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22/02/2012 [stampa]
L’Europa salva la Grecia per evitare il contagio.
L’Europa evita il fallimento di Atene. Al termine di 14 ore di trattative è stata raggiunta un’intesa tra i Ministri delle Finanze Ue, la Banca centrale e il Fondo monetario internazionale. Gli aiuti per 130 miliardi di euro al paese ellenico sono stati possibili anche per il superamento del nodo del debito greco nei confronti dei privati. Le Borse, tuttavia, restano scettiche, nonostante l’ok degli Usa e la telefonata di congratulazioni di Barak Obama al Cancelliere Angela Merkel. Per il premier italiano Mario Monti è stato fermato il contagio che rischiava di coinvolgere altri paesi. “ Ora, ha detto il Presidente del Consiglio italiano, è il momento per concentrarsi sulla crescita e portare a compimento l’opera di risanamento avviato dall’Italia per uscire da baratro della crisi finanziaria”.

Il percorso che ha portato alla concessione della seconda tranche di aiuti alla Grecia era iniziato nel 2009 ed ha attraversato, in 2 anni e mezzo, travagliati alti e bassi, con tensioni interne molto forti, provocate dalle reazioni dei lavoratori, soprattutto pubblici dipendenti, alle misure anti-crisi. Era stato il premier socialista del nuovo governo George Papandreu ad annunciare che il disavanzo avrebbe raggiunto il 16% del prodotto interno lordo. Subito dopo le 3 agenzie internazionali di rating avevano classificato i titoli di Stato greci a livello di spazzatura.

Alla richiesta di aiuto i Ministri delle Finanze dell’eurozona decisero a metà 2010 di garantire alla Grecia un prestito di 110 miliardi di euro in 3 anni, prima tranche 14, 5 in prestito appena in tempo per la scadenza del pagamento dei titoli di Stato in scadenza.

Nel giugno 2011 il governo greco approvò un piano di austerità da 28 miliardi di euro che scatenò violente reazioni di piazza durante le quali restarono ferite 300 persone.

Il piano, duro da accettare da parte dei greci che accusavano i politici di aver nascosto la situazione reale all’Ue al momento dell’ingresso nella Comunità, era una condizione necessaria, secondo Bruxelles, per altri aiuti di 8,7 miliardi di euro. La mancanza, però, di un secondo pacchetto di salvataggio stava per portare Atene in default, divenendo così il primo paese sviluppato a dichiarare la bancarotta negli ultimi 60 anni.

La situazione precipita ad ottobre 2011 quando il Ministro delle Finanze Venizelos annuncia che la Grecia non raggiungerà gli obiettivi concordati con i creditori internazionali.

Scatta l’allarme. Tutti gli organismi europei si rendono conto che la situazione sta precipitando e che occorrono, quindi, interventi comuni e decisi.

I leader europei raggiungono faticosamente un accordo con i creditori in base al quale gli investitori accettano una perdita del quasi 50% del valore nominale ei bond in loro possesso. Si spera così di portare il livello del deficit al 120% del pil, rendendo possibile un novo pacchetto di salvataggio del valore di 130 miliardi di euro.

Sotto la pressione degli organismi internazionale e della piazza il premier Papandreu promuove un nuovo governo di unità nazionale per l’applicazione delle misure anti-crisi e l’indizione di elezioni anticipate nell’aprile del 2012.

Socialisti, conservatori e il partito di destra trovano l’intesa sul nome di Lucas Papademos, un economista che era stato vicepresidente della Bce. Il nuovo Primo Ministro inizia una lunga trattativa con Bruxelles, la Bce e il Fmi. Il 21 febbraio 2012 la fumata bianca: via libera dei paesi dell’eurozona e dell’Inghilterra per il secondo prestito di 130 miliardi, evvitando alla Grecia il fallimento che si stava profilando con le scadenze di marzo.

L’accordo è considerato da quasi tutti gli ambienti politici ed economici importante perché toglie i rischi immediati di contagio. Mette anche insieme solidarietà e disciplina come chiedevano i paesi del nord Europa.. La Grecia dopo aver ottenuto 240 miliardi di denaro fresco( oltre allo sconto dei privati” sarà “ correttamente monitorata” nell’applicazione delle misure concordate. Se per Mario Draghi “ è la prova che l’Europa è in grado di funzionare”, l’Olanda ha chiesto che la “ troika finanziaria” continui a osservare la Grecia impegnata nel risanamento del debito. Quel controllo che è mancato in passato Il percorso per diventare virtuosi è lungo. Le scadenze improrogabili arriveranno nel 2020. Nel frattempo anche la Grecia deve avviarsi sul cammino della crescita e della creazione di posti di lavoro. La base di partenza sono le 8 priorità indicate nella lettera dei 12 Stati ( c’è l’Inghilterra ma non Berlino e Parigi) inviata ai vertici europei. ( smen)
14/02/2012 [stampa]
La Grecia, l’Europa e il governo Monti
Mario Sechi su Il Tempo del 13 febbraio, coraggiosamente esce fuori dal conformismo acquiescente nei riguardi delle ricette anticrisi dell’Europa e del Fondo monetario internazionale e descrive quella che lui definisce come “ la distruzione del popolo greco” . “Il piano di salvataggio della Grecia - scrive – è in realtà un piano di affondamento di una nazione e della stessa Europa”.

Il risultato delle misure che lo stesso Parlamento di Atene dovrà approvare sotto il ricatto della concessione del prestito, ”sarà l’innesco di una tensione sociale senza più limiti, la depauperazione della ricchezza, la fuga degli ultimi capitali rimasti e la nascita di un fascio comunismo che si propagherà al resto dell’Europa”.

Con acuta malizia, il direttore del quotidiano romano, ricorda “il punto di partenza ipocrita” di queste misure e cioè “salvare le banche tedesche e francesi”, “piene di debito greco”; rimpiange “i padri fondatori dell’Europa” e rimanda alle sue radici : “sul Partenone sono nate la nostra cultura, la nostra filosofia, la nostra prima idea di politica”.

Ma è proprio l’annullamento della politica che sta uccidendo la Grecia e può uccidere l’Europa.

Anche Giulio Tremonti nel suo recentissimo libro “Uscita di sicurezza” descrive la crisi dell’Europa proprio ponendo a confronto la “differenza essenzialmente politica” di quanto avvenuto negli Usa nel 2008 e quanto star avvenendo adesso nel continente.

“ Negli USA la crisi è stata infatti e fin dall’inizio, e in definitiva è ancora, soprattutto una crisi bancaria, risolta con una forte e concentrata azione politica del Governo”.

D’altro canto “ in Europa è invece tutto molto diverso… qui la crisi è diversa nella struttura: non solo crisi bancaria, ma,… anche crisi di debiti pubblici”.

“Gli Usa sono uno stato federale… hanno una vera Banca centrale” e lì “la mano pubblica è diventata improvvisamente visibile e si è sostituita all’istante all’invisibile mano del mercato”.

Più oltre, nella descrizione delle caratteristiche dell’Europa, Tremonti indica il rischio che la sua edificazione, nata dall’illusione di “costruire una nuova , avveniristica e positiva politica positiva”, si trasformi “in un cumulo di macerie”.

Per l’ex Ministro, si ha in Europa “”una crisi vera e una finta Banca Centrale”; “una moneta senza Stati ma anche Stati senza moneta” , “una crisi che passa … dalla moneta alla politica, dato che è stata proprio la politica a costruirsi a immagine e somiglianza dell’economia, sintetizzata a sua volta nella moneta” ; “una moneta senza governo, che trasforma la democrazia in una forma di governo della moneta mai vista prima”.

Il risultato di tutto ciò Tremonti lo evidenzia in una prospettiva civile che conduce all’annullamento delle identità e della storia: “E’ inaccettabile che tutto , la dimensione e la struttura , non solo dell’economia, ma anche della nostra vita – il nostro passato, il nostro presente , il nostro futuro – debba e possa essere concentrato, ridotto e misurato dallo spread o dal saggio di interesse pagato sui titoli del debito pubblico , in un giorno in un asta. Senza la minima analisi di base economica e di prospettiva storica”.

Il Time ha dedicato la copertina del settimanale a Monti , in occasione del suo viaggio negli Usa dove ha incontrato il presidente Obama , ma si è recato anche nel “tempio del business globale”, domandandosi : “Quest’uomo potrà salvare l’Europa ? “.

Innanzitutto occorrerebbe capire se salvare l’Europa significhi salvaguardare la sua identità, la sua storia e il suo ruolo nella scena internazionale , oppure significhi salvare le banche e , soprattutto, la cosiddetta comunità finanziaria.

Ci sembrerebbe inusuale che possa essere un élite tecnocratica a compiere un’opera altamente politica.

Parleranno i fatti.

Attendiamo ancora i provvedimenti del governo Monti per la trasformazione della spesa pubblica in spesa produttiva e decisioni che, sostituendo gli attuali interventi a pioggia, siano di reale stimolo alla ripresa economica.

Attendiamo anche che l’Italia , se la nuova autorevolezza è reale, intervenga nelle sedi giuste, affinchè si ponga mano alla debolezza politica dell’Europa, chiusa nell’orizzonte tecnocratico e nei confini della prevaricazione finanziaria e speculativa.

Ascoltiamo con interesse le voci di coloro che denunciano la grave condizione di assenza politica dell’Europa, auspicando che le forze politiche facciano la loro parte.
19/12/2011 [stampa]
La Russia, gli Stati Uniti , la Cina. e l’Europa ?
I commenti della stampa occidentale, le manifestazioni con i contestatori così definiti dal Financial Time “autosufficienti, anglofoni, giocolieri dell’iPad di circa 30 anni” e , soprattutto le dichiarazioni di Hillary Clinton, segnano una conferma delle diffidenze internazionali nei confronti di Putin.

Si è messa in atto una azione persuasiva di forte impatto per sostenere una “primavera russa” in analogia con le proteste e i cambi di regime nei paesi arabi.

Questo auspicio è sostenuto non solo con commenti e analisi politiche sui quotidiani più autorevoli a carattere internazionale, ma anche da ambienti istituzionali statali o parastatali della politica statunitense, quali, riferisce Il Riformista del 23 novembre, il National Endowment for Democracy che mette in campo attori americani e stranieri o il National Security Council che, addirittura, per seguire la recente campagna elettorale e quelle presidenziali in Russia ha stanziato circa nove milioni di dollari.

C’è da dire che il “cesarismo” di Putin non si presenta affatto con le caratteristiche dei dittatori del nord Africa, ma come un forte connotato di “democrazia sovrana”, cioè di una democrazia identitaria.

Il costante richiamo contro le interferenze straniere, l’appello per la integrità della patria, le difese che lo stato pone per contrastare quegli elementi che potrebbero portare ad una disgregazione dell’immenso paese euroasiatico, caratterizzano la Russia di oggi.

Il responsabile di Obama della politica russa Michael Mc Faul ha definito il leader del Cremlino “lo Stalin della rivoluzione democratica del ’91 “ forse per mettere in discussione quelle scelte che a suo tempo spinsero il successore di Eltsin ad arrestare un assetto nel quale dilagava la privatizzazione delle risorse russe , contrastate in difesa di un interesse nazionale .

L’atteggiamento della politica americana verso la Russia che, tra l’altro per le vie diplomatiche ha espresso gravi riserve circa i programmi di cooperazione con l’Europa per i progetti di integrazione energetica è anche il frutto di uno scenario mutato dell’orizzonte internazionale degli USA.

Nell’interessante libro di Herry Kissinger “ On China”, recentemente tradotto in Italia, l’ex Segretario di stato scrive nel capitolo sul “nuovo millennio”, a fronte della “nuova realtà” che va presentandosi che “gli stati Uniti e la Cina capivano di avere bisogno gli uni dell’altra , perché erano tutti e due troppo grandi per essere dominati, troppo speciali per essere trasformati e troppo necessari gli uni all’altra per potersi permettere l’isolamento”

Queste considerazioni sono un elegante giustificazione di una visione imperiale che riguarderebbe le due nazioni le cui relazioni, sostiene Kissinger nelle ultime pagine del libro “non devono e non dovrebbero diventare un gioco a somma zero”.

A fronte di questa visione imperiale manca quello che Parag Khanna definisce il terzo impero quello del continente euroasiatico con l’integrazione tra Europa occidentale e la Russia, peraltro descritta autorevolmente come la “casa comune europea”.
05/12/2011 [stampa]
Anche in Egitto dilagano i partiti musulmani, si compone il puzzle geopolitico nella regione.
I primi dati dei risultati elettorali in Egitto sono molto chiari: nei nove governatorati dove si sono svolte le elezioni lunedì 28 novembre i Fratelli Musulmani sono al 50 %, i salafiti sfiorano il 20%.

L’inviato de La Stampa commenta: “cifre , se confermate, da sbaragliare anche la più allenata immaginazione”.

Continua il giornale : “ il Plj ( fratelli musulmani ) ha dominato nelle zone rurali. Ma ad Alessandria i “taleban” che hanno minacciato di dichiarare infedele chi vota per cristiani e laici, sono arrivati addirittura al 24% e sono il primo partito a Kafr al Sheikh nel Delta “.

Quello che colpisce è la “sorpresa” che manifestano quei commentatori occidentali che avevano acriticamente esaltato le rivolte del nord Africa come una rivoluzione liberale e democratica.

Forse avevano riposto le loro speranze sul Blocco Egiziano guidato dal magnate cristiano Naguib Sawiris , un raggruppamento formato “da liberali e gauchiste”, fermo al 16%.

E’ evidente che a fronte di questa ondata di consensi la giunta militare sarà costretta presto a passare la mano e lasciare il governo del Paese a forze politiche che sosterranno con certezza le ragioni dei “musulmani” secondo una logica integralista.

Già cominciano a girare le dichiarazioni sulla concreta possibilità che i due raggruppamenti islamisti possano allearsi per i secondo turno, laddove Libertà e giustizia non raggiunga la maggioranza assoluta, per poi dar vita ad una coalizione di governo che andrebbe oltre il 65 per cento. Sembra assai improbabile che il partito islamista vincitore, scelga di dare vita ad una alleanza con i laici cristiani copti.

Il clima è quello, come sottolinea anche l’Avvenire del 2 dicembre, di un cambiamento epocale : “ per la Fratellanza musulmana sembra giunta l’ora della rivincita tanto attesa, dopo essere stata fuori legge fin dai tempi di Gamal Abdel Nasser”. Nonostante qualche dichiarazioni moderata “non sono mancate le polemiche: in particolare i Fratelli musulmani sono stati accusati, con i loro volontari presenti davanti a tutti i seggi dei nove governatorati di aver influenzato , forse anche intimorito , molti elettori “

Se si volge lo sguardo ai mutamenti complessivi nella regione si va costruendo un’area vasta che ritrova sul piano politico una identità a forte componente religiosa.

Tutte le leadership che si erano svincolate dal condizionamento integralista sono cadute una ad una; intorno ad Assad si sta stringendo un assedio che non ha avuto un esito cruento solo per le prese di posizioni della Russia , sia nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU, oltre che della Cina , sia come presenza militare.

Tuttavia questo scenario fa crescere la tensione e Putin rilancia una politica di difesa che mette in conto un possibile antagonismo non solo diplomatico con gli Stati Uniti che, probabilmente ritiene interessati se non sostenitori dei cambiamenti in atto.

Anche le prove di guerra con l’Iran ( ritiro dei rappresentanti diplomatici ) contribuiscono a far prevedere scenari di guerra e non a caso l’opzione militare nei riguardi di Teheran è andata crescendo man mano che si sviluppava la cosiddetta “primavera araba”.

E’ oggettivamente aumentato il vuoto diplomatico intorno a Israele. Limes la rivista di geopolitica ha dedicato il n. 5 di quest’anno ad tema: “Israele più solo più forte”. Ma questo significa che i pericoli di un conflitto che si espanderebbe come le onde di un terremoto, sono cresciuti.

Tutti questi possibili sviluppi erano facilmente prevedibili sin dall’inizio delle vicende che si sono succedute nel nord Africa quest’anno.

Tuttavia, ancora una volta si è reso evidente come nei partiti e negli intellettuali della sinistra – soprattutto in Italia - prevalga una idea “utopistica” ed irreale della situazione dei paesi a forte componente musulmana e che comporta un tragico errore di valutazione nel voler assimilare le rivolte di quest’anno ad un percorso verso la democrazia.
09/11/2011 [stampa]
“L’occidente non caschi nel bluff della primavera Araba”.
Dan Schueftan , analista strategico israeliano, su Limes n. 5/2011, in una articolata intervista, interpreta le prospettive aperte dalla “primavera araba”, paragonata da autorevoli uomini delle istituzioni al Risorgimento italiano.

“ Innanzitutto, - spiega Schueftan - la ‘primavera araba’ non ha portato nulla di buono per nessuno dei paesi che vi sono coinvolti”. “ La situazione dell’Egitto - prosegue – non è certo migliorata dopo la rivoluzione; la Giordania si trova in grande pericolo di instabilità. Insomma, le rivoluzioni hanno per il momento contribuito solo ad aumentare l’instabilità dei paesi coinvolti e nella regione intera”.

Ma l’autorevole analista israeliano prosegue: “ La ‘primavera araba’ , in una prospettiva generale, non ha portato nulla di buono sotto nessun aspetto. Perfino la speranza espressa da molti – che essa potrà avviare processi di democratizzazione nei paesi toccati dai rivolgimenti – è quantomeno dubbia”. “Forse l’Occidente – conclude – dopo che sarà calato il polverone che avvolge oggi la situazione politica di questi paesi, capirà che la caduta di un dittatore non significa assolutamente che il suo posto verrà preso da un regime democratico”.

Un risultato molto tangibile di questi avvenimenti è che Israele si sente più isolato, rispetto al contesto della Regione e avverte l’esigenza di tutelarsi rispetto a questa condizione.

Non hanno riflettuto i nostri vecchi soloni che questa condizione, oltre ad essere oggettivamente negativa per l’Occidente, rischia di aprire teatri di guerra ?
09/11/2011 [stampa]
Compravendite di case a Cuba.
  L’acquisto, la vendita, la permuta, la cessione e la donazione delle abitazioni sono diventate legali anche a Cuba dal 10 novembre 2011. Una svolta nel regime socialista castrista. Per quasi 50 anni i cubani pur avendo un titolo che dimostrava il possesso della casa in concreto non ne erano i proprietari perché l’unica proprietà giuridicamente legale era dello Stato. I principi del movimento rivoluzionario di Fidel Castro non ammettevano il concetto di proprietà privata e quindi anche i diritti e le decisioni sulla casa, considerato un bene prezioso e indispensabile anche a Cuba, erano limitati.

Anche però nei regimi autoritari la realtà supera le restrizioni e le imposizioni e così si era venuto a formare un attivo e fiorente mercato immobiliare in nero. L’atto di compravendita ha continuato per 50 anni ad essere proibiti e gli scambi ( le permute) erano vincolati a permessi, controlli, ostacoli, favori di ogni specie.

Con il decreto legge n. 288 dei primi giorni di novembre il regime cubano di Raul Castro ha legalizzato uno stato di fatto, una pratica che molti seguivano da tempo. Alla fine anche il partito comunista ( l’unico partito legale a Cuba) ha approvato la riforma. Ora i cubani possono vendere o comperare le abitazioni( si potrà possedere una sola casa come residenza principale per i residenti e una per le vacanze in campagna o al mare) oppure lasciarle in eredità ma sulle transazioni dovranno pagare le tasse.

Il progetto egualitario di cinquant’anni fa va in soffitta soppiantato dalla necessità di liberalizzare, in qualche modo, l’economia stile sovietico dell’isola. ( smen)
27/10/2011 [stampa]
La Tunisia, le rivolte islamiche, la Turchia, la Russia e l’Italia.
  Anche nella “moderata” Tunisia vince nettamente il partito islamico ( Ennadha), nato nel 1989, ma messo al bando dal deposto Ben Alì.

Ed è questa una ulteriore conferma di dove sta portando la “primavera islamica” aprioristicamente esaltata dalla forze politiche della sinistra e paragonata, “autorevolmente” allo stesso Risorgimento.

Ritornato dal suo esilio a Londra il suo leader Rachid Ghannouchi avrebbe fatto raccogliere alla sua formazione politica tra il 35 il 40 per cento, lasciando a distanza le due formazioni “laiche”: i socialdemocratici introno al 15 per cento e i repubblicano intorno al 12 per cento.

Dopo il successo, non mancano dichiarazioni tranquillizzanti sul rispetto delle convenzioni internazionali e sulla prospettiva di governi di coalizione. Tuttavia il passato estremista di Ghannouchi e le sue predicazioni islamiste e oltranziste non lasciano del tutto tranquilli. La linea politica del partito islamico, poi, è stata in grado di agganciare anche i settori sociali urbanizzati e il mondo imprenditoriale a dimostrazione che le idee che professa non riguardano i soli ambiti rurali e tradizionalisti, ma entrano, con un programma di modernizzazione economica, anche tra nuovi ceti emergenti.

