delegittimare la politica, poiché è evidente che il ruolo di Bisignani viene volutamente enfatizzato, tentando di dimostrare che tutta la politica e le istituzioni erano al suo servizio.
Emerge ancora una volta il rapporto illegale tra giornalismo e inchieste giudiziarie, poiché non solo viene violato il diritto costituzionale di tutti alla riservatezza, ma anche parlamentari vengono intercettati e queste vengono girate ai giornali.
Ci saremmo aspettati da chi ha il compito della custodia della Costituzione un intervento di critica anche aspra nei riguardi di questa incredibile campagna giornalistica che sta aggiungendo nuove elementi alla creazione del clima e al raggiungimento di ben chiari obbiettivi politici, come nell’imminenza della fine della prima repubblica.
Il cittadino ha ormai la certezza dell’esistenza di una rete spionistica che controlla la vita di tutti, come era la condizione della società negli stati comunisti dell’Europa orientale.
Non si può a lungo tenere la società italiana in questa condizione. Non si può porre le istituzioni e la politica sotto il ricatto di campagne giornalistiche frutto di migliaia di pagine sfuggite alle istruttorie della magistratura. Non si possono violare i diritti dei cittadini in modo così evidente, senza che qualcuno si opponga.
Tutto ciò finisce per mettere a rischio la tenuta della democrazia in Italia.
09/06/2011 [stampa]
Referendum: Di Pietro e il taglio dei voti degli italiani all'estero.
Di Pietro ne ha pensata un’altra molto bella.
Il quorum per i referendum del 12 e13 giugno, ha detto in una intervista a Repubblica TV “non è facile da raggiungere” , per questo “lunedì pomeriggio alla chiusura dei seggio depositeremo ricorso alla Cassazione perché sollevi conflitto d’attribuzione alla Consulta in merito alla questione del voto degli italiani all’estero”. Continuando: “Se si pensa al conteggio dei più di 3 milioni di italiani che sono all’estero, il quorum passa, di fatto, dal 50+1 al 58 per cento”.
Il leader Idv invita quindi la Cassazione a non conteggiare, per il raggiungimento del quorum, i cittadini che non si trovano in patria. Saranno “proprio quei voti a fare la differenza: oltre il 50 per cento noi ci arriviamo, al 58 per cento no”.
Per l’ex magistrato il diritto di voto e come una certa pelle che si modifica a seconda delle esigenze politiche.
Non ci sorprende che una tesi così strampalata possa far parte del bagaglio politico del leader dell’IDV, quello che è da vedere e valutare quale potrà essere il comportamento e le decisioni dei massimi organi della magistratura in ordine a questi possibili ricorsi e quesiti.
Già è stato del tutto sorprendente il dribbling sulla proponibilità dei quesiti dopo la modifica sostanziale della legge sul nucleare e le stesse esternazioni che hanno preceduto l’ultima decisione della Consulta.
A ben vedere questo arrogante atteggiamento che nega il diritto di voto agli italiani all’estero e certe decisioni dei massimi organi giurisdizionali sono l’ennesima prova della profondità della crisi italiana.
Quello che colpisce è l’assuefazione che va diffondendosi rispetto a questi fatti, dimostrando, peraltro, la totale strumentalità della sinistra quando si erge a difesa delle “regole”.
Non siamo neppure tanto convinti che la custodia della Costituzione intervenga sempre e a prescindere da chi deragli dai binari giusti , con dichiarazioni o atti .
Non si può dire solo che si va a votare perché è un dovere al quale non ci si può sottrarre, occorrerebbe, con chiarezza, stigmatizzare anche chi pensa che il diritto di voto sia da attribuire solo in funzione dei propri interessi di bottega politica.
16/05/2011 [stampa]
Ancora un settennato per conservare la costituzione.
Con un titolo sintomatico sul Riformista ( “Il triangolo delle Bermude” ) Emanuele Macaluso e Rino Formica propongono che “se in questo biennio non si ritrova una soluzione di pacificazione istituzionale , occorre prevedere sin da oggi la rielezione del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano”.
A parte la facile ironia che desta il conto delle età dei protagonisti di questo triangolo di ipotesi, soprattutto per il fatto che a sinistra si è, più volte e già negli scorsi anni, sottolineato il calendario del Presidente del Consiglio, l’aver suggerito questa idea dimostra, soprattutto, come il sistema politico italiano sia bloccato.
Se ricercare una garanzia di stabilità ed equilibrio comporta invocare “l’istanza dell’arbitro istituzionale più alto”, significa che c’è una inadeguatezza degli altri livelli istituzionali e cioè del Parlamento e dell’Esecutivo.
Ed è evidente che proprio per il carattere di “custode della Costituzione” del Capo dello Stato, l’esaltazione della sua funzione politico istituzionale significherebbe di conseguenza che il settennato 2013-2020 si confermerebbe come una ulteriore fase di conservatorismo costituzionale.
Sorprende che la proposta parta da Rino Formica che visse, anche se non condividendolo, lo sforzo di Bettino Craxi per discutere e avviare la “grande riforma”.
E’, invece, interessante sottolineare come nel volume su gli “ Anni ’70 i peggiori della nostra vita” , con una interessante prefazione di Maurizio Sacconi, si faccia risalire la causa del diffondersi del clima e delle idee che portarono alle tragedie di quegli anni, alla mancanza di “un generale De Gaulle e non essendo possibile neanche una sua imitazione” ( il riferimento è a Randolfo Pacciardi “accusato di golpismo” ) “le forze politiche, tanto per cambiare, non furono all’altezza”.
E’ davvero rischioso per l’Italia rassegnarsi ad invocare, ancora per due anni più sette, il mantenimento di un sistema politico a livello centrale ibrido che, mentre ha riconosciuto la necessità di stabilità e governo delle istituzioni locali con un sostanziale presidenzialismo, continui, invece, a ritenere intoccabile quella forma di governo che ebbe per molti anni forza, e autorevolezza dettategli da partiti che esprimevano rappresentanza e leader di alto livello, ma che oggi mostra tutta la sua inadeguatezza.
Non ci si può rifiutare, ancora una volta, di guardare con spirito innovatore alla realtà del sistema politico ed alle sue inadeguatezze.
Attendiamo con pazienza che gli accenni che, episodicamente, ascoltiamo e leggiamo, sulla necessità di una riforma di tipo presidenziale della Costituzione, siano raccolti da quegli intellettuali che quasi quotidianamente ci fanno le loro “prediche” sulla crisi.
29/04/2011 [stampa]
L'intelligente predica di zio Romano.
Il “fondo” dell’autorevole ed equilibrato Sergio Romano sul Corsera del 28 aprile appare senza dubbio come un ragionamento corretto, al quale, tuttavia mancano alcune considerazioni e conclusioni.
Si dilunga sulle inadeguatezze e divisioni del governo, sfiora l’argomento, un po’ tabù per la proprietà RCS, su qualche inadeguatezza degli industriali che “preferiscono litigare piuttosto che lavorare insieme”, riduce l’incontro tra Berlusconi e Sarkozy ad una partita a due per evitare uno scontro che avrebbe danneggiato entrambi e, infine, lievemente accarezza contro pelo l’opposizione che “preferisce mandare a casa il governo piuttosto che dargli una mano a vincere una partita nazionale”.
Sotto sotto si sente l’odore suadente di una preferenza per il modello francese.
E allora?
Come si combina questa sua intelligente dissertazione, forse un po’ vaga, con una linea del giornale, di proprietà di quel mondo industriale che lui critica con soavità; giornale il cui direttore, Mieli, propose di votare per una coalizione, quella di Prodi del 2006, divisa su tutto, ed i cui opinionisti escludono riforme della Costituzione in senso presidenziale che, adottata a suo tempo in Francia, consente lì ancora oggi , stabilità e autorevolezza.
Il Corriere della Sera, il più importante ed autorevole quotidiano italiano, governato da un patto di sindacato, rappresenta bene il costume delle caste di questo Paese, pronte ad accusare i privilegi degli altri, ma a difendere i propri e che produce quelle prediche che Longanesi definiva “ delle vecchie zie”, inutili e senza costrutto, a cui piace, in fondo, una politica addomesticata.
Come ha ricordato Tremonti, in una intervista con Dino Messina, contenuta in un libro del maggio 2008, con la riforma della seconda parte della Costituzione, voluta dal governo Berlusconi, approvata dal parlamento e poi bocciata dal referendum , si perse una occasione storica, come rilevarono gli stessi Panebianco, Ostellino e Romano, che, tuttavia, rimasero voci isolate, mentre l’opinione “sociale” del giornale di via solferino non fece nulla per sostenerle.
Si va riaffacciando anche in questi giorni, in modo strumentale, il tema delle modifiche costituzionali.
Sarebbe ora che le “vecchie zie”, abbandonando le prediche, contribuiscano a rimuovere il piatto conservatorismo costituzionale della sinistra e affrontino il tema di una “grande riforma” che Craxi intuì, ma che non gli riuscì, per responsabilità della DC e che se non verrà discussa e avviata adesso , potrebbe comportare le stesse pesanti conseguenze, per le quali, allora, scomparve una classe politica e recò qualche danno al Paese
18/04/2011 [stampa]
La lettara di Pisanu e Veltroni non va nella giusta direzione.
La lettera di Pisanu e Veltroni pubblicata sul Corriere della Sera di venerdì 15 aprile è motivata dall’intento dichiarato di “riscrivere le Regole”.
Nonostante l’intento rinnovatore, e a parte alcune antiche reminiscenze linguistiche ( “discontinuità” , “dialogo fra visioni ed indirizzi programmatici differenti” ), la proposta risulta essere una logora ricetta consociativa ( nei primi anni ’90 qualcuno su “il Sabato” teorizzò il governissimo ) che presenta, anche una contraddizione di fondo.
Da una parte si vorrebbe “un bipolarismo … più avanzato di tipo europeo” e una “ democrazia matura dell’alternanza”, ma dall’altro si afferma che “la nostra stella polare è la Costituzione” , “ essa è l’espressione più alta dell’unità degli italiani, l’incarnazione meglio riuscita del mito democratico” .
Dopo questa esaltazione del “mito” della Costituzione , la lettera ritiene che le forme di questa siano “perfettibili” , ma “poiché i costituenti l’hanno scritta tutti insieme,anche noi, figli e nipoti, dobbiamo tutti insieme adeguarla ai tempi”.
E si ritorna quindi alla ricetta ormai stantia di “un nuovo governo che… potrebbe porre mano alle emergenze in corso, riformare la legge elettorale e consentire poi ai cittadini di scegliere tra proposte alternative di governo”.
La verità è che la Costituzione non deve essere solo “perfettibile”, ma deve essere cambiata, perché una democrazia dell’alternanza non è compatibile con il sistema parlamentare incarnato da questa Carta.
