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20/01/2012 [stampa]
Perplessita’ su un’iniziativa di Fausto Belfiori
Un gruppo di scrittori ha espresso solidarietà alla figlia di Esra Pound nell’azione legale contro i membri di Casa Pound che al Poeta fanno riferimento sin dal nome.

Con la dovuta franchezza e con il rispetto verso una signora, non voglio nascondere le mie riserve su tale iniziativa:

non mi è chiara la motivazione e non mi spiego, soprattutto, l’affanno e l’acrimonia con cui è condotta. Un poeta, un grande poeta, infatti, è di tutti:

non soltanto dei familiari e degli amici dei familiari.

Posso intitolare un circolo, se avessi voglia di fondarlo, a Giovanni Pascoli anche se questi era un “socialista tricolore” mentre io sono un incallito ghibellino, con animo fedelmente ecclesiale, cioè, strettamente legato all’antico e venerando (da chi crede) rito romano.

La figlia dell’autore dei Cantos non vuole che quelli di Casa Pound si impadroniscano del nome paterno perché – se è esatto ciò che ho letto – sarebbero fascisti.

Io non li conosco. Non frequento alcuna “Casa”. Ne ho frequentato una da giovane – il Movimento Sociale Italiano – ma ne fui espulso nel lontano 1956. Molto tempo prima che Fini e compagni la demolissero.

Tuttavia non credo che oggi si possa parlare facilmente di fascismo confuso, come è, tra nazifascismo, fasciocomunismo (chi ricorda l’antesignano Stanis Ruinas, scrittore fluente e accattivante) nazionalriformismo, democrazia organica ecc.

Ma, in ogni caso, avendo letto e riletto ogni sua riga e ogni suo verso posso dire che nessuno, attenendosi all’obiettività, se la sentirebbe di inserire Esra Pound in un’antologia di scrittori antifascisti.
22/11/2011 [stampa]
Nunc et semper : un invito al pensiero antico (di Fausto Belfiori)
Credo che Giovanni Reale sia uno dei pochi studiosi conosciuti non soltanto dai suoi colleghi, dagli specialisti, dagli insegnanti di storia della filosofia, ma anche da quei settori sensibili del pubblico che cercano di compiere la scelta giusta in mezzo alle tante offerte - spesso ingannevoli e malsane – dello straripante, ingarbugliato e chiassoso mercato editoriale. Perché Giovanni Reale è colui che ha riscoperto e posto in piena luce il Platone delle “dottrine non scritte”; l’esegeta del grande saggio ateniese che, passato senza turbamenti dall’epoca della oralità a quella della scrittura, ha inteso ammonire che fra docente e discente, fra maestro e discepolo mai potrà essere eliminato il rapporto stabilito dal dialogo, dalla comunicazione diretta tra persone.

Soprattutto, però, è stato Reale a sottolineare come a Platone non sia sfuggito un dato di fatto essenziale e conseguente a questa “rivoluzione culturale”, cioè, che la scrittura sarebbe stata in grado di esprimere ciò che è destinato a durare nei secoli ed a raggiungere il lettore futuro soltanto se non si fosse limitata a riempire i rotoli di carta e avesse mirato ad imprimersi nelle menti e nei cuori dei lettori.

In questo senso Platone comprese e visse una rivoluzione culturale che avrebbe dovuto offrire la possibilità di lasciare segni indelebili del cammino spirituale e civile dell’uomo: una vera rivoluzione restauratrice, dunque, ideata e realizzata non per sovvertire e per sopprimere, ma per assicurare alla verità la difesa necessaria ad affrontare la violenza del tempo.

Questo è il Platone che Giovani Reale ha proposto distinguendosi così dalla pletora degli storici e dai commentatori che si servono dei filosofi esaminati per sostenere la propria ideologia: niente a che fare – per portare un esempio calzante – con un Ernst Bloch che, da libellista più che da studioso, livella per poi stritolarlo il pensiero rinascimentale al fine di ridurlo a precursore del prometeismo marxistoide. Si legga, per capire di che si tratta, il capitolo dedicato a Giordano Bruno nel suo “Filosofia del Rinascimento”: un coagulo di bolsa oratoria, figlia di una faziosità che non dovrebbe trovare accoglienza nel lavoro di uno scienziato. Reale medita i testi affrontati per giungere a capirli ed a farli capire fino in fondo e formula il giudizio con animo sgombro da schematismi contrari ai dettami della coscienza di uomo dedito alla custodia del patrimonio sapienziale. Ne abbiamo conferma in questo “Invito al pensiero antico”: un colloquio con Vincenzo Cicero che l’editrice La Scuola ha inserito nella collana “Orso blu”.

Un colloquio da cui esce l’autobiografia del professore intervistato, dall’adolescenza all’eta dei consuntivi. Gli studi presso uno dei migliori licei d’Italia prima del passaggio all’Università cattolica di Milano dove ha goduto della stima di famosi docenti che gli consigliarono di recarsi in Germania. Qui, infatti, avrebbe potuto impratichirsi del metodo tedesco nello studio del pensiero antico. Seguì l’insegnamento che Reale mantiene ancora oggi, costantemente spronato dalla volontà di eseguire “un’opera monda da compromessi”, rifuggendo “come scienziato dal guadagno e dal denaro” e impegnandosi a “rimanere fuori da trame politico-clientelari di vario genere e da falsità di cui sono disseminate le Università”.

Non tardarono a giungere gli impegni editoriali con lavori che ebbero una incredibile diffusione, ma anche ostracismi e scomuniche come quella propinata dai comunisti ad una sua storia del pensiero occidentale. Una diffusione difficile a prevedere per letture che richiedono attenzione e raccoglimento. Non sono mancate le critiche, ma neppure i riconoscimenti sia in ambito nazionale che all’estero.

Tuttavia il punto più alto di questa vita votata alla ricerca ed alla riflessione è stato l’incontro con i maestri della “Scuola di Tubinga”. Si deve a questo incontro fecondo, a questi intensi scambi di esperienze intellettuali tra uomini che avevano trovato in Platone il comune maestro, l’elaborazione di una nuova immagine dell’autore di quei “Dialoghi” sui quali si prosegue ad indagare, a meditare ed a dibattere.

E’ chiaro, da quanto scritto, che in Giovanni Reale non si può vedere un solitario, un eremita che si alza dalla scrivania soltanto per tenere le lezioni o per prendere il tè con i più devoti discepoli. “La voglia di conoscere sempre”, più e meglio, lo ha sollecitato alla compagnia ed alla frequentazione non necessariamente legate ai circoli accademici. E di queste compagnie e frequentazioni è offerta testimonianza nel colloquio-intervista.

Ma questo colloquio-intervista riserba, purtroppo, una spiacevole sorpresa da cui inevitabilmente deriva una domanda: come può un uomo il cui spirito si è temprato nell’assolvere il compito di ricondurre all’intelligenza del pensiero antico, perenne sorgente di vita, nutrire stima ed ammirazione per alcuni intellettuali, giornalisti ed esponenti politici non meritevoli di alta considerazione perché, lungi dall’arricchire, hanno contribuito ad affievolire ulteriormente la coscienza civica del nostro popolo, già eticamente debilitato da dolorose vicende che hanno segnato lo scorso secolo?

Come può il professore Giovanni Reale, studioso rigoroso e pensatore dal retto indirizzo, trovarsi a suo agio con gente il cui modo di vivere non ha alcuna somiglianza con ciò che sul sistema di vita ha appreso dai suoi Maestri e che, a sua volta, ha insegnato?
04/11/2011 [stampa]
Nunc et semper : una cultura che non tramonta (di Fausto Belfiori)
Nessuno lo ricorda, ma furono i ragazzi della cosiddetta “estrema destra ” - per intenderci, i militanti della Giovane Italia e del Fronte Universitario di Azione Nazionale – a riproporre pensatori che la cultura alla moda aveva scartato perché inservibili alla “educazione democratica”.

Fummo noi – mi si permetta di usare la prima persona plurale – a ritirare fuori dagli scaffali, tra un “fermo” di polizia e l’altro per manifestazioni non autorizzate, autori come Filippo Burzio, filosofo e scienziato che fu in fidente attesa di un Demiurgo per salvare l’Italia dalle fazioni e tenerla lontana dall’ “abisso della mediocrità” ; Adriano Tilgher, sempre all’affannosa ricerca di una “via” che fosse gradita al suo spirito inquieto e incompatibile con altre proposte filosofiche; Giuseppe Rensi con le sue “Lettere spirituali”, non sempre centrate e non di rado discutibili: beninteso, non pensavano certamente come noi, ma neppure come gli spadroneggiatori del post-45. Le loro idee potevano, in ogni caso, essere motivo di approfondimento, spunti di riflessione: molto più dei massimocacciari che piacciono tanto ai preti “aggiornati” di questi tempi.

E siamo stati sempre noi a riparlare per primi di scrittori e poeti sui quali era stato imposto il silenzio. Li leggevamo e li commentavamo con interesse intellettuale e passione tali da parlarne, discuterne anche tra noi. Rammento la serena polemica tra me e l’amico - politicamente scapigliato, ma inflessibile patriota – Giano Accame.

Il tema, in quella occasione, era Ezra Pound : la sua religiosità e le sue teorie economiche. Poi Pound rientrò nelle cronache, ma più mondane – per le sue frequentazioni ed i suoi incontri, tra gli altri, con Pasolini – che culturali. Oggi il grande Ezra ha trovato la sua posizione prestigiosa, oltre che di poeta, anche di studioso e ricercatore del sacro e del soprannaturale.

Ne è prova il lavoro di Andrea Colombo, “il Dio di Ezra Pound” (edizioni Ares), che ripercorre l’impervio cammino seguito dal compositore dei “Cantos” per avvicinarsi a Cristo.

Ma quel che mi preme segnalare con particolare risalto in questa nota è il ritorno di valorosi scrittori come Gilbert Keith Chesterton e Hilaire Belloc. Il motivo del lungo forzato “esilio” ? Facile a indovinare. Sono due scrittori cattolici, ma cattolici autentici, non alla Enzo Bianchi.

Cattolici che si trovavano a disagio in un mondo deciso a rifiutare Dio ed a disintegrare l’uomo; cattolici che non patteggiavano, che erano restii a parlare di “religioni del Libro” perché capivano molto bene come, dietro questa definizione, si nascondesse l’utopia di un avvicinamento impossibile.

Ho accennato prima ad Ezra Pound. Ebbene questo scrittore americano, culture dell’antica sapienza, si sentiva fervidamente solidale con il creatore di padre Brown e con l’anglofrancese Hilaire: tutti e tre uniti nella lotta contro il primato della finanza che schiaccia e dilania la persona impedendole ogni sviluppo interiore.

Oggi, grazie a Dio, ricompare tutto ciò che ha prodotto la mente ed il cuore di Chesterton: meditazioni, saggi storici e letterari, racconti e romanzi. E, inoltre, sembrano destinate a rivedere la luce le pagine di Belloc, anch’egli “cavallo di battaglia” dei giovani cattolici che, animati dalla fede, chiedevano fedeltà. E continuano a chiederla pur se la giovinezza è per loro ormai solo ricordo. Il ricordo di quando era ancora possibile fare proprio il motto di Belloc: “la Fede è l’Europa e l’Europa è la Fede”.
27/10/2011 [stampa]
Nunc et semper : scrittori cattolici e concilio.
“ Il campo dove occorre battersi di più oggi è, a mio parere, quello della cultura …” La crisi più profonda “è a livello culturale e ancor di più a livello spirituale.”

A parlare, ad esprimersi con questa lodevole franchezza, con questa leale fermezza non è un fanatico tradizionalista, non è un indisponibile ad ogni discorso sulla renovatio , ma un credente molto avanti negli anni le cui parole sono frutto di lunga riflessione e, spesso , di sofferta esperienza. Uno scrittore cattolico o, se si preferisce, un cattolico scrittore – per l’esattezza, narratore – che si è visto sempre trattare “con una certa sufficienza”, come giustamente è stato rilevato. Mi riferisco a Eugenio Corti, un romanziere di novanta anni, inviso a tanti critici, anche di sponda cattolica, proprio per la fede che non nasconde.

Un cattolico cui è riconosciuto il coraggio della verità, tanto invocato da Benedetto XVI. Quella verità che lo spinse a manifestare saggiamente giudizi negativi su intellettuali francesi come Jacques Maritain ed Emanuel Mounier. Questi, protetti costantemente da prelati irresponsabili e teologi dalla mente oscurata, tessevano le lodi del comunismo negli stessi anni in cui i comunisti rivelavano il loro spirito negatore e distruttore. Ed è proprio il contatto con il mondo e la perplessità suscitatagli dalla lettura di certi autori a spingerlo ad ammonire che “chiudere troppo a lungo gli occhi sulla realtà della cose, il fare – anche se in buona fede – spazio all’errore può comportare sbocchi molto gravi.”

E’ ciò che si è verificato nel Concilio Ecumenico Vaticano II che è stato definito pastorale, ma che ha provocato, non soltanto nel campo pastorale, danni non pochi e non lievi. Da qui l’insistenza del cardinale Ratzinger, poi papa Benedetto, su una “nuova evangelizzazione” che non si limiti, però, ai viaggi intorno al mondo, ma riconduca alle radici del mistero cristiano: l’incarnazione del Verbo.

A tale proposito, forse sarebbe salutare se i sacerdoti ed i laici impegnati nelle nuove vie apostoliche si concentrassero su testi ascetico-sapienziali come, per servirci di un esempio tra i più luminosi, l’opera di Gregorio di Nissa la cui dottrina mistica è una corazza per l’azione di conquista delle anime: Gregorio di Nissa, infatti, indica al credente desideroso di essere testimone i cinque gradi di elevazione spirituale che conducono alla luce animatrice da trasmettere a tutte le persone avvicinate.

Ma, per tornare ad Eugenio Corti, proprio sulle conseguenze di un Concilio non ben condotto e peggio concluso, egli ha parlato in un’intervista a Lorenzo Bertocchi inserita in un volume, edito da Cantagalli, che raccoglie penetranti contributi sullo stesso tema. “ Sentinelle nel post-concilio” è il titolo del libro che induce a raccogliersi interiormente aiutati da puntualizzazioni sulla delicata questione affrontata con serenità non disgiunta dalla severità: convinti del dovere di denunciare quegli orientamenti che, come ha stigmatizzato il pontefice, sono esattamente il contrario.

Su un punto delle ponderate dichiarazioni di Eugenio Corti è il caso di soffermarsi: quello in cui lo scrittore non esita a dire che “Forse bisogna risalire ai tempi di Pio XII per trovare ancora quella chiarezza che forniva un riferimento preciso per tutti. Oggi siamo alla ricerca di quella interpretazione certa che manca da troppo tempo, ma mi pare che papa Benedetto XVI stia cercando di combattere proprio questa mancanza di certezza.” Si impone, dunque, un pronunciamento autorevole e decisivo. Dio voglia che tale opera di chiarificazione sia compiuta in comunione di fedeltà ecclesiale.

Fausto Belfiori.
27/09/2011 [stampa]
Enzo Erra : la passione intelligente.
Enzo Erra è stato un “maestro” per tanti giovani ai quali ha trasmesso oltre che le idee che si diffondevano nel travagliato dopoguerra italiano, anche una passione politica allenta all’attualità ed alla costruzione di una prospettiva nuova.

Lo stile, l’eleganza, l’onestà con le quali esprimeva il suo pensiero controcorrente hanno mosso anche gli avversari a riconoscerne la serietà ed a consegnargli il rispetto.