Tutto ciò dimostra che l’islamismo mantiene una forte capacità egemonica sulla società tunisina, non più imbrigliata dal “cesarismo” dei premier forti, tutto sommato, però, aperti alla cultura moderna ed europea.

Questo quadro che emerge a Tunisi, insieme alle prospettive islamiste della Libia e dell’Egitto dipinge una situazione dove il paese maggiormente filo occidentale, cioè la Turchia, rischia di essere investito da una ondata islamista forte che lo allontanerebbe dalla possibilità di convergere verso l’Europa.

Ma le coordinate politiche diplomatiche di Ankara viaggiano diversamente.

La visita di Putin in Turchia del dicembre 2004 – dal 1972 nessun premier russo era stato nel Paese - aveva posto le base di un nuovo rapporto fondato non solo sulla comune esigenza di combattere il terrorismo, ma anche su importanti accordi economici bilaterali.

“Il governo turco” - ha scritto Limes recentemente – “ si sta poi affidando sempre più alla Russia per trasformare la Turchia in uno “hub energetico”, ambizione che va contro gli interessi della sicurezza energetica occidentale e progetti appoggiati dagli Usa. Nel Mar Nero, la Turchia persegue la creazione di un condominio de facto con la Russia, accantonando gli alleati e partner della Nato e frustrando in questo processo gli Stati Uniti”.

L’Italia si era “infilata” in questo spazio diplomatico attuando una politica estera che pur fedele al sistema atlantico ricavasse opportunità politiche ed economiche ( partecipazione italiana al South Stream ) dal rapporto con i paesi arabi moderati. Da qui anche la posizione italiana favorevole all’ingresso in Europa della Turchia.

Il Meditarraneo ritorna ad essere una scenario politico importante e vede uno scontro di interessi rispetto ai quali l’Italia è intervenuta da protagonista. Questo aspetto contribuisce a spiegare la diffidenza e gli attacchi della stampa inglese nei confronti del governo Berlusconi e le iniziative di Sarkozy per cambiare lo scenario libico.

Colpisce il “nulla” che caratterizza l’atteggiamento delle sinistre in Italia su questi aspetti della politica estera del governo, legate al carro degli interessi francesi e inglesi.
26/10/2011 [stampa]
Mario Draghi alla bce non e’ il solo italiano.
L’Italia conta o no in Europa? Il superattivismo del duo Merkel-Sarkozy sembra aver offuscato, mediaticamente, tutti gli altri leader. In più durante una delle tante conferenze stampa a Bruxelles la Cancelliera tedesca e il Presidente francese hanno dato l’impressione in tv di voler “ ridicolizzare” l’Italia sorridendo alla domanda di un giornalista sul contenuto del colloquio con il premier italiano Silvio Berlusconi. L’incidente diplomatico ha scatenato forti reazioni da parte del governo italiano ( Non c’è nessuno nella Ue che possa autonominarsi commissario e parlare a nome di governi eletti e di popoli europei. Nessuno è in grado di dare lezioni ai partner. E’ stata la risposta di Palazzo Chigi) e una debole precisazione da parte tedesca.

Sarkoszy ha fatto lo spavando.

Motivi interni ( incertezza sulla rielezione dei due personaggi l’anno prossimo), forte indebitamento delle banche francesi e tedesche nei confronti della Grecia ( le banche dovranno rinunziare al 50% del credito prestato al contrario di quelle italiane), gelosia per i rapporti delle aziende italiane in Libia, invidia per il ruolo che gli italiani hanno nella Banca centrale europea, disagio di Angela Merkel nel prendere decisioni malviste dal popolo tedesco ( perché dover pagare i debiti degli altri?) sono alcuni degli elementi che stanno dietro alle schermaglie diplomatiche e che dimostrano quanto l’Europa non sia unita, politicamente ed economicamente. Di fronte alle preoccupazioni per la crisi e la mancata crescita gli osservatori giornalistici, politici ed economici sottovalutano come sia cambiato il ruolo della Banca centrale negli ultimi otto anni.

Il passaggio di testimone dal primo novembre a Strasburgo tra il francese Jean-Claude Trichet e l’italiano Mario Draghi lascia sul terreno quattro anni di una crisi profonda, per cui la Bce da semplice istituto tecnocratico, fotocopia della Bundesbank, si avvia a trasformarsi in uno strumento più complesso e quindi a coprire un vuoto politico mentre i governi litigano e non decidono. Le turbolenze dei mercati, l’instabilità del sistema finanziario hanno indotto la Bce ad acquistare le obbligazioni degli Stati in crisi per i debiti sovrani al fine di salvare l’euro e non far fallire paesi come la Grecia, l’Irlanda, il Portogallo ed aiutare altri in difficoltà come la Spagna e l’Italia. E giocare un ruolo importante nei finanziamenti degli aiuti.

Una poco conosciuta è che l’arrivo di Draghi a Strasburgo rafforza la componente italiana rappresentata nel board da Lorenzo Bini Smaghi che i francesi vorrebbero che desse le dimissioni o che il governo italiano lo convincesse a togliere il disturbo per inserirci uno di loro dopo che hanno piazza la Lagarde al Fondo monetario internazionale.

Al contrario di quanto si scrive la quota italiana tra i 1200 dipendenti è di rilievo non solo numericamente ( circa un centinaio) ma anche qualitativamente. Guidano ,infatti, divisioni importanti tre direttori generali ( Daniela Russo ai pagamenti e infrastrutture di mercato, Mauro Grande alla stabilità finanziaria, Francesco Papalia alle operazioni finanziarie) e un vicedirettore generale ( Chiara Zioli responsabile del personale).

Sempre nello staff della Bce fanno parte gli economisti Ignazio Angeloni, Francesco Mazzoferro, Francesco Monelli, Massimo Ristagno, Filippo Di Mauro, Ettore Dorrucci, Francesco Drudi.

Mario Draghi è atteso a Strasburgo da molte sfide. Può contare tuttavia su molti che non parlano solo tedesco o francese. ( smen)
24/10/2011 [stampa]
Morte di un dittatore e dopo arriva la Sharia.
La cattura e la morte di Gheddafi rientra nel copione classico della fine dei dittatori. Non solo per la tragicità dei fatti, ma anche per il mistero che avvolge - e non verrà mai dissipato – le modalità dell’”esecuzione”, compiuta con un vero e proprio linciaggio.

E’ assai probabile che la mancata consegna ad un tribunale internazionale sia avvenuta non solo per evitare che la sua permanenza in vita potesse alimentare una guerriglia in un paese poco controllabile, ma anche per le eventuali dichiarazioni che avrebbe potuto fare circa i rapporti con tutti i capi di stato che il rais ha incontrato nei quaranta anni di potere. Ne scrive l’Avvenire: “ il sospetto che si sia trattato di una vera e propria esecuzione , forse ordinata dall’alto, per eliminare un ‘prigioniero eccellente’ che avrebbe creato un mucchio di problemi a livello internazionale e avrebbe costituito un macigno, forse insormontabile, sulla strada della pacificazione nazionale”.

Questo epilogo costituisce anche il termine dell’operazione NATO che non è mai stata un’azione per salvaguardare i civili , ma una guerra di appoggio ad una parte del conflitto che ha insanguinato in questi mesi la Libia.

E’ stato calcolato che la NATO tra il 31 marzo ed oggi ha compiuto più di ventiseimila raid, mentre Amnesty International in una serie di rapporti ha denunciato non solo le uccisioni dei soldati pro Gheddafi ma anche le torture e le violenze, anche su stranieri, perpetrate dai ribelli.

Che, poi, l’azione dei “ribelli” abbia assunto un connotato violento può essere in relazione al ruolo forte assunto dal capo del consiglio militare di Tripoli a cui viene attribuito “un passato di leader del Gruppo islamico di combattenti libici, un tempo una componente della galassia jihadista” (Avvenire)

Ed è sin troppo evidente che gli interessi di Francia e Inghilterra e, indirettamente, degli Stati Uniti hanno costituito il vero motore che ha preparato e attuato l’intervento. Infatti, mentre nelle altre nazioni nordafricane si sono svolte manifestazioni e cambiamenti ad opera solo dei cittadini stessi, in Libia ci sono state azioni preparatorie e interventi massicci dall’esterno.

A suo tempo ne diede notizia , non smentita, il Canard Enchaîné , pubblicando la notizia già dal 16 marzo, della consegna del materiale bellico, avvenuta « una decina di giorni» prima , da parte del «servizio azione della Dgse», cioè l’intelligence francese, precedentemente alla risoluzione 1973, adottata dal consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite solo il 17 marzo, che istituì la no-fly zone in Libia.

Non c’è alcun dubbio che questa situazione che si è creata in Libia avrà forti ripercussioni negli assetti geopolitici ed economici di questa parte del Mediterraneo ed è facile prevedere che chi ha mosso le cose avrà forti benefici di carattere economico a danno dell’Italia che rappresentava il primo partner commerciale e energetico di Tripoli.

Il giacobinismo giornalistico italiano dà largo spazio, senza preoccuparsi d’altro, ai festeggiamenti che mostrano invece un volto violento, un odio preoccupante che potrebbe non essere solo il frutto dell’asprezza di una dura guerra civile.

Ci ritroviamo assai di più nelle conclusione del commento pubblicato da Magdi Cristiano Allam su Il Giornale del 21 ottobre: “Nessuno di noi rimpiangerà Gheddafi ma capiremo presto che è stato un madornale errore fare una guerra per portare al potere dei fanatici di Allah che, per il momento, hanno interesse ad occultarsi dietro un pugno di voltagabbana che da un giorno all’altro hanno abbandonato Gheddafi professandosi democratici e liberali. Continueremo a ricevere petrolio e denaro ma in cambio nutriremo un nostro aspirante carnefice perché l’integralismo islamico concepisce la tregua ma non la pace con ebrei, cristiani e in genere con i nemici dell’islam”.

E la conferma di una “svolta” islamica è puntualmente arrivata direttamente da Mustafà Abdel Jalil , presidente del Consiglio Nazionale Provvisorio che domenica ha parlato a Bengasi ad una folla calcolata in 200 mila. Dopo aver invitato a “pregare e recitare con me che Allah è il più grande e misericordioso” ha proclamato che la prossima costituzione avrà la “legge islamica” come fonte di ispirazione principale.

Il bilancio non solo geopolitico dell’intera vicenda libica, potrebbe , assai prima del previsto, essere evidente e comportare un giudizio di avventatezza nei riguardi di coloro che hanno ispirato e sostenuto una operazione politico militare dagli esiti sempre meno rassicuranti.
19/10/2011 [stampa]
Vogliono cancellare la piu’ grande comunita’ Cristiana del Medio Oriente.
La prima constatazione che suscitano gli scontri di piazza al Cairo di domenica 9 ottobre che hanno portato all’uccisione 36 cristiani copti è che la “primavera araba” non solo non porta la pace nel nord Africa, ma persecuzioni e intolleranze mostrano di acuirsi.

L’Avvenire nel suo editoriale di martedì scrive: “Non è proprio possibile chiudere gli occhi di fronte alla lunga scia di orrore e di morte che ha segnato in questi ultimi mesi la comunità copta d’Egitto, la più vasta minoranza cristiana di tutto il Medio Oriente”.

La denuncia del giornale dei Vescovi della situazione è clamorosamente grave: “Nulla è stato fatto per risolvere i problemi della comunità cristiana” è la denuncia sollevata ieri da Shenuda III, la più alta autorità dei copri d’Egitto. Restano in vigore le restrittive norme che riguardano la possibilità di costruire o ristrutturare le chiese, viene continuamente rinviata l’approvazione della legge contro le discriminazioni religiose e, soprattutto non si pone alcun argine all’odio anti-cristiano che dilaga nell’alto Egitto e stringe la comunità dei copti nella morsa della paura”.

Le interpretazioni sulla possibilità di infiltrati che avrebbero condotto la situazione sulla strada della violenza , tenta di dare una versione di carattere complottista che tende a sminuire il problema di fondo che riguarda soprattutto la condizione di intolleranza che anima le posizioni più integraliste del mondo mussulmano che si stanno acuendo in vista degli appuntamenti politici che segneranno il futuro di potere nell’Egitto.

Il pugno di ferro con il quale è intervenuto l’esercito potrebbe non essere solo il frutto del fatto che “qualche reparto di polizia abbia perso la testa” , ma potrebbe rientrare nel clima del sempre maggior peso che esercitano i fratelli Mussulmani nei riguardi della Giunta al potere.

Un’altra considerazione deve essere fatta: il direttore del settimanale El –Watani ( la mia patria) “autorevole organo di informazione che dà voce alla comunità copta egiziana” denuncia che ” il governatore Mostafa el Sayyed che di fatto ha lasciato mano libera ai salafiti della provincia di Assuan (dove in un villaggio è stata distrutta la chiesa copta)” non è stato licenziato dalla giunta militare: cioè si lascia mano libera a coloro che vorrebbero cancellare la presenza della più grande comunità cristiana nel medio oriente.

In conclusione: occorre che le autorità europee si impegnino fermamente per condannare in tutte le sedi internazionali quanto sta avvenendo in Egitto e si esca da quell’atteggiamento passivo di remissione di fronte a questa condizione di intolleranza e di discriminazione nella quale vivono ancora i cristiani in tanti altri paesi nel mondo.
23/09/2011 [stampa]
Le strategie energetiche, l’Italia, la Russia , gli Usa e la Libia.
L'amministratore delegato dell'Eni, Paolo Scaroni



Un articolo a firma di Paolo Mastrolilli e Maurizio Molinari dal significativo titolo LE PREOCCUPAZIONI SULLA NOSTRA POLITICA ENERGETICA NEI DOCUMENTI CONFIDENZIALI DI WASHINGTON “IL GAS NORDAFRICANO DEVE RESTARE ALTERNATIVO A QUELLO DI MOSCA: IN GIOCO L’INDIPENDENZA DELLA UE” è apparso su La Stampa del 19 settembre.

Il testo evidenzia l’importanza crescente delle strategie sulle forti energetiche nell’ambito dei rapporti internazionali. In questo quadro si rende particolarmente evidente la strategia russa con i progetti Nord Stream e South Stream ed per quest’ultimo le differenze geostrategiche rispetto al progetto Nabucco.

La posizione dell’Italia coinvolta nel progetto russo viene criticata dall’ambasciata americana per la disponibilità ad aprire ai russi le partecipazioni in Libia e svela qualche retroscena che consente di comprendere le diffidenze che si sono determinate nei riguardi di Berlusconi. E, forse lo stesso silenzio di Obama sul ruolo italiano nelle operazioni di bombardamento in Libia.

Si comprendono meglio gli interventi francese e inglese per abbattere il regime di Gheddafi, collegati con la strategia USA.

Sullo sfondo emerge l’incertezza e le divisioni dell’Europa e le difficoltà a concepire un grande disegno geopolitico, cioè quell’Europa dall’Atlantico agli Urali che non solo rafforzerebbe la politica continentale di fronte all’entrata in scena delle nuove potenze economiche , ma che sanerebbe definitivamente la ferita storica che le guerre civili hanno inferto ai popoli europei da Napoleone a Hitler.

------------------------------------------------------------------------------------------------------- “L’Eni ha recentemente annunciato un accordo con la Gazprom, in base al quale darà ai russi accesso ai campi di gas naturale in Africa del Nord, in cambio di un aumento dell’accesso dell’Eni ai giacimenti di gas in Russia. Commento: il gas naturale nordafricano viene spesso visto come un’opportunità per l’Italia e l’Europa di diversificare ed evitare la dipendenza dal gas russo. Dare alla Gazprom il controllo dei campi in Africa del Nord danneggia chiaramente gli sforzi di diversificazione energetica dell’Unione Europea».

Colpisce la franchezza con cui parla l’ambasciatore americano in Italia, Ronald Spogli, in questo dispaccio classificato come «confidential», di cui «La Stampa» è entrata in possesso nel rispetto delle leggi federali. Il rapporto viene scritto nell’aprile del 2008 e spedito con procedura prioritaria direttamente al Segretario di Stato, Condoleezza Rice. Per conoscenza, il documento raggiunge anche il Consiglio per la sicurezza nazionale della Casa Bianca e il dipartimento al Tesoro. In Italia Silvio Berlusconi ha appena vinto le elezioni e si appresta a formare il suo quarto governo, che entra in carica l’8 maggio. In vista del cambio di amministrazione, Via Veneto informa Washington su una delle questioni prioritarie per gli interessi nazionali americani: la politica energetica di Roma, che attraverso l’Eni intreccia gli affari conclusi in Russia con quelli tradizionalmente condotti in Africa settentrionale, a partire dalla Libia.

Temi che tornano di grande attualità in questi giorni, alla vigilia del vertice di domani all’Onu in cui si discuterà proprio della ricostruzione dell’ex colonia italiana, dopo la rivolta che ha scalzato Gheddafi da Tripoli. Solo venerdì scorso l’Eni ha confermato la decisione di cedere alla Gazprom la metà della sua quota del 33% nel giacimento petrolifero libico Elephant, procedendo quindi con la politica della porta aperta a Mosca che tre anni fa Washington contestava. Il rapporto dell’aprile 2008, infatti, si apre con parole molto chiare: «L’ambasciatore Spogli ha discusso della sicurezza energetica con un gruppo guidato da Giulio Tremonti, l’uomo che secondo le attese più diffuse è destinato a diventare il ministro dell’Economia di Silvio Berlusconi. L’ambasciatore ha parlato del pericolo dell’eccessivo affidamento alla Gazprom, e della necessità di diversificare le fonti energetiche dell’Europa.

Il gigante italiano (e parastatale) Eni non è stato menzionato esplicitamente nel discorso, ma sa che stavamo parlando di lui». Infatti la diplomazia del cane a sei zampe si mette subito in moto: «Alcuni rappresentanti dell’Eni ci hanno chiamato immediatamente, chiedendo la possibilità di “chiarire gli equivoci” relativi al loro rapporto con i russi. Un vice presidente della compagnia ha fatto un briefing con il nostro consigliere economico, di cui riportiamo a parte. Più tardi l’amministratore delegato dell’Eni, Paolo Scaroni, ha chiamato l’ambasciatore, chiedendo aiuto per organizzare degli incontri a Washington per il 5 e il 6 maggio. Scaroni era andato a Bruxelles il 16 aprile scorso come parte dello stesso tentativo di “chiarire gli equivoci”».

Spogli non sembra convinto degli argomenti usati dai responsabili della compagnia italiana, e spiega il perché al segretario di Stato Rice e agli altri interlocutori del governo americano, anticipando in sostanza le tesi che Scaroni porterà negli Usa: «Eni sosterrà che South Stream (il gasdotto progettato con la Gazprom per collegare la Russia all’Europa attraverso il Mar Nero ndr) non minaccia il Nabucco (il gasdotto sostenuto invece dagli americani e dall’Unione Europea, per portare le risorse del Mar Caspio e del Medio Oriente in Austria passando dalla Turchia, proprio allo scopo di diminuire la dipendenza da Mosca ndr)». Su questo punto centrale, l’ambasciatore si sente quasi preso in giro dagli italiani: «Abbiamo sottolineato all’Eni che lo stesso Putin sembra pensarla diversamente (guardare l’Eurasia Daily Monitor del 5 marzo 2008).

Inoltre l’amministratore delegato di Gazprom, Alexei Miller, ha dichiarato il 25 febbraio scorso che South Stream “elimina” la necessità del Nabucco». I russi, in sostanza, smentiscono la versione accomodante degli italiani, in questa sfida che pare un domino globale per il controllo delle fonti. Un gioco pericoloso e anche violento, come dimostrerà pochi mesi dopo, nell’agosto del 2008, la guerra esplosa proprio nella stessa regione tra Russia e Georgia. Quindi Spogli ribadisce il pensiero americano: «La nostra posizione riguardo l’impatto di South Stream sulla diversificazione energetica europea è stata spiegata con chiarezza dal vice assistente segretario di Stato Bryza, il 26 febbraio scorso: “Certamente non rafforza la diversificazione. South Stream rafforza la dipendenza da un solo fornitore”». A questo punto il rapporto di Spogli cambia soggetto, e tocca l’altro dente dolente della collaborazione dell’Eni con Gazprom: le risorse nordafricane.

Nel quadro dipinto dall’ambasciatore, queste risorse sarebbero fondamentali per alleggerire la dipendenza dell’Europa dalla Russia, perché offrirebbero un’alternativa strategica sulla quale Mosca non avrebbe alcun potere di interferire. Quindi critica la decisione dell’Eni di dare a Gazprom l’accesso al gas dell’Africa settentrionale, spiegando che danneggia l’obiettivo strategico della diversificazione. Il documento prosegue con una nota biografica dell’amministratore delegato dell’Eni, che sembra preparare Washington a una possibile sfida senza esclusione di colpi: «I funzionari che incontreranno Scaroni devono sapere che, secondo i media, nel 1992 lui si dichiarò colpevole di corruzione in relazione al progetto per una centrale elettrica a Brindisi.