Ricordiamolo ancora una volta : prima del ‘94 il Parlamento era l’arena politica dei partiti e il cittadino esprimeva una mera delega , non era “arbitro” cioè non sceglieva né la formula di governo né chi era chiamato ad attuare il programma.
Finchè il sistema ha tenuto ed i partiti esprimevano, comunque, una rappresentanza, il consenso arrivava.
Poi il sistema si ruppe e la debolezza dei partiti consentì l’opera di distruzione delle procure.
Come scrisse Ruffilli nel 1988, prima di essere ucciso dalle Brigate rosse, la crisi del sistema politico doveva aprirsi ad un tempo nel quale il cittadino diveniva “arbitro”, perché già allora si intravedeva la possibilità che la crisi del sistema provocasse l’allontanamento dei cittadini dalle istituzioni.
Le cause, le condizioni e i modi nei quali avvenne il crollo della prima repubblica non consentono, oggi, di mantenere o ritornare al sistema parlamentare, ma occorre invece andare avanti verso un sistema dove il cittadino vota e sceglie un programma, una coalizione, un governo ed un leader. Solo questo è un sistema bipolare di alternanza democratica.
E’ sin troppo ovvio che una riforma della Costituzione dovrebbe essere approvata da un ampia maggioranza, ma poiché una parte delle forze politiche ritiene questa sostanzialmente intoccabile , la prospettiva è o quella di lasciare sostanzialmente le cose come stanno o fare una riforma che necessariamente viene approvata da una maggioranza limitata , ma che comunque sarebbe una maggioranza che intende cambiare le Regole, ormai obsolete, e che pongono a rischio il rapporto democratico tra istituzioni e cittadini.
E non può essere una legge elettorale a operare il necessario cambiamento e ciò è dimostrato dal fallimento di tutte le leggi elettorali che non hanno consolidato il sistema bipolare ed hanno allontanato i cittadini dalla politica , togliendo loro, prima con i collegi imposti e, poi, con le liste bloccate, anche la scelta di chi eleggere.
Un sistema politico che più corrisponderebbe alle esigenze che pone la crisi di oggi in Italia può essere simile a quello del presidenzialismo francese.
La soluzione “consociativa” proposta da Pisanu e Veltroni ha il banale obbiettivo di togliere Berlusconi dalla scena politica, gestire l’importante “emergenza”, e poi, probabilmente, sostituire l’attuale legge elettorale con un sistema di tipo “tedesco” che, nel clima politico dell’Italia, in una tradizione frazionista piuttosto elevata e che ricorre anche in presenza di leggi elettorali che sollecitano le aggregazioni, sarebbe del tutto inefficace a conseguire gli obbiettivi della stabilità e dell’alternanza.
No, caro Buttiglione, la lettera di Pisanu e Veltroni non va nella giusta direzione: piuttosto che a un democrazia dell’alternanza si arriverebbe ad una democrazia di maggioranze variabili.
07/04/2011 [stampa]
La mediazione civile approvata da Borrelli.
Gli italiani sono litigiosi. Basta partecipare ad un’assemblea di condominio per rendersene conto. Le cause pendenti nei Tribunali civili sono 5 milioni e mezzo. In pratica 5 mila cause ogni 10 mila abitanti. Smaltire gli arretrati è quasi impossibile e per veder concludersi una causa civile ci vogliono in media 845 giorni lavorativi, ossia oltre due anni e mezzo. Tempi che si allungano quando si passa al processo d’appello per il quale ci vogliono 163 giorni e in Cassazione altri 1195 giorni.
E’ una situazione paradossale. Tra le riforme della giustizia questa era urgente. Su proposta allora del Ministro Angelino Alfano i due rami del Parlamento hanno approvato un nuovo sistema per evitare le lungaggini delle cause civili. Si chiama conciliazione che diventerà obbligatoria a partire dal 2012. Per quella data dovranno essere tagliate 300 mila controversie nei prossimi sette mesi e altre 700 mila alla fine del prossimo anno.
In sostanza le parti prima di recarsi, se lo vogliono, in Tribunale possono trovarsi davanti ad una nuova figura che si aggiunge a quella del giudice di pace chiamata mediatore che dovrà risolvere la controversia con una stretta di mano in 120 giorni. Gli organismi di conciliazione già operativi sono 600 e si potranno consultare sul sito internet www.giustizia.it. Le materie per le quali ci si può rivolgere al mediatore sono diritti reali, successioni ereditarie, patti di famiglia, locazione, risarcimento danni per responsabilità, colpa medica, diffamazione a mezzo stampa, contratti assicurativi, finanziari, bancari e dall’anno prossimo per liti condominiali, risarcimenti danni da incidenti stradali.
La novità ha fatto scattare la protesta dell’organismo unitario dell’Avvocatura. Altri avvocati sono però favorevoli al nuovo strumento di conciliazione. C’è una tariffa trasparente e certa da pagare che mette in corrispondenza valore della lite e costo della procedura.
Tra i favorevoli del mediatore civile l’ex Procuratore generale della Repubblica di Milano Francesco Saverio Borrelli, per 20 anni giudice civile. “ Condivido questo obiettivo, ha detto iscrivendosi al corso di formazione che si terrà a maggio, della riforma Alfano. Considero, infatti, positiva l’etica del compromesso”.
Le affermazioni dell’ex capo di Mani pulite e del team chiamato delle “ toghe rosse” hanno suscitato sorpresa e scalpore. Borrelli riconosce che in Italia c’è un tasso di litigiosità molto alto e quindi “ per riportare i tempi della giustizia in parametri ragionevoli serve un cambiamento profondo e la riforma Alfano è un valido tentativo”.
E se lo dice Borrelli ci si deve credere. Peccato che lo dica ora che è in pensione.
09/03/2011 [stampa]
Riforma della giustizia: la parola a francesco Cossiga.
Se tutto procederà come previsto, giovedì 10 arriverà in Consiglio dei Ministri la riforma della giustizia. Una riforma ampia che Berlusconi, con una certa enfasi, definisce “epocale” e che cambia la Costituzione, e riorganizza, con un nuovo architrave normativo, la terzietà dei giudici e l’equilibrio tra accusa e difesa.
Sono contenuti fondamentali che servono a costruire un più democratico equilibrio dei poteri dello Stato.
Tuttavia, ci sono già, nel campo politico, coloro che minimizzano questi aspetti fondamentali della riforma per guardare solo alle esigenza più funzionali (UDC), non comprendendo che anche gli aspetti funzionali, senz’altro da migliorare, sono la conseguenza di una condizione che ha visto la magistratura consolidarsi sempre come potere e non come funzione per lo Stato e i cittadini.
Il PD non si pronuncia, non facendo capire se ciò avviene per convinzione o per timore di reazioni da parte dei magistrati, come già avvenne all’epoca del governo Prodi. Ma , forse, come vedremo oltre, per una sua cultura giustizialista, ormai ineliminabile.
I magistrati, invece, si mobilitano. Il Procuratore di Milano Armando Spataro bolla le proposte del governo, anche se non ancora presentate, affermando “nessuna delle riforme annunciate serve a far funzionare la giustizia e per rispondere agli interessi dei cittadini”.
Si arriva da parte di qualche magistrato a proporre una mobilitazione immediata , e come dice Spataro “ una risposta in tempi rapidi che non consista nell’ennesimo per quanto ottimo e condivisibile, comunicato stampa”.
Per contribuire a sottrarre questo tema, essenziale per valutare la qualità della nostra democrazia e la libertà dei cittadini, alla strumentale polemica ed alla critica corporativa, riportiamo alcuni passi scritti nel gennaio del 2003 da Francesco Cossiga e che lui stesso definì “una riforma utopica”.
“Anzitutto - scrive Cossiga – occorrerebbero riforme che portassero alla realizzazione di un vero e proprio processo accusatorio, con una vera ed effettiva terzietà del giudice e una effettiva parità tra le parti, sia private che pubbliche”; ciò -precisa - “ha il suo ineliminabile presupposto in una concezione del pubblico ministero come parte pubblica e cioè come organo amministrativo dello Stato”.
E’ necessaria. Continua Cossiga – “ la inderogabilità della divisione delle carriere dei giudici da quella dei pubblici ministeri secondo principi di unità, impersonalità e indivisibilità e secondo un principio di gerarchia, che non porta necessariamente alla subordinazione di esso al Governo – come nella maggior parte degli stati moderni – ma almeno della sua costruzione con un vertice, la cui nomina o sia approvata dal Parlamento e che verso il Parlamento sia responsabile, almeno per le linee generali della politica giudiziaria, nel suo aspetto esecutivo di realizzazione della pretesa punitiva dello Stato”.
“Altro presupposto – continua Cossiga – è quello della non obbligatorietà dell’azione penale non soltanto per motivi ideologici e di principio, ma soprattutto per motivi di realismo giudiziario e di prevalenza, anche solo eventuale, degli interessi supremi dello Stato, rispetto alla soddisfazione della pretesa punitiva “. Questa obbligatorietà, fa sì che “ di fronte alla moltitudine dei reati portati a sua conoscenza, diventi di fatto discrezionale e di una discrezionalità cui non corrisponde alcuna responsabilità”.
“Altro elemento di una riforma utopica dovrebbe essere la deburocratizzazione della magistratura …ancora governata da un regime di tipo impiegatizio, basato sui cosiddetti ‘pubblici concorsi’ con forti elementi di cooptazione familiare, di casta e di correnti … deburocratizzazione da realizzarsi mediate un più ampio e qualificato accesso alla magistratura ( da ‘arruolare’ solo tra avvocati, notai, funzionari di polizia, ufficiali dei Carabinieri e della Guardia di finanza, professori di diritto, funzionari di prefettura …)… con la non promovibilità dei magistrati stessi ( il magistrato è nominato a quel posto e , salvo altra nomina, in esso permane per la vita, come è appunto nell’ordinamento giudiziario inglese, salvo la progressione della carriera economica e per anzianità)…”.
Il “ Consiglio Superiore della Magistratura” – precisa Cossiga – “ organo che secondo la Costituzione è di sola alta amministrazione, e quindi da riportare alla sua posizione e natura di organo non costituzionale, ma solo e forse, di sola cosiddetta rilevanza costituzionale, come stabilito dalla Costituzione, poi ‘violata’ dalla legge ordinaria di applicazione, che gli conferì improprie funzioni superiori”.