A testimonianza di ciò pubblichiamo quanto ha scritto Antonio Carioti su “Il Corriere della Sera” venerdì 23 settembre.

“ENZO ERRA, IL PROGETTO DI UNA DESTRA ANTIMODERNA CAPACE DI FARE POLITICA.

Quando fu processato e assolto per neofascismo, nel 1951, il napoletano Enzo Erra, scomparso all’età di 85 anni, venne definito dai giornali ”giovane filosofo”, per il linguaggio colto con cui espose le sue idee in tribunale. Aveva l’assillo di dare alla destra missina un solido retroterra teorico, per sottrarla alla sterile coltivazione di nostalgie mussoliniane.

Nelle riviste “La Sfida “ e “Imperium”, da lui fondate, chiamò a collaborare i filosofi Massimo Scaligero e Julius Evola , esponenti di un pensiero spiritualista basato su valori gerarchici e ostile non solo alla democrazia , ma all’intero mondo moderno.

Per lui liberalismo e bolscevismo erano facce della stessa medaglia. Intransigente sui principi, Erra era tuttavia propenso al dialogo in politica: lasciò il MSI nel 1958 perché lo giudicava incapace d’intessere alleanze fattive e vi tornò negli anni Ottanta su posizioni critiche verso l’immobilismo di Almirante.

Rifiutò però con il massimo sdegno la svolta di Fiuggi, che riteneva portasse in un vicolo cieco. Commentatore politico e saggista, il suo orgoglio era quello di ‘non aver mai cambiato bandiera’ ”
26/09/2011 [stampa]
Il “nulla” del gran tuttologo.
Al “Gran Tuttologo” Umberto Eco, come scrive Alessandro Gnocchi su il Giornale del 20 settembre, dà fastidio “la polemica di Ratzinger contro il relativismo”. E, pertanto, giudica “grossolane” le sue argomentazioni e “estremamente debole” la sua formulazione filosofica.

La smisurata immodestia dell’intellettuale piemontese nasconde però la difesa di una concezione nichilista.

Poiché nei personaggi dei romanzi gli scrittori proiettando anche aspetti del proprio sentire ,ci è venuto in mente, leggendo queste sue riflessioni, le vicende di un naufrago Roberto de la Grive, descritto nell’”Isola del giorno prima” e che a un certo punto del suo girovagare , si lascia andare ad alcuni pensieri.

“ Tante vicende - si diceva Roberto – per scoprirmi uno zero. Anzi, più azzerato di quanto fossi al mio arrivo al derelitto. Il naufragio mi aveva scosso e indotto a combattere per le vita, ora non ho nulla per cui combattere e contro cui battere. Sono condannato ad un lungo riposo. Sono qui a contemplare non il vuoto degli spazi, ma il mio: e da esso nasceranno solo noia, tristezza e disperazione”.

Il nichilismo di Eco appartiene a quel modo di intendere la vita che ci è assolutamente estraneo.

Michele Federico Sciacca tanti anni fa in una raccolta di saggi su “Storia e filosofia del Laicismo” così rimarcava: “ S. Agostino scrive che l’uomo che crede in Dio ‘piange e ride’, è un uomo in tutta la sua vera umanità: il saggio laico che non crede in Dio, non sa piangere, non sa ridere: sa solo o superbamente ( e scioccamente) ribellarsi o altrettanto scioccamente disperarsi.

Il laico superbo di ieri vale il laico disperato di oggi: entrambi rivelano la loro sconfitta di fronte all’assurdo di una vita incomprensibile perché solo terrena, non umana perché solo , troppo desolatamente umana”.
15/09/2011 [stampa]
Tremonti: “cacciare gli speculatori dal tempio”.
Con grande rilievo L’Avvenire del 14 settembre riporta le parole pronunciate dal Ministro Tremonti alla tavola rotonda su “Ripensare il mondo oltre la crisi economica” svoltasi a Monaco di Baviera insieme con il Ministro delle Finanze tedesco.

“Dopo la crisi dei sub prime”, ha detto Tremonti, “i governi hanno fatto il tragico errore di affidare la stesura delle nuove regole ai banchieri”. “ Certo – ha proseguito il Ministro – la banche andavano salvate ma non nelle loro parti negative; e così adesso l’unica regola è l’assenza di regole , sembra che oggi siano le banche e non più gli stati a battere moneta”.

E poi aggiunge l’invito a “ cacciare gli speculatori dal tempio sul cui frontone non ci sono più gli slogan classici di Libertè, Egalitè, Fraternitè, ma globalità, mercato, moneta”.

Alla domanda su cosa lui vorrebbe veder scritto, risponde: “Caritas in veritate”.

Nota finale di Tremonti che si rifà ad Adam Smith: “ una ricchezza senza le nazioni, una ricchezza che divora tutti ed alla fine anche se stessa”.

Non solo questa analisi del Ministro getta luce sulle vere cause dell’ingovernabilità della finanza internazionale che sta mettendo in crisi molti stati che pur avendo un forte debito pubblico posseggono solide condizioni economiche e di risparmio privato, ma smaschera le ridicole e ristrettissime analisi della sinistra che gettano sulla politica del governo la responsabilità di una vicenda che ha origine in un quadro finanziario internazionale e in decenni di mancati interventi strutturali sul debito in Italia.

Ma soprattutto su un concetto soffermiamo la nostra attenzione: il rapporto che Tremonti individua tra economia e Nazione.

Una economia cosmopolita, forte al punto di porre in difficoltà tutte le nazioni, anche le più forti come gli Stati Uniti appare un rischio non solo per la stabilità degli stati e della loro condizione sociale, ma anche e soprattutto per la tenuta delle democrazie. Quando la valutazione politica degli interventi dei parlamenti nazionali in Europa non è più affidata agli stessi organismi europei, ma viene sottoposta al giudizio del “mercati”, come entità non distinguibile dalle operazioni speculative, si svuotano le democrazie e le rappresentanze dei cittadini.

Questo, a nostro avviso, il concetto che il Ministro ha espresso e che soprattutto la cultura di sinistra non è assolutamente in grado di cogliere, priva ormai delle fondamentali categorie della ragione politica.
28/07/2011 [stampa]
L'economia della tradizione per il riscatto del mezzogiorno d'Italia.
Nel Mezzogiorno d'Italia la situazione resta ancora molto critica. Tutti i principali indicatori economici infatti mostrano ancora segni negativi. Come emerge dal Rapporto sull'economia delle regioni italiane pubblicato della Banca d'Italia, il Sud non riesce dal biennio 2008-2009 neanche minimamente ad uscire dalla profonda crisi nella quale è caduto. Il pil del Sud è fermo ad uno più 0,2% nel 2010 (vedere tabella a parte), contro il 2,1% del Nordest, l'1,7% del Nordovest e l'1,2% del Centro Italia. L'andamento del pil pro capite a livello nazionale ha registrato un incremento dello 0,8% (+1% al Centronord), mentre nel Mezzogiorno "ha ristagnato nel 2010, a fronte di un calo del 6,5% nel biennio 2008-09". Con questo ritmo il recupero completo si potrà avere solamente tra 10, 15 anni.

Anche sul fronte dei consumi secondo le elaborazioni di Bankitalia si è registrata una flessione per il terzo anno consecutivo. Male anche gli investimenti fissi delle imprese, che crescono in tutta Italia (+3,5% al Nordovest), intorno al 2,5% nel Nordest e al centro, mentre al Sud mostrano segnali negativi. Per giunta nei primi mesi del 2011 il volume degli investimenti si ridurrà «marcatamente» per le imprese del Sud a fronte di una situazione stazionaria nel resto della Penisola.

Peggiora anche l'andamento dei finanziamenti e della qualità del credito. Il flusso di nuove sofferenze è ulteriormente aumentato nell'Italia meridionale, mentre è risultato stazionario al centro ed è lievemente diminuito al Nord. Infine il deterioramento della capacità di rimborso è stato più marcato nelle regioni del Sud. Queste cifre dimostrano ancora una volta che il divario esistente tra il nord e il sud dell’Italia è ormai un dato incontrovertibile, in cui il degrado delle strutture e della qualità di vita investe anche e soprattutto la componente umana.

Esiste, perciò, e si è andata rafforzando negli ultimi tempi, la tendenza a semplificare le varie realtà economiche e sociali, indicando il Nord ed il Sud come aree omogenee e contrapposte tra loro: da una parte l’Italia produttiva, della ricchezza e dell’efficienza amministrativa, dall'altra l’Italia assistita, della disoccupazione e della inefficienza.

Ora, che esista una questione meridionale è innegabile; che questo problema negli anni si sia andato aggravando, diventando sempre più drammatico, è altrettanto vero. Ma questo non significa che ci troviamo dinanzi a due Italie.

In realtà, invece, le grandi aree geografiche nazionali, Nord, Centro, Sud, presentano al loro interno situazioni molto differenziate.

Anche nel Nord, ad esempio, accanto alla locomotiva lombarda e del triveneto, vi sono altre aree in sofferenza. Nel Sud si può riscontrare una situazione diversificata. Il Mezzogiorno non è un’area omogenea, anche perché vi sono casi dove si sta registrando una marcata crescita del reddito e un’apprezzabile diffusione delle attività produttive.

Esistono, poi, segni evidenti della crescita di una fitta rete di piccole e medie imprese (filiere e distretti industriali) che giustifica la previsione e la speranza di un favorevole evolversi e moltiplicarsi di tali iniziative produttive. Ma il divario mediamente c’è e questo divario tra Nord e Sud, ci appare, oggi più che mai chiaramente, come la risultante di un dato storico e antico.

Il processo unitario, infatti, costò veramente molto caro al Sud ed alle sue popolazioni sia in termini di vite umane, che furono superiori a tutte quelle dell'intero periodo risorgimentale, sia in termini di dispersione e distruzione del patrimonio economico, finanziario, tecnologico, culturale, artistico ed archivistico. Come pure è assodato che quegli anni sessanta dell’Ottocento peseranno successivamente come un macigno su tutta la storia futura, non solo del Mezzogiorno, sul suo sviluppo e sulle sue condizioni politiche, sociali ed economiche, ma dell'intera comunità nazionale.

E’ proprio da quel periodo, infatti, dal brigantaggio, dal comportamento dell'esercito piemontese, dall’atteggiamento delle classi dirigenti del tempo, dal trattamento che fu riservato ai lealisti borbonici, che inizia un rapporto difficile tra masse popolari meridionali e governo centrale, tra esigenze di riscatto delle terre del Sud e sviluppo industriale del Nord. Per questo è quel periodo che bisogna andare a rileggere e che bisogna esaminare se si vogliono individuare le cause e gli effetti di certi avvenimenti e comprendere gli sviluppi successivi della nostra storia nazionale; se si vuol tentare seriamente di affrontare i gravissimi problemi che drammaticamente la cronaca dei nostri giorni pone sotto i nostri occhi e se si vogliono indicare soluzioni che vadano oltre l'assistenzialismo dello Stato, l'industrialismo selvaggio e l'economicismo utilitaristico.

E’ proprio in quegli anni che inizia, infatti, il drenaggio dei capitali dal Sud al Nord, la fuga di braccia e di intere famiglie dalle campagne per le città (preludio, questo, del doloroso flusso umano dell'emigrazione transoceanica definitiva, perchè inizia a dilagare quella disoccupazione che prima non esisteva) il trasformismo dei ceti borghesi meridionali. Precedentemente la situazione era alquanto diversa come molti studi cosiddetti "revisionisti" stanno dimostrando. Basterà dire che Napoli alla vigilia dell'Unità d'Italia era una delle capitali più moderne del tempo, più colte e più grandi e si presentava alla vigilia del 1860 con un'industria manifatturiera tessile, delle porcellane, del corallo e della seta più che avanzata e sviluppata per quei tempi.

Solamente quattro anni prima, nel 1856, alla Mostra Internazionale dell'Industria, che si era tenuta a Parigi, il Regno Borbonico si era classificato dopo Inghilterra e Francia al terzo posto tra le nazioni europee ed al primo tra quelle italiane per lo sviluppo industriale, che negli ultimi anni del regno fu travolgente con un milione e 600mila addetti contro il milione e 100 del resto d’Italia. I primi ponti in ferro in Italia, opere d’alta ingegneria, furono realizzati proprio in quegli anni.

Del resto Napoli non era nuova a questo tipo di riconoscimenti, infatti nel censimento generale della metà del 700 risultò che era la seconda capitale d'Europa, dopo Parigi, per popolazione ed estensione, nel censimento delle Accademie e delle Scienze e delle Lettere si era classificata prima in tutta Europa per numero di ospedali (l'ospedale dell'Annunziata, della Pietà, Ascolesi, della Pace, quello di San Giacomo, quello dei Poveri). La struttura sanitaria disponeva di oltre 9mila medici usciti dalle Università meridionali che operavano in ospedali e ospizi sparsi in tutto il territorio. Il Regno delle Due Sicilie poteva vantare la più bassa mortalità infantile d’Italia.

Il Regno era primo in Italia per istituti di assistenza (l'Ospizio dei Poveri, le casse di maritaggio per fornire la dote alle ragazze povere, gli asili nido); primo per numero di Banche (gli sportelli bancari, segno di sviluppo economico erano diffusi su tutto il territorio meridionale), oltre il Banco di Napoli e quello di Sicilia, operava anche il Banco di San Giacomo. Del Popolo, Della Pietà, dello Spirito Santo, di Sant'Eligio, dell'Annunziata, del Salvatore ecc..), ma soprattutto si era classificato al primo posto per la Ricerca Scientifica ed in particolare per le prime sperimentazioni sulle Malattie infettive, per l'applicazione di avanzate tecniche chirurgiche da parte del celebre Cutugno, per le prime scoperte nel campo della neurochirurgia. Ma anche il primo battello a vapore in Italia fu napoletano e nel 1837 i napoletani avranno il gas e nel 1852 il telegrafo elettrico, primi in Italia, e poi bonifiche e acquedotti, strade e l'illuminazione elettrica.

Sarebbe poi troppo lungo mettere in evidenza i traguardi raggiunti sul piano economico, finanziario e sociale. Attraverso lo studio diretto delle fonti documentarie conservate, ad esempio, negli archivi del Banco di Napoli, la Campania ed il Mezzogiorno erano dotati di un sistema fiscale non solo tra i meno esosi del mondo (le imposte erano le più basse d'Europa) ma anche tra i più efficienti ove si consideri che le esazioni avvenivano tramite Istituti di Credito (attività che solamente qualche anno fa con gli affidamenti delle tesorerie veniva svolta dalle Banche italiane).

Sul piano sociale valga un esempio per tutti: è ormai noto che nella Colonia Industriale di San Leucio vigevano statuti dei lavoratori e norme di previdenza sociale che sarebbero state applicate solo dopo più di un secolo ed a seguito di conflitti sociali dolorosi e cruenti, prima, durante il fascismo e poi nel corso della storia repubblicana. Il patrimonio del Regno, infine, aveva una consistenza più che doppia rispetto a quella di tutti gli stati italiani messi insieme e con l'unificazione andò a ripianare le deficitarie finanze dello Stato piemontese, a seguito delle confische effettuate prima da Garibaldi e poi dai Savoia.

Nel 1860 abbiamo a Napoli la più alta quotazione per le rendite su fondi statali, 120% alla borsa di Parigi; l'affidabilità del Regno era altissima, cioè aveva un rating, come si direbbe oggi, altissimo; la più grande quantità di lire-oro delle Banche Nazionali: sui 668 milioni di lire-oro che costituiscono il patrimonio di tutti gli Stati italiani messi insieme, 443 milioni appartenevano al Regno delle Due Sicilie.