Questa inchiesta faceva parte dell’enorme scandalo di Tangentopoli, che aveva abbattuto i partiti politici dell’Italia del dopoguerra. Scaroni era stato condannato a un anno e quattro mesi di prigione, ma non ne ha scontato alcuno. Altri rapporti sulla corruzione dell’Eni sono più recenti. La compagnia possiede il 25% del consorzio Tskj, che è sotto inchiesta della Sec per presunti pagamenti impropri a funzionari nigeriani. Inoltre, nel marzo 2008 le autorità britanniche e italiane hanno lanciato un’inchiesta per corruzione riguardo la vendita di un grande sistema di telefonia mobile in Italia. Funzionari della compagnia elettrica parastatale Enel avrebbero ricevuto tangenti dall’azienda egiziana che aveva potuto acquistare il sistema. Scaroni era amministratore delegato dell’Enel, all’epoca della vendita».

Spogli, però, non dà per chiusa la questione, e spera che siano possibili dei chiarimenti: «Sappiamo che Scaroni ha confermato un appuntamento con i sottosegretari Reuben Jeffrey e Levy, e possibili appuntamenti con il sottosegretario Fried e il vice consigliere per la sicurezza nazionale James Jeffrey. Noi raccomandiamo fortemente che questi appuntamenti siano confermati». Si tratta di persone chiave nell’amministrazione americana, che gestiscono proprio i rapporti con l’Europa e gli affari economici ed energetici, al dipartimento di Stato e alla Casa Bianca. I dispacci di Spogli non spiegano nel dettaglio come vanno gli incontri di Scaroni a Washington e quale tipo di chiarimento avvenga. All’Eni, però, dicono che sono questioni superate, grazie a una serie di contatti ai massimi livelli proseguiti nel tempo. Il nuovo inviato americano per i problemi energetici nell’Eurasia, Richard Morningstar, ha attenuato le critiche a South Stream, mentre l’ingresso di Gazprom in Libia per il momento riguarda il petrolio e non il gas.

Domani questi temi torneranno sul tavolo del vertice Friends of Libya all’Onu, dove circa ottanta delegazioni discuteranno il futuro del paese, e quindi anche l’accesso alle risorse naturali che devono generare la ricchezza di Tripoli.
19/09/2011 [stampa]
Qualche riflessioni su una elezione a New York.
L’elezione del candidato repubblicano Bob Turner contro il democratico David Weprin nel nono distretto di New York, come è stato sottolineato dal Foglio del 15 settembre, ha una non marginale valenza politica.

Non solo e non tanto per il fatto che questo seggio è stato lasciato libero dalle dimissioni di Antony Weiner per uno scandalo dovuto ad imprudenti autoscatti inviati su Twitter, neppure per il fatto che era dagli anni venti appannaggio dei democratici, e neanche per il notevole distacco inflitto all’avversario (otto punti).

Una prima significativa interpretazione vede nelle propugnate idee progressiste di Weprin su multiculturalismo ( “ha sostenuto pubblicamente il diritto della comunità mussulmana di N. Y.

A costruire la famosa moschea a pochi passi dal Trade World Center”) e matrimonio gay ( si è battuto per sostenere la legge ) la molla che ha fatto scattare la diffidenza degli elettori ebrei ortodossi nei riguardi di un esponente della loro stessa comunità, oltre che la freddezza degli elettori di origine italiana e irlandese.

Invece il conservatore Turner si è mosso con intelligenza negli stessi ambiti elettorali liberal.

E’di sicuro interesse questo confronto tra conservatori e progressisti negli Stati Uniti e che sembra ormai dare connotati più precisi alle scelte di fronte alle quali si trovano gli elettori, rispetto ad una condizione di omologazione politica che, nel passato, a volte, rendeva poco distinguibili i contenuti ideali dei contendenti alle cariche elettive negli USA.

Quello che, tuttavia, permane e tende ad accentuarsi è il fatto che il confronto tra i contendenti si sviluppi pressocchè unicamente attraverso i media.

Significativa a questo proposito la “guerra” scoppiata tra Fox News criticato per essere un network “distruttivo” nei riguardi di Obama e Attak Watch una macchina mediatica apprestata per smentire gli attacchi.

Questo enorme peso dei media nella politica, peraltro, è una condizione strutturale della politica americana e, per qualche verso e nelle dimensioni proprie, appare una realtà sempre più emergente anche in altri paesi come l’Italia.

Ma nel nostro Paese si aggiunge una pesante anomalia rappresentata da un potere esecutivo debole ed un potere parlamentare condizionato dal potere giudiziario.
13/09/2011 [stampa]
Assalto all’ambasciata di Israele e primavera araba.
L’assalto all’ambasciata israeliana nella notte del 9 settembre al Cairo è un ulteriore elemento che contribuisce a spiegare la situazione che si sta creando nei paesi del nord Africa.

Certo l’incidente è stato gravissimo e solo la tenuta dell’”ultima porta” ha evitato che il bilancio divenisse tragico per gli israeliani presenti in ambasciata.

Nethanyahu ha apprezzato l’intervento dell’unità di comando egiziana ed a questo proposito ha tenuto a sottolineare che mentre la giunta militare al potere rappresenta un baluardo rispetto alle incognite del futuro , “non si può sottovalutare “, nel dopo Mubarak, il ritorno di fiamma dell’antisionismo di piazza.

Il Tempo riporta anche l’analisi di Aluf Benn direttore di Haaretz secondo il quale i fatti del Cairo sono il preannuncio di uno tzunami politico potenzialmente micidiale “ segnato dalla conseguenze di una ‘primavera araba’che agli occhi di molti in Israele , rischia di degenerare in un ‘inverno di estremismo’ islamico e non”.

Pochissime analisi soprattutto a sinistra colgono in Italia questi aspetti e queste preoccupazioni.

L’esaltazione acritica delle vicende di questi ultimi mesi in nord Africa, risponde a connotati di carattere ideologico; alle feste dell’Unità di questa estate, per esempio, quello della “primavera araba” è stato il tema dominante ed è stato presentato come “l’inizio di una nuova speranza”.

L’idea che lo sviluppo della vicenda umana sia un continuo sviluppo verso una condizione di una maggiore democrazia, fa parte di un bagaglio di idee piuttosto radicate nella cultura progressista, salvo trovarsi di fronte a improvvise e drammatiche smentite con annesse tragedie.
07/09/2011 [stampa]
“Nord-Stream”: il tramonto del dictat da parte dei paesi di transito.
Il 6 Settembre il metanodotto “Nord-Stream” sarà riempito di gas. Nel darne notizie lunedì, Vladimir Putin ha sottolineato che il progetto del valore di 7 miliardi e 500 milioni di dollari circa è praticamente è realizzato. Il Premier ha definito il “Nord-Stream” “finestra energetica della Russia sull’Europa”.

Per i tubi della prima linea del metanodotto che parte dalla città russa di Vyborg, martedì (6 settembre) sarà pompato il gas tecnologico. È una specie di prova di resistenza della costruzione. E già alla fine di ottobre inizieranno le forniture di combustibile azzurro dalla Russia verso i consumatori europei. In tal modo la messa in opera del “Nord Stream” porrà fine al dictat da parte dei paesi di transito.

Fin qui il gas russo veniva portato verso l’Europa attraverso il territorio dell’Ucraina e della Bielorussia. Il nuovo metanodotto, lungo 1220 chilometri, è postato sul fondale del Mare Baltico: dalla città russa di Vyborg fino alla località tedesca di Greifswald. Secondo le stime di Matthias Warnig, Amministratore Delegato del consorzio “Nord-Stream”, il metanodotto è in grado di coprire un quarto del fabbisogno di gas dell’Europa. La capacità di trasporto della prima linea è di 27,5 miliardi di metri cubi all’anno.

La seconda linea si aprirà nel 2012 il che consentirà di aumentare il volume complessivo annuo delle forniture di gas verso l’Europa fino a 55 miliardi di metri cubi.

L’interessamento di Mosca ad una sollecita messa in opera del “Nord-Stream” è comprensibile: la Russia è uno dei maggiori esportatori mondiali di materiale energetico.

L’importanza del progetto per i paesi europei è dovuta al fatto che oltre alla “Gasprom” russa vi partecipano i più grandi gruppi energetici occidentali tra cui i gruppi tedeschi "E.ON Ruhrgas” e “BASF/Wintershall”, il francese “Gaz de France Suez”.

L’importanza del progetto aumenta in modo particolare oggi che l’Europa chiude le sue centrali elettronucleari e il fabbisogno di gas è destinato solo a crescere. In tali condizioni il “Nord-Stream” consentirà di garantire la stabilità delle forniture che ora non potranno compromettere, come in passato, i paesi di transito,- ha detto a “La Voce della Russia” Alexandr Pasechnik, esperto del Fondo di Sicurezza Energetica Nazionale.

Il "Nord-Stream” consentirà alla Russia di livellare i rischi per la fornitura di gas verso la comunità europea, aggirando paesi come l’Ucraina e, in parte, la Bielorussia. Grazie al nuovo metanodotto abbiamo la possibilità di ridurre di due volte la dipendenza dal sistema di transito ucraino.

Il nuovo metanodotto sarà messo in opera in un’atmosfera solenne. Alla cerimonia che si svolgerà alla stazione di compressione “Portovaia” nei pressi di Vyborg, parteciperà il Primo ministro Vladimir Putin. Il combustibile azzurro russo è atteso in Europa. La “Gasprom” ha firmato contratti a lungo termine coni i consumatori di Germania, Danimarca, Olanda, Belgio, Francia e Gran Bretagna.
14/07/2011 [stampa]
Beffa Francese in Libia?.
Non ci sorprendono le parole che martedì 12 luglio ha pronunciato Francois Fillon, primo ministro di Francia, all’Assemblea Nazionale: “ Una soluzione politica in Libano è più che mai indispensabile e comincia a prendere forma”.

Il Ministro degli Esteri Alain Juppé, dal canto suo, pur smentendo il figlio del dittatore Seif al Islam che aveva parlato di trattative dirette tra Tripoli e Parigi, ha ammesso che i ”contatti” ci sono.

Di fronte allo stallo della guerra in Libia avanza la soluzione politica e diplomatica che, peraltro, l’Italia aveva sempre auspicato, ma che, obbiettivamente, non deve essere appannaggio della diplomazia francese.

Questa evoluzione della vicenda libica mostra peraltro la strumentalità delle posizioni politiche della sinistra italiana che , animata solo dall’antiberlusconismo, aveva finito per assumere un oltranzistico atteggiamento bellicista che, oltretutto, non teneva in conto la complessa vicenda storica tra i due paesi. L’ultimo accordo di collaborazione tra Libia e Italia,infatti, a prescindere dai singoli protagonisti, aveva tentato di sanare una ferita nel nome di una stabilizzazione e cooperazione tra le due sponde del Mediterraneo.

Ora quelle stesse voci che avevano invocato una più decisa partecipazione ai bombardamenti su Tripoli non chiedono che l’Italia sia protagonista , invece, della evoluzione diplomatica della vicenda libica, perché è costante nelle sinistra e fa parte del suo DNA, la rinuncia all’ interesse nazionale e l’asservimento alle politiche, anche di potenza, degli altri Paesi.

Così Gheddafi, demonizzato se tratta con Berlusconi, diventerebbe un possibile interlocutore se così vorrà Sarkozy, magari in nome di un pacifismo ritrovato ad hoc.
08/06/2011 [stampa]
Finalmente anche in Italia una seria valutazione delle prospettive egiziane.
Dopo che da settimane alcuni autorevoli organi di stampa come il NYT si erano espressi con perplessità circa le vicende del Nord Africa, anche la stampa italiana esce dal clima “ideologico” della esaltazione acritica per mostrarsi con preoccupazione sulla condizione dell’Egitto.

Certo un avallo alle acritiche esaltazioni del “Risorgimento africano” era stato espresso da coloro che , restando ancorati ad una cultura progressista, ritengono, hegelianamente, che la Storia si sviluppi con una evoluzione sempre positiva.

Con un reportage ben argomentato, Sergio Romano ha iniziato il 6 giugno sul Corriere della Sera una descrizione della realtà sociale e istituzionale dell’Egitto, evidenziandone la fragilità in quanto “le forze laiche e democratiche sono schiacciate fra la giunta militare e il solo partito davvero organizzato: quello islamico”.

Riferisce dei sospetti espressi dai più autorevoli ricercatori del Paese secondo i quali esiste” un patto fra i militari e la Fratellanza”; descrive l’analisi secondo la quale l’azione dei Fratelli Mussulmani tende a “intese con personalità competenti e virtuose” che lascia nello storico il sospetto che ci si trovi di fronte al “ metodo … delle democrazie popolari dove i partiti comunisti imbarcavano nel loro carro , prima delle pseudo-elezioni , un certo numero di compagni di viaggio”.

Queste consultazioni che dovrebbero svolgersi entro l’anno rischiano di fare del partito islamico il fulcro del sistema politico del Paese, ove resisterebbe solo una “garanzia” della giunta militare che ne deciderà l’effettuazione.

E’ difficile per una cultura sostanzialmente liberale quale quella di Sergio Romano che lo supporta, straordinariamente, nella visione revisionista della storia, assumere fino in fondo l’idea che la struttura islamica nelle società nord africane sia assai più radicata e totalizzante della stessa cultura maxista che aveva messo radici e assunto il potere nei paesi dell’Europa orientale.

Fortunatamente non appartiene all’ autore di questa interessante analisi sull’Egitto quell’ideologia multiculturale che, invece, è intrinseca a tanta parte dell’opinione politica italiana, il cui carattere assolutista impedisce un esame serio e reale dello scenario internazionale e dei problemi che ne derivano per l’Italia e per l’Europa.
13/05/2011 [stampa]
"Dubbi sulla transizione Egiziana alla democrazia".
E’ormai notizia quotidiana nei paesi islamici , dove si sono svolte le cosiddette rivoluzioni democratiche, la ripresa di iniziative contro i cristiani e Israele.

L’Egitto di Mubarak si era fortemente impegnato per contribuire alla politica di riconoscimento di Israele e per la creazione delle condizioni di pace nella martoriata regione medio orientale. Durante il suo governo il settarismo integralista dei fratelli mussulmani era stato tenuto a freno.

Si avverte, tuttavia, che queste condizioni stanno subendo un mutamento. I gravi scontri avvenuti nel quartiere Imbaba del Cairo domenica 8 maggio che sono costati la vita a 12 persone con oltre 100 feriti, innescati dall’assalto tentato da un gruppo di musulmani contro la Chiesa copta di Santa Mena, sono accaduti poche ore dopo la chiusura di un evento che avrebbe dovuto rappresentare un impegno di mobilitazione della società civile per la modernizzazione dello stato: la prima Conferenza Nazionale egiziana .

La stampa internazionale che pure aveva salutato la mobilitazione di piazza Taharir con grande benevolenza ora comincia a gettare l’allarme.

“Senza la mano pesante di Mubarak, l’animosità settaria a lungo repressa è esplosa con ferocia crescente “ha scritto il New York Times.

“La violenza anticristiana pone dubbi sulla transizione egiziana alla democrazia” ha ribadito il Los Angeles Times. Come sottolinea un interessante articolo de Il Foglio di martedì 10 maggio anche all’interno del Paese si registrano voci allarmate: “l’odio non è nuovo, ma prima i salafiti avevano paura della polizia di Mubarak”, ha detto l’esponente copto David Saleeb, mentre uno dei maggiori giornali egiziani Al Masri Al Youm scrive che dalla caduta di Mubarak è aumentato l’esilio dei cristiani.

Numerosi altri episodi riportati dall’articolo pongono in evidenza le difficoltà che la giunta militare incontra rispetto alla crescita di una intolleranza a lungo contenuta dal passato governo. In particolare viene richiamato quanto avvenuto nella provincia di Qena, dove la costruzione di una nuova ala della Chiesa cristiana dedicata a San Giorgio è stata impedita da islamisti che avevano circondato l’edificio a seguito di una fatwa dei Fratelli mussulmani. La questione è chiara: la tecnocrazia militare, priva di un supporto politico forte, rischia di non essere in grado di contenere l’integralismo della spinta a base religiosa.

Se, come promesso con la caduta di Mubarak, si avvierà il processo di liberalizzazione del Paese, la nascita della democrazia incontrerà l’ostacolo della non separazione tra religione e politica. Il paragone tra il nostro Risorgimento e quello del nord Africa, autorevolmente richiamato, appare oggettivamente azzardato poiché è assolutamente inadeguato considerare un unico processo storico quello che si sviluppò nei paesi europei e occidentali e quello che si avvia, oggi, nei paesi islamici.

Alberto Negri , giornalista del Sole 24 Ore, esperto di questioni mediorientali, in un lungo interessante articolo del 10 maggio dal significativo titolo “l’illusione democratica della primavera araba”, rileva come l’Europa sia “spettatore delle rivoluzioni” , un “convitato di pietra” che “agita modelli di democrazia inattuabili”. Ci domandiamo se la stagione araba non stia già mutando.
29/04/2011 [stampa]
Salta il gasdotto Egitto Israele.
Scrivevamo il 24 febbraio come nelle rivoluzioni del nord africa “ ci si trovi di fronte ad un possibile salto nel buio” dimostrato “anche da due fatti: il primo è la notizia che, per la prima volta dalla Rivoluzione islamica del 1979, due navi da guerra iraniane sono entrate nel Mediterraneo, attraverso il Canale di Suez, il secondo è la notizia battuta dall’ANSA delle 16.15 del 23 febbraio e che riporta l’affermazione del viceministro degli Esteri libico, Khaled Kaim, in un incontro con i diplomatici dell’Ue, secondo la quale Al Qaida avrebbe costituito un emirato islamico in Libia a Derna nell’est del Paese”.

Ora, altri fatti si vanno aggiungendo.

All’alba del 27 aprile una bomba azionata da sconosciuti ha fatto saltare la condotta che porta ad oriente il gas egiziano e che, quindi, serve la Siria , il Libano e, soprattutto, per la loro elevata dipendenza, Giordania ed Israele.

Ma l’obbiettivo principale di questa azione è Israele.

Non sfugge ai commenti più attenti che questa attività di sabotaggio appare meno controllata oggi dalla giunta militare rispetto al periodo nel quale “regnava” Mubarak, ma - ed è quello che più allarma in prospettiva – le pulsioni anti israeliane si fanno più evidenti, tanto è vero che da un sondaggio dell’ autorevole Pew risulterebbe che il 54% degli egiziani sono contrari al trattato di pace con Israele e vorrebbero rivedere Camp David.

I contenuti e gli impegni di quelle clausole sono oggi motivo di accusa per i ministri dell’ex capo egiziano. La strada della loro revisione, annunciata, potrebbe condurre non si sa a quale risultato.

Un altro segnale che viene da una terra vicina, la Palestina, non può non connettersi con il resto dell’ambigua evoluzione nordafricana: l’accordo tra Hamas e Fatah. Il commento dell’organizzazione fondata dallo sceicco Yassin che riconosce alla nuova giunta militare egiziana di essere”non più servi americani come Mubarak”, può far ritenere che Abu Mazen, di riflesso, sia uscito indebolito dalla vicende egiziane e, quindi, costretto ad un accordo con Hamas.
21/04/2011 [stampa]
Da Budapest una buona notizia.
L’ANSA delle 15 e 40 del 18 aprile detta la notizia che è già un commento: Il parlamento ungherese ha approvato una nuova costituzione ultraconservatrice con i soli voti del centro-destra al governo che occupa i due terzi dei seggi”.

Venticinque minuti dopo l’agenzia di stampa precisa: “ La nuova costituzione è passata con 262 sì, 44no e una astensione, mentre i socialisti e i liberali di Lmp non hanno preso parte al voto. Fra i contrari, anche quelli del partito populista di estrema destra Jobbik”.

Le polemiche erano iniziate già nelle settimane precedenti.

Il 30 marzo il deputato europeo GianniVattimo aveva presentato una allarmata interrogazione alla Commissione e al Consiglio per conoscere se le riforme previste fossero conformi ai trattati e al diritto dell'UE. Non solo, il deputato filosofo aveva chiesto come le autorità europee valutassero il processo di riforma e quali azioni intendessero mettere in atto.

Cosa propone la nuova Costituzione?

Da quello che è dato sapere, secondo la versione tradotta dalle autorità ungheresi, vi sono alcune affermazioni che rispondono ad una logica di tradizione storica e di diritto naturale.

Ad esempio :"I riferimenti più importanti per la nostra coesistenza sono la famiglia e la nazione, i cui valori fondamentali che ci uniscono sono lealtà, fede e amore" ; la famiglia è "la base per la sopravvivenza della nazione"; "L'Ungheria garantisce i diritti fondamentali a tutti i cittadini, senza discriminazioni in base a sesso, etnica, colore della pelle, origine etnica o sociale, origine nazionale, handicap, lingua, religione, orientamento politico o di altro tipo, proprietà, nascita o altre condizioni" ; "... la vita del feto sarà tutelata a partire dal concepimento" .