“ La riforma – affermava Cossiga – deve essere incentivata nel rafforzamento massimo delle garanzie di indipendenza dei singoli giudici, che come organi singoli e non come corpo sono investiti dalla Costituzione della funzione giurisdizionale e questo anche sotto il profilo di una tipizzazione legislativa degli illeciti disciplinari dei magistrati, al fine di sottrali all’arbitrio della determinazione caso per caso da parte del Consiglio superiore della magistratura di ciò che sia ‘lecito’ e di ciò che sia ‘illecito, e quindi mediante la creazione di una vera e propria giurisdizione disciplinare distinta dal CSM, imparziale e non dominata quindi dalla logica del baratto tra le correnti, eventualmente attribuita ad un organo eletto ad hoc da magistrati e Parlamento o, ancor meglio, costituito mediante estrazione a sorte”.
Questo non recentissimo scritto di Francesco Cossiga affermava alcuni concetti molto chiari sulla sinistra che , diceva “in Italia è ancora giustizialista e poliziesca” e che “ ha cercato di aprirsi una strada giudiziaria al socialismo, organizzando in fazione parte della magistratura”.
“ La sinistra – aggiungeva Cossiga – non riesce a liberarsi né di questa cultura giustizialista, dopo esserne stata sacerdotessa tra i suoi elettori, né dell’alleanza con l’ala ‘militante’ della magistratura, di cui non dovrebbe accettare il potere politico, ma il cui potere politico invece accetta perché essa ha qualche interesse politico coincidente con alcuni dei propri”.
Lo scritto di Francesco Cossiga si conclude con tre “cose” : “quello della giustizia è il più grave dei problemi del nostro Paese”, “ il problema del giustizia, ancor prima che giuridico, tecnico e politico, è un problema di ordine culturale, e direi, addirittura, di etica pubblica è un problema che attiene alla coscienza, al senso di dignità del cittadino, al suo amore per la libertà” ; “il principale ostacolo alla soluzione di questo problema è la pervicace ostinazione di una parte dei magistrati nel concepire il proprio ufficio non come servizio, ma come potere”.
16/02/2011 [stampa]
Adozioni: una sentenza che fa politica.
Siamo ormai abituati a interventi della Magistratura che, invece di applicare le leggi esistenti, le interpretano fino al punto di sentenziare laddove non ha operato l’azione legislativa del Parlamento.
A volte – ed è accaduto in ogni campo applicativo – la Corte Costituzionale interviene per abrogare leggi o parti di provvedimenti legislativi dove si è espresso, con il voto, l’organo politico democraticamente più legittimato che è il Parlamento, modificando elementi essenziali di quanto statuito dalle Camere.
Con la recente sentenza 3572 depositata il 14 febbraio la Cassazione arriva ad esortare il Parlamento ad intervenire innovando decisamente il sistema delle adozioni.
“ Il legislatore nazionale – chiede la Suprema Corte - ben potrebbe prevedere , nel concorso di particolari circostanze, ad un ampliamento dell’ambito di ammissibilità dell’adozione di minore da parte di una persona singola anche con gli effetti dell’azione legittimante”.
Questa invito alla Camere di agire in questa direzione e cioè svincolando le adozioni dall’ambito del nucleo familiare, rappresenta, non solo una evidente intromissione nell’ambito politico, ma una ingerenza di carattere ideologico che, oltretutto, interferisce e limita il ruolo che la Costituzione affida alla famiglia come concepita dalla Carta stessa.
Su questo aspetto appare assai positiva la presa di posizione dell’Associazione Matrimonialisti Italiani che, tuttavia, sostiene anche la possibilità di adozione da parte di coppie conviventi le quali non si comprende come pretendano questo diritto, ma non accettino di arrivare ad un atto – il matrimonio - che costituirebbe una garanzia aggiuntiva di stabilità all’adozione stessa.
L’auspicio della Corte di Cassazione potrebbe, di fatto, aprire una prima porta alla possibilità di adozione da parte di coppie omosessuali che rappresenta una richiesta, già recepita in talune legislazioni europee di governi laicisti.
Appare sempre più evidente che siamo in presenza di uno squilibrio tra gli organi dello Stato , dove alla limitazione del potere politico legislativo, corrisponde una invadenza della funzione giudiziaria, che oggi si presenta come un potere.
L’accentuarsi di questa disfunzione, che si è sviluppata lungo diversi decenni, ha una data precisa e cioè quando vennero cancellate le prerogative di autonomia del Parlamento eliminando le immunità prevista dalla Costituzione del ’48.
Non vi è dubbio che oggi il governo ed il Parlamento siano “condizionati” dall’azione giudiziaria.
Il costituente di allora aveva stabilito un ruolo forte della Magistratura non solo riconoscendo l’autonomia di quella giudicante, ma , a differenza di altre costituzioni europee anche di quella inquirente.
Mentre offriva alla Magistratura questa prerogativa, ritenne necessario mantenere una autonomia della funzione legislativa da possibili ingerenze dell’azione giudiziaria. E se è pur vero che di questa immunità se ne fece un abuso, tuttavia, è dimostrato che proprio per un’azione giudiziaria, spesso senza esiti di condanna, si sono verificate crisi politiche che hanno devastato il sistema politico, sia quando governava il centrodestra che quando la maggioranze era di centrosinistra.
La sinistra non ritiene che si debba affrontare questa condizione con le necessarie riforme al fine di riportare in equilibrio il sistema istituzionale.
Al di là delle inadeguate intemperanze e delle mancate cautele nel comportamento del Presidente del Consiglio – che riguardano tuttavia la sfera privata – la questione giudiziaria rappresenta lo snodo istituzionale che andrebbe affrontano prima che l’ideologia giustizialista porti ad un imbarbarimento dello scontro politico nel Paese.
Questo scontro, questa divisione dell’Italia non sono certo il miglior viatico per celebrare i 150 anni di una unificazione che, come dimostrano le attuali spaccature politiche , sembra ancora lontana.
25/01/2011 [stampa]
Corte costituzionale: l'opinione di francesco Cossiga.
La decisione della Corte Costituzionale di ricondurre il “legittimo impedimento” a comparire del Presidente del Consiglio dei Ministri nell’alveo della disciplina ordinaria con la riaffermazione che il giudice sarebbe comunque chiamato a valutare, di volta in volta, la legittimità dell’impedimento a comparire, pur presentandosi come un “compromesso” rispetto alle diverse tesi che si sono confrontate , ha affermato un principio di prevalenza della magistratura rispetto al potere politico.
Su questa interessante questione che rappresenta, sul piano istituzionale e politico , il tema di fondo che ha condizionato la storia italiana degli ultimi decenni, pubblichiamo quanto, a suo tempo, Francesco Cossiga disse al giornalista Andrea Cangini nella suo ultimo libro-intervista “Fotti il potere” ( Aliberti editore, pagine 71-72 ).
“ E’ così diffidente , Francesco Cossiga, che non appena gli si chiede del potere dei giudici sulle cose della politica cita Carl Schmitt: “ Il quale scrisse che l’invenzione della Corte Costituzionale era una solenne sciocchezza, nonché un pericolo perché un giudice che può giudicare le leggi è, di fatto, un organo politico. Di più: è un organo politico superiore all’organo politico per eccellenza, il parlamento. Non a caso i due Paesi che nel Novecento per primi si diedero una Corte costituzionale furono tutti e due travolti: prima l’Austria della dittatura antitedesca , ma patriottica del fascista Engelbert Dollfuss, poi la Germania di Weimar, sulle cui ceneri nacque il Terzo Reich. La gente non sa che negli stati Uniti vi è una durissima polemica contro la Corte suprema, e i più critici sono i cattolici teocon, gli ebrei praticanti, i battisti e gli altri evangelici che fanno capo alla rivista First Think. Ambienti diversi, ma accumunati dalla preoccupazione per un organismo giustamente accusato di emettere sentenze ‘politiche’. Personalmente, ho sempre sostenuto che la Corte costituzionale italiana è un organo di arbitraggio politico esercitato in forma giurisdizionale”.
20/12/2010 [stampa]
Dall'inchiesta sul 41 bis emerge il governo debole di allora.
A prescindere da quanto emergerà dall’inchiesta della Magistratura sulla vicenda della mancata conferma, all’epoca del governo Ciampi, del 41 bis ad una serie di detenuti per reati di mafia, alcune evidenze spingono a riflettere.
Se pensiamo a quanto è stato scritto in base a congetture e inattendibili dichiarazioni di pentiti, sull’ipotesi, ormai dimostratasi infondata, di un coinvolgimento di Berlusconi e Dell’Utri, non possiamo non constatare che una parte della stampa si è occupata della vicenda sotto l’influenza di teoremi di carattere politico e che questo ha, oggettivamente, comportato una grave distorsione della funzione di informazione della pubblica opinione.
Resta peraltro inspiegabile come il solo riscontro delle date dei mancati rinnovi o, ove ci fossero, delle revoche o non applicazione della normativa speciale, avrebbe dovuto far promuovere una obbligatoria azione di indagine da parte della Magistratura inquirente che, invece, si muove ora, solo dopo le dichiarazioni dell’ex Ministro Conso.
Desta perplessità, inoltre, e se ne auspica una breve durata, la segretazione dei verbali delle testimonianze degli ex presidenti della Repubblica che hanno, recentemente, riferito agli inquirenti, essendo stati al tempo ai massimo vertici della Repubblica.
La gravità degli eventi di allora, il sospetto di una trattativa, analizzati secondo le precedenti inchieste, non possono rimanere come i dati più evidenti, mentre si aprono scenari del tutto differenti di possibili responsabilità.
L’opinione pubblica ha diritto di conoscere il vero quadro nel quale si svilupparono i gravissimi fatti del 1992-93.
Una impressione emerge,comunque, con sempre maggiore chiarezza. Anche accettando l’ipotesi di una assoluta estraneità di intenzioni meno che corrette da parte di Conso, Mancino, Ciampi e Scalfaro, in qualche modo chiamati in causa, il risultato che emergerebbe rispetto alla vicenda della eliminazione del 41 bis è la debolezza del governo e delle istituzioni di allora.
Quella fase politica che, in qualche modo, è stata rappresentata con una sorta di superiorità morale dei protagonisti di allora , rispetto agli esponenti ed ai governi precedenti, è tuttora considerata come uno dei passaggi alti nella storia della Repubblica.
Sembra emergere una diversa verità politica: anche l’idea che si sia verificata una iniziativa autonoma da parte del Ministro di grazia e giustizia di allora e non conosciuta dagli altri vertici politici dimostrerebbe uno scarso coordinamento politico e inaspettate “distrazioni”.
Questa “debolezza” politica , di per sé, farebbe giustizia di tanti stereotipi diffusi su personaggi e governi di quel periodo.
10/12/2010 [stampa]
Una Crisi al buio.