Napoli possiede nel 1860 la prima flotta mercantile e la prima flotta militare d'Italia, la seconda al mondo dopo quella inglese, la più grande industria navale d'Italia coi suoi 2000 operai, 9000 bastimenti e nel 1818 la prima nave a vapore. L'industria metallurgica con 1050 operai, cui si aggiungevano i 7000 dell'indotto, vede costruire il primo treno in Italia nel 1839. Solo negli arsenali di Pietrarsa, vicino Napoli, vi erano 1000 operai. L'assistenza sanitaria era gratuita fin dal 1789; Napoli è prima città d'Italia per numero di tipografie (113) e per numero di giornali e riviste. La più celebre accademia militare italiana è la Nunziatella. Sotto la dinastia dei Borbone fu avviata la riorganizzazione delle amministrazioni locali cui fu data ampia autonomia (antesignana del federalismo municipale).

La riforma agraria permise di bonificare paludi e di incrementare l’agricoltura.

Grande impulso fu dato alla cultura, all’arte e alle scienze: il teatro San Carlo, primo al mondo, fu costruito in meno di un anno. In quegli anni sorsero il Museo archeologico, l’Orto Botanico, l’Osservatorio Astronomico, l’Osservatorio Sismologico Vesuviano, la Biblioteca Nazionale, l’Accademia delle Belle Arti. Scuole pubbliche e conservatori musicali erano presenti in ogni città.

L’Università di Napoli, divenne al pari della Sorbona di Parigi, il più grande polo culturale dell’Europa. La Sicilia, la Campania ed il basso Lazio vedono i primi scavi organizzati per la scoperta di reperti archeologici etruschi, greci e romani. Nascono così musei e biblioteche che diedero un impulso alla costruzione di alberghi e pensioni per accogliere i numerosissimi visitatori. Sorsero le prime agenzie turistiche italiane e persino un Ente per lo sviluppo commerciale con l'estero, una anticipazione del moderno ICE (Istituto per il commercio con l'estero). Carlo III di Borbone fondò l’Accademia di Ercolano che diede l’avvio agli scavi archeologici di Pompei ed Ercolano. Oggi Pompei è una delle città più visitate al mondo, ma vive di gravi problemi per la sua manutenzione.

Il Sud non era e non è affatto una terra tutta arretrata e sottosviluppata, era ed è solamente una società “diversa” da quella del resto d'Italia, ancora abbastanza compatta nella struttura sociale, dotata in larghi strati della popolazione di una radicata cultura tradizionale, legata ancora ad un cattolicesimo vissuto e concepito in maniera completamente diversa da come lo si vive altrove.

È stato perciò un grave errore tentare di omologare tutto ciò, schiacciare ed annichilire le particolarità, le peculiarità, gli usi, i costumi, le tradizioni, persino la lingua.

Infatti per oltre un secolo si è inculcato, nell’animo di ogni generazione di meridionali, il sentimento della sconfitta e della rassegnazione, un autodistruttivo fatalismo che ha costituito la psicologia individuale e, soprattutto, la psicologia collettiva dell’intero popolo meridionale. E poiché questo sentimento è stato prodotto principalmente dalla falsificazione storiografica ufficiale chiusa nella cerchia di ambienti ristretti fortemente impregnati di una cultura illuministica, è venuto il tempo di lanciare una offensiva culturale di largo respiro, cogliendo, eventualmente, le opportunità di alleanza coi settori del mondo economico ed imprenditoriale meridionale che siano sensibili ad un progetto di autentico sviluppo del Meridione.

Per questo la rivisitazione, la ricostruzione e la riconsiderazione del nostro “Risorgimento” sarebbe forse un’operazione culturale e storica utile per individuare più correttamente la nostra identità e per riappropriarci delle nostre vere radici, proprio in occasione delle "celebrazioni" per i 150 anni dell'unità d'Italia. Ed allora bisogna chiedersi possono oggi la stessa storia e la cultura esser “maestra di vita” e forza di sviluppo? Il voler far rivivere, ai nostri tempi, usi e tradizioni sviluppatisi nel corso dei secoli potrebbe a prima vista apparire anacronistico o comunque di ostacolo alla naturale crescita economica di un territorio. Ma non è così.

Recentemente infatti si incominciano ad intravedere i segni di una maggiore consapevolezza della nostra storia che individua nel “vuoto di memoria” la causa principale dell'attuale perdita dell'identità meridionale, ed anche il tramonto delle nostre tradizioni economiche e culturali che, fino all'800, avevano contribuito a rendere le nostre regioni non solo meta preferita dei viaggiatori stranieri, ma anche centri di produzione e di scambi internazionali.

Un progetto ambizioso quanto difficile per il decollo del Sud, quindi, deve partire da qui. Una verità appare evidente: la cultura, per quanto rinvigorita da nuovi spazi e mezzi, ancora non riesce oggi nel Meridione né a favorire uno sviluppo di “benessere” , (benessere inteso non solo e non tanto in termini patrimoniali e materiali, ma soprattutto quale ricchezza morale e civile), né ad ottenere una diffusione su vasta scala, soprattutto in ambienti quali quelli dell'economia.

Se davvero vogliamo riconoscere alla cultura una funzione propulsiva per il risveglio del Mezzogiorno e delle sue attività, bisogna renderla patrimonio disponibile per tutti. In un Sud che manifesta solo in rari casi attitudini industriali e che, quindi, rivolge le sue attenzioni principalmente alla produzione turistica, artigianale e agricola, nonché a tutte le conseguenti attività commerciali, non si può fare a meno dell’eredità storica che è invece in grado di esprimere quella forza vitale che deve dirigere e alimentare l'economia e il “benessere” di un paese. E dunque, bisogna riportare alla luce tutto questo patrimonio sommerso nelle miniere e nei giacimenti della nostra storia.

Infatti solo attingendo al comune bacino dell'identità può generarsi una efficace e redditizia simbiosi tra cultura e impresa: l'economia, recuperando le sue forme naturali (cosiddetta "economia della tradizione"), tornerà così ad essere espressione culturale e la cultura, dal suo canto, potrà diventare il volano dell’economia. Occorre creare perciò nuove possibilità di "intervento attivo" dell'imprenditoria, che consentano di ottenere immediati benefici nella vendita e nella qualità del proprio prodotto.

Il Mezzogiorno d’Italia è come un genio imprigionato in una lampada. Aspetta un Aladino che lo faccia solamente uscire. Segnali propositivi ce ne sono. Si tratta in una realtà demografica che è 4 volte quella della Danimarca, dell’Irlanda e della Finlandia e 2 volte quella del Portogallo e della Grecia e di gran lunga superiore a quella del Canada. Ma questo genio è ancora chiuso ermeticamente nella lampada.

Perché quasi 10 milioni di persone sono oggi nel Sud in balia della criminalità organizzata, si è ripreso ad emigrare in maniera consistente al Nord o all’estero con una perdita secca di milioni di euro gettati in formazione ed istruzione scolastica, perché si tratta di emigrazione anche intellettuale; la disoccupazione soprattutto quella giovanile è elevatissima. Rispetto al resto del Paese mancano persino le precondizioni che servono per competere ad armi pari con altre realtà ed altre zone.

Mi riferisco ad un minimo di controllo del territorio ed un livello accettabile di infrastrutture. Quando l’ordine pubblico e la sicurezza dei cittadini è compromessa, come si può pensare o sperare che operatori locali o stranieri investano e rischino nel Mezzogiorno?

Quando le infrastrutture sono meno della metà della media nazionale, come si può pensare o sperare che nuove iniziative siano in grado di competere con la concorrenza di altri sistemi?

Ecco, almeno queste precondizioni bisognerà al più presto predisporre e realizzare. E poi, una volta messe le basi per creare quelle precondizioni, bisognerà pensare, alle condizioni per vendere e rendere appetibile il territorio meridionale.

Queste condizioni sono:

1) Una burocrazia efficiente, con amministratori locali responsabilizzati che siano in grado di svolgere le funzioni di indirizzo e sviluppo.
2) Procedure amministrative snelle e veloci.
3) Banche che sappiano interpretare una nuova fase e che rendano meno costoso l'utilizzo del denaro.
4) Fiscalità di vantaggio ed incentivi certi, misurabili e celeri.
5) Qualificazione e flessibilità del lavoro.
6) Uno sportello unico dell'impresa che sappia e possa approntare aree attrezzate, rilasciare licenze amministrative, fornire servizi di sicurezza, predisporre pacchetti localizzativi di incentivi.

Ed allora bisogna incominciare a "pensare" anche a nuovi strumenti.

Si tratta di elaborare un progetto finalizzato a sostenere “azioni di sviluppo locale” da verificare con le Rappresentanze delle economie locali per tenere conto della evoluzione in senso federativo dello Stato, con il rafforzamento delle autonomie locali.


Riccardo PEDRIZZI
28/07/2011 [stampa]
Amato: patrimonio alla patria.
Chiamato dal Corriere della Sera del 27 luglio, a dire , ancora una volta, la sua , Giuliano Amato non si sottrae e dopo alcune considerazioni , sempre intelligenti, sulla condizione che vede oggi “lo Stato stesso come un possibile candidato al fallimento” e pur condividendo la manovra che “fino al 2014 ci fa stare tranquilli” sottolinea il rischio che si sta correndo per la “svalutazione dei nostri titoli di stato”.

La ricetta di Amato che stranamente non sembra entusiasta di soluzioni tecnocratiche per il governo come gli tenta di suggerire Aldo Cazzullo, contiene l’invito a lavorare e produrre di più con una sorta di patto sociale che richiami tutti ad un maggior senso di responsabilità non disgiunto da una esigenza di intaccare con un contributo di solidarietà “le pensioni più elevate”.

In questo indirizzo leggiamo una sintonia con le politiche sociali del Governo che fanno carico ad un altro ex socialista Maurizio Sacconi; se fosse così sarebbe una notizia interessante.

Ma il tutto deve essere preceduto, secondo l’ex presidente del Consiglio, da “un imposta sulla ricchezza una tantum per abbattere il nostro debito per qualche decina di punti e tranquillizzare i mercati”.

Ora, anche volendo prendere in considerazione questa eventualità che viene ormai proposta anche da altri ( Casini, Fini, Bersani ), non si possono non fare alcune considerazioni.

Questa ipotesi di patrimoniale “una tantum” andrebbe a colpire soprattutto i ceti medi , cioè coloro che hanno investito i loro risparmi sulla casa e , per gli aspetti legati a patrimoni finanziari, ai titoli di stato.

Probabilmente sfuggirebbero a questa tassazione i più ricchi, cioè coloro che attraverso partecipazione finanziarie complesse o sistemi societari , riescono a occultare al fisco le loro grandi proprietà.

Un caso clamoroso è quello di un noto imprenditori e finanziere che oltre ad apparire nullatenente in Italia, risulta cittadino di un altro Paese europeo non comunitario ed è l’editore di una informazione in prima linea nelle campagne di moralizzazione.

Oltretutto, proprio coloro che sono più aggredibili dal fisco già subiranno gli interventi contenuti nella manovra recentemente approvata.

L’ineffabile Amato che Craxi definiva “amatissimo” da “sostenitori illustri che se ne servono”, con la sua politica élitaria, certo, non sembra tenere in conto gli effetti di un provvedimento che vedrebbe chiamare al sacrificio quei ceti medi per i quali anche un economista di formazione marxista come Paolo Sylos Labini , nel suo saggio del 1974 sulle classi sociali, ne aveva sottolineato il ruolo sociale contro le teorie marxiste allora prevalenti in ambito progressista.
19/07/2011 [stampa]
Il “seme” di Emilio Colombo.
Emilio Colombo è stata una figura rappresentativa della Democrazia Cristiana anche se la sua linea, all’interno dell’area moderata, si caratterizzò, soprattutto, per una forte adesione alle posizione, in politica economica, di Guido Carli, allora governatore della Banca d’Italia.

“Spesso accadeva” ha ricordato l’illustre governatore nel suo libro “Cinquantanni di vita italiana” che il ministro del tesoro “mi delegava a rappresentare l’Italia da solo”, quando per le altre nazioni erano presenti esponenti dell’esecutivo.

Un altro ex governatore , Azelio Ciampi lo nominò nel 2003 senatore a vita.

Singolare fu il suo destino come Presidente del Consiglio.

Baget Bozzo nella sua storia del partito cristiano al potere lo descrive come piuttosto “autonomo rispetto alla cerchia di Iniziativa democratica” , la corrente che governò la DC dopo De Gasperi , anche perché “qualificato dal suo stato di ex dirigente della gioventù cattolica”.

Singolare perché nel giorno nel quale riuscì a far approvare in aula il provvedimento più importante del suo governo, il famoso “decretone” ( disposizioni tributarie, manovre di risanamento della gestione degli enti mutualistici, avvio della riforma sanitaria, incentivi a favore della produzione ), il 1 dicembre 1970, venne approvata la legge sul divorzio.

E nacque da quel voto una iniziativa di cattolici ( Gabrio Lombardi, Sergio Cotta, Augusto Del Noce, Enrico Medi e Giorgio La Pira ) più noto come “messaggio dei venticinque”, che sostenevano essere una legge sbagliata e dalla quale trovò ispirazione il referendum abrogativo, condiviso da Fanfani, ma respinto dagli elettori.

Uscito dall’impegno politico con il laticlavio di senatore a vita, scalfito da vicende personali che ne descrivono la fragilità umana, Emilio Colombo, riappare in questi giorni che diffondono l’idea di una ripresa della “cosa bianca”.

A questa nostalgia della DC non sfugge neppure il ragionevole Macaluso che sul Riformista arriva a scrivere “l’infelice esperienza fatta in questo ventennio con la crisi esistenziale della DC, la presenza subalterna dei cattolici democratici nel partito aziendale e padronale di Berlusconi, e, nel campo opposto, nel PD, la presenza di un amalgama non riuscito tra DS e Margherita, certo sollecita un ripensamento”.

Ed il ripensamento arriva puntuale con un articolo di Emilio Colombo sul giornale di Macaluso il 15 luglio.

E’ singolare che Emilio Colombo , a capo di un governo che ottenne nello stesso giorno il voto di fiducia per l’approvazione del decretone e la messa in minoranza dei cattolici con la legge sul divorzio, critichi oggi la condizione politica dei cattolici come “una dimensione subalterna nella quale i loro valori di riferimento sono stati compressi dentro una continua prassi negoziale , riflesso di quel costume che derivò dal patto Gentiloni “.

Lo non sfiora neppure il dubbio che una prassi “gentiloniana” abbia salvato un governo – il suo - guidato da un cattolico per approvare un decreto di forti contenuti di potere politico.

Forse, allora, sentì intorno a lui, la corazza dei cattolici democratici che , nello spirito conciliare, sentirono di non opporsi alla legge sul divorzio che modificava e prendeva atta di una nuova condizione della famiglia, lasciando questo intento ad una minoranza.

Certo, allora, lo spirito conciliare, rivolto verso il moderno, non consentiva di parlare di “valori non negoziabili” e la DC, spregiudicatamente, poteva salvare il suo potere e negoziare sui valori.

Non crediamo proprio che Emilio Colombo sia il personaggio più adatto a contribuire a che, come scrive, il vecchio ”seme” , “fruttifichi ancora”.