Nel Preambolo è scritto : "Riconosciamo il ruolo del Cristianesimo nella tutela della nazionalità"..."Il re Stefano...ha fatto sì che il nostro paese fosse parte dell'Europa cristiana" (traduzione fornita dalle autorità ungheresi); la Costituzione stabilisce che essa deve essere interpretata in base a tale preambolo”.

Certo dopo i lunghi anni dell’occupazione comunista è un fatto straordinario che il Parlamento approvi a stragrande maggioranza un testo costituzionale che riaffermi valori che si era tentato di sradicare per sempre da questa nazione.

Lo sbigottimento della cultura laicista e relativista è enorme non riuscendo a comprendere come la storia europea e l’opera di inculturazione del cristianesimo possieda basi così solide che anche dopo anni di dittatura riemergano nella coscienza e, in questo caso, anche nelle istituzioni dei popoli.
08/04/2011 [stampa]
Perfida Malta.
Avevamo scritto il 25 marzo del dovere di porre fine alle tante morti nell’oblio che il naufragio delle imbarcazioni causava per i poveri disperati con i viaggi organizzati da trafficanti di uomini dalla sponde d’Africa.

E se la notizie del 6 aprile ha riempito le prime pagine dei giornali, chissà quanti sono morti affogati senza che venisse scritta una riga o detta una parola.

Mentre attendiamo che l’Europa organizzi nei luoghi di imbarco dei controlli che consentano ai profughi di viaggiare in condizioni di sicurezza e limiti le immigrazioni clandestine, non possiamo sottacere il comportamento delle autorità maltesi che ancora una volta si sono distinte per non essere intervenute nei riguardi delle imbarcazioni in difficoltà.

Non è la prima volta che questo avviene e si ricorda il dossier del Ministro Maroni del 2009 all’Unione europea per le migliaia di interventi mancati da parte delle autorità maltesi nei riguardi di profughi o immigrati

Malta dal 2003 fa parte dell’Unione europea. Non ci risulta che questo comportamento sia mai stato censurato da quelle istituzioni, Parlamento europeo compreso, sempre attente nei riguardi di altri Paesi.
28/03/2011 [stampa]
In Libia in gioco il futuro di Obama.
Si respira un clima difficile negli USA sulla decisione di Obama di intervenire in Libia.

La nazione americana si è ritrovata, in passato, convintamente, in missioni che, in uno scenario geopolitico internazionale, presentavano aspetti indispensabili per la sua sicurezza.

I cittadini americani hanno sopportato e sopportano il sacrificio di migliaia di soldati uccisi in guerre lontane dai suoi confini, in nome di una difesa dell’Occidente dal terrorismo.

L’intervento in Libia è stato autorizzato dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU per un obbiettivo limitato : la difesa della popolazioni civili. Non siamo in presenza di una centrare di diffusione del terrorismo, anzi Gheddafi negli ultimi anni si era schierato nettamente contro questo nemico dell’Occidente.

Anche le modalità di intervento appaiono limitate e non possono prevedere invasioni di terra, se non con una nuova autorizzazione del massimo organismo internazionale, Ma è difficile che Russia e Cina l’autorizzerebbero.

Si va anche diffondendo sempre di più la consapevolezza degli enormi interessi che avrebbero mosso le intenzioni soprattutto dei francesi, mentre vanno emergendo anche le notizie sulla pianificazione dell’operazione Libia.

Il blog La Stampa.it ANGOLO DEI GIORNALISTI ha pubblicato il 25 marzo una notizia ricavata da DEBKAfile , sito israeliano di informazioni militari e di intelligence, che il 24-25 febbraio scriveva: “I consiglieri, compresi funzionari di intelligence sono stati sbarcati da navi da guerra e lanciamissili nelle città costiere di Bengasi e Tobruk il 24 febbraio con una triplice missione: aiutare i comitati rivoluzionari a controllare le strutture di governo della Libia orientale…,organizzarli in unità paramilitari…, preparare l’infrastruttura a ricevere truppe straniere supplementari …”.

La sensazione che gli USA si trovino ad affrontare i rischi di un’operazione militare che può protrarsi nel tempo e richiedere l’intervento a terra, quindi una vera e propria guerra, sta mettendo in difficoltà Obama che non ha chiesto l’autorizzazione del congresso e si vede accusato di violazione della Costituzione.

L’opinione pubblica non avverte il pericolo terrorista, come, invece era accaduto per gli altri interventi, mentre vanno emergendo conferme di una amplificazione propagandistica come le “fosse comuni” e i bombardamenti sui manifestanti.

Ciò non toglie che la reazione del Rais sia stata pesante nei riguardi degli oppositori, ma si tratta comunque di una guerra civile in piena regola, nella quale la difesa della democrazia c’entra poco.

Per questi motivi non sta nascendo negli Usa una mobilitazione per un intervento in nome della democrazie nella Libia, anzi i dissensi sono notevoli e trasversali.

Oltre ai soliti pacifisti che hanno qualche arma polemica in più rispetto alle precedenti missioni in Afganistan e Iraq dove si affrontavano le sedi - vere o presunte – del terrorismo, si è in presenza anche dell’ opposizione di quelle forze che, in nome di un interesse nazionale, non hanno mai negato il sostegno ad operazioni belliche.

Le difficoltà per Obama si aggravano sia per le divisioni all’interno dell’Esecutivo, che per la spinta polemica del Segretario di Stato Clinton che ha esercitato il ruolo propulsivo nella decisione, facendo risaltare le incertezze del Presidente.

Emerge nella visione del Pentagono, al fine di evitare un coinvolgimento nella guerra, la possibilità di una divisione della Libia e di iniziative diplomatiche verso una possibile fuoruscita di Gheddafi.

Se , come è probabile, questa soluzione verrà rifiutata dal Rais l’operazione libica avrà di fronte o il fallimento e la tenuta di Gheddafi o l’apertura di un altro fronte di guerra che potrebbe logorare definitivamente la posizione del Presidente Usa.
23/03/2011 [stampa]
Riflessi sulla guerra in Libia.
La missione “Alba dell’Odissea” che dovrebbe attuare la risoluzione 1973 del consiglio di Sicurezza dell’ONU sta clamorosamente rivelando le sue contraddizioni oltre che la non chiarezza delle finalità strategiche che non sono solo quelle della realizzazione della no fly zone.

Il generale Ugo Zinni , ex capo del Comando del Medio Oriente che diresse le due no fly zone dell’Iraq, l’ha definita “missione confusa”.

Che la vicenda presenti aspetti confusi ed inquietanti emerge da tanti fatti: le azioni aeree della Francia, mentre era in corso il vertice di Parigi, le divergenze negli Usa e le titubanze di Obama, l’atteggiamento della Russia cedevole in Consiglio di Sicurezza e poi rivisto da Putin, la mancanza di coordinamento delle azioni militari, la netta divisione tra i Paesi europei.

Questa poca chiarezza negli obbiettivi è evidenziata dal, finora, mancato affidamento alla NATO del comando di tutta l’operazione, come , invece correttamente, il governo ha richiesto appena si è resa evidente la “fuga in avanti” della Francia. Il Presidente del Consiglio che si era trovato in difficoltà, forse anche per la mancata percezione da parte di altri componenti del governo dei rischi insiti nella “coalizione dei volonterosi” con questa mossa intelligente, che ha trovato l’appoggio degli USA, della G. B. e della Turchia, ha riguadagnato spazio politico internazionale e ha contenuto le divisioni all’interno della maggioranza. E’ da segnalare che su questa linea ci si è ritrovato anche il Capo dello Stato.

Che l’obbiettivo delle incursioni francesi sia l’eliminazione di Gheddafi appare evidente dai bombardamenti sulle sue residenze e dall’appoggio alle forze ribelli con l’eliminazione dei mezzi bellici governativi. Tuttavia questo scopo non è oggettivamente compreso nella mozione ONU.

Equivoca appare anche la finalità “umanitaria” di difesa delle popolazioni civili, in quanto anche le bombe su Tripoli, non in mano dei ribelli, causano morti nella popolazione e poiché la mozione fa riferimento alla salvaguardia dei civili, ciò dovrebbe valere sia per i ribelli che per i seguaci del rais.

Lo sviluppo delle vicenda libiche non possono non comportare riflessioni di carattere più generale.

L’impressione complessiva è che di fronte a sommovimenti che si vanno diffondendo nel Nord Africa e sui quali si innestano, probabilmente, iniziative “coperte” da parte di alcuni Paesi occidentali, più che una svolta verso la democrazia , si possa nascondere il diffondersi di pericolosi estremismi, come ha sottolineato Magdi Cristiano Allam , acuto osservatore delle vicende islamiche.

Intanto le votazioni sulla nuova costituzione in Egitto che hanno visto una ampia partecipazione e nuove norme che fanno voltare pagina rispetto all’assolutismo del regime precedente, hanno rafforzato il ruolo politico dei Fratelli Mussulmani e hanno spinto anche il New York Times a rilevare la “forza dei Fratelli Mussulmani e la debolezza dei gruppi liberal”.

Lo sviluppo della democrazia nelle aree dove è forte l’influenza islamica in un deserto sociale diffuso presenta alcuni rischi. Potrebbe non essere vincente scommettere sulla supremazia della tecnocrazia militare egiziana rispetto alla influenza della teocrazia del radicalismo islamico.

Ha un sentore piuttosto arcaico, da vecchio colonialismo, la logica sulla quale si muove l’azione francese che mira ai propri interessi, ma perde di vista gli sviluppi possibili.

L’Italia che aveva seguito, in una linea di politica estera tradizionale, un realismo attento ai nostri interessi si trova spiazzata e costretta a seguire, necessariamente , le decisioni degli organismi internazionali. Tuttavia appare non adeguata l’attuazione di questa linea se priva di quella duttilità politica e diplomatica indispensabile per lasciare spazi nei diversi scenari che potrebbero presentarsi.

Quello che emerge in maniera drammatica è la inesistenza dell’Europa come comunità politica. E’ dai tempi di De Gasperi che emerge la mancanza di una politica estera e di difesa comuni. Da allora nessun vero passo avanti è stato fatto.

Le divisioni dell’Europa occidentale mostrano anche la difficoltà a percorrere uno sviluppo geopolitico che guardi anche all’Europa fino agli Urali, unica prospettiva per competere con gli altri “imperi” America e Cina .

A questo proposito risultano illuminanti le parole di Vincenzo Camporini, già Capo di Stato maggiore della difesa che commentando su Limes le ultime vicende dice esplicitamente che “ nelle partite di Egitto e Libia perde l’Occidente, vince la Cina”.
09/03/2011 [stampa]
Molta Italia al salone auto di Ginevra.
Tanta Italia al salone dell’automobile a Ginevra. Nonostante la crisi e la concorrenza. Nel 2010 sono state prodotte, su scala mondiale, quasi 64 milioni di vetture.

Il panorama delle novità è interessante a Ginevra per conquistare i mercati dei paesi emergenti, soprattutto Cina, India, Brasile, Russia. Il gruppo Fiat-Chrysler dopo le ultime vicende finanziarie e per il Lingotto dopo i due referendum a Pomigliano d’Arco e a Mirafiori sul progetto “ Fabbrica Italia”, sta mettendo in vetrina i primi prodotti scaturiti dall’alleanza italo-statunitense.

Il quadro del settore auto presenta molte debolezze e flessioni . In particolare 26, 6 milioni di vetture sono state prodotte in Asia, 16, 6 in Europa, 11,9 nel Nord America, 4,1 nel Sudamerica.

A Ginevra lo stand Lancia è quello tra i più ricchi di novità: resiste il fascino della Ypsilon dopo 25 anni, piccola ma lussuosa che vuole imporsi sul mercato americano; torna la Thema con una versione Lancia della 300 Chrysler, forse un po’ troppo americana, si affaccia all’orizzonte la Flavia, che offre il massimo confort eriguarda una rivisitazione italiana della Chrysler. Per maggio sarà pronta la Fiat Freemont che sostituirà Ulysse, Multipla, Croma. La sorpresa di Ginevra è ll’Alfa Romeo 4 Concept, un bolide a trazione posteriore, con utilizzo di materiali in alluminio e carbonio. Poi per gli appassionati ci sono le Fiat 500 griffate Gucci per i 90 anni della maison e quella Zagato per celebrare i 150 anni dell’Unità d’Italia, come la Ferrari in Formula uno. L’azienda del cavallino rampante non risente della crisi: ha chiuso il 2010 con ricavi pari a 2 miliardi di euro e 300 milioni di utile. Secondo il presidente Luca Corsero di Montezemolo la Ferrari FF coniuga l’auto da corsa con la vettura di tutti i giorni.

La Jeep ( altro marchio dell’alleanza Fiat-Dedtroit) ha presentato la nuova Compas con forme e linee simili alla Grand Cheroke.

Sul piano più generale il salone di Ginevra si è tinto di verde: circa 40 novità sono ecologiche. L’auto ibrida ha più di dieci anni ma non ha fatto il salto definitivo, a causa anche dei costi e delle difficoltà dei rifornimenti.( smen)
07/03/2011 [stampa]
Verso un tris italiano ai vertici di Bruxelles Riconoscimento Europeo Grilli regista dell'Ecofin
L’Italia potrebbe fare tris a ottobre ai vertici di organismi europei. Da poco tempo alla presidenza dell’Eba, l’autorità Ue di sorveglianza sulle banche, siede l’economista Andrea Enria. Il Governatore della Banca centrale Mario Draghi è dato in pole position per il vertice della Banca europea e come successore del francese Jean-Claude Trichet. E in vista del vertice straordinario dell’Eurozona, che esamina il “ patto per la competitività” proposto dal Cancelliere tedesco Angela Merkel, è stato nominato capo del Comitato economico e finanziario dell’Unione Europea il direttore generale del Tesoro Vittorio Grilli. Toccherà a lui fare da regista all’Econfin, l’organismo che prepara i vertici dei Ministri delle Finanze e le raccomandazioni di Bruxelles per i singoli Stati.

Un riconoscimento di prestigio per il 54enne economista milanese, braccio destro del Ministro dell’economia Giulio Tremonti nell’attuale fase critica dell’economia internazionale. Una lunga carriera iniziata tra i “ Ciampi boys” di Palazzo Kock, diventato ragioniere generale dello Stato succedendo a Andrea Monorchio prima di approdare al Tesoro. Succede all’austriaco Thomas Wieser e resterà in carica due anni. Nello stesso organismo siedono anche Ignazio Visco, vicedirettore generale della Banca d’Italia ed altri 26 rappresentanti delle banche centrali nazionali che però non hanno diritto di voto.

I prossimi mesi saranno molto importanti per affrontare la crisi con maggiore coodinamento possibile. Un primo segnale dovrebbe venire proprio da questa settimana in cui verranno discusse le determinazioni dei partner europei a risolvere la crisi del debito dell’eurozona.

Secondo molti ambienti con il patto di stabilità si sarebbe imboccata la strada giusta.

A Bruxelles già conoscono le doti di negoziatore di Vittorio Grilli per essere stato molte volte all’Ecofin spalla di Tremonti. E’ stato anche insegnante di economia in Università britanniche e statunitensi e a lavorato a Londra, grazie anche all’ottima conoscenza della lingua. Secondo un dirigente dell’euroburocrazia la nomina di Grilli è un apprezzamento per la capacità dell’Italia di esprimere personalità di spicco alla guida delle istituzioni economiche e finanziarie della Comunità. Le sfide che sono davanti al G20 riguardano la necessità di garantire una ripresa duratura e mettere l’economia mondiale su un sentiero di crescita forte e sostenibile. Il sistema finanziario ha bisogno di riforme subito.

A fine mese si riuniranno i Capi di Stato e di governo e poi c’è da preparare l’agenda del semestre europeo. In tutti questi passaggi il Comitato presieduto da Vittorio Grilli ha un ruolo essenziale.
24/02/2011 [stampa]
Nelle rivoluzioni antidispotiche del mediterraneo: Islam o Democrazia ?
Gli sconvolgimenti sociali, politici ed istituzionali che si vanno allargando su tutto l’arco dei paesi a maggioranza mussulmana rivieraschi del Mediterraneo presentano aspetti diversi che corrispondono a condizioni e storie differenti.

Tuttavia non si può non cogliere un aspetto comune rappresentato dal fatto inoppugnabile della diffusione rapida della protesta, su tutti i paesi. E’ evidente il sospetto che una tale serie di sconvolgimenti potrebbe avere un filo conduttore, che, comunque, vale la pena di ricercare.

Non è facilmente credibile che tale sviluppo si ispiri ad un’ onda lunga democratica.

Per tante ragioni , ma soprattutto per due.

La prima di carattere strutturale e sociale nel senso che le diversità anche di sviluppo non possono creare ovunque un moto rivoluzionario analogo.

In secondo luogo c’è da dire che anche in presenza di cause sociali analoghe appare poco credibile che ad esse corrisponda una finalità di sviluppo democratico in quanto manca, in questi Paesi, quella condizione di base che ha consentito in Occidente l’evoluzione dei sistemi politici verso la democrazia e cioè un pensiero fondante ed identitario che scinde la religiosità dalla staualità e che rappresenta l’apporto più profondo del cristianesimo alla democrazia.

Non siamo neppure in presenza di una forte ideologia laica come avvenne in tempi meno recenti nella Turchia di Ataturk che consentì la nascita di un sistema politico a base laica e a conduzione tecnocratico militare, ma con una classe dirigente forte ed autorevole.

Già oggi l’equilibrio che consentì un primo sviluppo democratico in Turchia è in qualche modo condizionato da un forte ritorno dell’islamismo che sta mettendo in discussione quello stesso sviluppo.

Nelle diverse realtà dei paesi islamici nei quali si stanno svolgendo le manifestazioni e i cambiamenti di potere non è dato di intravedere qualcosa di analogo.

Manca un pensiero laico, manca una classe dirigente che si prepari ad assumere un ruolo politico, anzi in alcuni casi, come quello della Libia ritornano a contare le tribù delle montagne, mentre da più parti , ove sono presenti, riemerge con forza la componente integralista dei fratelli mussulmani.

Resta forte , con il rischio di accentuarsi, proprio per le difficoltà di questi regimi, il ruolo di collante sociale dell’elemento religioso.

Tutto ciò dovrebbe sollecitare una attenzione ed una prudenza nella valutazioni che, invece, non sembrano prevalere.

Christian Rocca, corrispondente del Sole 24 ore da New York, come riferisce il Foglio del 23 febbraio, ritiene che gli eventi di questi giorni siano gli effetti a lungo termine della “Freedom Agenda “ di Bush.

Anche Rocca , seppur in modo non esaltato, ritiene di interpretare questi fatti secondo la logica dello sviluppo della democrazia.

A parte alcune intelligenti riflessioni, come si concilia questa interpretazione con il dato inoppugnabile che Bush pur intervenendo in Iraq, fece ogni sforzo per mantenere e rafforzare i rapporti con gli stati islamici moderati?

Probabilmente lo fece in funzione del fatto che di fronte all’espansionismo dell’integralismo islamico occorreva sostenere politicamente quei Paesi che apparivano in grado di contenere questa possibile avanzata.

Che ci si trovi di fronte ad un possibile salto nel buio lo dimostrano anche due fatti: il primo è la notizia che, per la prima volta dalla Rivoluzione islamica del 1979, due navi da guerra iraniane sono entrate nel Mediterraneo, attraverso il Canale di Suez, il secondo è la notizia battuta dall’ANSA delle 16.15 del 23 febbraio e che riporta l’affermazione del viceministro degli Esteri libico, Khaled Kaim, in un incontro con i diplomatici dell’Ue, secondo la quale Al Qaida avrebbe costituito un emirato islamico in Libia a Derna nell’est del Paese.
11/02/2011 [stampa]
Egitto: gli errori di Obama e i rischi geopolitici.
La politica estera degli Stati Uniti rischia di subire uno smacco dalle conseguenze imprevedibili, ma sicuramente negative per l’Occidente.

Le vicende egiziane hanno mostrato un Obama piuttosto ambiguo che ha preso decisioni sulla base di analisi non reali.

Eppure questa impreparazione americana non ha giustificazioni in quanto i più gravi fatti del Cairo erano stati preceduti dagli avvenimenti in Tunisia.

Obama ha mostrato di ritenere prioritaria la lettura delle manifestazioni egiziane come una svolta verso la democratizzazione del Paese, mostrandosi disponibile a sostenere un cambiamento che però rischia di mettere in discussione cinquanta anni di protettorato occidentale su questa parte del medio oriente.

Il Presidente USA, forse, aveva pensato che la auspicata transizione immediata e l’abbandono di Mubarak con l’ intervento e la presa del potere dell’esercito potesse garantire chirurgicamente la stabilità del Paese: un errore che non può essere commesso da chi intenderebbe rappresentare il vertice del potere in Occidente e la sua guida diplomatica.