I cultori del sistema tedesco sanno che, oltre ad una rappresentanza sostanzialmente proporzionale, con soglia di sbarramento non elevata, il sistema politico della Germania prevede la cosiddetta “sfiducia costruttiva” (Misstrauensvotum) introdotta in Germania dalla Legge fondamentale del 1949, che recita: "Il Bundestag può esprimere la sfiducia al Cancelliere federale soltanto eleggendo a maggioranza dei suoi membri un successore e chiedendo al Presidente federale di revocare il Cancelliere federale. Il Presidente federale deve aderire alla richiesta e nominare l'eletto".
In tre casi , di cui due hanno avuto successo essa venne proposta: nel 1974 quando Helmut Schmidt sostituì Willy Brandt e nel 1982 quando Helmut Kohl successe allo stesso Schmidt nella cancelleria.
La Costituzione italiana non la prevede, ma affida al “sovrano” Presidente della Repubblica il compito di risolvere una crisi politica che si presentasse con le dimissioni del governo o con la sfiducia delle camere.
E’ questa una delle tante anomalie di una Costituzione vecchia di oltre sessanta anni e , soprattutto, diventata, nelle sue articolazioni della forma di governo, una vera e propria camicia di nesso della nostra democrazia.
Questa condizione di debolezza strutturale ha consentito in passato e consente ancora oggi alle forze politiche e parlamentari di aprire crisi al buio, favorendo operazioni politiche volte solo a eliminare un governo, senza porsi minimamente una prospettiva di uscita dalla crisi che si viene a creare.
Queste crisi erano state il modo con il quale la partitocrazia, cambiando un governo ogni anno, salvo rare eccezioni, regolava i conti interni, riarticolando gli equilibri tra le forze politiche e all’interno di esse.
Tutto ciò aveva la possibilità di mantenere una continuità democratica per il solo fatto che, soprattutto nei primi decenni del dopoguerra, le forze politiche avevano una forte capacità di rappresentanza ed segretari dei partiti una notevole possibilità di mediazione.
E, soprattutto perchè, nonostante questi giochi parlamentari e politici, la politica manteneva una sua forza ed autorevolezza decisionale e di sottrarsi al condizionamento estero o dei cosiddetti poteri forti.
Oggi, aprire una crisi al buio, come si sta ipotizzando in questi giorni, girando al Capo dello Stato la responsabilità di risolvere la crisi , in una condizione, peraltro, assai poco risolvibile, rappresenterebbe un ulteriore indebolimento del sistema politico di fronte ai poteri interni delle lobbies e di fronte ai mercati ed alle logiche speculative che la deregulation del sistema finanziario internazionale ha reso notevolmente più forti.
In mancanza di una riforma che introduca in maniera organica gli elementi indispensabili per favorire la governabilità e la stabilità degli esecutivi, l’unico modo per assicurare autorevolezza e stabilità, allontanando le deleterie manovre di palazzo, è quello di affermare il principio che la legittimità sostanziale di un governo è rappresentata dal voto degli elettori ed il venir meno delle condizioni della sua stabilità non può che determinare il ricorso ad elezioni anticipate.
L’ostinatezza con la quale Berlusconi rifiuta di dimettersi prima delle votazione sulla fiducia, non significa solo diffidenza o rifiuto aprioristico, ma appare come la difesa di un principio politico di salvaguardia del governo dalle manovre di palazzo che oggi, assai più che ai tempi della prima repubblica, rappresenterebbero un danno per la democrazia e per la credibilità delle istituzioni, oltre che la eliminazione del valore obbligante delle scelte degli elettori.
25/11/2010 [stampa]
Contro la riforma universitario Bersani "va per tetti".
L’ ”assalto” al Senato degli studenti contro la riforma universitaria mostra ancora una volta come la ”piazza”, soprattutto quella mossa dall’estrema sinistra, si dimostri, spesso, un’arma di sostegno di poteri e di aree di privilegio.
Nel caso dell’Università una riforma come quella in discussione che pone un limite alla durata massima dei mandati dei rettori, che introduce un concorso nazionale per l’abilitazione scientifica e che stabilisce il limite delle 12 facoltà per ogni ateneo, eliminando quelli antieconomici, sta provocando la “rivolta” di quei poteri che vengono intaccati e ai quali offre il suo appoggio la “rivolta” degli studenti.
Bersani insieme a Di Pietro, con la scusa della difesa di ricercatori e studenti, compie un atto di tipo movimentista salendo sul tetto della facoltà di Architettura dell’Università di Roma e con questo gesto sigilla la posizione del PD contrario anche a questa riforma.
Correre dietro a qualsiasi interesse costituito oltre a non rappresentare una capacità di scelta politica, significa per il PD assumere anche un ruolo di conservazione di quanto di parassitario e di irrazionale si è accumulato nei decenni in Italia.
E’ evidente anche un’altra lettura di questo gesto del segretario del PD. La sensazione che ci si trovi a fine legislatura e nella prospettiva di una imminente campagna elettorale impone al partito di Bersani di inseguire tutto ciò che si muove alla sua sinistra, fino a giungere ai gesti che, nei mesi scorsi, hanno spinto manifestanti che non si sentono tutelati dalle organizzazioni sindacali a salire sui tetti.
Mentre nel passato il PCI era in grado di contenere i movimentisti, oggi i movimentisti dettano la linea al PD.
E difficile che un partito che deve ricorrere a questa strategia possa pensare di costruire alleanze con altri partiti moderati o espressione di idee non compatibili con le linee dei movimenti estremi.
30/09/2010 [stampa]
Bossi e Montezemolo ovvero il consenso popolare e le fondazioni.
A volte Bossi davvero sorprende.
Da parte di molti si tende a sottovalutare il forte senso politico del leader leghista. Ci si sofferma a ironizzare sulle sue uscite estemporanee ( l’ultima è stata la traduzione di SPQR in chiave da avanspettacolo), ma si riflette poco sulla sua abilità strategica, senza contare che la più importante riforma istituzionale che si sta realizzando in Italia deriva dalla sollecitazione politico programmatica della Lega di Bossi.
Pur con il noto carattere spigoloso e la forte verve polemica il leader leghista non ha risposto alle pesanti accuse rivoltegli dal sito “Italiafutura” di Montezemolo: “ha costruito il successo politico … anche sulle provocazioni. Di fatti se ne sono visti ben pochi. Se non la corresponsabilità della Lega in questi sedici anni di non scelte che hanno portato il paese ad impoverirsi materialmente e civilmente”.
Il motivo che ha spinto Bossi a non rispondere a Montezemolo è perché non lo ritiene un interlocutore politico.
In democrazia è fondamentale che il confronto e la polemica politica si svolgano tra i soggetti politici e la fondazione Italiafutura non è un soggetto politico.
Ovviamente le fondazioni hanno tutto il diritto di esprimere le loro valutazioni di carattere politico, ma esse restano , come sono, gruppi di pressione, soprattutto quelle che sono state costruite da imprenditori. Diversi sono i soggetti politici: essi devono misurarsi sul consenso, devono elaborare la loro linea a partire dagli iscritti e simpatizzanti e dibattere le scelte nei loro organi e , infine, misurare la loro influenza sul piano delle elezioni e in base al voto dei cittadini.
Questa differenza tra soggetti politici e fondazioni deve essere ben presente in un momento politico nel quale è messo in discussione il consenso elettorale e il suo ruolo nella indicazione di chi deve governare il Paese.
Negli ultimi tempi al dibattito tra i partiti si va sostituendo quello tra le fondazioni e non è certo un elemento positivo per la democrazia italiana.
A Montezemolo e alla sua fondazione la democrazia del voto piace assai poco ed è nota la posizione che assunsero invitando gli elettori ad astenersi dal voto nelle ultime elezioni regionali.
Piacerebbe a questa fondazione un sistema elettorale diverso da quello attuale che, con il premio di maggioranza, consente a chi vince le elezioni di poter governare, introducendo invece una legge di carattere proporzionale non bipolare che consentirebbe a chi perde le elezioni ed acquisisce un consenso nettamente minoritario, di vincere diventando l’ago della bilancia per formare le maggioranze e, quindi governare.
E’ questo l’obbiettivo di quel “terzo polo” che dovrebbe mettere insieme Fini, Rutelli, Casini e Montezemolo.
La via italiana per il rafforzamento della democrazia passa attraverso una riforma politica che affidi definitivamente agli elettori e non alle alchimie parlamentari la scelta di chi governa ed è contro questa riforma che agiranno sempre i gruppi di pressione, le fondazioni e le oligarchie conservatrici del Paese.
17/09/2010 [stampa]
Trasformismo, parlamentarismo e democrazia.
Sulla questione della costruzione di un nuovo gruppo parlamentare chiamato di “responsabilità” e sulle possibili adesione si è accesa una campagna con toni variamente sussiegosi.
Per la verità la questione del “trasformismo” è una antica caratteristica delle assemblee parlamentari e sarebbe facile risalire a precedenti storici vicini e lontani.
E non ci sono dubbi che si tratti di una pratica condannabile che, spesso, presenta aspetti di carattere personalistico più che politico.
Tuttavia appare ridicolo e strumentale l’assunzione di toni moralistici che, rispetto alla vicenda in corso, si palesano soprattutto a sinistra.
Chi lo fa da questa posizione politica dimentica che il governo D’Alema potette essere insediato per l’apporto determinante nell’ottobre del 1998 di voti in Parlamento che provenivano da una scissione che fu organizzata dal CDU, con parlamentari eletti nel ‘96 nelle liste di Forza Italia; ricordiamo anche che tra i “transfughi” vi fu allora anche l’ “autorevole” professor Buttiglione.
E facile dimostrate come lo sdegno morale si usi a seconda della convenienza politica di criticare o meno l’avversario e non ha nulla a che vedere con l’esigenza di un più rigoroso rispetto del voto o di una necessaria coerenza politica.
Per la verità questo moralismo d’accatto risponde alle logiche politiche prevalenti soprattutto a sinistra ove l’ideologia leninista ha passato la mano alla ideologia giustizialista che, proprio per non essere una espressione politica, appare più pericolosa e sterile.
Il trasformismo si presenta come una degenerazione del parlamentarismo, nel senso che il principio di per sé valido della prerogativa del parlamentare di svolgere la sua attività ”senza vincolo di mandato” degenera nella possibilità di spostarsi da una posizione politica ad un’altra – da opposizione a maggioranza e viceversa - , anche nel caso di un sistema bipolare.
Poiché è evidente che il rimedio non può essere offerto da interessate perorazioni moralistiche, occorrerebbe portare avanti quelle riforme del sistema politico che traducano in norme costituzionali il principio democratico che il governo è deciso dagli elettori e che, la modifica di una maggioranza o il venir meno della stessa non può che determinare lo scioglimento delle Camere.
Un’ultima notazione: appare del tutto inadeguato il ragionamento di chi, avendo criticato Berlusconi e Bossi quando avevano espresso l’idea che il venir meno della compattezza della maggioranza avrebbe potuto determinare la crisi e il ricorso alle elezioni , oggi si scaglia contro il “mercato” di parlamentari che tende ad allargare il consenso al governo per impedire la fine della legislatura.