E, poi, quello a cui si riferisce il vecchio notabile DC è il seme cattolico democratico, non subalterno a Berlusconi , come analizza, sbagliando, Macaluso, ma che ha già fruttato l’alleanza con i post comunisti.
06/07/2011 [stampa]
Altri tempi.
Una rivista di informazione medica, ricca però di richiami di storia e di cronaca che interessano anche chi non pratica detta professione (Cuore e Salute, maggio-giugno 2011) presenta per la penna di Franco Fontanini una nota che sembra degna di particolare rilievo in un momento come l’attuale in cui si parla della necessità di ridurre le spese e di fare sacrifici.

Quintino Sella, è noto a tutti, fu un ministro che ebbe particolarmente a cuore il problema del bilancio dello Stato, improntando la sua politica ad un regime particolarmente accorto, di austerity, si direbbe oggi. Quello che non tutti sanno è che il proprio costume di vita corrispondeva alle esigenze ed ai sacrifici che riteneva necessari nell’interesse della collettività.

Veniamo così a sapere che quel ministro, oltre a severi provvedimenti fiscali, non esitò a sfrattare la Contessa di Mirafiori, moglie morganatica del re Vittorio Emanuele II da edifici propri dello Stato ricordandogli che essi dovevano essere riservati alla loro funzione, manifestava il suo rigore anche per sé, vestendo sempre lo stesso abito, tra l’altro di velluto col quale era solito andare a caccia.

Per questo, viaggiando in prima classe – come gli spettava senza dispendio alcuno - gli capitò di incontrarsi con due distinte signore francesi che, interloquendo tra loro, espressero meraviglia perché in Italia anche i contadini viaggiassero in quegli scompartimenti; Sella finse di non capire e dopo un po’ in perfetto francese chiese loro il permesso di fumare.

Le dame non risposero e Sella, per nulla imbarazzato poco dopo, questa volta in inglese perfetto, chiese loro di sfesurare il finestrino: anche qui non ricevette risposta e il viaggio durò fino a Roma caratterizzato dalla signorilità del Nostro e dalla silenziosa supponenza delle dame.

L’ A., prima di passare ai severi costumi di un altro ministro dell’epoca, Giuseppe Saracco, non manca di un salace richiamo a quando un senatore di un’ epoca recente in una riunione del CNEL si giustificò di non parlare in inglese perché sotto il fascismo gli era stato impedito di studiarlo.

L’altro personaggio, il Saracco, anche quando era Presidente del Consiglio abitò in una stanza in affitto piuttosto modesta, si cucinava da solo un frugalissimo pasto.

Detestava sfarzo e cerimonie e quando venne proposto di erigere un monumento del re nel suo comune di Acqui, non volendsi dimostrare offensivo con i suoi concittadini, andò a recuperare in una fonderia una vecchia statua bronzea del sovrano altrimenti già servita, la acquistò a sue spese e ne dispose la desiderata sistemazione.

Vien fatto da dire: Altri tempi! Ma non sarebbe forse meglio dire: Altri uomini? Luigi Gagliardi
13/06/2011 [stampa]
Il "capitalismo affarista" guida la sinistra.
Diceva Lenin che il massimalismo era il terreno di coltura dell’opportunismo e, soprattutto, era, nella sostanza, servo del capitalismo.

Non siamo, nell’epoca attuale, in presenza neppure di brandelli della “gloriosa” ideologia comunista, purtuttavia alcuni suoi parametri di valutazione possono , in qualche modo, essere applicati alla realtà della sinistra di oggi.

Soprattutto guardando l’intreccio che si sta sempre più realizzando tra attempati intellettuali sessantottini, conduttori televisivi moralizzatori di sinistra e proprietà editoriali di “capitalisti” passati per le stagioni delle grandi commesse pubbliche, per il consociativismo sindacale e per il sostegno a pioggia con risorse del bilancio dello stato.

Questi imprenditori sono stati sostenuti dai soldi degli italiani dai quali ricevevano sputi e insulti, attraverso meccanismi inventati da sindacati compiacenti che socializzavano le perdite, ma privatizzavano gli utili.

I protagonisti, che è davvero troppo definire “cattivi maestri”, di una stagione dell’Italia e che un interessante libro definisce “ i peggiori anni della nostra storia” e delle cui dissennatezze ancora paghiamo le conseguenze in termini di arretratezze e di debito pubblico, sono oggi coccolati e vezzeggiati da questi imprenditori che, salvati dalle inchieste della magistratura , nonostante avessero distribuito le loro tangenti a tutti i partiti, puntano ad acquisire sempre più forti posizioni nell’ambito dei media per condizionare e ricattare ciò che resta della politica.

Il “conflitto di interessi” vero che esiste in Italia, ne abbiamo scritti altre volte, è tra grande impresa ed editoria che nessun intellettuale di sinistra ha mai sollevato e solleverà perché la vocazione di questi è quello di essere apparentemente degli intransigenti moralizzatori e sostenitori dei diritti, ma nel profondo essere servi dei “padroni”, nell’animo e nelle prestazioni.

Li troviamo a frequentare le loro ville in Sardegna o in altre isole che, a volte, sono state edificate con qualche opera abusiva o acquattarsi ai piedi di fondatori di fondazioni che, sempre in quei “gloriosi” anni settanta si facevano passare la mazzetta per far incontrare i “padroni” veri ai quali prestavano la loro opera interessata …e come!

Questo intreccio costituisce la più pesante operazione editorial-politica che ha lo scopo di ostacolare qualsiasi cambiamento dell’Italia e per riprendere un cammino che si avviò nei primi anni’90 e che venne interrotto da un outsider che impedì ad una “gloriosa macchina da guerra” di prendere il potere per servirli meglio.

Occorrerebbe , se esistono ancora uomini e intellettuali liberi in questo Paese, prendere posizione, scrivere un manifesto, fare un appello, per svelare questo abominevole consorzio che si sta continuando a costruire per protrarre la rapina a danno dell’Italia e degli italiani.
31/05/2011 [stampa]
L'irriverente Veneziani.
Dopo i risultati delle amministrative anche i finiani si uniranno al coro dei vincitori, ma ormai sarà difficile salire sul carro.

Del terzo polo resta solo la modesta , ma solida forza di Pierferdinando Casini.

Gianfranco Fini che si è voluto misurare in queste elezioni ha scritto di suo pugno il suo epilogo politico.

I commenti non sono più polemici nei suoi riguardi , ma, decisamente, caustici.

Vale per tutti, anche se ovviamente di parte, quanto ha scritto Veneziani sul Gionale di lunedì 30 maggio: “ Gianfranco Fini è accusato di omicidio colposo per aver abbandonato in auto sotto il sole rovente il piccolo Futuroelibertà di pochi mesi.

La creatura, ancora in fasci, è stata ritrovata senza vita; invano le si è praticata la respirazione bocchino a bocchino. Lo strazio Della Vedova ( Benedetto) e il cordoglio per La Morte (Donato). Fini presiede la Camera ardente. Donati gli organi ai Tulliani”.
18/05/2011 [stampa]
A Latina "intellettuali" allo sbaraglio.
Erano scesi … in massa a Latina , richiamati dallo scrittore Antonio Pennacchi.

I più autorevoli esponenti di Fare Futuro si erano collocati nella lista FLI per il Comune di Latina .

A capo lista l’irriducibile Fabio Granata noto scalatore di tetti, poi il neo radicale Luciano Lanna ex direttore del Secolo d’Italia, quindi il simpatico futurista Graziano Cecchini, poi il deragliato Filippo Rossi , quindi, lo storico neoislamista Franco Cardini e non poteva mancare l’algido ex assessore alla cultura di Roma Umberto Croppi.

Tutto questo a Latina, pennacchianamente, città del Duce.

Su 81.842 votanti hanno ottenuto poco più di 500 voti, pari al prefisso telefonico 0,69.

Un conto è esercitarsi, ospiti dei talk show, nell’antiberlusconismo di maniera , un conto è andare a prendere voti.

Conformarsi al linguaggio della sinistra comporta il doppio rischio di abbandonare l’area di una cultura di destra che ha una sua nobile tradizione, spesso anticonformista, e , poi … ritrovarsi nel deserto dei consensi.

E’ facile prevedere per coloro che hanno seguito Gianfranco Fini in buona fede, una accelerata fuga da FLI.
18/04/2011 [stampa]
La marmellata dell'avvocatessa.
Giulia Buongiorno tradisce, nella sua intervista al Corriere della Sera del 15 aprile, una indispettita delusione: “ di giustizia mi intendo più di Berlusconi, ma non mi ha mai ascoltato, parlava dei suoi processi”.

La brava avvocatessa non si rende conto che Berlusconi la valutava per quello che è, ma che anche il premier sa che la politica è un’altra cosa.

La consistenza politica dell’on. Presidente della commissione giustizia della Camera si dimostra nelle frasi conclusive dell’intervista.

Prima ammette:“ so che l’ ipotesi di un accordo con il PD getta nel panico parecchi”, poi, però, il suo pensiero spicca il volo: “ personalmente, reputo superate le categorie di destra e di sinistra”. Il fine ragionamento dell’avvocatessa finisce nell’arrendersi al banale inciucio: “ e quindi per me i no pregiudiziali sono incomprensibili”.

Non ci si può preoccupare per questi ragionamenti di un avvocatessa prestata alla politica.

La marmellata politica è il risultato , a volte, di una marmellata culturale.

Nella stessa giornata l’on Briguglio, nella trasmissione Omnibus, più significativamente, teorizza che a Milano, se si andrà al secondo turno, FLI potrebbe sostenere il candidato della sinistra che, guarda caso, è stato messo in campo da Vendola.

La non lunga marcia di FLI verso la sinistra continua.
11/04/2011 [stampa]
Le "sedicenti brigate rosse" e "l'album di famiglia".
Ferdinando Adornato si è indignato perché nell’acceso dibattito sulle norme del cosiddetto processo breve Massimo Corsaro ha rievocato un tema degli anni ’70.

“ C’è voluto – ha detto il vicecapogruppo del PDL – il drammatico rapimento e uccisione del presidente Moro e della sua scorta perché si smettesse di dire che le Br erano sedicenti e che invece facevano parte della cultura della sinistra”.

Adornato si è piccato e, inalberandosi, ha interrotto Corsaro: ”Non le è consentito confondere Moro con Lele Mora”.

Questa efficace invettiva ha mandato in brodo di giuggiole tanti cronisti parlamentari e giornalisti, compresi quelli che erano a quei tempi nell’”album di famiglia” comunista.

Come non ricordare a questo proposito gli intelligenti articoli di Rossana Rossanda su Il Manifesto in quella terribile estate del ’78.

Ma anche - veltroniamente scrivendo – Ferdinando Adornato era - negli anni bui del terrorismo ( anni ’70 ) - comunista e come ha ammesso lo stesso Diliberto, in una intervista a Corriere Magazine del 21 aprile 2005, “molto più a sinistra di me”.

In quei tempi l’Unità scriveva di “sedicenti Brigate Rosse” e se qualcuno non ricorda si vada a legge il bel libro di Michele Brambilla “L’eskimo in redazione –Quando le Brigate rosse erano ‘sedicenti’ ” e troverà tanti nomi di “intellettuali” che all’epoca erano più di là che di qua.

Un gustosissimi ritratto dell’intellettuale Adornato lo ha scritto , con il fine sarcasmo che lo distingue, Piero Sansonetti, in un articolo sull’Unità del 13 dicembre 2002, ricordando che proprio negli anni ’70 fondò il settimanale FGCI “ La Città Futura”, poi chiuso dal PCI, che lo mandò all’Unità dove, pur con interessanti operazioni editoriali, non sfondò e passò nella scuderia di De Benedetti , cioè all’ “L’Espresso”.

Sansonetti prosegue il suo racconto, riandando alle vicende del passaggio alla politica : “Lasciò l'Espresso per tentare un'operazione politica che fu un fiasco.Si chiamava 'Alleanza Democratica', ve la ricordate? Un gruppo di intellettuali che voleva fare da anello di congiunzione tra vecchio Pci e liberalismo. C'erano Miriam Mafai, Willer Bordon, Giuseppe Ayala, Enrico Boselli e vari altri. Alcuni di loro (anche Adornato) furono eletti deputati, nel '94, ma tutti nei collegi blindati dal Pci. In termini di voti suoi 'Alleanza Democratica' restò sotto l'1%. Allora Adornato tornò al giornalismo, fondò 'Liberal', prima mensile e poi settimanale. Il mensile andò abbastanza bene, il settimanale andò male. Dovette chiudere. Anche se aveva grandi finanziatori, tra i quali Cesare Romiti”.

Sansonetti potrebbe aggiornare la story di Adornato per seguirlo sulla sua scalata : da De Benedetti a Romiti e da Romiti a Caltagirone o, meglio, a suo genero.
28/03/2011 [stampa]
Il fragile "nuovo patriottismo" della sinistra.
Galli della Loggia sul Corriere della Sera del 25 marzo scrive un interessante articolo sul “nuovo patriottismo” della sinistra.

“ Mai – scrive nell’editoriale – prima d’ora il patriottismo era entrato nel bagaglio ideologico di tale sinistra”. Poichè nella destra , “ tradizionale inquilina dello ‘spazio patriottico’ “, c’è l’intralcio politico della presenza della Lega , la destra “ si è fatta stupidamente paralizzare dai suoi veti lasciando libero il campo che un tempo era tipicamente suo”.

“Il patriottismo – continua Galli della Loggia – insieme al culto della Costituzione, è ormai diventato l’ideologia ufficiale della Presidenza della Repubblica”; di conseguenza la crisi della politica insieme ad altri elementi ha prodotto “il risultato di esaltare sempre di più, per contrasto, la figura politica … del capo dello Stato”.

Il giornalista conclude che “la loro biografia personale ( di Ciampi e Napolitano) ed il prestigio del loro ruolo hanno avuto l’effetto ovvio di accelerare ancora di più la corsa al patriottismo di una sinistra orfana di tanti ismi ormai annientati dalla storia”.

Ora, l’analisi del Corriere è parziale e inesatta.

Il “patriottismo costituzionale”, si fonda su una lettura specifica della storia d’Italia.

Come ha giustamente rilevato Ugo Finetti sul numero di Febbraio di Studi Cattolici: “A guidare l’insegnamento di questo tipo di patriottismo costituzionale è la storiografia dell’Insmli ( Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia ) che ha come credo e missione … ‘ la sottolineatura della continuità della società e della politica italiana da Giolitti a De Gasperi attraverso Mussolini: una continuità tra scelte moderate e nazionaliste, in cui la Resistenza rappresenta un momento di rottura democratica”.

Questa “rottura democratica” si incarnò nella Costituzione intesa come manifesto ideologico e non a caso la sinistra comunista ed anche una parte di quella cattolica ha sempre contrapposto Dossetti a De Gasperi. Anzi la sinistra non ha mai perdonato la svolta centrista che con De Gasperi e Saragat pose fine alla collaborazione con il PCI.

Sempre Finetti approfondendo l’analisi definisce questo patriottismo come “cittadinanza nazionale” come un … “ ‘ritorno a Rousseau’ da cui Luigi Einaudi … metteva in guardia e cioè il prevalere demagogico ed antidemocratico dell’idea secondo cui ‘l’uomo è veramente libero solo se si sottomette a quella volontà generale che egli non ha voluto ma ha semplicemente riconosciuto perché illuminato da coloro che sanno’ “.

Questo patriottismo della sinistra è legato ad una vicenda storica , non priva di ombre, e ad una Carta sostanzialmente ideologica.