I paraocchi dell’idealismo americano hanno appannato la visione di una situazione che si presenta assai complessa e che, una volta tolto il peso di Mubarak , si sbilancerebbe rischiando di avviare l’Egitto su una china che potrebbe arrivare al punto di trasformarlo in un nuovo Iran come ha, con preoccupazione, dichiarato Israele e come sospetta il paese europeo con la maggiore presenza mussulmana e cioè la Germania.

E’, poi, significativo che Mubarak, d’intesa con il vice presidente Suleiman e lo stesso esercito abbiano avviato la linea di una transizione fino alle elezioni, a settembre, “libera da condizionamenti stranieri”.

La debolezza politica statunitense rischia di far uscire Washington dalla sua condizione di mediazione politica sull’area, come ha dimostrato la telefonata con il re saudita Abdullah che ,esplicitamente, ha detto il faccia al Presidente: “se priverete l’Egitto degli aiuti economici annuali il Tesoro saudita ha risorse a sufficienza per sostituirvi”.

La possibile uscita da questo ruolo degli Usa fa tornare di attualità la questione della presenza sempre più massiccia della Cina nel continente africano che fa da sfondo alla vicenda.

L’Europa non è in grado di cogliere l’occasione che, pure , la richiama per storia e per intessi geopolitici; è chiusa nei suoi problemi finanziari ed attenta solo ai suoi livelli di benessere, mentre sulla politica estera continua a mantenere un profilo troppo basso.
03/02/2011 [stampa]
L'Egitto, il Mediterraneo e il futuro dell'Europa.
E evidente l’impressione che da parte degli Stati Uniti e di alcuni Paesi europei si ritengano gli eventi egiziani una svolta verso la democratizzazione del Paese.

Obama ha chiesto una “transizione ordinata verso un governo che risponda alle aspirazioni del popolo egiziano” e su questa linea si è attestata la pallida politica estera europea, giungendo ,nel documento finale del consiglio degli esteri, ad inserire la richiesta alle autorità egiziane affinchè “preparino la strada per libere e giuste elezioni”.

A gettare una doccia fredda su queste perorazioni dall’evidente contenuto utopistico sono due notizie di agenzie stampa del 2 febbraio.

La prima dell’Adnkronos delle 14,33 dà notizia che il parlamento iraniano ha espresso il proprio sostegno al movimento di protesta in Egitto contro il presidente Hosni Mubarak con una nota nella quale 214 deputati definiscono la rivolta nel paese arabo una “protesta sacra”.

La seconda dell’ANSA delle 17,07 evidenzia la preoccupazione del premier israeliano Benyamin Netanyahu che, in un discorso alla Knesset, parla del rischio di una involuzione di tipo iraniano in Egitto.

E’ oggettivamente difficile pensare che , da manifestazioni di piazza come quelle che si stanno svolgendo in Egitto che hanno assunto anche un carattere violento, possa derivare una strada per la democrazia..

L’evidente connessione tra i fatti della Tunisia, dell’Egitto e il diffondersi di analoghe proteste nel Sudan danno l’idea che non siamo in presenza solo di una legittima rivendicazione di spazi di libertà e di migliore condizione sociale, ma che ci sia qualcosa di più.

La parziale modernizzazione del Paese, rispetto ad altre realtà islamiche non garantisce l’impermeabilità alle influenza degli integralisti. Anche la Persia del 1978 aveva camminato verso la occidentalizzazione, ma ciò non impedì che si ritornasse all’influenza determinante dell’islamismo più integralista. Ed anche allora gli Stati Uniti e i paesi europei compirono gravi errori di valutazione.

Forse sta accadendo quello che più si temeva e cioè che i regimi meno integralisti del nord Africa stiano cadendo sotto i colpi della nuova ondata islamica.

Se così dovesse accadere è evidente che l’Europa si troverebbe del tutto impreparata ad affrontare una situazione esplosiva nel cuore del Mediterraneo, mentre apparirebbe sotto una luce diversa la condizione della forte presenza islamica nel cuore della stessa città europee.

Le ricette multiculturali dimostrerebbero la loro inconsistenza e la loro inutilità a capire e ad affrontare gli eventi.
12/01/2011 [stampa]
Da Battisti a Lula la filiera della sinistra rivoluzionaria.
Quel “comune sentire” che, al fondo, accomuna la sinistra nelle sue variegate espressioni,ha sollecitato quella solidarietà e quelle decisioni che non consentono, ad oggi, l’estradizione del pluricondannato all’ergastolo Cesare Battisti.

Già in Francia dal 1990 al 2004 l’esponente intellettuale della rive gauche, la scrittrice Fred Vargas aveva sostenuto, finanziato e scritto un libro sul terrorista italiano. Come ha ricordato la scrittrice francese Perrault in un suo recente libro sull’argomento, si agitarono allora scrittori e intellettuali come Philippe Sollers, Daniel Pennac, Bernard-Henri Lévy e politici di primo piano come il segretario socialista Hollande, che andò a trovare l’ex terrorista in carcere. Si mobilitarono sindacati, circoli culturali, associazioni, movimenti. Vi fu anche un coro di solidarietà quasi unanime sulla stampa, con qualche voce isolata sul Figaro e un tardivo ravvedimento da parte di Le Monde.

Oggi il filosofo Bernard-Henry Lévy si rallegra della decisione di Luis Ignacio Lula.

E’, poi, sintomatico, nella sua esilarante motivazione, quanto sostenuto dalla Avvocatura Generale dello Stato brasiliano nel parere consegnato al Presidente prima della scadenza del suo mandato che ritiene esservi in Italia “un clima da guerra fredda”e l’idea di “vendicare le vittime” che farebbero “ipotizzare che il detenuto potrebbe soffrire forme di aggravamento della sua situazione”.

La decisione di Lula è stato l’ultimo gesto di solidarietà della filiera della sinistra rivoluzionaria,giunta, peraltro, alle soddisfazioni del governo e del potere.

Di questa sinistra rivoluzionaria e di potere in Brasile un importante scrittore e giornalista del New York Times e del Financial Times ha fatto un quadretto assai significativo nel suo importante libro “The Second World Empires and influence in the new global order” tradotto nel 2009 in italiano con il titolo I Tre Imperi.

“Dall’elezione di Luis Inacio Lula de Silva, nel 2002, ci si attendeva una svolta decisiva nella direzione dell’equità sociale. A tradire le aspettative è stato soprattutto il sistema di governo del Paese, ancora fermo all’era della sproporzionata decentralizzazione dell’inizio del XX secolo, fatta di un potere tutto sbilanciato in favore delle autorità locali. Dal momento che le città sono dominate dai gruppi ristretti dei capitani d’industria e dai rappresentanti delle multinazionali, l’autorità del stato resta troppo debole per esercitare un vero potere di redistribuzione.

La mancanza di un sistema fiscale governabile ha perpetuato l’evasione e altri reati tributari, con il risultato che le dimensioni dell’economia informale si sono gonfiate, secondo le stime, a un livello pari a quello dell’economia ufficiale, oltre 800 miliardi di dollari. Gli scandali dovuti alla corruzione in cui si è trovato coinvolto il Partito del Lavoratori di Lula sono stati tanto numerosi che a un certo punto ha preso a circolare la battuta che il presidente era così corrotto che ‘Chavez aveva imparato sotto di lui’ “
01/12/2010 [stampa]
Berlusconi e Putin: gli USA, l'Europa e l'interesse nazionale.
Le “rivelazioni” di Wikileaks circa le valutazioni delle ambasciate usa sul governo italiano ed, in particolare, sulla linea politica del Presidente del Consiglio nei riguardi della Russia, consentono di spiegare molte cose circa l’origine di critiche ed attacchi che importanti mass media internazionali hanno espresso in questi anni.

Franco Venturini, serio analista di politica estera, sul Corriere della Sera del 29 novembre si esprime in termini soft e scrive che, rispetto al fatto che “è interesse dell’Italia, oggi … che i rapporti con la Russia migliorino” , “va messo in conto una certa ‘gelosia’ dell’America che è abituata a fungere da bussola occidentale nei rapporti con il Cremlino e che anche per questo non ama lasciare spazio autonomo agli europei”.

Quindi, rispetto al tema di maggior evidenza per il nostro Paese, al momento uscito dai reports pubblicati sul sito di Julian Assange, ci troviamo di fronte ad una questione importante e cioè se ci possa essere autonomia di politica estera al fine di un interesse nazionale italiano, nell’ambito dei corretti rapporti con gli Stati Uniti.

La politica estera di Berlusconi si è mossa nel quadro dell’esigenza storica dell’Europa di rimarginare le immense ferite che avevano diviso l’Ovest dall’Est con le guerre di Napoleone e Hitler e con la cortina di ferro del comunismo sovietico.

Un’Europa dall’Atlantico agli Urali è stata negli auspici della Francia di De Gaulle e trova la simpatia della Chiesa ed è stata richiamata, per quel senso comune cristiano che l’anima, da Giovanni Paolo II.

Questa prospettiva è oggi possibile: la Russia di Putin non ha quel carattere eversivo che aveva l’Unione Sovietica di Stalin.

Anche sul piano della lotta al terrorismo internazionale gli Stati Uniti e la comunità internazionale duramente attaccati, hanno trovato sempre la solidarietà attiva della Russia.

E’ naturale, quindi, che, nell’ambito di una lealtà occidentale, sia possibile sostenere politiche estere che tutelino gli interessi nazionali, senza tener contro di gelosie o di campagne di stampa sulle quali ci possono anche essere l’ombra degli esiliati da Putin e dei loro interessi economici.

Deve essere valutato quanto in termini di certezza di approvvigionamento energetico, di collaborazioni imprenditoriali, di rapporti commerciali e di lavoro per il nostro Paese derivi dal rapporto dell’Italia con la Russia di Putin.

Peraltro c’è da ricordare che un’apertura verso la Russia fu avviata dall’Italia, consensiente la nostra politica estera, anche ai tempi del comunismo sovietico imperante, con le esportazioni delle fabbriche di automobili FIAT del 1966 (Togliattigrad) e prima ancora, con gli accordi di Mattei del 1961 che consentirono al nostro paese di importare milioni di tonnellate di greggio a prezzi convenienti.

Ora la vera preoccupazione degli USA è che si sviluppi la prospettiva che Parag Khanna, geopolitologo e collaboratore di testate quali “New York Times” e “Financial Times”, ha indicato come possibile nel suo libro “ I Tre Imperi” e cioè la costituzione di una “ partnership economica e politica della Russia con l’Europa “.

Ci sono segnali importanti che testimoniano come la linea di Berlusconi verso Putin sia condivisa nel concreto dai rapporti di Francia e Germania con la Russia.

Nel suo libro Parag Khanna avverte che “grazie al controllo di una quantità di risorse naturali ( petrolio, gas, carbone e legname) superiore a quella di Stati Uniti, UE e Cina messi insieme, il Cremlino può di nuovo permettersi di pensare e di agire con uno stile imperiale” , citando per contro , “i circoli economici di ‘Londongrad’ , dove il tycoon Boris Berezovskij invoca apertamente un colpo di stato che deponga Putin”.

Sarà interessante seguire il dibattito che si svilupperà in Italia su questo argomento della politica estera per constatare cosa intendano giornalisti e testate, ma anche le stesse forze politiche, per interesse nazionale e quale grado di autonomia si voglia attribuire alla nostra politica internazionale.

Infine, a proposito di quali mezzi vengono impiegati per seguire le politiche estere e i contatti tra i leader mondiali, è significativo quanto afferma Edward Luttwak , sempre sul Corsera del 29 novembre, accusando Berlusconi di ingenuità: “Semmai Berlusconi è solo forse un po’ ingenuo…” e precisa: “ Spontaneo. Quando pensa di parlare confidenzialmente con Putin mentre fanno insieme la sauna e non sospetta che anche lì ci possa essere un terzo uomo…”.

Restiamo convinti che le tesi “complottiste” siano sostanzialmente una fuga rispetto alla logica politica che, invece, crediamo deve sempre prevalere anche di fronte a scenari dove avvengo manovre spesso inspiegabili con i dati più evidenti.

Queste rivelazioni che produrranno un incalcolabile danno alla politica estera americana - non sappiamo se la Clinton potrà venirne fuori - con ulteriori problemi per il Presidente Obama, contribuiranno , comunque, a sollevare alcuni veli circa le ragioni, gli interessi e le manovre nei confronti delle politiche estere e dei loro protagonisti.
09/11/2010 [stampa]
Obama can not?.
La sconfitta di Obama nelle elezioni di mid term, forse, non sono solo l’effetto di alcune decisioni sbagliate del Presidente americano e di una ancor non risolta condizione di difficoltà nel Paese, a seguito della grande crisi del 2008.

Il disastro del golfo del Messico, dopo le autorizzazioni alle trivellazioni, il colera di Haiti che non si risolleva dopo l’uragano Katrina, l’incremento del debito pubblico al quale ha dato impulso anche la riforma sanitaria, i rischi del terrorismo mentre si prepara l’abbandono dell’Afganistan, non spiegano da soli una sconfitta quasi senza precedenti del partito democratico nelle elezioni alla camera e per i nuovi governatori degli stati.

Ovvero, anche se non spiegano la sconfitta, dimostrano la durezza della realtà americana che si è contrapposta al “mito” obamiano, dimostrando di essere fragile come il cristallo.

Obama non ha convinto i “potenti” che lo avevano supportato alle elezioni e ha deluso i “poveri” che erano stati sollecitati a votarlo per la sua immagine nuova e gradita agli emarginati americani.

Ha ragione Giancarlo Loquenzi sul Tempo del 3 novembre quando afferma che “il primo presidente afroamericano d’America doveva essere un capitolo memorabile della storia d’oltreoceano, una svolta epocale, una vicenda da tutti i record. E’ invece davvero incredibile quanto gli americani sembrino aver fretta di dimenticarlo”.

C’è una fragilità di Obama che è stata del tutto trascurata nei commenti del dopo elezioni presidenziali.

Se è vero, infatti, che negli USA i partiti e le lobby costruiscono i presidenti, tuttavia quasi sempre si tratta di personalità di indubbio valore come lo furono i Roosevelt, i Kennedy, i Nixon, i Bush, i Reagan.

Obama non sembra possedere quelle qualità che servono oltre le costruzioni e le campagne mediatiche, quelle cioè che consentirono ad esempio a Kennedy di opporsi all’embargo di Berlino ovest, a Nixon di aprire il dialogo con la Cina, a Bush di gettarsi nella campagna di guerra contro il terrorismo.

Poiché difficilmente Obama riuscirà nell’impresa di distendere i rapporti con il mondo mussulmano o sancire la pace nel Medio Oriente, anche per le oggettive difficoltà che si presentano, la prospettiva politica di questa presidenza, fallendo le grandi sfide, rischia di essere un ritorno ad un isolazionismo che è un esito sempre possibile della politica americana. Ma di fronte alle sfide del mondo di oggi il ritorno a questa politica non aiuterà Obama nell’impresa per la quale i media lo avevano accreditato, cioè ad una svolta storica per cambiare.

Il we can sta diventando un he can not
02/11/2010 [stampa]
Il futuro della Fiat lega l’impegno della Camusso e di Dilma Rousseff Due donne al comando alla CGIL e in brasile.
Altre due donne conquistano il vertice del potere: sindacale l’una, politico l’altra. In Italia per la prima volta la Cgil si tinge di rosa. La lombarda di 55 anni Susanna Camusso succede a Guglielmo Epifani, segretario generale della Confederazione generale dei lavoratori da oltre otto anni. Un evento. Una sola altra donna era diventata leader di un sindacato nazionale, Renata Polverini dell’Ugl, nata dalle ceneri della Cisnal.

In Brasile, contemporaneamente, è stata eletta presidente Dilma Rousseff di 62 anni, delfina del presidente uscente Lula, socialista rivoluzionaria, un’esperienza in carcere per le sue idee e azioni a favore delle popolazioni più povere. L’immenso paese sudamericano nonostante i passi in avanti e la forte crescita ( 31 milioni di brasiliani sono saliti alla classe media, 23 milioni sono usciti dalla povertà totale) deve risolvere molte disuguaglianze e risolvere problemi infrastrutturali prima di ospitare i campionati del mondo del 2014 e le Olimpiadi del 2016.

Un legame sociale lega le due donne. L’impegno ad affrontare le questioni sul tappeto partendo dalle famiglie. In secondo luogo c’è di mezzo la Fiat. Una delle prime vertenze che dovrà affrontare la Camusso è proprio quel progetto presentato dall’amministratore delegato del Lingotto Sergio Marchionne sulla modernizzazione degli stabilimenti Fiat. Il progetto “ Fabbrica Italia” è legato all’accordo con i sindacati e agli ostacoli finora frapposti dalla Fiom-Cgil.

La Fiat mentre in Italia tenta di chiudere lo stabilimento di Termini Imerese in Brasile vanta una produzione che va a gonfie vele. Nello stabilimento di Betin presso Belo Horizzonte si sfornano quasi 700 mila vetture, gli investimenti sono ingenti e in crescita, l’occupazione è passata da 11.600 operai a circa 15.600. La sindacalista milanese, cresciuta partendo dalle battaglie delle “ 150 ore”, quando siederà al tavolo di negoziato con Marchionne non potrà non tenere conto di quanto avviene in Brasile e i Serbia dove verrà spostata la produzione di Torino. La Fiat deve fare presto nel presentare nuovi modelli ( tra questi il ritorno della Panda a Somigliano d’Arco) considerato anche il crollo delle vendite di ottobre ( meno quasi il 40 per cento).

Per la Camusso si prospettano tempi stretti e complessi al fine di riallacciare le file con tutte le categorie e non andare a rimorchio della Fiom dalla quale nel 1977 fu costretta ad andarsene per divergenze. Dovrà anche riaprire il colloquio con Bonanni della Cisl e Angeletti della Uil per non restare isolata dopo che questi due sindacati sono andati avanti nella contrattazione e nella firma di importanti accordi con la Confindustria di Emma Marcegaglia e il governo.( smen)
28/10/2010 [stampa]
La condanna a morte di Tereq Aziz e la speranza di una pace nel medio oriente.
La condanna a morte di Tareq Aziz è stata commentata come “una vendetta postuma degli sciiti”, cioè l’ennesimo episodio di uno scontro che, avviato dalla persecuzioni del regime di Saddam Hussein, vede oggi le autorità di ispirazione sciita di Bagdad assumere un atteggiamento più duro nei riguardi degli ex persecutori sunniti.

Non c’è dubbio che l’ex ministro del governo iracheno, pur nel coinvolgimento nelle responsabilità del regime, si era sempre caratterizzato per una specificità diplomatica, sia nel 1991 che nel 2003, volta alla ricerca di mediazioni e soluzioni che si rivelarono troppo deboli per cambiare il corso degli eventi.

Questa sua caratteristica che lo ha fatto definire come “il volto spendibile del regime”,viene ritenuta da molti una espressione della sua educazione cristiana.

L’auspicio della Santa Sede e di altri che “la sentenza contro Aziz non venga eseguita” esprime l’esigenza di “ favorire la riconciliazione e la ricostruzione della pace e della giustizia in Iraq dopo le grandi sofferenze attraversate”. Ed è una giusta affermazione in quanto, senza una riconciliazione, non è pensabile un futuro dell’Iraq che conduca il Paese ad una vera stabilità e ad una possibile prospettiva di democrazia.

L’Unione Europea, da parte sua, ha sottolineato la contrarietà alla pena capitale. Anche questa appare una indicazione valida e dimostra una considerazione per i diritti della persona che ancora vengono violati in molte aree del pianeta.

A questo proposito non si può non considerare quanto è stato esposto nel recentissimo Sinodo dei vescovi del Medio Oriente che ha denunciato una situazione grave dei cristiani in quelle terre. Il risultato delle persecuzioni che subiscono questi fedeli è apparso anche su una pubblicazione inglese “L’indipendent” che ha iniziato , con larga evidenza, una inchiesta sulla fuga dei cristiani dall’Iraq e da tutta la regione.

Non c’è dubbio che nella regione mediorientale ci sia una situazione di violenza e di conflitto che ha un fondamento anche di carattere religioso. Il fatto che in questo conflitto appaiono soccombere i cristiani non aiuta nella strada per ritrovare la necessaria pacificazione. L’esortazione del Papa alla fine del Sinodo per un “rifiuto di ogni forma di violenza, di intolleranza e di discriminazione” e “ l’appello ad una pace giusta che tenga conto dei diritti di ogni uomo, la necessità di un dialogo nella verità per comprendere e farsi comprendere”, posseggono una forza persuasiva che sarebbe sbagliato coinvolgere nelle polemiche che si sono aperte sul Sinodo appena concluso.