26/08/2010 [stampa]
La fazione dei Finiani all'origine della rottura nel PDL.
Come è stato rilevato , datano da lungo tempo le distinzioni di Gianfranco Fini nei riguardi delle scelte politiche di Berlusconi.
Ciò che ha determinato l’improvviso aggravamento dei rapporti è il fatto che Fini, nettamente in minoranza nel PDL, aggiungeva alla sua posizione il peso politico della carica di Presidente della Camera.
Non si può non richiamare alla mente il differente comportamento di Pierferdinando Casini quando faceva assumere a Marco Follini – segretario dell’UDC partito alleato, ma diverso - posizioni critiche nei riguardi del governo, mentre, da parte sua, manteneva in una linea ineccepibile, in ossequio alla sua carica terza.
L’improprio uso politico della Presidenza della Camera ha aggravato il problema di per sé già difficilmente gestibile delle diverse leadership all’interno del PDL, creando le condizioni della rottura politica.
Le posizioni di Fini, dei suoi sostenitori e di “Fare Futuro”, sono state, poi, enfatizzate dai media collegati con le posizioni politiche antiberlusconiane, creando quella condizione, a suo tempo analizzata dal prof. Antonio Lombardo, allievo del prof. Sartori, una interessante figura di scienziato della politica, di un ”fazionismo eterodiretto”( Il Mulino luglio-agosto 1971), cioè dell’esistenza di una fazione assolutamente minoritaria che assume un ruolo politico all’interno di un partito sulla base del sostegno che riceve dall’esterno.
Se nella prima repubblica tutto ciò determinava una precaria condizione di governabilità, nell’attuale situazione di bipolarismo, seppur incompleto, la situazione diventava non sopportabile.
Per questa ragione è assolutamente improprio sostenere da parte dell’on Bocchino e di altri che Fini e i suoi siano stati “cacciati” , mentre è nella logica bipolare che all’interno di un partito prevalga un assetto coerente con il programma: infatti nel sistema bipolare le fazioni non sono tollerabili e vengono espulse dal “sistema”. Qualcosa di analogo sta avvenendo da mesi, anche nel Partito Democratico.
La costituzione di nuovi gruppi parlamentari e quella imminente di una nuovo partito , del quale già si sono create da tempo le basi logistiche oltreché di indirizzo politico-culturale, rende ancor più evidente che ci si trova di fronte ad una rottura insanabile.
Sono evidenti le difficoltà di portare avanti un programma di governo con questa scissione politica all’interno del centrodestra, poiché se pur passasse a settembre la mozione sui punti programmatici, la concreta vita parlamentare fatta di voti su leggi ed emendamenti, costituirebbe il terreno di coltura di una serie di “agguati” che renderebbero precaria la stabilità e l’efficacia operativa dell’ esecutivo, e, soprattutto darebbero ai finiani la possibilità continua di ricattare la maggioranza.
Berlusconi, per la sua caratterizzazione in politica, non può scivolare in questa situazione.
26/07/2010 [stampa]
CSM, Giustizialismo e politica.
In fondo, dietro alle vicende complesse e contraddittorie della legge per le intercettazioni c’è la questione istituzionale del ruolo della Magistratura e della giustizia , del loro peso nelle vicende politiche italiane, dei collegamenti con il mondo dell’editoria e del giornalismo e dell’ espandersi della loro cultura nelle idee e nella natura delle forze politiche.
Tale questione ha la sua origine nella struttura della Costituzione e, per la loro rilevanza, nelle ideologie che ne animarono il dibattito e le soluzioni.
Si fecero delle scelte allora che posero in nuce la possibilità che alla Magistratura ed ai suoi organismi costituzionali fosse affidato un ruolo di supplenza e di intervento nella politica sulla base di un’idea di democrazia guidata.
Questa condizione costituzionale che ha posto nel tempo la Magistratura come potere e non come funzione ha il suo centro propulsivo nella natura che è andato assumendo il Consiglio Superiore della Magistratura.
Carlo Federico Grosso il 20 luglio sulla Stampa ne analizza obbiettivamente le caratteristiche e le conseguenze: “Due sono i nodi – scrive - che devono essere affrontati in modo prioritario: il peso straordinario delle correnti, i rapporti con la politica. Due nodi che, sia pure in modo diverso, condizionano le decisioni del Consiglio”. “Il peso delle correnti – continua Grosso – è assolutamente asfissiante. Lo era già anni fa’ … è difficile pensare che, senza una spinta forte, senza, magari, uno scandalo, l’ordine giudiziario sia in grado di riformare sé stesso, rinunciando a qualche abitudine consolidata o a qualche privilegio o potere di qualche suo dirigente”.
Nell’analisi dell’ex membro laico del CSM emerge anche un distorto rapporto con la politica: “il Consiglio superiore non è stato insensibile alle sirene dei partiti, alle interferenze, agli scambi;…magistrati che cercavano la simpatia e l’appoggio dei politici; politici che cercavano a loro volta di appoggiare per acquisire meriti e potere; rapporti con il mondo dei partiti …”.
L’inizio di una fase diversa, per Grosso, dipenderebbe da una diversa e più qualificata designazione dai componenti laici del CSM.
La sferzante analisi di Grosso è stata ripresa il giorno dopo da Angelo Panebianco sul Corriere della Sera.
Panebianco va oltre le ricette di qualità e comportamento auspicate da Grosso e invoca “seri interventi di riforma”, poiché tra i due aspetti analizzati su La Stampa “ c’è una relazione: la competizione correntizia porta inevitabilmente le correnti ad intrecciare rapporti con le varie componenti della classe politica”. “Ma _ è la constatazione del Corriere – allo stato degli atti far finire il correntismo è impossibile”.
“Occorrerebbero delle buone riforme – suggerisce Panebianco – e, insiste: “l’istituzione avrebbe bisogno di un forte rinnovamento”, poiché “ il difetto del CSM , così come lo ha designato la Costituzione , è strutturale. E’ un organo i cui componenti sono eletti dagli stessi delle cui sorti decidono. Gli eletti si occupano , oltre che dei provvedimenti disciplinari che riguardano i loro elettori, anche delle loro nomine trasferimenti, eccetera. Era inevitabile che in queste circostanze le correnti organizzate finissero per dominare il CSM e la lottizzazione diventasse, per diretta conseguenza, il criterio dominante delle decisioni del Consiglio”.
L’articolo di Panebianco si conclude con un interessante post scriptum. “Tra i compiti del CSM ci dovrebbe essere anche quello di vigilare sulle dichiarazioni dei magistrati. Quella di ieri del pm di Caltanissetta, secondo il quale la verità sulle stragi sarebbe vicina e la politica potrebbe non reggerne l’urto, appare clamorosa ed assai avventata. Cerchi la verità, ma non ne anticipi le conseguenze politiche”.
La tesi che discende dallo scritto di Panebianco è evidente : nell’humus istituzionale nel quale si sviluppa il ruolo politico della Magistratura, il pm di Caltanissetta ha fatto una dichiarazione politica: alcuni avrebbero smentito quella dichiarazione, ma, se confermata, comporrebbe rilevanti effetti politici; il fatto che il CSM non interverrebbe sarebbe la prova che alla Magistratura appartiene ormai un ruolo che non è solo quello di surroga della politica, ma, addirittura, di giudizio e di condizionamento della politica.
In questa condizione una democrazia rischia di non sopravvivere; anche perché ci troviamo di fronte ad una grande e clamorosa contraddizione: la politica ed il governo che vengono avvertiti ed attaccati dalla Magistratura sono quelli che , in questi anni, hanno inferto i colpi più clamorosi ed efficaci alla criminalità organizzata.
La politica, il governo e il Parlamento non possono arrendersi di fronte a questa situazione di grave squilibrio istituzionale.
Una riforma costituzionale del CSM dovrebbe realizzarsi con un più vasto accordo rispetto alle forze politiche che sostengono il governo, tuttavia il giustizialismo pervade ampiamente e trasversalmente sia il partito di maggioranza che le forze di opposizione, ne sono la dimostrazione le polemiche del Presidente della Camera verso Berlusconi e il recente confronto interno al PD tra Bettini e Violante che ha trovato spazio sul Riformista.
Le posizioni giustizialiste impediscono un confronto pacato e costruttivo tra le forze politiche per le necessarie riforme e introducono elementi ideologici che comportano un significato assolutista della giustizia.
A proposito del giustizialismo ci piace riportare alcune parole dell’illustre giurista tedesco Ernst-Wolfgang Bockenforde scritte nell’epoca della riunificazione tedesca e dei problemi dei rapporti e delle responsabilità sui crimini commessi all’Est che ne scaturirono.
Sono riflessioni che riguardano le vicende del dopo 1989, ma posseggono una valenza autorevole e convincente ed un significato più generale.
Si domandava il giurista tedesco: “La giustizia è dunque l’alfa e l’omega della vita di una comunità politica?”. “ Nella vita dei singoli – si rispondeva – ci sono situazioni in cui procedere sulla base del diritto e della giustizia, e tener fermo l’obbiettivo di produrre la giustizia, distrugge la stessa opportunità di vita”.
Ma, si incalzava ancora Bockenford: “sono possibili situazioni di questo tipo nella convivenza propria di una comunità politica? “. Ed ancora si rispondeva:” Io penso di sì. In quanto unità d’azione e operativa di più uomini, anche la comunità statale non si sottrae alle circostanze e alle insidie che appartengono alla vita umana. E’ naturale, del resto, che queste si riflettano sul piano della convivenza organizzata. Un caso oggi attuale è dato dai periodi di rottura politica, in particolare dall’uscita da un dominio totalitario ormai crollato”.
Concludendo queste riflessioni Bockenforde, a proposito della riunificazione della comunità tedesca, invocava una “ conciliazione “, “ di cui una comunità politica ha bisogno… Questo distogliere lo sguardo sarebbe allora nell’interesse del bene comune”.
“In questa sede – continuava e concludeva – si presenta una possibile differenza tra bene comune e giustizia. Per come stanno le cose umane la giustizia non sempre è sufficiente, ed essa talvolta deve essere oltre-passata dalla grazia e dalla rinuncia. Ciò è cosa fondamentalmente diversa dalla negazione della giustizia”.
Riportare nel corretto rapporto politica e giustizia non significa andare contro la giustizia. Ed anche la politica deve riallinearsi al senso della ricerca del bene comune.
La “conciliazione” tra politica e giustizia passa per la emarginazione del giustizialismo, poiché quest’ultimo e la cattiva politica si alimentano reciprocamente.
Le necessarie riforme costituzionali che l’Italia attende debbono esprimersi, rigorosamente, come un alta espressione di buona politica.