E’ un patriottismo che nega che la dignità nazionale, come scrisse De Felice a proposito della “morte della Patria”, si ritrovi negli strati popolari.

E’ un patriottismo che nega l’ identità, quella categoria, cioè, in grado di ricostruire il filo virtuoso di una storia e di un cultura dell’Italia e che ne vide la definizione nelle parole di Dante e Petrarca, e che ebbe i contributi di pensatori espressione della cultura policentrica di tutte le regioni da Guinizzelli a Sannazaro, dall’Ariosto al Tasso, da Vittorio Alfieri a Ugo Foscolo, a Leopardi e Manzoni.

E c’è di più: questo patriottismo della sinistra accantona e cita solo in termini minimali e formali l’apporto di quella che il Cardinale Biffi definisce “l’inculturazione italiana della fede cristiana”: “l’elemento più potente di aggregazione delle varie genti della penisola è stato il comune possesso della fede cristiana e del suo radicamento”.

Basta guardare i profili architettonici dei centri storici di tutte le città e paesi d’Italia.

Questa aggregazione ha fatto dell’Italia un popolo che anelava all’Unità, ma che il Risorgimento, purtroppo , ha coinvolto solo in parte.

Senza la riaffermazione di questa identità avremo un patriottismo fragile che non penetra nel cuore degli italiani, soprattutto negli strati popolari.

La sinistra non è capace di ricercare e costruire una identità popolare vera che abbia radici nella storia e nella tradizione dell’Italia, anzi la sua cultura “rivoluzionaria”, ritornata all’illuminismo borghese e che la vede, oggi, asserragliata nella difesa della Costituzione, le impedisce di indicare un futuro per la Nazione.
08/02/2011 [stampa]
Cameron: "Il multiculturalismo è fallito".
In una sede di livello internazionale ( conferenza sulla sicurezza a Monaco di Baviera ) il premier britannico David Cameron ha pronunziato un discorso di indubbio interesse che, anche in Gran Bretagna, apre scenari di revisione della politica attuata nei riguardi degli immigrati, segnata fino ad oggi da una visione multiculturale.

Le parole di Cameron partono da una esigenza pragmatica di sicurezza: “Dobbiamo essere assolutamente chiari sull’origine degli attacchi del terrorismo che è l’ esistenza di una ideologia ‘l’estremismo islamico’; “l’estremismo islamico – sottolinea Cameron – è una ideologia politica, sostenuta da una minoranza che … promuove il suo obbiettivo finale: un intero regno islamico, regolato da una interpretazione della sharia”.

Dopo aver rifiutato l’idea dello “scontro di civiltà”, ed una equiparazione tra islam ed estremismo, Cameron pone in evidenza la difficoltà di alcuni giovani ad identificarsi sia con l’islam tradizionale che “con la Gran Bretagna, dove abbiamo permesso l’indebolimento della nostra identità collettiva”. “ Abbiamo addirittura tollerato – precisa il premier inglese – che comunità isolate si comportassero in modi che vanno contro i nostri valori”.

Quest’ultima riflessione rappresenta il risultato specifico dell’ideologia multiculturale in quanto essa teorizza il separato sviluppo delle caratteristiche identitarie di comunità anche quando queste producono valori e caratteri contrapposti a quelli del paese che li accoglie.

Cameron invoca il cambiamento: “ Se vogliamo sconfiggere la minaccia credo sia il momento di voltare pagina sulle politiche fallimentari del passato” e, “ invece di incoraggiare le persone a vivere separate, abbiamo bisogno di un chiaro senso di condivisa identità nazionale, aperto a tutti”.

“Dobbiamo costruire società più forti e identità di nazione - è l’invito del premier inglese -; abbiamo bisogno molto meno della tolleranza passiva degli ultimi anni …”, “un paese veramente liberale fa molto di più, crede in certi valori e li promuove attivamente”.

Queste coraggiose parole che vengono dalla Gran Bretagna contribuiscono a renderci più consapevoli dei rischi connessi alla ideologia multiculturale, anche se l’Occidente non ha ancora la piena consapevolezza di come radicare i valori sui quali confermare le società devastate dall’ individualismo e dall’ edonismo consumista.

Il risultato di questa condizione nella quale si radica il multiculturalismo è, in effetti, il nichilismo prodotto in Occidente dalla cultura relativista con la quale si è eliminata qualsiasi verità, qualsiasi definizione di ciò che sia bene o male e, quindi, si sono eliminate le radici storiche dei valori naturali che debbono connotare le democrazie.

E’ incoraggiante che si spezzi il muro del conformismo multiculturale.

Ci vengono in mente le parole che Benedetto XVI ha pronunciato il 18 settembre nella veglia di preghiera in Hyde Park durante la sua visita in Inghilterra che è stata accolta con grande attenzione dal premier Cameron: “Ai nostri giorni, quando un relativismo intellettuale e morale minaccia di fiaccare i fondamenti stessi della nostra società, Newman ci rammenta che, quali uomini e donne creati ad immagine e somiglianza di Dio , siamo stati creati per conoscere la verità, per trovare in essa la nostra definitiva libertà e l’adempimento delle più profonde aspirazioni umane”.
14/01/2011 [stampa]
Ricordiamo a Buttiglione...
Ricordiamo a Buttiglione il quale, nel corso di una intervista sulla televisione di Repubblica, ha definito Fini un laico credente o qualcosa di simile, che lo stesso Fini in un colloquio con Belpietro nel 2007, allora direttore del settimanale Panorama, disse: “non ho il dono della fede” .

Gianfranco Fini ha tutto il diritto di definirsi, in questo ambito, come meglio crede o…non crede. Anzi, rispettiamo la sua sincerità, anche se non condividiamo questo suo orgoglio…ateo.

Quello che non ci sorprende, ma ci ripugna, è la iattanza del professor Buttiglione che, in nome della difesa di una alleanza politica esprime apprezzamento e tenta di offrire una immagine non reale del Presidente della Camera, concedendo indulgenze anche ai non coerenti sul piano religioso.

Il professore Buttiglione è ricordato come il segretario dei Popolari che spaccò il partito per andare verso il centro destra e spaccò il centro destra per approdare al governo D’Alema.

Interpreta, non senza presunzione, la sua condizione di intellettuale cattolico come uno status al di là del bene e del male e, di conseguenza, con licenza di agire nel modo più spregiudicato, scegliendo di volta in volta ciò che ritiene più opportuno.

Molti anni fa’, all’epoca della prima guerra in Iraq, nonostante fosse collegato con il movimento di Comunione e Liberazione non condivise la scelta che esponenti di questo movimento (Sbardella e Formigoni) fecero in sede parlamentare di astenersi dall’approvare l’appoggio italiano all’azione bellica americana nel Paese del medio oriente.

Ciò provocò un’aspra critica del parlamentare laziale che definì Buttiglione “un agente della CIA”, anche sulla discutibile base che il professore all’epoca risultava docente nella università del Liechtenstein.

Si trattava, chiaramente di una boutade polemica, senza fondamento, tuttavia resta il sospetto che la non eccelsa selezione del personale CIA, come alcuni fatti di terrorismo accaduti anni dopo hanno dimostrato, avrebbe potuto dare adito alla veridicità di questa battuta.
10/01/2011 [stampa]
Paola Binetti spacca il terzo polo.
Paola Binetti ha scelto di entrare nell’UDC, ma il suo riferimento non è Pierferdinando Casini, ma Camillo Ruini.

L’Avvenire ha fatto capire, esplicitamente, che non gradisce l’alleanza dei centristi con i finiani e l’onorevole Binetti ha, giustamente, chiesto che si discuta la proposta di legge sul testamento biologico che Fini aveva fermato perché dissenziente nel merito.

L’esame della legge non sarà un passaggio parlamentare come tanti, ma renderà evidente le differenze tra le diverse formazione del neo costituito terzo polo.

L’iniziativa della parlamentare cattolica si muove con questo importante obbiettivo.

La vicenda che si apre, che imbarazza il partito di Fini, dimostrerà che questa nuova formazione, su argomenti di grande rilievo, assumerà posizioni vicine alla sinistra.

Può darsi , invece, che, se sono vere talune espressioni filo cattoliche esplicitate in questi giorni da esponenti finiani , si determini una spaccatura.

Resta, comunque, evidente che la navigazione del partito di Bocchino e Granata è difficile e vicina al naufragio, dopo la sconfitta del 14 dicembre.

Pierferdinando Casini conosce tutto questo e i passaggi che si vanno presentando, saranno utili al suo gioco tattico che tende ad utilizzare Fini per mantenere aperto il dialogo con Berlusconi, sperando, sempre, di poterlo sostituire.
10/11/2010 [stampa]
Fini: un futuro senza "avvenire".
Un lettore di Avvenire annota un passaggio significativo del discorso di Fini a Bastia umbra: “ bianchi e neri; cattolici , ebrei e mussulmani; uomini e donne; eterosessuali e omosessuali; italiani e stranieri: qualsiasi persona , la persona umana, senza distinzioni e discriminazioni, deve essere al centro dell’azione della politica e avere la tutela dei propri diritti”. E lo stesso lettore, poi, prosegue nella citazione: “ In Italia dobbiamo colmare il divario e allinearci agli standard europei sulla tutela tra le famiglie di fatto e quelle tradizionali”.

Infine, date le premesse questo lettore si chiede, ironicamente, se non si debbano abbandonare le vecchie e tradizionali e scontate famiglie fondate sul matrimonio.

A questa lettera il direttore del quotidiano della CEI , Marco Tarquinio, risponde sull’Avvenire del 9 novembre non solo con estrema chiarezza, ma, ed è particolarmente significativo, chiamando in causa i contenuti del discorso di Fini di domenica. Riportiamo integralmente il testo della risposta , non solo, ed ovviamente, condividendone i contenuti, ma ritenendo che questo testo non possa non far riflettere i protagonisti del confronto politico direttamente o indirettamente chiamati in causa.

Capisco la sua amara ironia, gentile avvocato. E condivido la sua profonda perplessità: “il “partito moderno” anzi “futurista” di Gianfranco fini, ultima evoluzione della destra post-fascista faticosamente nata dalle ceneri del MSI-Dn, sta rivelando di portare nel suo Dna qualcosa di strutturalmente e – per quanto ci riguarda – di in accettabilmente vecchio.

La pretesa radicaleggiante di dividere il mondo in buoni e cattivi, in arretrati e progrediti culturalmente, sulla base di una premessa e di un pregiudizio ideologico. Il ronzio di fondo cha accompagna le dichiarazioni del leader ricorda, poi, le sicumere dell’anticlericalismo proprio, con le sue ambizioni e le sue miserie, di una certa Italia liberale in tutto e con tutti tranne che nei confronti dei cattolici.

L’accattivante elenco finiano di differenze da comporre in giusta armonia – che lei opportunamente cita, caro amico, - culmina per di più in affermazioni che con il rispetto delle diversità nulla hanno a che vedere e che teorizzano, piuttosto, l’ingiusto annullamento delle diversità.

Un retorico elogio della confusione, all’insegna del più piacione dei relativismi.

Nonostante l’ostentato ( e sarkoziano ) richiamo all’idea di una” laicità positiva”. Spiace, infatti, constatare che il primo a fare le spese lessicali e programmatiche del riproporsi di un Fini-pensiero purtroppo già noto, sia stato l’istituto della famiglia costituzionalmente definita (articolo 29), cioè quella unita regolarmente in matrimonio e composta di un uomo e una donna e dai figli che hanno messo al mondo o accolti in adozione.

Il neoleader di Fli e attuale presidente della Camera si mostra, insomma, pronto a ridurre la “famiglia tradizionale” a una possibilità, a una mera variabile in un catalogo di desideri codificati, manco a dirlo, secondo gli “standard europei”.

Bizzarro, deludente e rischioso argomentare che si somma all’altrettanto pericolosa scelta di campo che l’ha indotto a osteggiare una legge – quella sul “fine vita” approvata in prima lettura al Senato e ferma alla Camera – tesa a scongiurare la surrettizia ed anti-umana introduzione di pratiche eutanasiche nel nostro ordinamento.

Come potremmo non annotare e tenere in debita considerazione tutto questo? E, proprio guardando al futuro oltre che al presente, come potrebbero non tenerne conto con lucidità i potenziali interlocutori politici di Fini?
19/10/2010 [stampa]
Da Berlino una buona notizia: "E' falllito il modello multiculturale".
Che Angela Merkel, leader di una Germania distante dalla tragedia nazista, trovi il coraggio di prendere atto che “il modello multiculturale è fallito”, è un fatto di grande rilievo.

In Europa una cultura politica illuminista ha sempre tacciato di xenofobia e di razzismo tutti coloro che si sono posti il problema dell’inadeguatezza delle politiche di integrazione ed anche della pericolosità dell’ideologia multiculturale che auspicava una rigida coesistenza delle differenti culture.

Poiché alle forze politiche moderate era inibito di affrontare il tema, la questione finiva per diventare il cavallo di battaglia di posizioni politiche estremiste, con i limiti e i rischi che ciò comportava.

La Merkel ha rotto l’incantesimo ed ha detto basta alle forme morbide di integrazione nei riguardi del bagaglio culturale e religioso degli immigrati. Pur senza respingere i nuovi arrivi ha aggiunto che i tedeschi originari “non devono essere sacrificati a favore degli immigrati” e quest’ultimi, addirittura, non dovrebbero essere assunti “finchè non abbiamo fatto tutto quello che possiamo fare per aiutare la nostra gente a qualificarsi e ad avere una chance”.

Mentre in Germania si prende atto della fine del multiculturalismo quello che appare necessario è cominciare a invertire una rotta che è stata seguita per anni complessivamente in Europa.

Cominciando a porsi alcune questioni senza la cui soluzione non può positivamente operare una politica di integrazione.

Ce ne offrono una significativa serie le riflessioni di mons. Giampaolo Crepaldi nel libro Il Cattolico in Politica, con prefazione del Cardinale Angelo Bagnasco.

La mera questione del rispetto delle regole come principio ordinatore dei rapporti con gli immigrati è privo di significato se non si riflette sul fatto che le nostre regole hanno un senso ed esprimono convenzioni, ma anche valori. Ed è quindi necessario educare i nuovi venuti a questi valori.

Insieme a ciò occorre riaffermare la nostra identità e comprendere la verità della nostra cultura, rispetto ad un idea che si è andata diffondendo : che tutte le culture siano eguali o che addirittura la nostra sia una cultura dannosa.

Si deve comprendere anche quali contenuti delle altre culture si contrappongano ai nostri e che sono di impedimento alla integrazione, riaprendo una questione che diversi anni fa pose il Cardinale Biffi, quando auspicò che lo Stato si impegnasse a favorire quella immigrazione che avesse più possibilità di integrarsi, poiché è evidente a tutti che tra le diverse etnie vi è un assai diverso livello di adattabilità ai nostri valori e, quindi, di integrazione.

In questo contesto vanno valutate le decisioni in ordine alla attribuzione della cittadinanza come accoglienza di doveri e non solo come concessione di diritti, mentre si propongono formule assolutamente automatiche.

Duole, ma non ci sorprende, a questo proposito, che le Acli nella settimana sociale dei cattolici che si è svolta a Reggio Calabria abbiano proposto, per arrivare ad una vera integrazione, di introdurre lo ius soli, superando lo ius sanguinis concedendo il diritto a chi nasce sul suolo italico e non solo a chi è figlio di italiani.