Benedetto XVI è giustamente convinto che la persecuzione e il tentativo di emarginazione dei cristiani comporti la crescita della violenza sull’uomo e l’allontanamento della pace. Ma il Papa alle parole fa seguire i fatti e non a caso al termine del Sinodo ha annunciato che il tema al centro della prossima Assemblea generale ordinaria del Sinodo, in programma nel 2012, sarà “La nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana” che vedrà all’opera Monsignor Rino Fisichella alla guida del dicastero recentemente costituito.
03/09/2010 [stampa]
La visita di Gheddafi tra ragion di stato e critiche interessare.
Bene ha fatto un analista serio e pacato come Franco Venturini sul Corriere della Sera del 31 agosto a ridimensionare gli atteggiamenti scandalizzati di chi si è sentito offeso dalla visita del colonnello Gheddafi.

Certo il leader libico ha assunto toni e atteggiamenti che è forse poco definire folkloristici, ma non tutto è riassumibile a questo aspetto.

E’ se è pur vero che il quotidiano di Venturini possa essere sensibile agli interessi imprenditoriali ottenuti da un crescente interscambio economico e dalle opere che andranno a realizzarsi in Libia, tuttavia l’introduzione di logiche “morali” o “estetiche” sulla politica estera appare sempre di dubbia credibilità.

La storia, del resto, delle intese aziendali nei rapporti con la Libia è lunga e va dall’ingresso di questo Paese nel Capitale FIAT a quello nell’Unicredit di questi giorni. Bisognerebbe, comunque, mantenere equilibrio e correttezza e non giungere al punto che se l’interesse ad accordi aziendali con il paese islamico derivi da scelte autonome esso è auspicabile e accettato, altrimenti se interviene il governo per favorirlo allora è sospetto.

Risibile, poi, è il fatto, che si siano disgustati palati politici che, invece, nulla abbiano avuto a che dire per quelle posizioni, in passato assunte dall’Italia e ricordate anche da Cossiga nel suo recente libro-intervista “Fotti il potere”, concernenti “quell’accordo non scritto fatto da Moro con la guerriglia araba, che ci ha risparmiato un bel po’ di attentati” e che “prevedeva , in cambio dell’impunità più assoluta, con la possibilità di girare liberamente per l’Italia e di nascondere sul nostro territorio ingenti quantitativi di armi, i terroristi palestinesi non ci avrebbero fatto del male”.

La verità e che Gheddafi fu corteggiato da una parte della politica italiana anche quando aiutava il terrorismo.

Si dirà “ragion di stato”, ma analoghe e più trasparenti “ragion di stato” possono essere invocate per le utilità che deriveranno dalla attuale politica italo-libica.

Altrettanto discutibili sono state le reazioni alla intemerata del colonnello sulla islamizzazione dell’Europa. A parte la prevedibile risposta della Padania sulla difesa dell’Europa cristiana, le critiche più forti sono venute da coloro che, invece, contrastano, in nome di un multiculturalismo che pone sullo stesso piano, negli effetti sociali e di tenuta della democrazia, cristianesimo e fede mussulmana, qualsiasi politica volta alla integrazione delle popolazioni islamiche immigrate.

L’”islamizzazione dell’Europa” è una questione che non deve preoccupare solo se a proclamarla sia il leader libico; l’allarme dal campo cattolico non è solo quello dell’Avvenire di oggi, ma fu diffuso già tanti anni fa quando il Cardinale Biffi, per quanto concerneva l’Italia, richiamò i governanti ad un controllo sui flussi immigratori che favorisse l’ingresso di quelle popolazioni che potevano offrire una più ampia garanzia di integrazione con la società italiana. Non mancarono al Cardinale attacchi sia di parte politica che della stessa area cattolica di sinistra.

Anche i finiani hanno fatto sentire la loro voce, criticando “le pagliacciate”e affermando che “la dignità di una nazione è un valore”, ma sul piano delle politiche della cittadinanza affermano lo jus soli che significa una mera presa d’atto di chi nasce nel suolo italiano, senza che si valuti la volontà e la capacità di integrarsi nei valori storici, nelle istituzioni democratiche e nelle regole sociali dell’ Italia.

Certo, restano alcune questioni che sembrano ingiustamente cancellate con un colpo di spugna come la questione degli indennizzi o , comunque, delle riparazioni, per quei coloni che da un giorno all’altro furono mandati via dalla Libia e lasciarono nel Paese il frutto del loro lavoro.

C’è la questione dei flussi immigratori dalla sponda sud del Mediterraneo che l’Europa si rifiuta di valutare e contrastare e che, invece, l’Italia ha posto, come interesse nazionale, dentro le intese italo-libiche e che stanno dando alcuni risultati concreti. E se è inaccettabile le modalità con le quali Gheddafi ha posto la questione nei riguardi dell’Europa è altrettanto inaccettabile che di tutto ciò Bruxelles non intenda farsene carico.

E resta un “sospetto” che, come è noto, può indurre al peccato, ma che, forse, vede il giusto: l’interesse di altre nazioni europee a contrastare la politica estera dell’Italia per la Libia ed ancor più per la Russia. Essa ha colpito interessi e poteri che albergano in alcune capitali, ma che trovano in Italia voci disponibili.
01/09/2010 [stampa]
USA: Ritorno all apolitica identitaria?.
La grande manifestazione di Washington del popolo dei Tea Party è un sintomo che , forse, potrebbe rimanere tale.

Certo, Glenn Beck è solo il popolare conduttore di Fox TV, ma Sarah Palin nelle ultime elezioni presidenziali, che hanno visto la vittoria di Obama, aveva rappresentato una interessante novità nel Great Old Party.

Poi, le lezioni del novembre scorso in Virginia e nel New Jersey, che hanno premiato i repubblicani, sono state un segnale politico da non sottovalutare, poiché anche un acuto interprete della politica statunitense come Charles A. Kupchan, intervistato a maggio da Aspenia ha detto senza mezzi termini che “le previsioni più accreditate sono positive per i repubblicani per le elezioni di mid term del prossimo novembre: ciò potrebbe produrre un congresso a maggioranza repubblicana e dunque difficoltà ancora maggiori di governo per l’amministrazione”. Ed ha aggiunto: “ non solo a causa dei numeri ma anche del fatto che il partito repubblicano sta perdendo tutte le componenti moderate”.

L’elezione di Obama ha rappresentato un evento politico di portata storica: la dimostrazione che la democrazia americana è riuscita a realizzare la piena integrazione ed è questo un fatto assolutamente non accantonabile. Tuttavia il bilancio delle scelte del nuovo presidente usa dimostra anche che molto del suo consenso si era basato su un intelligente messaggio mediatico e che le sue scelte più importanti su imposte, finanza, politica estera, ambiente e sanità non hanno convinto l’opinione pubblica dimostrando che tra intenzioni e risultati c’è troppa distanza.

Rispetto al “mundialismo” di Obama, l’identità invocata da Beck ed i richiami ai Padri Fondatori ed il substrato religioso che animano alcune componenti di questa recente realtà organizzativa della politica americana, potrebbero contribuire , come ha scritto Maurizio Molinari qualche mese fa su La Stampa a “costituire la genesi di una nuova classe dirigente conservatrice”.

Si tratterà di vedere se il nuovo ciclo della politica americana, dopo la fine dell’era Bush, saprà consolidarsi e confermarsi in un nuovo mandato, oppure, come altre presidenze democratiche, terminare anzitempo, per la fragilità di un messaggio, che potrebbe rivelarsi soccombente rispetto alla realtà della società americana.
26/07/2010 [stampa]
Dopo la sentenza dell'Aja: la "Balcanizzazione" continua.
“Balcanizzazione” è un termine che definisce la riduzione di uno stato nella condizione di disordine interno ed esterno, ovvero la divisione di un territorio apparentemente omogeneo in una pluralità di stati piccoli, come è tipico del Balcani.

Questa spinta particolarista della politica dell’est Europa ha trovato una sua convalidazione giuridica dalla Corte di giustizia internazionale dell’Aja, con la sentenza che ha dato il via libera all’indipendenza del Kosovo.

Sentenza discussa in quanto basata sul fatto che l’autoproclamazione di indipendenza avvenuta il 17 febbraio 2008 “deve essere considerata alla luce della situazione de facto” e che essa “è coerente anche con la risoluzione 1244” dell’ONU che parlava del Kosovo come di provincia serba temporaneamente sotto amministrazione dell’ONU, perchè “ non ne conteneva la proibizione”.

Questo pasticcio giuridico ha visto l’aspro commento di Carlo Jean, presidente del Centro studi di Geopolitica economica e inviato Osce nella ex Jugoslavia per l’attuazione degli accordi di Dayton.

“ E’ come aver aperto il vaso di Pandora” ed ha aggiunto, nell’intervista al Sole 24 Ore del 23 luglio: “considerare legale la secessione di una regione da uno stato può avere implicazioni in altri contesti; penso a Catalogna, Irlanda del Nord, Paesi Baschi, ma anche i fiamminghi in Belgio, Tibet e Xinjiang in Cina , i Tamil nella Sri Lanka”.

Un indizio chiaro sul significato, nel contesto internazionale, di questa decisione lo si può cogliere nel diverso atteggiamento tenuto da Mosca e dalla Casa Bianca, contraria la prima favorevole la seconda. Come riferiscono autorevoli quotidiani, la diplomazia Usa, dopo aver messo in atto una massiccia attività di lobbying, ha invitato l’Europa a “mostrarsi unita” e il Segretario di Stato Hillary Clinton ha esortato tutti i paesi al riconoscimento del Kosovo a seguito del “decisivo” pronunciamento.

Un problema che rimane aperto e che trova scarsa eco nella opinione pubblica internazionale, ma soprattutto nelle cancellerie, è la sorte del Nord del Kosovo dove è dislocata la popolazione serbo kosovara cristiano ortodossa e dove si trovano i grandi monasteri. Paradossalmente l’autodeterminazione dei popoli che costituisce l’alibi per l’indipendenza del Kosovo si risolve nella “oppressione” del nord del Paese, di diversa religione.

Il micro nazionalismo a sfondo etnico o religioso, non risolve i problemi che furono posti, Storicamente, dal grande nazionalismo.

Il mondo contemporaneo non riesce ad esprimere compiutamente un’idea di comunità universale, strutturata da regole comuni che erano proprie della Cristianità medievale e della tradizione di Roma.

La cessione dei poteri degli stati nazionali a poteri sovranazionali e a quelli regionali non estingue i rischi dei conflitti e delle oppressioni.

In sintesi, la “balcanizzazione” continua …
24/05/2010 [stampa]
L'Europa, le regole e la speculazione finanziaria.
Nell’intervista allo Spiegel della scorsa settimana Jean Claude Trichet ha riconosciuto che la “situazione è difficile”, causata, soprattutto, dal “problema del debito pubblico” e per la quale occorre introdurre strutture migliori per l’attuazione dei controlli reciproci della politica economica europea e “ sanzionare le infrazioni al Patto di stabilità”.

L’autorevole ricetta del Presidente della BCE fa appello agli strumenti messi in campo in Europa dal Trattato di Maastricht e che, se già costituiscono un debole cordone difensivo per l’Euro, comunque , si dimostrano non adatti a contrastare le ondate speculative di carattere internazionale.

Anche lo strumento aggiuntivo del piano di emergenza di 750 miliardi, varato per difendere l’Euro, può intervenire sugli effetti e cioè per contribuire al risanamento dei conti pubblici degli stati più in difficoltà, ma restano fuori della sua portata le cause che hanno condotto a queste situazioni di sofferenza.

Nelle cause trovano spazio l’immensa mole dei prodotti derivati messi in campo dalle banche d’affari e dagli hedge fund di Wall Street e della City di Londra, il debito pubblico degli USA , giunto quest’anno al 12 per cento del PIL , lo svincolarsi della Cina dal ruolo di maggiore acquirente del BOT americani e, infine, la “sospetta” attività delle agenzie di rating che, invece di essere le sentinelle dell’equilibrio del sistema finanziario bancario , sono ormai accusate di indicare la strada agli speculatori.

In questa situazione sono del tutto insufficienti le ricette dei tecnocrati. Il potere finanziario dopo la fine degli accordi di Bretton Wood , la liberalizzazione dei cambi e della circolazione dei capitali e la legislazione usa sui fondi a rischio avviata nell’era di Greenspan è giunto ad un livello rispetto al quale la politica ed i governi non possono non intervenire.

All’interno dell’Ecofin, costituito dai 27 ministri economici dell’Unione Europea, l’Eurogruppo, cioè i Paesi dell’area Euro, un anno fa’, dopo lo scandalo dei mutui subprime negli USA, mise a punto una direttiva di restrizione dei fondi speculativi che è rimasta bloccata dal Regno Unito che anche il Corriere della Sera indica come “difensore degli interessi della City di Londra – dove è incentrato il grosso della parte europea di questo ricchissimo business - . Anche il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama sembra schierarsi con l’Eurogruppo e intende portare avanti norme per contrastare i “rischi eccessivi” e le attività “predatorie “ di Wall Street.

L’incontro di martedì 18 maggio dell’Ecofin costituisce un banco di prova della capacità dell’Europa, dopo l’approvazione del piano di emergenza, di compire un secondo passo politico e cioè dare inizio ad una normativa che avvii un sistema di regole per contrastare seriamente la speculazione finanziaria, far nascere una agenzia di rating europea e indirizzare l’azione degli istituti di credito verso l’obbiettivo primario del sostegno al finanziamento delle attività imprenditoriali per lo sviluppo.

Il confronto che potrebbe aprirsi in sede Ecofin, per quanto attiene all’Europa, richiama quella dicotomia tra capitalismo anglosassone e capitalismo renano che occupò gli analisti negli anni prima della globalizzazione finanziaria. Riportare la funzione del credito al suo vero ruolo economico, riducendone a livelli fisiologici il carattere speculativo, costituisce anche un importante obbiettivo delle democrazie europee che, altrimenti,in presenza delle pesanti politiche restrittive imposte dalle ricette della cultura finanziaria dei tecnocrati, andrebbero incontro a momenti difficili, con gravi ripercussioni sociali per i popoli europei.
12/05/2010 [stampa]
Respinto l’attacco all’euro dopo il crack della Grecia. Alti e bassi delle Borse, sospiro di sollievo dei risparmiatori. Tamponata la catastrofe per l'eurozona i problemi restano.
Dieci giornate di panico e la partita non è ancora chiusa.

L’Europa ha ballato, le Borse sono andate in fibrillazione, gli Stati hanno sfiorato il baratro, la catastrofe economica e finanziaria. Un inizio di maggio disastroso.

Tutto è partito dal crack della Grecia più grave del previsto e dalla necessità di aiutare la nazione ellenica a non fallire e quindi a non uscire dall’eurozona. Il salvataggio era difficile dopo che in ottobre le agenzie di rating avevano declassato la capacità di reggere l’urto sotto il peso del deficit pubblico che aveva raggiunto quota 12, 5 per cento. Un deficit nascosto e taroccato per entrare in Europa e successivamente ampliato per restarci.

Il nuovo governo greco di Papandreou si è trovato a fare i conti con la realtà, a scoprire le macagne della corruzione e degli spreghi accumulati per anni. Sembrava all’inizio che fosse possibile un intervento limitato. Poi invece mano a mano che i mesi passavano il disastro economico e finanziario diventava più grande.

La Grecia era inserita nei paesi Pigs( cioè maiali) con la Spagna, il Portogallo e l’Irlanda. La speculazione attaccava fortemente i punti deboli. Il pericolo del tracollo era prossimo. L’Europa tentennava a prendere decisioni drastiche e collegiali. La Germania non era d’accordo nell’accollarsi parte dei debiti contratti dagli spreconi greci e dai politici corrotti.

Dall’inizio dell’anno è partito così un duro braccio di ferro su chi dovesse sostenere il maggior onere del salvataggio visto che le banche tedesche e quelle francesi erano le più esposte.

Il governo italiano con il Ministro Tremonti e con il premier Berlusconi erano per la linea dura contro la speculazione. Occorreva però trovare un indirizzo comune, collegiale anche perché con l’Inghilterra e la Germania sotto elezioni era facile esporsi alle critiche degli euroscettici.

La vicenda greca metteva in evidenza la debolezza della costruzione della moneta unica: su 27 Stati dell’Ue ben undici a partire dalla sterlina non fanno parte dell’eurozona.

E questo accresceva le difficoltà.

Il precipitare degli eventi ha costretto in un primo momento i vertici dell’Unione con la Bce e il Fondo monetario a concordare con il governo greco un piano straordinario d’intervento: gli ormai famosi 110 miliardi. Dopo una prima pausa di sollievo la situazione è precipitata con la speculazione di nuovo all’attacco.

Questa volta di mira era presa la solvibilità degli Stati in difficoltà: Spagna, Portogallo, Irlanda. Dietro l’angolo c’erano anche l’Inghilterra e l’Italia.

La catastrofe era vicina. I Capi di Stato e di governo prima , i Ministri dell’Economia e delle Finanze dopo hanno respinto con affanno l’attacco all’euro, sfiorando il dramma quando l’Inghilterra a nome del Ministro dello Scacchiere decideva di non partecipare al salvataggio.

“ Cavatevela da soli” è stata la fredda determinazione inglese. Dopo una maratona di 11 ore a Bruxelles i Ministri dei 27 paesi dell’Eurozona hanno trovato l’accordo per la nascita di un Fondo salva-Stati da 750 miliardi di cui 600 dai paesi Ue e 150 dal Fondo monetario.
06/05/2010 [stampa]
La crisi Greca e l'Europa politica.
Come è logico che sia, la crisi finanziaria della Grecia fa emergere la vera questione e cioè l’adeguatezza o meno del progetto politico di unità europea.

Le incertezze ed i ritardi della Germania a dichiarare la sua disponibilità per un intervento di finanziamento, motivati anche dalle imminenti elezioni nel popoloso Land del Nord Reno-Vestfalia, il rischio dell’aggressione speculativa su altri Paesi ( Portogallo, Spagna, Irlanda), una Banca Centrale Europea ancorata ad una visione di cauta politica monetaria e come sostengono taluni osservatori “concepita come un passaggio intermedio nell’attesa … della nascita di un governo comunitario”, rendono evidente, ancora una volta, che, nonostante ( e, forse, a causa della ) la nascita dell’Euro, non c’è un’Europa politica.

L’Euro resta senza Europa e cioè una moneta senza Stato.

E’ difficile che questa situazione possa protrarsi molto a lungo termine. La debolezza politica si rivela tale da rendere difficili gli stessi interventi di carattere economico. La mera logica economica finisce per mettere in discussione se stessa: mancano reali garanzie della sostenibilità politica della costruzione monetaria, ma soprattutto la sola idea economica non può produrre un meccanismo automatico di perequazione a carattere transnazionale. Questo spiega il fatto che sono gli stati a salvare Atene. Anche la realtà di una notevole diversità delle economie, che si è ampliata con l’ingresso dei nuovi membri, tende a indebolire i già limitati meccanismi. Diciamola tutta: o l’Europa dà inizio ad una nuova fase più propriamente politica oppure la prospettiva europea tenderà a scomporsi sempre più sulle politiche nazionali.

Come ha analizzato a suo tempo Giulio Tremonti l’essenziale di questa nuova fase politica non può che partire dall’affermazione di un concetto di democrazia. Il potere politico in Europa non può essere dato in appalto alle burocrazie di Bruxelles o alla BCE, occorre rilanciare il ruolo del Parlamento attribuendogli l‘”iniziativa legislativa” sulle materie che esulano ormai dalla competenza nazionale.

C’è una certezza ed è quella che le formule e gli assetti tecnocratici non arrivano a governare i processi economici e non sono in grado di sostituirsi al ruolo dei governi. La crisi finanziaria globale ha visto il ritorno del ruolo degli Stati che le ideologie mercatiste avevano tentato di cancellare. Forse la crisi in Grecia ci aprirà la consapevolezza e la strada verso una Europa che intraprenda finalmente il suo cammino politico.
22/03/2010 [stampa]
Israele e il Golan con gli occhi della realtà.
Dall’incontro tra il Presidente della Repubblica italiana Giorgio Napolitano e il Presidente siriano Bashar Assad è scaturita da parte italiana la “preoccupazione per gli insediamenti a Gerusalemme Est” e la esigenza della “restituzione del Golan”, nel quadro della conferma di una visione della soluzione palestinese basata sulla “formula due popoli , due stati”.

Non c’è dubbio che nella prospettiva finale la questione del ridimensionamento degli insediamenti e la creazione dei due stati possano considerarsi un punto di arrivo , ma nella misura in cui si giunga ad una condizione di stabilizzazione dell’intera regione e la sicurezza di Israele sia ottenuta non su una base di deterrenza militare, ma come accettazione da parte degli stati arabi del riconoscimento dello stato israeliano.