15/07/2010 [stampa]
Casini e il ritorno alla "Palude Dorotea".
Negli anni ruggenti del potere democristiano qualcuno coniò la definizione di ”palude dorotea” per quella realtà democristiana che organizzava le scalate e la gestione del partito sulla base del mero potere.
Che , poi, il doroteismo fosse un fenomeno assai più complesso, in quanto esprimeva, purtroppo senza la giusta caratura culturale e politica, la base moderata del partito, questo non venne mai sufficientemente analizzato. Rumor, Piccoli, Bisaglia, Gaspari , Gava, Petrucci ed altri leader democristiani furono personalità importanti, purtroppo sopraffatti, sul piano della immagine, da una pubblicistica di ispirazione radicale che ne tratteggiò unicamente la caratteristica di potere.
Per la verità le manovre dorotee di potere prestavano il fianco alla critica perché, spesso, le scelte ed i posizionamenti interni al partito prescindevano dal disegno storico politico. Solo Aldo Moro possedeva l’arte di connettere gli assetti interni di partito e le soluzioni di governo ad un respiro di spessore storico.
Sono passati decenni, la DC non c’è più; la logica politica della grande mediazione è scomparsa , probabilmente con la morte di Aldo Moro; i democristiani che scorrazzavano nel movimento giovanile della DC oggi sono all’interno di molte forze politiche.
Con queste premesse, probabilmente si è in grado di dare una valutazione alle diverse trame che stanno percorrendo la politica, soprattutto nell’affannoso rincorrersi delle possibili strategie per la costruzione di una alternativa a Berlusconi e al suo governo.
Berlusconi e il centro destra hanno vinto le elezioni ed è questa la base di legittimità democratica che impegna anche l’esecutivo alla attuazione di un programma che gli elettori hanno condiviso.
Il tentativo di superare questa condizione, in una presunta ed eventuali crisi politica del governo, sulla base di un intreccio di accordi trasversali tra le forze politiche presenti in Parlamento, risponde ad una logica che animava la politica prima che intervenisse non solo e non tanto un incompiuto meccanismo bipolare, ma quel rapporto tra scelta di chi governa e l’indicazione del premier che è stato introdotto nell’assetto istituzionale del Paese.
E’ stato introdotto il principio con il quale il cittadino è il decisore delle scelte di chi deve governare anche in base ad un programma e un leader che si sottopone al consenso elettorale.
Le manovre volte a costruire la possibilità di una alternativa politica all’attuale maggioranza costituiscono il rifiuto e l’abbandono di questo principio.
Ora se le alleanze non sono sottoposte al vaglio degli elettori, se esse non si formano sulla base di programmi anch’essi giudicati dagli elettori, se si vuole procedere sulla base di possibili divisioni all’interno delle forze politiche , modificando il ruolo che ad esse gli elettori hanno assegnato con il voto, è evidente che le nuove alleanze si formano sulla base di una scelta di potere.
Ancor più evidente è che questo tentativo di accordo di potere si fonda unicamente sull’idea di accantonare l’esperienza politica di Berlusconi che, ricordiamo ancora una volta, è stato designato dagli elettori con il voto.
Siamo al tentativo di costruire una mediazione con lo scopo di realizzare un accordo di potere alternativo a Berlusconi.
Casini viene indicato come il maggiore protagonista di questa prospettiva.
Ora l’esperienza del leader dell’UDC, pur nella giovane età si è svolta intorno ad una esperienza politica nell’area dorotea, in quanto la figura di riferimento di maggiore spessore, per lui, fu quella di Antonio Bisaglia.
Casini ha di fronte a lui una doppia possibilità che la complessità della situazione politica gli offre. O quella di lavorare per la costruzione di un sistema bipolare fondato su regole certe che attenui le asprezze dell’attuale condizione politica, ma che confermi pienamente il ruolo essenziale degli elettori nelle scelte di chi governa, secondo quella concezione che Roberto Ruffilli teorizzò con grande lucidità prima che le Brigate Rosse lo uccidessero, quella cioè del cittadino arbitro, o l’altra possibilità, quella cioè di realizzare un accordo di potere, privo di legittimità elettorale, che mettendo insieme un eterogeneo fronte politico e programmatico, consenta di realizzare un assetto diverso
E’ abbastanza evidente che tale ultimo progetto presenta una serie di difficoltà che lo rendono abbastanza velleitario in quanto verrebbe violato un principio della attuale costituzione materiale che si è andato affermando da quando si è indirizzato il sistema elettorale sulla base di scelte di schieramenti contrapposti ed il vincitore stabilito dagli elettori. Lo stesso Presidente Napolitano difficilmente avvallerebbe una prospettive in tal senso.
Questo improbabile accordo di potere , di non alto profilo politico e istituzionale, questo ritorno alla “palude dorotea”, avverrebbe, tra l’altro, in una condizione di debolezza delle forze politiche, di scarso spessore delle classi dirigenti, di prevaricazione di una serie di poteri al di fuori della politica e delle istituzioni,ed emarginerebbe, ancora una volta, gli elettori.
Casini che conosce più di tutti i sentieri angusti della “palude dorotea”, dovrebbe essere in gradi di evitare di finirci dentro, insieme al sistema politico del Paese.
28/05/2010 [stampa]
Federalismo solidale e identitario.
Una intervista del professor Stefano Zamagni su Avvenire del 26 maggio offre una chiave di lettura possibile dell’atteggiamento cattolico sulla questione istituzionale del federalismo.
“Sono per il federalismo solidale, a patto che non diventi una scusa per frenare il federalismo” afferma con chiarezza Zamagni, cogliendo un aspetto del tatticismo che accompagna il dibattito su questa importante riforma costituzionale.
Quante delle preoccupazioni che emergono a destra e sinistra circa i rischi di impoverimento di alcune regioni sono sinceramente rivolte ad assicurare che il meccanismo federalista non penalizzi il meridione e quante, invece, sono motivate da una difesa aprioristica del modello centralista dello Stato ?
Una ulteriore affermazione del professore della cattolica chiarisce il contesto storico che non va trascurato rispetto alla questione del federalismo: “noi cattolici siamo soci fondatori dello Stato unitario, ma il federalismo è nel nostro dna, basta pensare a don Sturzo”.
Nella sua sintetica semplicità questa sottolineatura tende a riproporre una rivisitazione del processo unitario dell’Italia, condotto in un senso centralistico ed anticattolico, rispetto ad un possibile percorso che coinvolgesse, senza sopprimerle, le diversità storiche e culturali.
C’è, infatti, aspetti del federalismo che non vengono colti da un dibattito tutto teso a stabilirne i costi, pur essi importanti sotto il profilo delle necessarie economie di spesa pubblica, e sono quelli della responsabilità e della identità.
Il concetto di responsabilità appartiene in primis all’idea cattolica della sussidiarietà e quello della identità è la questione non risolta dal Risorgimento che pensò di imporre al processo unitario, storicamente giusto, una visione di carattere nazionalistico, cioè al valore della patria, a volte si sostituì l’ideologia e il mito della Nazione.
Il coraggio dei cattolici e la tradizione sturziana dovrebbero ritornare nel programma di coloro che si pongono su una linea di centro, magari estremo.
20/04/2010 [stampa]
Amato, anzi ..."amatissimo".
Giuliano Amato interviene con garbo ed argomentazioni nel dibattito delle riforme istituzionali, in un articolo sul Sole 24 Ore che reca due titoli significativi “Le riforme solo ponte tra politica ed economia” e “ Parlamento da non svilire”.
Dopo aver premesso, concordando con Gianni Riotta, che “le riforme che ci interessano sono quelle che ci possono aiutare a non trovarci , fra qualche anno , più vecchi e meno ricchi, anzi … più vecchi e più poveri”, rileva che il miglioramento del “ processo decisionale politico non passa attraverso l’elezione diretta del capo dello stato, ma investe l’equilibrio da trovare fra le prerogative del governo e la messa a punto di un ruolo del parlamento, di cui le democrazie contemporanee stanno percependo tutta la delicata importanza”.
La contrarietà per l’elezione diretta del Capo dello stato è da intendersi rispetto ai poteri che esso detiene nel sistema francese o , comunque, in quello presidenziale. L’ex presidente del consiglio ritiene, comunque, che dovrebbero essere incrementati i poteri del premier , ma senza elezione da parte del popolo.
E’ evidente l’intento di Amato che è quello di preservare l’attuale forma di democrazia parlamentare. Ora questo è un punto fondamentale. Oggi il sistema istituzionale italiano si trova di fronte ad un doppio problema: quello di delineare con maggiore efficacia i poteri del governo e del Presidente del consiglio, deboli nella Carta, nell’attuale sistema scelti dal Capo dello Stato su designazione delle forze politiche e quello di recuperare la perdita di rappresentatività dei partiti dopo il ridimensionamento intervenuto e dimostrato dall’incremento dell’astensionismo.
In sostanza, in passato il modello di democrazia parlamentare ha consentito di governare perché sopperiva all’inadeguatezza dei poteri governativi con la forza del potere dei partiti. Oggi i partiti sono la pallida copia del passato.
La questione del recupero della rappresentatività dei partiti è un problema complesso, riguarda tutte le forze politiche e non può certo essere ottenuto con soluzioni organizzative. Ai partiti occorre restituire il rapporto con gli elettori non solo con la buona politica, ma anche nel coinvolgimento sulle grandi scelte nazionali.
E’ evidente, poi, che così come stanno le cose, una nuova forza e autorevolezza dell’esecutivo non è separabile dalla legittimazione popolare che, ridimensionati i partiti, può venire solo dalla elezione diretta. I partiti, in questo modo, si impegnerebbero in un grande confronto nazionale per la scelta del capo dell’esecutivo.
Con la elezione diretta si dovrebbe anche varare una nuova legge elettorale che elimini la designazione dei partiti per il Parlamento che sussisteva anche con i collegi uninominali, e ripristini la scelta degli elettori con la preferenza, salvo una quota di premio di maggioranza con indicazione dei partiti. Un sistema da anni sperimentato nel Paese, suggerito a suo tempo da Tatarella e che garantisce stabilità, governabilità, alleanze politiche e minore frammentazione è, ad esempio, quello per la elezione dei consigli regionali.
Amato sostiene poi che “l’elezione diretta , lungi dal darci il capo dello stato in cui si riconosce l’intera comunità nazionale, ci darebbe invece un capo dello stato percepito come espressione di una parte politica e ci si priverebbe di quello felicemente creato dalla Costituzione vigente e affermatosi proprio come rappresentante dell’unità nazionale”.