Ma è sempre più evidente che, anche in campo cattolico, le idee che si andarono sviluppando negli anni ’70, nella atmosfera di un distorto spirito conciliare, siano giunte al capolinea, mostrando la loro limitatezza, essendosi adattate alla cultura moderna senza capire e interpretare il disagio del mondo moderno, e risultando del tutto inadeguate a comprendere il nuovo spirito di evangelizzazione, secondo verità, che emerge dalla ultime figure pontificali.
12/10/2010 [stampa]
Indigesto per la Cina il nobel per la pace.
Il conferimento del Nobel per la pace al dissidente cinese Liu Xiaobo, un tenace difensore dei diritti umani fondamentali attualmente in carcere per scontare una condanna di 11 anni, apre un capitolo un capitolo nuovo nei rapporti tra l’Occidente e il più popoloso paese del mondo che si avvia, entro il 2040, a diventare la prima potenza economica del mondo.

La decisione dell’istituto norvegese, dopo l’attribuzione dello stesso premio nel 1998 al Dalai Lama, squarcia le tenebre e i silenzi con i quali i vertici della Repubblica popolare cinese hanno da sempre tentato di coprire le vicende legate ai diritti civili, al dissenso interno, al pluralismo di opinioni culturali e religiose. In un parola alla mancanza di democrazia politica.

Alla Cina interessava imporsi come potenza economica, accettando anche forme e strumenti di capitalismo, compresa la protesta degli operai delle aziende straniere per salari più alti. Attraverso anche una politica estera di movimento e di penetrazione Pechino si è andato imponendo come partner primario in molti Stati sudamericani e africani. In queste settimane il governo di Wen Jiabao ha rivolto l’attenzione all’Europa partendo con l’acquisto dei debiti greci e finendo con una serie di accordi economici con l’Italia in occasione del quarantennale dei rapporti diplomatici tra i due paesi.

I problemi interni ( 150 milioni di contadini percepiscono meno di un dollaro al giorno; l’industrializzazione avanzata ha provocato vasti fenomeni di inquinamento; le proteste dei lavoratori per le retribuzioni troppo basse; le denunce di Amnesty International per le eccessive pene capitali) sono rimasti soffocati anche durante le Olimpiadi del 2008 e le proteste dei monaci buddisti per la libertà o la autodeterminazione del Tibet.

Bloccato praticamente sul nascere il tentativo del Segretario di Stato Hillary Clinton di sollevare il problema dei diritti umani, sacrificato sull’altare della real politic e soprattutto sulle difficoltà del dollaro nei confronti della moneta cinese, il cui valore è considerato dai politici Usa e dagli organi monetari internazionali troppo basso.

Proprio in queste settimane la rivalutazione della yuan è al centro dello scontro dialettico tra Cina e mondo occidentale, tanto che il direttore del Fondo monetario internazionale ( FMI) Domenique Strauss-Khan ha parlato di “ guerre delle valute” da evitare in quanto la sottovalutazione dello yuan è fonte di tensioni nell’economia mondiale. Alle sollecitazioni e pressioni Usa il governatore della Banca popolare cinese Zhou Xiaichun risponde che la riforma del regime di cambio dello yuan si farà, evitando una terapia shock, scegliendo un approccio graduale. I cosiddetti tempi lunghi cinesi.

Le tensioni sui cambi riguardano anche la decisione della Federal Riserve americana di stampare a novembre dollari per acquistare titoli del Tesoro a lungo termine, al fine di sostenere l’economia statunitense immettendo liquidità. Ma a seguito dell’indebolimento della moneta verde e di quella cinese l’euro si rivaluta con danni per l’export.. La Cina è un grande paese( un miliardo e 300 milioni di abitanti) che ha un lunghissimo percorso dietro le spalle ma anche un lungo cammino davanti. Marcia ad un tasso annuale di crescita intorno all’8,7 per cento. E’ il primo produttore di grano al mondo con 530 milioni di tonnellate che permettono di sfamare il 20 % della popolazione mondiale. E’ il primo produttore di acciaio: 568 milioni di tonnellate. Nonostante altri indicatori di notevoli dimensioni ( tra l’altro Pechino è il principale creditore dell’America di Obama) la Cina è un insieme di ricchezza e povertà, di forza e debolezza.

Tra le debolezze il sistema politico che resta autocratico e i diritti umani non riconosciuti ai dissidenti. Da quì la lotta a Google e a Internet e l’ostracismo a scrittori come Kan Zhengguo, uno dei ragazzi di Tienanmen che si salvò dall’eccidio e che insegna a Yale ed ha scritto “ Esercizi di rieducazione” tradotto da Laterza.

Il riconoscimento del Nobel a Liu Xiaobo, che da professore scese in piazza nel 1989 in difesa delle ragioni degli studenti, rompe la tela di silenzio calato su quanti chiedono come il movimento “ Carta08” l’instaurazione in Cina di un sistema democratico e sulla tragedia degli studenti di piazza Tienamen. Ora il sogno dei difensori dei diritti umani, di tutte la latitudini, sperano nel miracolo di vedere Liu Xiaobo liberato e ritirare a dicembre il premio a Oslo.(smen)
01/10/2010 [stampa]
Piero Calamandrei e la "Repubblica presidenziale".
E’ significativo il modo con il quale è stata accolta dalla stampa di sinistra la citazione di Piero Calamandrei ( “ il regime parlamentare non è quello dove la maggioranza ha sempre ragione, ma quello dove sempre hanno diritto di essere discusse le ragioni della minoranza”) inserita dal premier nel suo discorso alla Camera sugli obbiettivi programmatici e tratta dal discorso dall’intervento di inizio legislatura di Veltroni.

Il Riformista, impegnato ormai sulla linea proporzionalista di D’Alema, ha ironizzato su quella che ha definito l’ “iscrizione d’ufficio” del costituzionalista e leader del Partito d’Azione tra i sostenitori delle tesi maggioritarie di Veltroni.

Per la verità la citazione di Calamandrei dà fastidio per il fatto che egli propose anche alla Costituente la tesi della repubblica presidenziale.

Giuliano Vassalli, in un ricordo del costituzionalista, richiamava il suo intervento in seconda sottocommissione, del 5 settembre 1946 ed un suo articolo su "Italia libera": "Non è indispensabile che si adotti integralmente in Italia lo schema della repubblica presidenziale quale è in vigore in America; basterebbe che ad essa ci si avvicinasse in un punto, che è quello dell'innalzamento e rafforzamento dell'autorità del capo del governo, attraverso l'approvazione solenne - popolare o delle assemblee legislative almeno - del piano in cui sia fissata la politica che intende seguire". E ribadì: "Il problema fondamentale della democrazia, cioè il problema della stabilità del governo; nel progetto di costituzione di questo non c'è quasi nulla".

“ Parole di grande realismo - aggiungeva a commento Vassalli – “ e che sembrano quasi profetiche quando si pensa a ciò che è accaduto in Italia per cinquant'anni, con cinquantatré governi, e a quello che è uno dei tormenti delle riforme oggi in gestazione”.

Anche Norberto Bobbio nel 1995 ricordava la figura di Calamandrei e la sua idea di Repubblica presidenziale: “Una delle preoccupazioni costanti di Calamandrei era l' instabilita' dei governi in regime parlamentare. Nel suo intervento alla Costituente … si pronuncio' per la Repubblica presidenziale: "In Italia - ricordo' - si e' veduta sorgere una dittatura non da un regime a tipo presidenziale, ma da un regime a tipo parlamentare, anzi parlamentaristico, in cui si era verificato proprio il fenomeno della pluralita' dei partiti e della impossibilita' di avere un governo appoggiato a una maggioranza solida che gli permettesse di governare" .“ Sembra il ritratto della Prima Repubblica – commentò Bobbio - e anche di quel che abbiamo visto finora della Seconda”.

E’ un sintomo della grave decadenza della politica e della cultura politica di oggi che rispetto ai temi di carattere istituzionale prevalga una visione strettamente legata alle convenienze più immediate sul terreno elettorale di ciascuna forza politica.

Anche nel dibattito del 29 settembre si sono ascoltate ingiurie e slogans, ironie e tatticismi, senza che emergesse minimamente un’analisi politica che esprimesse una strategia di fondo ed un adeguato respiro storico.
26/08/2010 [stampa]
Togliatti e l'identità del partito democratico.
Anche il “dossettiano” Arturo Parisi ha sentito l’esigenza di chiedere a Pierluigi Bersani quale sia “il motivo che induce … il PD a ricordare il 46 mo anniversario della morte di Palmiro Togliatti con una cerimonia al Verano e la partecipazione di un rappresentante della Segreteria del Partito”.

Il giudizio storico su Togliatti è chiaro e non consente ripensamenti.

Le responsabilità per il suo ruolo nel Comintern, la connivenza nelle stragi degli anarchici e socialisti, il piegarsi alla politica stalinista non possono certamente essere attenuate dagli appunti che lui redasse nel memoriale di Yalta, probabilmente non destinato ad una sua pubblicazione che invece fu decisa da Longo, nel quale sconsigliava una lotta frontale tra comunismo internazionale e quello cinese, sostenendo la necessità che ogni partito si muovesse in modo autonomo con il rifiuto di una nuova organizzazione internazionale centrale, con un forte richiamo al leninismo. La esaltazione di questo documento è servita per una mitizzazione del leader comunista.

Ciò che resta nel PD delle idee e della prassi togliattiana è innanzitutto quella sollecitazione alla politica “frontista” che, in qualche modo e con motivazioni diverse, riemerge nella lotta al berlusconismo, quella particolare difesa della Costituzione formale ed anche quella enfatizzazione del ruolo della giustizia che, tuttavia, in Togliatti, non arrivava a debordare rispetto alla politica ed alle istituzioni rappresentative.

In questo senso, pur in un contesto ampiamente diverso, rimane nel PD un po’ di Togliatti che è facile denunciare rispetto alle commemorazioni, più difficile nei riguardi dei contenuti politici sopra descritti.

Paolo Franchi sul Corriere del 23 agosto, poi, si è divertito a confrontare il Togliatti “ politico di prima grandezza”e che, secondo il giornalista avrebbe invitato il Presidente della Regione Piemonte, rispetto ad un partito, il PD “che quasi per costituzione non è in grado di proporre una narrazione di sé, dell’Italia e del mondo, e forse non è neppure troppo interessato a costruirla”.

Questo episodio è una limitata, ma significativa, ulteriore dimostrazione che la questione dell’identità politica del PD non è ancora risolta. Questa debolezza, direbbe Togliatti “strutturale”, del PD si riflette sulla limitatezza della sua classe dirigente e sulla inconsistenza e contraddittorietà della sua strategia.
19/07/2010 [stampa]
A proposito di lotte politiche interne. Un precedente storico: il caso Montesi
E’ in atto una polemica dai toni molto elevati sugli scontri interni al PDL, con particolare riferimento alle vicende che riguardano il conflitto Cosentino - Caldoro.

Non vogliamo entrare nella vicenda, ritenendo che si tratti di uno sgradevole episodio di concorrenza politica che, non nascondiamocelo, è un elemento abbastanza connaturato alle logiche del potere.

Non ci scandalizziamo allo stesso modo di come, strumentalmente stanno facendo oppositori interni al PDL e giornali di proprietà e legati a precisi interessi imprenditoriali.

Abbiamo un concetto elevato della politica, nel senso che ad essa compete la piena autonomia dagli interessi di parte, al fine di perseguire l’interesse generale.

Alla politica compete la moralità che è cosa del tutto diversa dal moralismo che, invece, invoca strumentalmente il rispetto della morale per finalità e interessi di parte.

Con la penna di un pensatore e storico della Democrazia Cristiana, vogliamo ricordare una vicenda dei primi anni ’50 che, probabilmente, cambiò e non di poco, non solo la storia di questo partito, ma, probabilmente, della stessa storia d’Italia.

“Si viveva allora in clima di romanzo poliziesco: chi ha veramente ucciso Wilma Montesi? Il caso Montesi non sarà mai risolto e non è stato nemmeno chiarito se si trattasse veramente di omicidio: ma i funzionari che sostenevano la tesi del ‘pediluvio’, cioè della morte accidentale, sono per ciò stesso accusati di complicità. In questo clima si giunge alla incriminazione di Piero Piccioni per omicidio colposo, di Ugo Montagna per complicità e dell’ex questore di Roma Saverio Polito, per favoreggiamento. In queste circostanze Attilio Piccioni si dimette dal ministero degli Esteri. Egli cessa per sempre di essere un leader, diventa uno spettatore ed un notabile. Fu questo il maggiore e più duraturo effetto del caso Montesi sulla politica italiana. Attilio Piccioni avrebbe potuto raccogliere con autorità la successione di De Gasperi, non avrebbe dovuto pagare alcun prezzo per la sua legittimazione, mentre furono alti quelli che Fanfani dovette pagare, dentro e fuori del partito. Piccioni avrebbe potuto tentare dei monocolori senza l’accusa di ‘integralismo’, Fanfani non lo potrà. La difficoltà di legittimazione politica all’interno e all’esterno della Dc, di Fanfani come leader concorre a limitare l’autonomia politica della Dc.

In quei giorni si cerca di fare del caso Montesi il caso della Dc, di far cadere il governo su una questione morale. Nenni dice in Parlamento che il caso Montesi è ‘la dimostrazione di una società ormai in stato di sfacelo morale’. Ma tutto quel che ne deduce è la mano tesa a Fanfani contro Scelba. Il socialdemocratico Paolo Rossi difende Scelba ricordando che, nelle comunicazioni sul governo Fanfani, Nenni si era dichiarato contro Fanfani ‘vecchiofascista’ preferendogli Scelba ‘vecchio democratico’. Fanfani deve intervenire nel dibattito parlamentare in seguito all’intervento di Togliatti, secondo cui Saragat avrebbe alluso a lui in un articolo sulla ‘Giustizia’, come il primo autore delle ‘voci’ su Piero Piccioni. Egli aveva solo consegnato degli appunti della Moneta Caglio al comandante generale dell’Arma dei carabinieri perché ne riferisse alla magistratura. Scelba è considerato ovviamente come l’uomo da abbattere da parte di socialisti e comunisti. Ciò però lo rafforzava immediatamente. Le dimissioni di Piccioni gli consentono di affidare il ministero degli Esteri sì ai liberali, ma ad una persona a lui vicina come Gaetano Martino, e di assumere quindi un controllo più diretto sulla politica estera …”( G. Baget Bozzo, Il Partito cristiano e l’apertura a sinistra. La Dc di Fanfani e di Moro 1954-1962 Vallecchi 1977).

Piero Piccioni , in seguito, fu assolto.
10/06/2010
Massoneria e PD. Questione disciplinare o lungo filo grigio del relativismo comunista?
Stupisce che Beppe Fioroni esprima insoddisfazione per la decisione della commissione di garanzia del PD, presieduta da Luigi Berlinguer che, come titola il Corriere della Sera dell’ 8 giugno, “ non chiude ai massoni”. Non stupisce che la Bindi abbia tacciato di strumentalità le perplessità del collega ex ministro della pubblica istruzione.

La storia del rapporto tra la sinistra, anche di quella un tempo comunista, e la massoneria è lunga e articolata.

Non ci interessano gli aspetti “oscuri “, cioè quelli che fanno gola a chi concepisce la politica come una lunga trama di “complotti”. Prestiamo, invece, attenzione alla trama culturale che si è dipanata in Italia con il lungo filo grigio del rapporto tra la cultura liberale e borghese ed il pensiero comunista , che , attraverso, gli eventi degli ultimi quindici anni , ha contribuito a tessere il disegno del Partito Democratico.