Sulle alture del Golan che Israele occupò nella guerra dei sei giorni del 1967 ci sono delle ragioni che riguardano la sicurezza del territorio israeliano, ma anche altro tipo di considerazioni. La storia ci ha dimostrato che le annessioni territoriali a seguito dei conflitti, diventano spesso di carattere definitivo. In Europa chi oggi potrebbe pretendere la restituzione dei territori polacchi annessi alla Russia o, a sua volta, il ritorno della Prussia Orientale alla Germania o rimettere in discussione la questione istriana sul cui spossessamento dall’Italia gravano anche le tremende vicende delle stragi delle foibe.

Quello degli insediamenti nelle terre “occupate” o, come sostengono gli israeliani “contese” è un problema che va visto con un atteggiamento realistico, in quanto man mano che si consolidano le presenza dei coloni si allontana sempre più l’idea che si possa portare avanti la politica di “terra in cambio di pace”.

Al di là della poco felice coincidenza dell’annuncio dei nuovi insediamenti avvenuto durante la visita del vicepresidente americano Joe Biden e delle aspre rimostranze del Segretario di Stato Clinton, vi è la sensazione che la politica di Obama, sulla questione complessiva delle condizioni per il riavvio del processo di pace, abbia fatto qualche passo indietro rispetto alla prospettiva più realistica della Presidenza Bush.

Scriveva il Capo della Casa Bianca nell’aprile del 2004 ad Ariel Sharon: “Alla luce delle nuove realtà sul campo, tra cui l’esistenza di grandi centri popolati da israeliani, sarebbe irrealistico attendersi che l’esito dei negoziati sullo status definitivo sia un pieno e totale ritorno alle linee armistiziali del 1949… E’ realistico attendersi che si pervenga a qualsiasi accordo sullo status definitivo unicamente sulla base di cambiamenti approvati da entrambe le parti che riflettano questa realtà”.

A questa visione realistica non può sfuggire l’attuale inquilino della Casa Bianca che,comunque, dopo i giorni delle polemiche, il 18 marzo, in una intervista alla TV americana Fox ha smorzato i toni, confermando che “con il popolo israeliano c’è un rapporto speciale, ma gli amici a volte non vanno d’accordo”.
09/03/2010 [stampa]
L'Iraq non sarà mai un Vietman.
L’apprezzamento del Presidente Obama verso gli iracheni che sono andati a votare in gran numero , nonostante le minacce e gli attentati che hanno provocato numerose vittime, suona anche come il riconoscimento di un bilancio positivo, sotto il profilo storico, dell’intervento militare statunitense e la successiva presenza della coalizione occidentale in Iraq che ha consentito di avviare un percorso di democrazia.

Certo nel Paese rimangono ancora dolorose ferite di carattere civile ispirate dalle diverse “anime” religiose, la difficoltà a far funzionare lo Stato e la divergenza di interessi relativi al modo di ripartire la “ricchezza” che proviene soprattutto dai pozzi petroliferi.

La stabilizzazione della democrazia presenta qualche difficoltà anche nei Paesi dove essa ha una tradizione lunga e una condizione civile e di sviluppo ben diversa ed è, quindi, evidente come in Iraq essa appare più come un speranza che una possibile realtà.

Segnali di stabilizzazione sembrano, comunque, emergere da queste elezioni irachene quali, se confermato, il fatto che questa volta anche i sunniti siano andati a votare e, quindi, l’aumento della percentuale dei votanti, e, forse, una evoluzione più laica della rappresentanza, con un ruolo meno determinante delle liste religiose più conservatrici.

Accanto agli elementi positivi non mancano i rischi di una ripresa della guerra civile, mentre l’influenza degli sciti iraniani sul Paese, nel quadro dei rapporti internazionali determinati dalla prospettiva nucleare di Teheran, rende complesso il quadro geopolitico complessivo.

Il bilancio partecipativo delle elezioni irachene aiuta una analisi più di respiro di questa pagina importante della storia politica contemporanea che vede il sorgere del terrorismo islamico e l’intervento occidentale in queste aree geografiche . Soprattutto cancella quella interpretazione che in Italia la sinistra , riformista o massimalista, aveva espresso e cioè l’equiparazione tra Iraq e Vietnam, tanto è vero che autorevoli opinionisti ritengono che il Presidente degli Stati Uniti starebbe riflettendo sulla opportunità di mantenere le promesse di una riduzione da 90 mila a 50 mila dei militari a settembre ed il ritiro completo entro il 2011. I fatti dimostrano che vale la pena mantenere quelle condizioni che possono consolidare questo nuovo corso dell’Iraq.
08/03/2010 [stampa]
Per gli Armeni un "GENOCIDIO" impronunciabile.
La vicenda storica della persecuzione degli Armeni costituisce uno dei grandi drammi del XX secolo e non potrà mai essere trattata secondo una logica geopolitica.

Essa costituisce uno dei capitoli della immensa questione dei diritti umani che nello scorso secolo sono stati calpestati dai totalitarismi nelle diverse espressioni ideologiche.

E’ una grande e assurda pretesa quella che anima il ministro degli Esteri turco Ahmet Davutoglu che censura il comportamento della commissione esteri del Congresso che ha votato a stretta maggioranza una mozione che riconosce come “genocidio” il massacro operato dai turchi contro gli armeni tra il 1915 e il 1916.

Questo voto ha determinato il richiamo dell’ambasciatore turco a Washington e la convocazione dell’ambasciatore Usa al ministero degli Esteri di Ankara.

Anche le parole di Davutoglu non promettono niente di buono verso gli armeni ( “ ai membri della commissione dico questo: ogni intervento che fate… diviene un ostacolo al processo di pace fra Turchia e Armenia”) con i quali, peraltro, il governo turco è nella fase del confronto diplomatico per l’applicazione dei protocolli firmati lo scorso ottobre a Zurigo per il processo di pacificazione.

Questa grave irritazione di Ankara verso Washington lascia intravedere la possibilità di una serie di ritorsioni sul piano internazionale e si innesta in una evoluzione della politica estera di Ankara che suscita molti interrogativi.

Ci si domanda ancora quale sia il senso della denuncia del tentato golpe militare della fine di febbraio, se non quello di una operazione di sostegno del governo islamico, mentre permangono le perplessità delle cancellerie occidentali sull’indirizzo nazionalistico del Paese e la “rottura” con Israele sui quali abbiamo avuto modo di scrivere nelle note precedenti.

Ma la vicenda dell’irritazione per la parola “genocidio” non pone soltanto questioni di politica estera, ma riapre, abbastanza drammaticamente, il problema dei diritti e delle libertà individuali nella nazione turca.

Ritorna presso l’opinione pubblica internazionale anche il giudizio sull’articolo 301 del codice penale turco entrato in vigore il 1 giugno 2005 che punisce la cosiddetta “Turchicità”, la Repubblica o la Grande assemblea Nazionale Turca con la reclusione da sei mesi a tre anni, pena incrementata di un terzo se l’offesa viene commessa da un cittadino turco residente in un altro Paese. Queste norme ed altre furono criticate dalla commissione Ue, ma è evidente che fino a quando esse faranno parte del codice penale turco, significherà, di fatto, mantenere una valutazione negativa sulla condizione della libertà di opinione nel Paese confermando gli argomenti di chi non ritiene possibile l’adesione della Turchia all’Unione Europea, anche a prescindere dai vantaggi di carattere strategico o economico che da essa deriverebbero.
19/02/2010 [stampa]
Iran: le sanzioni o altro.
Sulla vicenda iraniana il sofisticato linguaggio diplomatico del ministro degli Esteri di casa Saud , al-Faisal, appare più algido, ma incisivo rispetto agli allarmi del segretario di Stato Hilary Clinton.

Non si sa bene se per, interiormente compiacersi, il Ministro di Obama ha gettato l’allarme su un Iran che “sta diventando una dittatura militare”. Mentre il Ministro dell’Arabia Saudita ha fatto sapere di “preferire una rapida soluzione del problema, piuttosto che un approccio graduale”, facendo, forse, intendere l’ipotesi di una colpo di stato militare.

Ora, da diversi anni, oltre le difficili strade delle sanzioni, alle quali sfuggono molti paesi, nonostante le decisioni dell’ONU o le improbabili verifiche dell’AIEA sull’andamento dell’arricchimento dell’uranio che, però non sono in grado di garantire l’uso pacifico, non è stata mai cancellata l’ipotesi di un cambiamento di regime ( regime change ), ritenuta fino a pochi mesi fa’ praticamente impercorribile.

Le recenti manifestazioni antigovernative e la loro la risonanza all’estero, hanno segnalato che più che un possibile attacco dall’esterno, in questo momento la regione di Ahmadi-Nejad è di fronte ad un pericolo interno, del quale non è chiara la portata.

Una cosa certa è che gli USA non gradirebbero il dover ricorrere ad un intervento, né di dover coprire uno strike chirurgico di Israele sui siti nucleari qualora Tel Aviv si sentisse realmente minacciata.. Agli Usa per il controllo della Regione bastano,al momento, la presenza in Iraq e i rapporti con l’Arabia Saudita e gli altri paesi arabi moderati, fino ad oggi solo marginalmente aggrediti dal terrorismo integralista.

Il prevalere della casta militare potrebbe comunque costituire un elemento nuovo se esso portasse ad una riduzione del potere della Guida Suprema. Certo, mentre ciò che sostiene il potere di Ahmadi-Nejad ha una visione religioso ideologica, la casta militare, per il suo intrinseco carattere tecnocratico, potrebbe conservare una visione nazionalistica, ma non ideologica.

Ci sono comunque lievi segnali che la situazione iraniana potrebbe essere alla vigilia di una possibile evoluzione, mentre si continuano a chiedere come dice il Ministro degli Esteri Franco Frattini “sanzioni condivise” o come specifica il premier israeliano Bibi Netanyahu “sanzioni in grado di paralizzare il settore energetico”.
15/02/2010 [stampa]
Sarkozy e Merkel salvano la Grecia e loro banche.
La posta politica è alta: difendere l’euro dagli attacchi della speculazione che approfitta della crisi di quattro paesi ( detti dai tecnici pigs, maiali) come Grecia, Spagna, Portogallo e Irlanda.

Era dal 1992 che l’Europa non conosceva una crisi così profonda.

L’interesse è comune: evitare reazioni a catena. Un anno fa a Bruxelles e a Francoforte nessuno si oppose all’intervento del Fondo monetario internazionale in aiuto dell’Ungheria, della Lettonia e della Romania. L’esperienza e la collaborazione del Fmi sarà, quindi, essenziale anche per la Grecia.

Nessun salvataggio o aiuto finanziario ma l’intera Comunità a 27 sarà a fianco del paese ellenico alle prese con la grave situazione provocata dalla crescita del debito pubblico ( i dati sono stati prima nascosti, poi falsificati, ora deve fare chiarezza sui numeri effettivi). La Grecia dovrà fare, innanzitutto, da sola per ridurre entro l’anno del 4 % il debito che è salito al 12,7 per cento. Se non gliela farà allora interverranno tutte le istituzioni europee e comunitarie: dalla Commissione Barroso, al presidente del consiglio il belga Heramn Van Rompuy, alla Bce di Trichet. Non mancherà l’America, minacciata anch’essa dall’aumento vorticoso del debito pubblico.

A favore della Grecia sono intervenuti con forti pressioni Sarkozy e Angela Merkel. Si è parlato negli ambienti europei di un rafforzamento dell’asse Parigi-Berlino. La realtà è che Francia e Germania non potevano stare a guardare il precipitare della crisi ellenica.

Le banche francesi sono esposte sulla Grecia per 79 miliardi , quelle tedesche per 43 e quelle italiane solo per 9. Si capisce allora il perché dell’attivismo di Sarkozy e della Merkel.

Anche l’Italia ha un enorme debito pubblico ma per ora i mercati si fidano della sostenibilità italiana dei suoi conti pubblici. Anche se l’Italia sta uscendo dalla crisi, osserva Draghi, con un tasso di crescita basso, ai minimi europei. L’euro è saldo? Sì ma le preoccupazioni non mancano. Come , secondo Trichet, non c’è rischio di dubitare sui conti di altri paesi.
15/02/2010 [stampa]
Dopo il Vicepresidente Antonio Tajani la diplomazia italiana punta a Mister Euro e alla guida della Bce.

Il ruolo dell'Italia a Bruxelles nella stanza dei bottoni dell'UE.
La prima conseguenza dell’entrata in vigore nell’Europa dei 27 della “ Costituzione leggera”, il primo dicembre 2009, è stata la nomina di un presidente stabile ( due anni e mezzo) del Consiglio, di un Ministro degli esteri, l’estensione del voto a maggioranza, il rafforzamento del Parlamento di Strasburgo. L’ultima firma che mancava l’ha messa, il 3 novembre 2009, il presidente della Repubblica Ceca Vaclav Klaus, 68 anni, considerato un “ eurodissidente”.

Negli ultimi tempi l’Unione europea non scalda i cuori dei popoli, anzi suscita indifferenza per l’eccessiva burocrazia e la scarsa voce ai cittadini. Anche se un’Europa forte appare sempre più una necessità e non un’opzione. Resta, tuttavia, ancora la figura del Presidente di turno, durata sei mesi, che dal primo gennaio tocca alla Spagna di Josè Zapatero e da luglio al Belgio. A Bruxelles guida poi la Commissione Ue il portoghese e popolare Josè Manuel Barroso, confermato per un secondo mandato.

C’è un certo affollamento al vertice delle istituzioni europee varate a seguito della sofferta approvazione del Trattato di Lisbona, che aveva avuto una prima bocciatura dall’Irlanda e un’accoglienza molto fredda da parte della Slovacchia. Per l’Italia questo giro di nomine non è stato molto vantaggioso.

Dopo veti e compromessi è stato scelto come presidente del Consiglio dei Ministri il cattolico belga Herman Van Rompuy, 62 anni, di levatura indubbiamente inferiore a quella di Tony Blair nei confronti del quale sono scattate riserve tali da far rientrare la sua nomina.

Anche per il Ministro degli esteri si è trovata una soluzione che ricompensasse l’Inghilterra nominando la baronessa Catherine Ashton, 53 anni, laburista, invece di Massimo D’Alema proposto da una parte dei socialisti e appoggiato dal governo italiano. Per ora l’Italia ha ottenuto un rafforzamento del ruolo di Antonio Tajani, vicepresidente della Commissione e responsabile dal 2010 dell’industria e quindi anche del delicato settore dell’auto, che da lavoro a 12 milioni di persone e che attende da Bruxelles un segnale positivo sul tema degli ecoincentivi. Tajani ha anche la delega del progetto spaziale “ Galileo” per la prossima generazione di sistemi satellitari di posizionamento globale.

L’Italia è debole , comunque, nelle strutture intermedie, quelle che poi preparano i dossier da discutere e nei direttori dei dipartimenti. L’obiettivo ambizioso della diplomazia italiana è quello di puntare alla nomina di “ Mister Euro” e cioè alla presidenza dell’Eurogruppo da decidere entro la fine dell’anno e alla presidenza della Banca centrale europea, in scadenza alla fine del 2011.

Non è un segreto o un mistero che alla prima carica aspiri l’attuale ministro dell’economia Giulio Tremonti, reduce dai buoni risultati del G8 dell’Aquila e della lotta ai paradisi fiscali ( lo scudo fiscale ha riportato in Italia ben 95 miliardi di euro).

Per la seconda è in pole position il governatore della Banca d’Italia Mario Draghi che in questi anni si è accreditato come personalità di livello internazionale. Per il successore lussemburghese Jean Claude Junker Tremonti e Berlusconi dovranno fare i conti con il presidente francese Sarkozy che punta sul suo ministro delle Finanze Christine Lagarde. Draghi ha un forte concorrente con il presidente della Bundesbank Alex Weber spinto dal Cancelliere tedesco Angela Merkel.

Quali gli scenari per l’Europa dei prossimi mesi? Van Rompuy presiederà tutti i vertici dei Capi di Stato e di governo ma svolgendosi tutti a Madrid avrà accanto “ con un ruolo di primo piano” Zapatero come conferma il Ministro degli esteri spagnolo Miguel Moratinos. Il premier socialista spagnolo organizzerà, poi, tutti gli incontri ministeriali. Alla baronessa inglese spetterà d’incontrare tutti i capi delle diplomazie dei 27 paesi europei. A febbraio 2010 entreranno, infine, nel pieno dei loro poteri Barroso e i commissari europei.

A quel punto la macchina delle istituzioni europee, la cosiddetta stanza dei bottoni, sarà completata nella sua struttura e potrà fissare gli obiettivi da raggiungere. Quali? Uno dei compiti che i vertici mondiali dovranno affrontare è quello di fissare la strategia di uscita dalla crisi economica. Le linee sono state già discusse sia nel G8 dell’Aquila che nel G20 di Pittsburg. Ma, come osserva il governatore della Banca d’Italia Mario Draghi , ci vuole prudenza e determinazione per non ripetere gli errori che hanno portato le economie mondiali sull’orlo della catastrofe.

Il secondo filone è quello del rilancio dell’Unione per il Mediterraneo, tema che sta particolarmente a cuore al presidente della Repubblica francese Nicolas Sarkozy che si è recato in Algeria, Libia, Marocco e al premier italiano Silvio Berlusconi dopo gli accordi con la Libia sulle opere pubbliche, l’autostrada, sulle energie ( petrolio, metano) e sugli immigrati. Altro tema, sul quale insiste Zapatero, è quello di un riavvicinamento tra Ue e Cuba.

I dubbi che sorgono riguardano le possibilità di coesistenza tra i vari timonieri europei. Gli spagnoli si dicono convinti che “ non ci sarà concorrenza ma complementarietà” tra i soggetti istituzionali. La realtà è un po’ più complessa visti i diversi interessi dei 27 paesi europei.

La prima verifica si avrà a Valladolid in Spagna quando si affronterà il tema dell’auto ibrida e di quella elettrica dopo il via verde degli aiuti al settore automobilistico legati non solo all’uscita della crisi ma al sostegno di innovazione e prodotti con motori ecosostenibili.

Con la previsione di due miliardi di veicoli nel 2035 sarà inevitabile trovare alternative allo sfruttamento del petrolio e all’aumento dell’inquinamento. Antonio Tajani mette avanti le mani. Punti fermi, osserva,restano l’innovazione e l’auto verde. Ok, quindi, agli aiuti purchè limitati nel tempo, destinati ad una vera rottamazione del veicolo inquinante e all’acquisto di un mezzo nuovo ecosostenibile. Occorrerà anche fermare l’abuso di inviare auto vecchie ai paesi più poveri, aggravando la situazione ambientale. Una politica verde ,comunque, non contro l’industria.

Altri due temi di grande rilievo sono l’allarme per la crescita della disoccupazione ( in Italia 8,5, sui livelli del 2003 ) e il debito pubblico di numerosi paesi. Sono troppi i senza lavoro osserva la Bce guidata dal francese Jean-Claude Trichet. Preoccupa, infine, il debito pubblico dei paesi Ocse. Per i prossimi quattro anni, fino al 2014, i deficit dei paesi di Eurolandia supereranno i limiti previsti dal Patto di stabilità.

In questo contesto quello che desta maggiori allarmi è quello greco giunto al 135% del prodotto interno lordo. Non vanno bene neppure i conti del deficit pubblico italiano che raggiungeranno il 120 per cento nel 2011. Tutti i paesi dovranno fare sforzi significativi di contenimento in attesa della ripresa economica che , secondo tutti gli esperti, sarà ancora lenta.

Gli obiettivi da raggiungere sono ancora molti: il rilancio e il completamento del mercato unico; l’impostazione di una politica energetica comune per diminuire la dipendenza dalla Russia e dal petrolio; il varo di politiche e comportamenti comuni di fronte al fenomeno dell’immigrazione;una maggiore cooperazione culturale e turistica.

Fissati ormai i confini dell’Europa , con qualche ritocco nei Balcani, le istituzioni dovranno anche impegnarsi per assicurare maggiore sicurezza e protezione
10/02/2010 [stampa]
I tre imperi.
La polemica di Pekino sulla vendita di armi degli USA a Taiwan e le accuse della Clinton di “pirateria informatica”, dopo che un importante motore di ricerca aveva reso noto che hacker cinesi erano entrati nelle caselle postali di dissidenti cinesi, non cambiano, sostanzialmente, lo scenario internazionale globale internazionale dove, come sottolinea una importante rivista italiana di geopolitica, “America e Cina si scoprono come difensori dell’attuale ordine economico, nel quale saranno primi fra pari”.

L’interessante corollario di questo duopolio internazionale è rappresentato anche dal rapporto di debito/credito fra le due potenze, assolutamente complementare.

Ma questo spostamento dell’equilibrio mondiale dall’Atlantico al Pacifico che si configura come principalmente fondato su un ordine economico, ha, invece, come è sempre stato nelle relazioni internazionali , un carattere politico.

Da un lato gli Stati Uniti erano da molti anni, già prima del crollo dell’Unione sovietica, nella condizione di supremazia, tanto che già negli anni ’80 si era parlato di unipolarismo nella politica internazionale con riferimento agli USA.