Ritenere poi , come continua Amato che l‘ Italia sia un “paese caratterizzato da una fortissima conflittualità politica e da un mal consolidato tessuto di valori condivisi”, e che “ il miracolo dell’elezione di parte che genera un presidente di tutti dopo una accesa campagna elettorale è un miracolo che non si realizza”, significa considerare, sul piano della maturità politica e della democrazia, l’Italia un paese di serie B.
Si esprime in Amato una idea élitaria della democrazia per la quale sugli italiani e sulle istituzioni deve esercitarsi una vigilanza che stabilisca quale sia l’interesse generale con un Capo dello stato come garante, che si debba intervenire sulle scelte del Parlamento, come per le decisioni politiche della magistratura, e che in fondo concepisce le istituzioni governative, per usare una metafora tremontiana per l’Europa, come “guardiani del traffico” economico.
Questa idea élitaria che sottostà ai ragionamenti del condirettore di Italianieuropei ci fa venire alla mente quanto scrisse Bettino Craxi in una nota di due cartelle scritta ( titolo “ Amatissimo”) a proposito di Amato quando questi accettò la poltrona di ministro del Tesoro con D’Alema , riportata da Massimo Pini nella biografia del leader socialista, nella quale ne ricordava i “sostenitori illustri che se ne servono”.
24/03/2010 [stampa]
E' un "Golpe"...ma non tutti i mali vengono per nuocere.
Le recenti vicende legate alla presentazione delle liste elettorali rivelano una situazione politica ed etica gravissima, sotto molteplici aspetti, che deve far riflettere tutti, per comprendere fino dove giunga la spregiudicatezza delle varie forze della sinistra, che, anche ammesse carenze formali nella vicenda, in precedenza ampiamente imputabili anche ad esse, non hanno esitato a impedire alla maggior forza politica del Paese di partecipare alla consultazione elettorale.
Voglio iniziare dalle responsabilità di chi avrebbe dovuto provvedere, con più prudenza, agli adempimenti per la presentazione delle liste e di chi, partecipando in ogni modo alla formazione di queste ultime, non s’impose fin dall’inizio un margine cautelativo di almeno 24 ore rispetto al termine ufficiale. Oggi, purtroppo, il mancato rispetto della legalità è diffuso e, pur se spesso può apparire giustificato da eccessi normativi, richiede comunque una valutazione pericolosa perchè discrezionale e, questa volta, la discrezionalità è stata applicata, ma troppo ....... discrezionalmente. Nel caso attuale vi è però un aspetto di sostanza che colpisce non solo e non tanto i diretti responsabili della vicenda, quanto i cittadini che sono ampia maggioranza relativa, negando loro il fondamentale diritto in democrazia: scegliere i propri amministratori.
Di fronte a questa conseguenza, la giustizia amministrativa, quella civile e quella penale, dovrebbero salvaguardare anzitutto i diritti primari dei cittadini e, nel caso, perseguire i colpevoli senza discriminazioni, e accertare se le condizioni per ammettere le liste, pur non documentate come previsto, comunque sussistano. Ma la Magistratura, nel complesso, ha fatto ancora prevalere in modo evidente le preferenze politiche di alcuni suoi componenti, incurante delle conseguenze sulla sua stessa credibilità, per far vincere “a tavolino” le forze preferite. Le vicende, contemporanee, di Lombardia e Lazio rivelano un disegno preciso e spregiudicato.
Le forze politiche riferibili alla sinistra, salvo significative eccezioni, non hanno esitato a sfruttare - anzi a provocare - questa situazione al fine di escludere dal giuoco democratico il principale concorrente, rivelando un ben misero senso della democrazia. Il colmo è che proprio la componente radicale, apparsa in alcune occasioni più seria, abbia montato la vicenda, dopo aver cercato deroghe alle norme di presentazione delle liste per ovviare alla reale mancanza di requisiti nel suo potenziale elettorato e nel suo stesso partito, fin qui incapace di raccogliere consensi elettorali significativi, nonostante le notevoli visibilità e considerazioni godute anche a seguito delle coraggiose posizioni indipendenti dai maggiori e tradizionali partiti assunte più volte. Si è potuta constatare la reale “non violenza” dei radicali, i quali, stesi in terra o facendo muro con i propri corpi, hanno impedito a quei ...violenti che pretendevano di consegnare le liste di avvicinarsi.
A questo punto, all’elettorato di centro-destra della provincia di Roma rimane ancora la possibilità di ribaltare la situazione che la sinistra ha prefigurato, subendo certamente una punizione, forse non del tutto immeritata, per la lista del PdL esclusa dalla competizione e dal rimborso delle spese della campagna elettorale. Può infatti votare anzitutto il candidato presidente Renata Polverini (la quale potrà scegliere in quella lista i soggetti più validi come assessori), nonchè la sua lista civica indipendente o altre collegate, fra le quali, fortunatamente, è stata riammessa quella Liberal di Vittorio Sgarbi, cui però è stato negato il rinvio delle votazioni per recuperare il tempo perduto, non per sua colpa, per svolgere la campagna elettorale. Occorre una capillare informazione e sensibilizzazione dell’elettorato che, in una situazione non chiara, almeno per i non addetti ai lavori, potrebbe scegliere la soluzione peggiore: astenersi dal voto.
26/01/2010 [stampa]
Un'"Impresa Titanica".
Così Luca Cordero di Montezemolo definisce la necessaria lotta alla corruzione. Ed aggiunge che per tale lotta occorrerà lo spazio di una generazione, che bisogna agire con grandi sforzi e lungimiranza e che la politica ha una precisa responsabilità: “ quella di non aver introdotto riforme adeguate per far funzionare bene la macchina dello Stato”.
Questa bella tirata moralista riceve la sottolineatura di Pierferdinando Casini “ci sono troppi ladri in politica” e Beppe Pisanu “per certi versi siamo oltre Tangentopoli”. Si è poi aggiunto Gianfranco Fini con toni analoghi, mentre Bersani esprime il suo scetticismo sulle norme anticorruzione che il governo si appresta a varare e Di Pietro pensa già all’effetto elettorale dell’esplosione delle nuove inchieste della Magistratura e di altre all’orizzonte.
Manca in questo coro che accompagna le dichiarazioni dell’ex Presidente di Confindustria qualche voce coraggiosa che chiami in causa attori importanti del malaffare quali una parte del mondo imprenditoriale e finanziario, spesso in combutta, come sanno tanti italiani che hanno subito l’azzeramento dei loro risparmi e dove accade che mentre gli imprenditori a volte vengono portati alla sbarra, le imprese bancarie rimangono, sostanzialmente, indenni dai processi.
Nella improvvisata filiera della produzione di questa nuova moralità che si rivolge solo alla politica appare, invece, un filo conduttore che si svolge intorno ad una rivisitazione della storia politica d’Italia, nella quale si contrappone la buona società civile alla politica corrotta, riecheggia la priorità della questione morale che caratterizzò l’inizio della trasformazione politica del PCI e si finisce per intendere che le riforme debbano essere pensate ed approvate con l’intentoprioritario di controllare meglio la corruzione.
Non siamo di fronte ad un disegno politico, come qualcuno, mettendo in fila i nomi degli intervenuti, ha ipotizzato, ma ad una suggestione politica, dettata dalla cultura “illuminata”, sì: l’Italia è storicamente portatrice di corruzione perché la sua politica è fortemente condizionata dalle idee nazional popolari di ispirazione cattolica, la sinistra è stata portatrice di una istanza sociale e morale che, se non ci si fosse messo di traverso Berlusconi, avrebbe condotto ad una nuova era di rigore e buon governo, si deve andare verso uno stato etico perché questo deve essere l’obbiettivo delle riforme.
A nessuno viene il dubbio che la mancanza del senso dello Stato che induce a mettere sotto i piedi i principi etici e morali a tutti i livelli è anche il portato individualistico di una storia italiana segnata da divisioni e contrapposizioni, dal ferimento dell’identità nazionale, da guerre civili e da odio sparso a larghe mani dalle idee di gran parte di coloro che oggi richiamano la necessità di riforme etiche o sostengono la loro diversità.
Cercando di gettare lo sguardo oltre il contingente , “identità” e “unità” sono ancora oggi i contenuti caratterizzanti la questione italiana, ma nel rispetto di un patriottismo della nostra storia e della nostra tradizione che non si sostituiscono con l’idea antiidentitaria del patriottismo costituzionale. Il diritto positivo, anche se autorevolmente iscritto nei testi costituzionali, non può sostituire quella legge, di cui scriveva Cicerone nel secolo prima di Cristo, non scritta, ma nativa, non appresa, né ricevuta, né letta, iscritta da Dio nel cuore degli uomini. Tanta parte della storia dell’Italia contemporanea è la storia di come si sia tentato di sradicare negli italiani la coscienza della legge morale naturale.
Non arriverà mai ai problemi reali della gente una politica senza identità o ispirata da coloro che Malaparte definiva “atei e possidenti” che spesso dimostrano di fronte al popolo italiano, con i loro comportamenti, il livello morale del loro stile di vita o il darwinismo sociale che li anima ed i ricordi dei colloqui di Rizzoli con Agnelli sono emblematici.
La moralità nella amministrazione non è aliena dalla moralità nei comportamenti etici. Se rispetto all’etica naturale tu poi fare ciò che vuoi, è difficile che ti ricordi dei principi morali quando amministri un bene pubblico o privato che sia.
Inoltre, se è immorale appropriarsi di denaro pubblico, non è ugualmente morale dividere tra gli azionisti gli utili e accollare alla comunità le perdite o apparire nullatenente, come accadde ad un noto imprenditore ai tempi del processo per il Banco Ambrosiano od anche seguire logiche di mercato che non siano rispettose della dignità dell’uomo, privandolo del lavoro, e del bene comune.
Su quest’ultimo punto il richiamo della CEI sull’impoverimento del Mezzogiorno non può non suonare come una critica a quel mondo imprenditoriale che chiude gli stabilimenti in Italia e investe o acquista dall’estero utilizzando il differenziale nel costo della mano d’opera.
In quanto alle riforme che certamente debbono cambiare il ginepraio delle competenze e delle procedure sulle quali si sviluppa la mala pianta della corruzione, esse non possono non porsi anche e soprattutto l’obiettivo di ricostruire il rapporto tra le istituzioni e il popolo il cui identificarsi con lo Stato non può prescindere dal riconoscimento del suo ruolo legittimante. L’agenda delle riforme non può dettarla la Magistratura, ma una politica che sia dalla parte dell’interesse popolare.
22/01/2010 [stampa]
Democrazia dei partiti e democrazia degli elettori.
Nasce all’interno del PDL la questione del futuro di questa forza politica, nel quadro della necessità di definire complessivamente la questione del carattere istituzionale della democrazia italiana.
E’ giusto e necessario che tale dibattito sorga dentro quella forza che, per l’intervento in politica di Berlusconi, rappresenta la sollecitazione più forte verso il cambiamento del sistema politico del Paese, dopo la crisi del ’92.