Secondo Fabio Martelli curatore del volume sulla massoneria degli annali della storia d’Italia dell’editore Einaudi , pubblicato nel 2006, “nella teoresi gramsciana la muratoria è considerata come forza progressiva, anche se non progressista”.

In effetti, nell’intervento del 16 maggio 1925 alla Camera dei Deputati sul disegno di legge contro le società segrete, Antonio Gramsci disse che “la massoneria in Italia ha rappresentato l’ideologia e l’organizzazione reale della classe borghese capitalistica “, aggiungendo “ chi è contro la massoneria è contro il liberalismo”.

Non sfugge in questo passaggio di Gramsci una valutazione positiva del liberalismo.

Augusto Del Noce ne “Il suicidio della rivoluzione”, riferisce l’ultima intervista di Amadeo Bordiga, nella quale il primo segretario del Partito Comunista d’Italia dice che l’antifascismo, che nello schema gramsciano aveva sostituito l’opposizione capitalismo - proletariato, aveva dato “vita storica al velenoso mostro del grande blocco comprendente tutte le graduazione dello sfruttamento capitalistico e dei suoi beneficiari, dai grandi plutocrati, giù giù fino alle schiere ridicole dei mezzi-borghesi, intellettuali e laici”. Bordiga si spiegava questo percorso aggiungendo che Gramsci era stato deviato dall’”assurdo liberalismo rivoluzionario” di Gobetti.

Nell’analisi di Del Noce emerge la spiegazione dell’”evoluzione gramsciana del comunismo che si incontra con l’evoluzione del capitalismo” ed il suo pensiero” sembra diventare oggi l’ideologia del consenso comunista all’ordine tecnocratico”.

Il lungo filo grigio si dipana nel dopoguerra. Giancarlo Galli nel recente volume “Nella giungla degli gnomi”, ricordando che nei forzieri della Banca commerciale di Mattioli erano custoditi i diari di Gramsci, riferisce di un interessante articolo di Nilde Iotti apparso su Rinascita del 2 agosto del 1973. “ Ho conosciuto Raffaele Mattioli tanti anni fa (quasi venti) in casa di Franco e Marisa Rodano. Togliatti non mi aveva detto gran che, quando mi aveva annunciato che saremmo stati a cena da un grande banchiere. Né aveva risposto al mio stupore (i banchieri erano dei commensali del tutto inconsueti per noi) poiché amava osservare e divertirsi delle altrui sorprese. A quella sera ne seguirono molte altre, … ma da quella prima volta capii subito perché per Mattioli, Togliatti usava la parola amico, lui che ad attribuire questa qualifica era così parco. Tra loro c’era ciò che è più proprio dell’amicizia, il trovare immediatamente un terreno comune di interessi, una ragione mai superficiale di discorso”.

Il dialogo tra Togliatti e Mattioli preparò il terreno per quella successiva evoluzione che vide il PCI inserirsi nell’orizzonte scalfariano e di Repubblica, piuttosto che percorrere la strada di una possibile evoluzione in senso socialdemocratico e dell’umanesimo craxiano, i cui frutti ultimi si possono ritrovare nell’ atteggiamento attendo alla dottrina sociale della Chiesa di molti esponenti ex socialisti dentro il PDL.

Gli elementi raccolti dal PCI nel corso della sua storia culturale e politica lo hanno portato ad una evoluzione che, sostanzialmente, lo ha collocato in adesione al pensiero relativistico, portandolo ad essere, di conseguenza, permeabile alla cultura massonica.

Ora al di là di appartenenze alla massoneria più o meno rituali o di tipo dopolavoristico peraltro diffuse in diverse formazioni politiche, il pensiero massonico, come sottolineò l’Osservatore Romano nelle “riflessioni ad un anno dalla Dichiarazione sulla Massoneria della Congregazione per la Dottrina della Fede : “si propone di fatto una concezione simbolica relativistica”.

E’ evidente che per un cattolico “la iscrizione alle associazioni massoniche ‘rimane proibita dalla Chiesa’”. Per i cattolici nel PD questo problema, ovviamente, non si pone.

La questione posta da Fioroni ed altrui è quella, sufficientemente banale, che il codice etico del partito impedisce di essere iscritti ad associazioni o logge segrete o con vincolo di segretezza ; la Commissione di garanzia del PD l’ha risolta con il deliberato di richiedere a chiunque voglia aderire al PD di dichiarare preventivamente a quali associazioni sia iscritto.

La commissione sembra aver sfondato una porta aperta, perché il Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia Gustavo Raffi rivelando – nell’intervista a Repubblica del 9 giugno – che vi sono “almeno 4 mila diessini iscritti”, ha sottolineato con enfasi che “è ora di finirla con la leggenda della segretezza , frutto avvelenato di Gelli”. A parte il fatto che la segretezza nella Massoneria c’è sempre stata, al di là della P2, ne prendiamo atto; problemi statutari risolti.

Ne restano altri. Sempre il Gran Maestro ricorda che Mario Berlinguer, padre di Enrico e di Luigi- presidente della commissione che si è occupato della vicenda – era stato Gran Maestro della Loggia di Sassari. L’intreccio è interessante, ma non è questo ancora il problema.

Il vero problema che Fioroni e d’Ubaldo non si pongono è quello della radicalizzazione del pensiero relativista dentro il PD, con o senza il contributo dei massoni e della incapacità di descrivere il lungo filo grigio che accompagna la storia della sinistra comunista e post e che va da Gramsci a Togliatti, da Berlinguer a Veltroni . Auguri.
25/02/2010
Tremonti alla "Cattolica" e D'Alema alla London School of Economics.
Possono sembrare – e per certi aspetti lo sono – lontani e non paragonabili due interventi autorevoli che si sono svolti a distanza di oltre un anno e tre mesi: la prolusione del Ministro Giulio Tremonti alla Università Cattolica di Milano per l’inaugurazione dell’anno accademico 2008-2009 e quello del presidente del Copasir Massimo D’Alema alla London School of Economics.

Eppure questi due diversi discorsi, ma soprattutto i luoghi dove essi sono pronunciati, dimostrano tendenze poco avvertite, ma importanti della cultura politica , non solo dei protagonisti, ma anche dei movimenti politici che ad essi fanno riferimento.

L’intervento di D’Alema tenta di dimostrare che la via socialdemocratica sia la sola a garantire “una globalizzazione che metta al centro l’essere umano e i suoi diritti”. Tremonti, invece, ha parlato di “economia sociale di mercato” che richiede anche “l’introduzione di un ordine, di una disciplina, di valori morali”. Tremonti per attuare questa ritiene necessaria la platoniana “intelligenza che sta in guardia”, “guidata da Dio”, D’Alema invoca “l’unità politica” del “nostro continente” come elemento di equilibrio internazionale.

Il linguaggio di D’Alema è il risultato della sua tardiva conversione al socialismo, stemperato delle asprezze ideologiche della cultura comunista, ma privo dell’afflato idealistico crociano di Togliatti ed il suo prodotto pubblicistico è la rivista “Italiani- europei” che produce interessanti, ma pletorici e barbosi saggi sociologici. Tremonti da una cultura segnata dal socialismo testimonia come quel nucleo di umanesimo liberale che lo distingueva e che si salvò dalla contaminazione comunista, oggi si apre all’influenza della dottrina sociale della Chiesa ed al pensiero forte di Benedetto XVI che ripropone la legge naturale e l’etica morale.

In sintesi. Il socialismo nel PDL - attraverso la discontinuità imposta da Craxi che convertì un partito che si era opposto ai Patti Lateranensi nella Costituzione 1948, per confermarli nel 1984 - rientra nella storia e nella tradizione italiana. Il postcomunismo ha ormai preso il largo verso i liti del mondialismo radicale e concepisce l’Europa non come patria ma come terra dei diritti individuali. Non a caso all’internazionale comunista si sostituì l’Ulivo mondiale.

Questo è lo scenario culturale sul quale si giocheranno anche le partite delle alleanze politiche. Sarà difficile per tutti non tenerne conto.

16/02/2010
Filippani Ronconi maestro e testimone.
di Fausto Belfiori


Impegnati a raccogliere pettegolezzi,indiscrezioni, insinuazioni, sospetti, verità e falsità sistemate in modo che le seconde coprano le prime quando queste sono a favore delle vittime designate. Occupati e preoccupati di comporre “servizi” che riescano a nascondere la trappola mediatica dietro le formalità della cronaca, potevano i giornali – ed il giornalisti- accorgersi e dare spazio alla notizia della morte di uno dei più grandi studiosi italiani: un orientalista che spaziava dalle sette più esoteriche dell’Islam alle varie scuole iniziatiche del buddismo, dai centri più raccolti dell’induismo ai mai spenti focolai della spiritualità taoista ed alla saggezza discreta dello shintoismo ?

E’ Pio Filippani Ronconi che sto ricordando all’indomani della scomparsa, taciuta da stampa, radio e televisione. Tale silenzio non desta sorpresa perché questo docente ed instancabile ricercatore il cui ascetismo era noto soltanto ai pochi che avevano il piacere di frequentarlo, non faceva parte della casta egemone dell’intellettualismo progressista. Ho accennato al suo ascetismo ma, per carità, non confondiamolo con il devozionismo che non è provvisto di quella forza interiore senza la quale non si affronta una vita di testimonianza e di lotta.

Infatti, Filippani Ronconi non era un “chierico” da appelli o da manifesti. La firma la poneva soltanto sotto articoli e saggi o sulla copertina di libri sempre espressione della sua attitudine alla riscoperta ed alla rivalutazione di un patrimonio spirituale sconosciuto o dimenticato.

Rammento gli anni degli incontri settimanali, favoriti dall’ospitalità di Attilio e Serenella Bartolucci dalla cui terrazza si vedono i monti da noi tanto amati ed i cui sentieri erano a noi familiari: incontri che mi e ci permettevano di stabilire un clima di comunione tra persone che volevano sfuggire alla morsa dell’attualità; tra uomini e donne che, sia pure per poche ore, desideravano allontanarsi da un mondo frastornato e debilitato dalle illusioni di un progresso disposto a concedere meno di ciò che toglie.

Pio rievocava il tempo in cui collaborò creativamente con maestri del livello intellettuale di Giuseppe Tucci e di Henry Corbin; ripercorreva - non abbandonando in alcun momento quella vena ironica propria di chi è abituato ai moti del pensiero indagatore senza però trarne vanto - le tappe del percorso conoscitivo che gli aveva dato la possibilità di entrare in contatto con le intelligenze più sveglie e gli spiriti più vivi di un Oriente sconosciuto ai giornalisti interessati soltanto all’India dei tecnologi e dei guru truffaldini o alla Cina marx-capitalista.

Ora Pio Filippani Ronconi non è più fisicamente tra noi, ma ci è dato sempre di accompagnarci a lui avanzando sul terreno poco battuto però ancora fecondo perché ha mantenuto salde le radici dell’uomo e continua ad avvalersi del respiro di Dio. Con animo commosso, ma a ciglio asciutto – come Lui vorrebbe – lo ricordo ai discepoli ed a coloro che hanno avuto il privilegio di conoscerlo, ascoltarlo, leggerlo e, soprattutto, ammirarlo ed amarlo.



04/01/2010
Eliot, uomo di fede e di cultura. di Fausto Belfiori

Parlare di T.S.Eliot, formulando sulla sua opera letteraria e sulle sue idee un giudizio positivo, provoca l’aspro dissenso di quegli intellettuali progressistici che, per il favore goduto nel mondo giornalistico, sono dominatori incontrastati della televisione e dei pochi salotti rimasti ancora aperti.

In proposito la parola d’ordine è: ignorare Eliot ma, se proprio non se ne può fare a meno, si trovi il modo di criticarlo. I motivi non mancano: non si proclamava discepolo di Dante, anglocattolico, monarchico e decisamente contrario ad ogni ideologia e politica di indirizzo collettivistico?

Ed il secondo volume dell’epistolario eliotiano, appena pubblicato, conferma una posizione diversa e distante da quella di chi non vuole perdere il posto sul palco dei privilegiati. Eliot, infatti, denuncia l’assoluto predominio dei gruppi di sinistra nella stampa letteraria: predominio che conduce a pesanti discriminazioni verso autori gelosi della propria indipendenza e desiderosi di mantenere una coscienza libera da ogni settarismo.

Un vero progresso – è il parere del poeta de “La terra desolata” , indimenticabile capolavoro – non si raggiunge con i sistemi seguiti dai regimi collettivistici e proposti dai partiti che non si curano dello sviluppo spirituale dell’uomo. Ma si guadagna aiutando e non ostacolando il processo di maturazione della persona. E la sua opera saggistica, drammaturgica e poetica è una testimonianza in tal senso.

Contro il socialismo-comunismo, dunque, ma anche contro un rigido nazionalismo che è il prodotto di un perverso modo di intendere e di vivere la modernità: un nazionalismo che è figlio del giacobinismo, ideologia dagli angusti orizzonti civici e morali. Eliot è contro il nazionalismo e non può non esserlo dato il suo riferimento ideale a Dante, apologeta dell’impero cristiano. Ne consegue che per lui il nazionalismo – da non confondere ovviamente con un fermo e fiero patriottismo – è non meno errato ed artificiale dell’internazionalismo.

Quanto al suo presunto antisemitismo, non vanno confusi certi pur non ineccepibili sfoghi momentanei ed emotivi (come le tirate polemiche contro il suo editore) con aberranti filosofie razziste ed antisemite così come si possono e si debbono discutere e respingere certe espressioni (d’uso frequente, va ricordato, in epoche ed in ambienti dove i pogroom erano in ogni caso inconcepibili – siamo a Londra e non in sperduti villaggi polacchi o ucraini – tanto meno era immaginabile l’orrendo quadro dei lager e dei gulag) ma non si può porre sullo stesso piano un “ultracomservatore di salda fede cristiana” ; uno scrittore costantemente animato da un’ansia evangelica ad un stolido libellista di marca nazistoide o bolscevica.

Nonostante i tentativi di oscurarne la figura, perciò, Eliot resta esempio di un uomo che vedeva nella fede, sulla scia di Agostino e di Anselmo, un sicuro sostegno alla cultura concepita come “cultura animi”.



27/01/2010
Novecento.
Confessiamolo: nel seguire il dibattito in corso, promosso da un quotidiano, su un tema che avrebbe dovuto attrarre l’interesse e convincere alla mobilitazione gli esponenti della intellettualità pur variamente orientata, si è provato un senso di delusione e di amarezza constatando quanto poco abbia impegnato una questione - come quella della identità nazionale – che non riguarda soltanto il professionista della politica, ma ogni uomo inserito nei diversi settori della cultura: dallo storico al giurista, dal critico del costume al poeta, dall’economista al sociologo.

Perché, dopo decenni di guerra civile cui è precipitato il confronto civico e sociale - guerra civile non di rado caratterizzata dal sangue impietosamente e follemente versato – una riflessione che portasse a interrogarsi sul nostro essere italiani oggi , sembrava opportuna, anzi, doverosa e urgente.

Invece, ripetiamo, si è avvertito, oltre ad un vivo rammarico, anche un moto di intima ribellione. Una ribellione non ingiustificata, dunque, dinanzi alle banalità, alle ovvietà e pure - ammettiamolo con franchezza – alle assurdità raccolte in interventi rivelatisi di circostanza e non frutto di applicazione, di studio e di analisi che, se ci fossero stati, avrebbero portato a suggerimenti e proposte la cui validità non poteva non rendere più fertile, più vivace, leale e promettente il campo della dialettica politica.