L’emergere della Cina ed in parte dell’India ha riproposto la logica della geopolitica rispetto alle interpretazioni dell’ultima parte del millennio circa la fine della storia. Non a caso in Oriente il Giappone , un tempo, in qualche modo, “satellite” degli USA, oggi non può prescindere da un rapporto con Pekino.

Lo scenario che si va palesando è quello descritto da Parag Khanna, direttore della Global Governance Initiative, docente della Georgetown University, incluso dalla rivista Esquire tra le 75 persone più influenti della terra, consigliere di Barack Obama che, in una intervista nel n.45/2009 di Aspenia, dice che “fra trentanni resteranno solo tre potenze vere: Europa, Cina e Stati Uniti”, aggiungendo che “ la Russia è destinata ad essere integrata nell’orbita europea”. Le interessanti tesi esposte nel libro ”I tre Imperi” tradotto in Italia nel 2009, si esprimono positivamente circa la maggiore efficienza del sistema finanziario europeo e la maggiore dinamicità commerciale dell’Europa, rispetto agli Stati Uniti.

Non mancano inoltre segnali che convergono verso la necessità di una evoluzione per grandi linee, rispetto alle permanenti tendenze nazionalistiche o di equilibri interni alle aree continentali La vittoria in Ucraina del filo-russo Yanukovich sembra aver liquidato definitivamente la rivoluzione arancione con il suo carattere nazionalista, ispirata da chi intendeva creare una barriera di stati tra l’Europa occidentale e la nuova Russia. Nel contempo è apparso anacronistico il tentativo di riproporre un asse Parigi-Berlino con l’idea di un collegamento tra i due esecutivi che avrebbe riportato indietro la politica europea, mentre occorrerebbe rimanere collegati alla tradizione dell’impulso politico partito dal disegno, a misura continentale, di Adenauer, Schuman e De Gasperi.

Il recupero dell’idea di Nazione non deve essere confusa con una concezione nazionalistica della politica e l’Europa, dopo il raggiungimento di importanti obbiettivi di integrazione, ha bisogno di un nuovo grande progetto. Come ha scritto Fyodor Lukyanov direttore della rivista “Russia in Global Affaires”: “tra pochi anni la situazione comincerà a cambiare, man mano che Mosca e Bruxelles capiranno che, nel mondo inquieto del XXI secolo, non costituiranno una vera forza se agiranno separatamente”.
02/02/2010 [stampa]
La svolta di Berlusconi: Israele nella UE.
La forte iniziativa politica del Presidente Berlusconi in Israele culminato nel discorso alla Knesset costituisce un evento di larga portata per la politica estera italiana e per il quadro internazionale.

Con l’auspicio dell’entrata di Israele nella Unione Europea Berlusconi ha colto un punto nodale dell’orizzonte politico europeo e mediterraneo destinato ad aprire nuovi ed importanti scenari.

Questa scelta indica una svolta rispetto alla tradizionale politica estera italiana nell’area che, dai tempi di Moro, non era sostanzialmente cambiata ed aveva avuto una riconferma quando la sedia di ministro degli esteri , negli ultimi anni, era stata occupata da Massimo D’Alema.

La linea di politica estera italiana aveva avuto un ruolo importante nel determinare una visione diplomatica e della sicurezza europea fondata, di fatto, su una alleanza euro-araba con il sostegno unilaterale europeo alla Palestina. Nei termini tradizionali, cioè prima del manifestarsi a scala internazionale del terrorismo islamista e prima dell’emergere di forti preoccupazioni circa i programmi nucleari iraniani, questa linea appariva, tutto sommato, fondata su un equilibrio ritenuto necessario e non dannoso per Israele.

Questa politica estera della UE è stata superata negli ultimi anni a partire dallo sviluppo della seconda Intifada, per proseguire con gli attentati terroristici a scala internazionale e l’affermarsi del negazionismo iraniano.

Con un atto coraggioso il premier italiano inserisce Israele nel quadro di un equilibrio per la sicurezza – come già avevamo indicato nella necessità di far aderire Israele nella NATO - di fatto invitando i paesi arabi a tener conto del peso che un’adesione alla UE avrebbe nel quadro degli equilibri strategici del Mediterraneo e del vicino oriente.

Questa scelta, inoltre, nel dover tener conto di questa condizione più ampia e complessiva, potrebbe rafforzare lo status di quei paesi arabi moderati che intendono mantenere un forte rapporto con l’Europa e si sottraggono allo scenario terroristico imposto da certo integralismo islamico.

Qualcuno ha ricordato che l’onore di parlare alla Knesset era stato riconosciuto fino ad oggi solo a George Bush, Nicolas Sarkozy e Angela Merkel, non a caso , per gli ultimi due, protagonisti di un indirizzo di politica internazionale europea non condizionato dalla sinistra. Anche l’Italia con il successo di Berlusconi supera, in questo importante spazio della diplomazia, l’”intreccio” politico culturale di centro-sinistra.
20/01/2010 [stampa]
La strada nazionalista di Ankara.
L’evoluzione della politica estera turca preoccupa i commentatori occidentali in quanto sembra affievolirsi l’attenzione dell’Unione europea, mentre l’islamizzazione del Paese, in qualche modo, avanza, e ne risultano incrinati i rapporti con Israele.

Non c’è dubbio che il venir meno della divisione dell’Europa, il superamento della politica dei blocchi e l’emergere dello scenario globale, hanno modificato l’orizzonte nel quale la Turchia si era collocata in un quadro occidentale, fino agli anni ’90.

Oggi l’orizzonte geopolitico di una Europa dall’Atlantico agli Urali si è sostituito alla cortina di ferro e, di conseguenza tende ad essere emarginato il ruolo “occidentalista” della Turchia e, quindi, ad affermarsi una moderata politica nazionalista turca che si orienta verso un proprio sistema di difesa e si sottrae alle esigenze strategiche usa sullo scudo missilistico, né gradisce le tentazioni nucleari iraniane, pur interessata ad evitare sanzioni nei riguardi di Teheran.

Questo nuovo indirizzo di Ankara, in qualche modo, allontana il Paese dalla prospettiva europea e la rinvia a tempi nei quali il peso strategico e demografico del Paese sia meno traumatico per l’Unione europea; la cosa più importante per l’Ue è tenere d’occhio l’evoluzione dell’influenza dell’islamismo sul Paese, impostando programmi e relazioni in grado di favorire il mantenimento di una politica moderata.

La chiave di volta delle politiche del Medio Oriente risulta essere sempre di più la questione iraniana con gli sviluppi diplomatici e non che ne potrebbero scaturire. L’atteggiamento degli USA resta determinante: Bush, tutto sommato, non aveva in mente programmi di intervento militare, ritenendo sufficiente il controllo dell’Iraq; Obama, se dovessero crescere i rischi di un programma nucleare iraniano non solo civile, si troverà di fronte a decisioni davvero difficili.
17/01/2010 [stampa]
Obama tassa le banche. Restituire i soldi presi.
La potenza delle Banche americane non è mai stata messa in discussione. Lo sviluppo economico, il capitalismo e neocapitalismo Usa si sono basati da più di duecento anni sulla capacità di influire nelle decisioni di imprese e degli enti federali del sistema bancario, prima ancora di quello finanziario.

Banche uguale potere. Intorno al pianeta lobby, arricchimenti, fallimenti, crescita dell’industria petrolifera, dell’energia, dell’automobile, dell’industria bellica ( armi, missili, navi, aerei). Qualche volta, come nel 1927 o nel 2008, fanno crac. Il meccanismo s’inceppa. Le banche motore dell’economia vanno in crisi. Il sistema economico corre il rischio di fermarsi, parzialmente o totalmente.

Di fronte al fallimento di alcune delle grandi banche il governo Usa di Barack Obama è intervenuto, con celerità, mettendo sul piatto un fiume di dollari e tamponando le falle. Il fondo ( piano Tarp) per il salvataggio delle grandi imprese all’apice della crisi finanziaria prevedeva 341 miliardi di dollari.

Non appena però la crisi ha rallentato e i grandi gruppi hanno risistemato i conti ecco scattare il vecchio vizio, principalmente americano, di pagare incentivi d’oro ai propri managers.

I compensi extra sono tornati d’attualità. Il contrasto tra un’economia reale ancora in sofferenza ( la Banca mondiale continua a chiedere prudenza perché la crisi non è completamente superata), con una disoccupazione arrivata a 16 milioni e la pioggia di utili e megastipendi in pagamento a Wall Street è apparso non solo evidente ma ha suscitato l’indignazione di larghi strati della popolazione.

Il Presidente Usa, alle prese con la crisi di Haiti, con il terrorismo in Afghanistan, la spina atomica dell’Iran, il riacutizzarsi degli attentati da parte di aderenti ad Al Qaeda, non poteva non essere sensibile ai richiami che venivano dai ceti più in difficoltà che lo hanno fatto eleggere Presidente.

Si è mosso, così, rapidamente. Ha annunciato, in un discorso estremamente breve di sei minuti, che verrà chiesto il conto ai responsabili della crisi, individuati nei big del credito di Wall Street. Un ragionamento semplice: basta con i comportamenti irresponsabili dei banchieri e con i loro bonus odosiosi.

“Se le banche sono abbastanza sane per pagare maxibonus allora lo sono anche abbastanza per risarcire i contribuenti”. La Casa Bianca ha, quindi annunciato, l’introduzione di un tributo ( chiamato fee, tariffa) ossia una tassa finalizzata a recuperare 117 miliardi di dollari spesi dai contribuenti Usa per il salvataggio delle banche Usa e resterà in vigore per 10 anni fine ad estinzione. La tassa colpirà 50 società tra cui i colossi Aig, JP Morgan, Banck of America che vantano patrimoni superiori ai 50 miliardi di dollari.

La cura Obama contro l’oscenità dei bonus passerà ora la vaglio del Congresso dove ci sarà battaglia e sarà proposta anche ai paesi del G20 anche perché a Pittsburg era stata varata una direttiva di “moral suasion” contro i maxi-bonus. “Ridateci i soldi” gridato alle banche è un manifesto di grande effetto politico e mediatico.

Per Obama “recuperare ogni singolo centesimo speso dagli americani per salvare le banche” diventa una sfida per stare in sintonia con i milioni di poveri che la ricca America annovera. Alla tassa si aggiunge poi la decisione della Fed, la banca centrale, di chiedere alle banche più trasparenza per i consumatori e tutela per i minori.

E’ una lezione anche per l’Italia? Viste le reazioni all’annuncio del premier Berlusconi di ridurre le tasse a sole due aliquote crescono i dubbi che in Italia prevalgano le alchimie politico-burocratiche. Il sistema fiscale italiano è stato disegnato negli anni Sessanta e rattoppato più volte. Riflette un mondo che non c’è più continua a dire il Ministro Giulio Tremonti.

La riforma va fatta al massimo entro il 2013 e con essa va rivisto l’intero impianto del sistema del credito. Le banche italiane sono tra le più care del mondo e con più lacci e laccioli rispetto a quelle olandesi, francesi, tedesche e inglesi.
23/11/2009 [stampa]
Roma o Londra, quale Europa dalle nomine di Bruxelles?.
Il risultato della notte delle nomine europee è il prodotto dell’intreccio di disegni diversi che si sono scontrati a Bruxelles e che hanno trovato un punto di mediazione di basso profilo.

  La verità, infatti, è che l’Europa è sostanzialmente divisa sugli indirizzi di fondo che dovrebbero presiedere alla sua politica estera.

  E’ una antica questione quella che impedisce ad una Europa unita nel mercato interno e nella moneta (tranne, comunque, la Gran Bretagna ) di assumere lo status di grande potenza a motivo della inesistenza di una vera e robusta politica estera, a dimostrazione che è la politica e non l’economia a definire i ruoli e la dignità della nazioni.

  Si è partiti dalla questione della candidatura di Tony Blair a Presidente del consiglio europeo, rispetto alla quale si è avuta l’opposizione, di una  parte del Partito Socialista europeo ed anche di Sarkozy e della Merkel che hanno preferito puntare su colui che è stato nominato , cioè il Premier Belga Herman Von Rompuy. Ma è probabile che ad influire sul diniego, anche se non in maniera trasparente,  siano stati soprattutto i due premier francese e tedesco.

  Il senso di tale opposizione appare evidente: la personalità di Blair, di livello,  è senza dubbio legata ad una visione di politica globale, nella quale l’asse politico sia rappresentato dall’Occidente nella visione anglosassone dell’intesa di  ferro Stati Uniti - Gran Bretagna. La Francia e la Germania sono orientate  ad una visione più geopolitica,  sulla direttrice di una Europa che si muova nell’orizzonte “dall’Atlantico agli Urali”. Un emblema di questa direttrice russo tedesca è rappresentato dai progetti dei gasdotti in via di realizzazione, ed in particolare dal Nord Stream che collega direttamente via mare la Russia alla capitale tedesca.

  Anche sulla questione dell’ingresso della Turchia in Europa, il nuovo Presidente del consiglio europeo sembra allineato a Francia e Germania avendo, a suo tempo dichiarato che con l’ingresso di Ankara “ i valori universali che sono in vigore in Europa, e che sono anche i valori fondamentali della cristianità, perderanno vigore”.

  Sulla scelta del ministro degli esteri della UE il discorso è più articolato. Anche sulla mancata indicazione di D’Alema ha pesato una divisione importante: quella all’interno dei socialisti europei. Questi si sono divisi tra i filo inglesi e gli altri e, con l’argomento, molto strumentale, introdotto da Zapatero sulla improponibilità di un candidato che non fosse espressione di un governo nazionale, hanno bloccato la candidatura di Massimo D’Alema.

  Ad annunciare l’esito della vicenda era strato il Financial Time  che ha definito il candidato italiano “ un uomo di sinistra, ferrato negli intrighi della politica italiana”, forse rimproverandolo ancora una volta per il presunto agguato che portò alle dimissioni del primo governo Prodi. Questa presa di posizione non è una sorpresa, conoscendo la freddezza, poco cordialmente ricambiata,  dell’ex primo ministro nei riguardi dei salotti illuminati e del capitalismo finanziario.   La nomina della baronessa Ashton , commissaria al Commercio internazionale e, naturalmente, “senza mai essere eletta”, è  il risultato di compromesso per tenere dentro una Gran Bretagna sconfitta sulla candidatura Blair.  La nomina rende poco operante questa importante carica europea.

  La stampa italiana ha interpretato  le nomine o  , cogliendo solo l’aspetto più evidente, titolando  “l’Europa sceglie il basso profilo”( Corriere della Sera”) o con malcelata soddisfazione: scrivendo di “una sconfitta annunciata” ( la Repubblica ).  Quest’ultima, in particolare, oltre a rilevare ed auspicare che la baronessa si appoggerà per la sue scelte al Foreign Office, suona l’allarme annunciando che “l’Europa … si è data un volto e un numero di telefono, è il volto e il numero di Angela Merkel “.

  Il giornale di De Benedetti ha anche velenosamente sibilato che D’Alema “paga la crescente irrilevanza dell’Italia”, ma è nota l’interessata incomprensione per una linea di politica estera di Berlusconi attenta a stabilire rapporti strategici con la Russia, senza assumere atteggiamenti antiamericani.

  L’intera vicenda ci richiama le parole del Ministro Tremonti nell’intervista a Dino Messina e pubblicate nel maggio 2008 a proposito della costituzione europea e dei contenuti della Carta di Lisbona, confrontando le due visioni che hanno accompagnato la nascita e lo sviluppo dell’Europa, quella di Roma e quella di Londra: “ Londra è il luogo simbolico, la capitale tanto della modernità scientifica quanto del mercatismo. Da Londra si irradia infatti un’idea dell’Europa appiattita nella geografia piana del mercato: una grande area economica di libero scambio senza istituzioni politiche, solo con authorities organizzate come guardiani del traffico. Diversamente, Roma non è solo il  luogo del passato: è il luogo dei valori e delle tradizioni senza i quali non ci può neanche essere un futuro”. Le parole di Tremonti si concludevano con un ottimistico: “ Io sono convinto che Roma stia vincendo su Londra”.

  Il quadro che è emerso da Bruxelles non è confortante, tuttavia davvero dovesse aver vinto Berlino su Londra, gli eventi ci diranno se ciò significherà la conferma della prospettiva dell’Europa nata a Roma dalle idee di Adenauer, De Gasperi e Schumann, ma anche di De Gaulle.    
20/11/2009 [stampa]
Israele nella Nato.
La sicurezza di Israele costituisce un elemento assolutamente non negoziabile della politica europea e nord americana. Attorno a questo dato si debbono leggere le vicende mediorientali, anche rispetto alla corretta esigenza di assicurare stabili condizioni di pace e di giustizia nella regione. Israele, in termini strategici, fa parte dell’Occidente e ciò non solo in funzione di una logica geopolitica, ma come elemento della sua identità e della sua stessa escatologia religiosa.

Ma l’Occidente deve garantirne la sicurezza ponendo in campo i suoi strumenti diplomatici ed operativi facendo passi in avanti, anche perché la soluzione alla fase conflittuale oggi in atto non può che ritrovarsi in un quadro di stabilità complessiva e le garanzie bipolari, valide nell’immediato, non sono sufficienti a costruire l’equilibrio più generale. Dal 1994 Israele ha partecipato al Dialogo Mediterraneo della NATO, nel 2001 ha firmato un accordo di sicurezza che fornisce il quadro per la protezione delle informazioni classificate , mentre esercitazioni militari congiunte Israele NATO si sono cominciate a svolgere sin dal marzo 2005.

Comunque la strada per l’ingresso di Israele nella NATO non è facile, anche perché non è gradito ad una parte della politica di Tel Aviv. Inoltre, anche il cosiddetto mondo arabo moderato, come dice Sergio Romano, vede “nello Stato ebraico una quinta colonna delle vecchie potenze coloniali” o addirittura “una ennesima manifestazione dell’imperialismo occidentale”.

Un segnale da leggere in questo contesto è stato la cancellazione dell’esercitazione aerea “Anatolian Eagle” della NATO con l’intervento dell’aeronautica israeliana che si sarebbe dovuta svolgere il recente 12 ottobre nella base militare di Konya a sud di Ankara. L’annullamento per intervento del governo turco, secondo la stampa israeliana, sarebbe stato motivato dalla pressione dell’opinione pubblica turca particolarmente ostile ad Israele dopo l’operazione piombo fuso nella striscia di Gaza. Emergono, invece, motivazioni più articolate che tendono a collegare una serie di elementi che vanno dal recentissimo accordo militare con la Siria all’intensificarsi dei rapporti economici con Damasco e Baghdad, dalle commesse con i governi di Cairo, Libia e Quatar al alle linee politiche del nuovo ministro degli Esteri, il filo conservatore islamico Ahmet Davutoglu.

Ora, se la logica della politica internazionale, finita l’era dei nazionalismi e nella difficoltà che incontrano gli approcci unilaterali, come la vicenda irachena dimostra, si orienta verso una visione geostrategica, occorre convincere sia Israele che i Paesi arabi fuori dall’integralismo, che le garanzie per tutti ,rispetto alle minacce interne o esterne, si hanno attraverso un equilibrio offerto da una pluralità di attori.

Anche nei riguardi delle tensioni con l’Iran riferibili allo sviluppo dei programma nucleari di Teheran, la “deterrenza estesa” costituisce un elemento rafforzativo per convincere ad una politica che si privi di ogni ipotesi di aggressione. L’ex leader spagnolo Aznar espresse a suo tempo una opinione molto efficace: “ Occorrerebbe che la NATO, l’istituzione che incarna la solidarietà militare per eccellenza, invitasse ufficialmente Israele a farne parte. Sarebbe anche percorribile la strada di accordi strategici bilaterali tra gli Stati aderenti alla NATO ed Israele; qualora ciò avvenisse, Teheran comprenderebbe che l’unità è reale, non solo di intenti, e questo l’indurrebbe necessariamente a pensarci due volte prima di dar seguito alle proprie minacce”. .
Francesco e Chiara nella riflessione di Chiara Frugoni
di Fausto Belfiori.

Gennaio 2012.

Un Calcio al pallone
di Ernesto e Sergio Menicucci.

Febbraio 2011.

Una lunga incomprensione. Pasolini fra Destra e Sinistra
di Adalberto Baldoni e Gianni Borgna

Novembre 2010.

Saggio
Studi cattolici

n.589 di Marzo 2010.

Essere nel Mosaicosmo
di Tommaso Romano

Dialoghi con Maria Patrizia Allotta e Luca Tumminello.

Mezzo secolo di Fiume
di Giuseppe Parlato

Economia e società a Fiume nella prima metà del Novecento.

Francesco Cossiga
La versione di K

Sessant’anni di controstoria.

Insistete a tempo e contro tempo
di Belfiori Fausto

Si tratta di un diario relativo a 3 anni (1999,2001 e 2005) ciascuno dei quali...

Se la "morte cerebrale" non è la vera morte.
da un libro di Paolo Becchi.


Fede economia e sviluppo
di Riccardo Pedrizzi

Formato: 13 x 21 cm.
pagine: 160

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