Libero ha recentemente ospitato un articolo a doppia firma dei senatori Gasparri e Quagliariello che, tuttavia, si limita ad auspicare il superamento della “regola dei 70-30”, l’affermazione che “il PDL è lo strumento della democrazie degli elettori” ed “un luogo in cui quando serve ci si conta e si prende atto del verdetto” e poche altre cose. E’ una sommaria introduzione al dibattito che troverà sedi più ampie per l’approfondimento.
Solo in un passaggio dell’articolo si accenna ad un aspetto fondamentale che costituisce lo snodo istituzionale che è di fronte ad ogni progetto di stabilizzazione del sistema politico e dei partiti e cioè che il PDL “dovrà essere in grado di istituzionalizzare il rapporto tra popolo e leader”.
Questo aspetto merita qualche breve approfondimento.
Esaminando il piano istituzionale è evidente che l’azione di Casini contro il bipolarismo che, in qualche modo, trova sponda in D’Alema tende a restaurare quella che lo scomparso politologo allievo di Sartori, il prof. Antonio Lombardo, definiva nel 1984 “partitocrazia positiva”, cioè un assetto di potere che riproponga gli elementi strutturali che negli anni cinquanta e sessanta permettevano la stabilità del sistema, l’identificazione dei titolari del potere politico nei partiti, la governabilità del paese ottenuta con accordi tra forze politiche omogenee, ed eliminando quegli altri elementi strutturali che si sono rivelati successivamente come negativi. Si ritornerebbe al proporzionale, ma con soglia di ingresso come prevede il sistema tedesco. Tuttavia è tutto da verificare come il sistema elettorale tedesco possa trovare una virtuosa applicazione in Italia, in quanto la struttura partitica in Germania è sempre stata sostanzialmente bipolare e negli ultimi anni ha comunque subito un certo logoramento. L’Italia presenta una struttura multipolare che potrebbe rendere meno governabile l’applicazione nel nostro Paese del sistema tedesco.
Per contro, la difesa del bipolarismo ed il suo completamento con l’elezione diretta del capo del governo, l’auspicabile ritorno alla scelta dei parlamentari da parte degli elettori e i necessari aggiustamenti costituzionali ed elettorali per garantire un assetto equilibrato del sistema verso i quali sembra orientato il PDL, sposta il punto di gravità del sistema dai partiti verso gli elettori, secondo una visione di cultura politica assimilabile all’ idea espressa a suo tempo dal prof. Roberto Ruffilli, il “cittadino arbitro”. Il bipolarismo che caratterizza la scelta di sindaci, presidenti di province e di regioni, è a un bivio: o si consolida anche a livello delle elezioni politiche o la fragilità del suo operare rischia di trasferire a livello locale le sue contraddizioni, come dimostra la complicata vicenda della scelta dei candidati a governatore .
Il confronto tra queste due prospettive non è supportato da un sufficiente dibattito politico-culturale, ma evidenzia soprattutto i tatticismi e ragionamenti dettati prevalentemente, se non esclusivamente, dalle opportunità di ciascuna forza politica o, addirittura, dall’ interesse di singoli personaggi politici. E’ questo un primo aspetto da approfondire.
Un ulteriore elemento di chiarezza deve essere individuato nel tipo di partito che si ritiene più idoneo in Italia nella prospettiva individuata dal PDL di un sistema bipolare con elezione diretta del premier . Alcune tendenze sostengono che in conseguenza di questa modifica istituzionale siano necessari partiti leggeri, poco più di meri comitati elettorali, come esistono negli USA e , parzialmente, in Gran Bretagna. C’è da dire che in Italia la forte tradizione culturale dei partiti e la necessità di impedire il prevalere di lobby e corporazioni richiede la presenza di partiti strutturati, come del resto sono rimasti in Francia, anche dopo il passaggio alla repubblica presidenziale.
In quanto alla esigenza di assicurare la istituzionalizzazione del rapporto tra popolo e leader, spesso essa viene tradotta nella questione di chi potrà assumere la leadership del PDL una volta che sarà compiuta la vicenda politica dell’attuale premier. La preoccupazione nasce dalla difficoltà di individuare chi, senza le caratteristiche carismatiche di Berlusconi, possa assumere una leadership . Anche su questo aspetto è di insegnamento l’esperienza francese nella quale, avviata la trasformazione del sistema grazie all’opera storica di De Gaulle, con la nascita dell’UDR, fu la riforma presidenzialista che assicurò la continuità anche alla guida del partito gollista, consentendo ad una figura assolutamente priva di carisma come George Pompidou, vicino al generale sin dagli anni ’40, che si divise tra la politica e l’amministrazione bancaria, di assumere con successo il ruolo di nuovo leader politico e partitico, anche se contrastato all’interno della stessa UDR.
Ci fermiamo a queste prime valutazione sul dibattito che si è aperto nel PDL, auspicando che esso sia l’occasione per un confronto importante al quale non si deve sottrarre non solo lo stesso Popolo della libertà, ma anche chi sostiene un prospettiva istituzionale diversa del nostro sistema politico.
20/11/2009 [stampa]
Corte Costituzionale e Democrazia.

La sentenza sul lodo Alfano è la ennesima e coerente dimostrazione del ruolo politico che la Corte Costituzionale ha acquisito negli anni e che comunque le appartiene per le scelte che vennero fatta alla Assemblea costituente e, soprattutto per la lettura e le caratteristiche della Costituzione indicate della cultura cattolico democratica.
Essa non ha tenuto in alcun conto della soluzione ai rilievi già espressi con il precedente provvedimento, il lodo Schifani, e ha visto collocare la decisione su di un nuovo versante, quello della gerarchia delle fonti, precedentemente del tutto ignorato, dimostrando ancora una volta quel ruolo dinamico della Corte che è stato più volte acutamente analizzato. La suprema corte è l’organo di garanzia posto a suo tempo per sorvegliare sulla rigidità e sulla immodificabilità della Costituzione, sintetizzate dalla famosa espressione di Dossetti degli anni novanta “il potere costituente è oggi esaurito”.
La decisione produce, probabilmente, anche, un serio imbarazzo da parte della più alta carica dello Stato che aveva ritenuto il testo conforme alla Costituzione e, nel contempo non può non aborrire conflitti istituzionali.
Questa vicenda comporta alcuni rilievi di carattere politico che attengono ai rapporti tra le istituzioni e tra le istituzioni e la democrazia.
Ad una semplice e letterale lettura del testo costituzionale, nei primi anni cinquanta, sembrò che il compromesso costituzionale si fosse trovato “sull’idea che la Corte costituzionale dovesse valutare la normale e fisiologica validità della legge”, cioè casi di evidente difformità rispetto alla Carta.
L’idea sottesa all’influenza dossettiana che la Costituzione, manifesto ideologico ( G.B. Bozzo, P.P. Saleri Giuseppe Dossetti la costituzione come ideologia politica), dovesse avere la precipua funzione di condurre ad una rifondazione della comunità nazionale , insieme ad una evoluzione che ha visto “l’opera del legislatore affiancarsi a quella della Corte”, hanno comportato che tale organismo da una semplice funzione di garanzia divenisse organo di governo del Paese.
Come ha sottolineato in un interessante ed equilibrato saggio Damiano Nocilla ( I cattolici e la Costituzione tra passato e futuro), professore di diritto costituzionale e consigliere di Stato, già allievo di Crisafulli, dalla “prima sentenza del 1956 che smentì ogni interpretazione riduttiva dei propri poteri, asserendo che la propria competenza a giudicare della legittimità costituzionale delle leggi dovesse estendersi anche alla legislazione entrata in vigore anteriormente al 1 gennaio 1948, cioè alla legislazione prerebubblicana”, fino a quando “si è trovata ad affrontare la questione delle legittimità delle leggi che si assumevano contrastare con l’art.3 della Costituzione” , la Corte costituzionale ha esteso “il proprio sindacato fin quasi a sfiorare quella valutazione politica che si voleva in origine riservata al Parlamento”, fino alla sentenza n.1146 del 1988 che testualmente esprime l’idea che “ la Costituzione italiana contiene alcuni principi supremi che non possono essere sovvertiti o modificati nel loro contenuto essenziale neppure da leggi di revisione costituzionale o da altre leggi costituzionali”. C’è da supporre che , così permanendo gli orientamenti di questo organo, non passerebbe neppure una legge costituzionale che intervenisse in materia.
Siamo di fronte all’esercizio di un ruolo essenzialmente politico che non solo interviene rispetto alle decisioni del Parlamento, modificando norme da esso approvato (il caso, tra i tanti, dell’annullamento di alcune norme sulla legge per la procreazione assistita), ma ad un organo dello Stato che limita di principio l’attività dell’istituzione fondamentale della democrazia rappresentativa, cioè del Parlamento.
E’ evidente che questa condizione del sistema politico italiano determina quella che potrebbe definirsi una democrazia limitata o meglio e per i riguardi della sovranità popolare, una democrazia a sovranità popolare limitata.
Ma il ruolo politico della Corte costituzionale rappresenta anche il vertice di un “regime” politico che impedisce all’Italia di assumere quelle riforme condivise e volute dalla maggioranza dei cittadini e che sono presenti nei programmi delle coalizioni vincenti nelle elezioni politiche generali.
Come ebbe a scrive Gianni Baget Bozzo “ il conflitto tra Costituzione e democrazia diventa la vera divisione sovrastante le stesse forze politiche. L’arma materiale di questo regime invisibile è la magistratura inquirente, che interpreta il suo potere come ultima istanza della legge e dell’ordine e lo attua iniziando un processo continuo contro Berlusconi, divenendo così la chiave del sistema politico italiano, in cui si esprime l’alternativa tra costituzione e democrazia”.
Il conflitto che si conferma dopo questa sentenza è di tale natura. Per il futuro del nostro Paese è necessario che se ne abbia piena consapevolezza. A fronte di questo condizionamento del sistema politico appare necessario un programma che punti a rafforzare la democrazia a partire dal pieno riconoscimento della sovranità popolare. Occorrono riforme che colmino un vuoto dell’attuale Costituzione nei riguardi della stabilità e legittimazione del governo, riempito durante la cosiddetta prima repubblica dal ruolo del partiti che, di fatto, erano la fonte di legittimità dei governi, fonte che oggi non può che essere il voto e la sovranità popolare. Una democrazia debole può far correre seri rischi all’Italia ed aprire spazi ad involuzioni autoritarie, magari sotto la specie di formule tecnocratiche.
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Corte Costituzionale e Democrazia.
La sentenza sul lodo Alfano è la ennesima e coerente dimostrazione del ruolo politico che la Corte Costituzionale ha acquisito negli anni e che