Sicuramente tale e tanta insensibilità a molti lettori, non ignari degli avvenimenti che ravvivarono e impreziosirono i momenti migliori della vita italiana del secolo scorso, avrà fatto venire in mente l’esame di coscienza – ci appropriamo dell’espressione usata come titolo della sua opera più famosa da un “chierico” d’alto livello come Renato Serra – compiuto da persone che non adoperavano la penna per offrire esempi di bello scrivere, ma per contribuire a dare una coscienza ad un popolo che aveva raggiunto l’unità, ma non era ancora tenuto insieme da una coscienza veramente nazionale. Persone che ricordavano il preoccupato avvertimento di uno statista dell’ Ottocento come Massimo d’Azeglio ( “Abbiamo fatto l’Italia, dobbiamo fare gli italiani”) ed avevano letto le pagine vibranti, appassionate e consapevoli di un Alfredo Oriani.

Stiamo parlando di animosi come Giuseppe Prezzolini con la sua rivista “La Voce” che non è retorica indicare come modello di autentica e creativa avanguardia avendo, tra l’altro, registrato le aspirazioni e le esigenze, apparse ben presto opposte, di giovani inquieti come quelle di Benito Mussolini e di Giovanni Amendola. Ed ancora si sarà presentata ad una mente, angustiata dal presente, la figura fascinosa del poligrafo Giovanni Papini, sempre ansioso di conoscere e di capire, perennemente desideroso di apprendere da coloro che lo avevano preceduto o lo accompagnavano in un’esistenza dedita alla meditazione non disgiunta , però, da una coerente azione.

Non lontano da Papini si sarà presentato in questa rassegna di spiriti nobili, lo scrittore e pittore Ardengo Soffici, anch’egli intenzionato a contribuire seriamente ed entusiasticamente alla ripresa morale del proprio paese: quell’Ardengo Soffici che andò a Parigi non soltanto per imparare ed acquisire nuove esperienze, ma anche e soprattutto per confrontare il suo lavoro con ciò che producevano gli artisti al di là delle Alpi. E con Papini e Soffici non saranno mancati all’appello ideale i militanti del movimento futurista con Martinetti in testa: quel futurismo che distrusse il vecchio per dare maggiore possibilità ai migliori di recuperare l’ antico.

Da non trascurare, in questa rapida rievocazione, gli esponenti di un cattolicesimo che era parte essenziale del tessuto spirituale di un popolo come il nostro: grandi narratori come Federico Tozzi ed apologeti come Domenico Giuliotti. Sarebbe stata sufficiente la memoria di chi non si era dimostrato indegno di predecessori della tempra di un Ugo Foscolo, a spingere gli attuali esponenti della cultura del nostro paese a dedicare, partecipando al dibattito, le loro migliori energie intorno ad un tema il cui svolgimento avrebbe dovuto essere non un mezzo per esporsi, ma un modo per assolvere un ineludibile compito.

14/01/2010
Nel 55° anniversario della fondazione della Giovane Italia.
La Giovane Italia - che fondai nel 1954- si distinse fin dai primi passi per l’originalità dell’organizzazione e la validità del linguaggio.

La struttura era territoriale e di tipo ambientale; sul territorio operava attraverso le Associazioni provinciali – per lo più con sedi autonome - e tramite i centri comunali; sul piano ambientale, invece, operavamo con i nuclei di istituto costituiti in tutte le scuole medie superiori.

Il linguaggio poneva al bando i soliti slogan di marca missina, la Giovane Italia dichiarava di perseguire la difesa attiva della gioventù dal soffocamento e dalle umiliazioni a cui la costringeva “una realtà” capace soltanto di garantire una sicura disoccupazione; affermava di combattere contro una scuola-parcheggio” i cui fini erano la massificazione e il livellamento in un quadro di degradante demagogia; asseriva di diffidare dai subdoli strumenti di suggestione “moderna” con i quali si tentava di trasmettere un clima di sopraffazione che non li riguardava; esprimeva il suo distacco contro tutte le rimasticature culturali di tipo ottocentesco e contro le superate istanze con cui si intendevano risolvere i grandi problemi della vita moderna.

La Giovane Italia, cioè, ribaltò i termini del confronto: non noi, i giovani di destra, eravamo i “passatisti” ed i “nostalgici”, ma gli altri, coloro che avevano trasformato le lacerazioni del passato in messaggi ripetitivi, ossessivi e stupidamente agiografici. Non dalle nostre posizioni, ma da quelle altrui, proveniva tutto ciò che la pubblica opinione aborriva: le incitazioni alla violenza, le lacerazioni del tessuto sociale, il passivo adeguarsi su posizioni polverose e passatiste, il dispiegamento di una linea dogmatica e chiusa da cui era esclusa qualsiasi forma di dialogo e di confronto. Per la prima volta dalla fine della guerra era in atto una propaganda di destra che si valeva di argomenti raziocinanti, accettabili, su cui la gente era disposta a riflettere: una propaganda che aveva presa tra le nuove generazioni e che preoccupava gli avversari politici.

Fummo la piazza della prima, grande, contestazione giovanile che si riallacciava alla cultura e alla tradizione europea; fummo coloro che conquistarono giorno per giorno il diritto di esistere politicamente, fummo protagonisti di una esaltante battaglia di libertà.

Tracciammo la strada per tutti coloro che oggi impunemente possono chiamarsi di “destra” e rivendicare i diritti riconosciuti a tutti i cittadini italiani. Noi avevamo: «una canzone da gettare al vento e una bandiera da innalzare al sole».

Massimo Anderson



“ Al convegno di Roma che sancisce la fondazione della Giovane Italia quale organismo autonomo nazionale e al quale partecipano oltre 200 giovani in rappresentanza delle associazioni provinciali costituite nelle varie regioni, la prima giornata dei lavori, presieduti da Massimo Anderson, infaticabile promotore ed organizzatore dell'associazione,suscita subito polemiche. La miccia è accesa dalla lettura di un messaggio augurale inviato dal pontefice Pio XII ai dirigenti e agli iscritti dell'associazione. Quando si diffonde la notizia, le sinistre insorgono ed accusano la Giovane Italia di aver raggirato la segreteria di Stato del Vaticano per carpire il messaggio pontificio. Il clamore suscitato dal caso costringe l'Osservatore Romano ad un'imbarazzata precisazione.

Al tavolo della presidenza del convegno ci sono , oltre a Fabio De Felice (primo presidente) e Anderson (primo segretario generale), Fausto Belfiori, Alfredo De Felice, Enzo Furlanetto, Giampaolo Martelli, Gino Ragno e Pina Reitano. De Felice dà notizia dei messaggi augurali di illustri esponenti delmondo della cultura: Roberto Paribeni, Gioacchino Volpe, Balbino Giuliano, Giorgio De Chirico, Ardengo Soffici ed altri.

( dal libro di Adalberto Boldoni “ La destra in Italia” )



Io c'ero!.

“La vita è una missione e il dovere è la sua legge suprema”. Questa sentenza è di giuseppe Mazzini ed appariva come motto sotto il titolo di un gornale ciclostilato ( chi si ricorda più questo strumento per la stampa utilizzato fino a metà novecento? ) di un gruppo studentesco del romano Istituto De merode. Questi studenti non nascondevano,anzi,tendevano ad affermare la propria fede cattolica ed i propri saldi sentimenti nazionali. In apparenza, dunque, avrebbero dovuto evitare riferimenti a uomini che , come Mazzini, non soltanto rifiutavano la dottrina cattolica, ma erano in perenne polemica con il Papato ed avevano della patria un concetto diverso se non distante da quello difeso con entusiasmo dai ragazzi del liceo De Merode.

Ed allora come è stato possibile che questa citazione apparisse bene in evidenza nella prima pagina e venisse ripetuta ogni numero? Forse i ragazzi non sapevano chi fosse Mazzini e ne ignoravano il pensiero? Tutt'altro.Lo avevano letto ed anche commentato cosi come avevano letto e commentato altri settori non in odore di santità: un articolo su “I sepolcri” di Ugo Foscolo ed un altro su focoso anticlericale Giousè carducci erano apparsi sulle pagine della modesta, ma battagliera pubblicazione.

Il fatto è che questo nucleo studentesco faceva parte di una formazione chiamata “Giovane Italia”. Diramazione mazziniana, si dovrebbe ritenere. Ma non è cosi. Infatti, a parte l'eco risorgimentale che non dispiaceva ai fondatori, il sostantivo Italia voleva esprimere l'obiettivo di ogni iniziativa dell'associazione, sorta in un momento in cui si avvertivano più acutamente l'insofferenza ad ogni richiamo all'unità nazionale e la ripulsa a partecipare allo sforzo di ricostruzione della compagine civile e sociale.

Dal canto suo, l'aggettivo giovane manifesta il desiderio dei militanti di essere presenti con le loro fresche energie a quella battaglia delle idee che , per l'abulia delle vecchie classi dirigenti, subivano la prevalenza del laicismo azionista e del materialismo incalzante dei marxisti.

Come si vede, un intento chiaramente e precipuamente culturale. Perchè “Giovane Italia”, non era e non voleva essere la branca di un partito, anche se non metteva in ombra le sue preferenze nel cimento politico, ma una realtà viva e operosa in tutti i settori della cultura, dalla letteratura alle arti ed alle scienze.

Recentemente chi è stato membro attivo di questa organizzazione l'ha vista spesso citata in lavori mirati più al sensazionalismo che alla documentazione: lavori dove la fisionomia della “Giovane italia” appare appannata, confusa con movimenti che ben poco avevano a vedere con ciò che giovani patrioti di tutta la penisola erano riusciti a realizzare con l'aspirazione a dare nuova linfa allo spirito creativo del nostro Paese. E questo è testimoniato dalle conferenze e dai convegni tenuti sui temi più scottanti del costume , a ristabilire la verità offuscata da intelletuali faziosi che sostituivano l'ideologia alla scienza. Furono anche frequenti i contatti con altre organizzazioni idealmente affini allo scopo di portare felicemente a termine iniziative tendenti ad unire e non dividere ed a contrapporre.

Tutto questo, ripeto, è realtà vissuta e documentata. Ed a cinquanta anni dalla nascita della “Giovane Italia” è bene tenerne viva la memoria.

Fausto Belfiori
14/01/2010
Nel 55° anniversario della fondazione C'era una volta "la Giovane Italia".
Il 13 e 14 Novembre 1954 nasceva a Roma l'Associazione Studentesca d'Azione Nazionale "Giovane Italia". Eravamo circa duecento, convenuti da tutta Italia, nel salone dell'Associazione Artistica Internazionale, in Via Margutta, per fondare un'organizzazione giovanile unitaria di contrasto alle ideologie materialistiche e alle forze antinazionali nella scuola e nella societ. Alloggiati in un campo di baracche, a Trastevere, in fondo a Via della Lungara, dovemmo fronteggiare gli assalti notturni degli attivisti comunisti e aprirci a viva forza il tragitto di andata e ritorno per partecipare al convegno.

Esordiva cos, in un clima di battaglia, che l'avrebbe accompagnata per tutta la sua durata, la "giovane Italia", il primo grande movimento studentesco del dopoguerra di contestazione al sistema.

Tale denominazione, propria di alcuni nuclei studenteschi, da Trieste a Torino, da Milano a Modena, costituitisi, fra molti altri, negli anni precedenti nell'area anticomunista, prevalse su altre non meno suggestive, in memoria e in onore di Piero Addobbati e Francesco Paglia, caduti a Trieste, quasi esattamente un anno prima (5 novembre 1953), sotto il fuoco della polizia al comando degli inglesi, mentre rivendicavano il ritorno all'Italia della loro citt e dei territori occupati dagli slavi di Tito.

Se l'ascendente storico era l'associazione mazziniana, fondata a Marsiglia nel 1831, la motivazione attuale era la difesa della integrit e dell'identit nazionale, aggredita da nemici esterni ed interni, accomunati nel disegno di ridurre l'Italia a mera "espressione geografica", non pi soggetto di storia e di politica, ma soggiogata agli anglo-americani o all'Unione Sovietica.

La "Giovine Italia" di Mazzini era sorta per propiziare l'unit e l'indipendenza dell'Italia. La nostra "Giovane Italia" insorse per impedirne la demolizione. I tempi e le temperie in cui ha operato questa, non sono stati meno drammatici di quelli vissuti dalla prima.

Drammatici nel mondo ed in Europa per la contrapposizione fra il Patto Atlantico e quello di Varsavia; drammatici in Italia per lo scontro tra anticomunisti e comunisti. Sono gli anni della cosiddetta "guerra fredda", gli anni della "cortina di ferro" e del "muro di Berlino" , gli anni della tentata mutilazione territoriale dell'Italia, dalla Venezia Giulia all'Alto Adige.

La "Giovane Italia" impegnata su tutti i grandi temi e su tutti i problemi emergenti, dalla cultura alla politica, nelle istituzioni e nelle piazze, nella scuola e nella societ. Mobilita grandi risorse intellettuali a sostegno di una concezione spirituale della vita, negata e irrisa dal dilagare del marxismo e dell'illuminismo.

Organizza convegni, corsi di formazione, centri-studi per valorizzare e diffondere i principi della tradizione cristiana dell'Europa e cattolica dell'Italia, pubblica opuscoli e riviste, da Azione alla Sfida, partecipando al dibattito culturale e politico.

Chiama a raccolta e guida in imponenti cortei decine di migliaia di giovani a reclamare l'italianit di Trieste, l'appoggio dell'Occidente, agli eroici insorti ungheresi contro l'occupazione sovietica, l'intangibilit dei confini in Alto Adige, la solidariet alla Primavera anticomunista di Praga. Nelle sue fila sono passati e si sono temprati i quadri dirigenti di molti partiti, di molte strutture pubbliche e private de paese.

Soprattutto la destra si avvantaggiata dell'intelligenza innovativa, del coraggio e della tenacia di militanti, che sapevano tener testa nelle discussioni come negli scontri fisici ai comunisti e al loro codazzo di utili idioti; che non si piegavano ai comprensibili richiami delle famiglie, alle persecuzioni giudiziarie e poliziesche, agli agguati e alle aggressioni isolate, che anticiparono le vigliacche tecniche del territorio rosso. Riconoscer anni dopo, uno dei suoi pi validi esponenti, assunto ai vertici dello Stato, nel ruolo di Vice Presidente del Consiglio dei Ministri, Giuseppe Tatarella: "La Giovane Italia stata l'antecedente giovanile di Alleanza Nazionale...... Rappresent una doppia contestazione: al sistema dei partiti gi imperante e all'incapacit del mondo scolastico di risolvere i problemi della giovent.

Fu un contenitore arioso di proposte e di riscoperte; una fucina straordinaria di vivaci e anarchiche intelligenze, con una coralit d'impegno e di tensione non pi riscontrabile nei successivi movimenti giovanili"

(la destra in Italia. A. Baldoni, Panthem 1991). Pietro Cerullo Presidente Nazionale della G.I. 1963/1970

20/11/2009
Associati per ragionare e testimoniare.
"Dove sono riuniti due o tre nel mio nome, ivi sono io, in mezzo a loro" (Vangelo di S. Matteo, 18-20). Con queste parole Gesù Cristo invitò i fedeli che credono in Lui ad associarsi per vivere in spirito di comunità le esperienze di fede e di testimonianza, seguendo i Suoi insegnamenti. Mi piace ricordare queste parole per affermare che lo spirito associativo risponde a un istinto umano, che si manifesta secondo le finalità più diverse, più o meno nobili: da quelle culturali e artistiche a quelle politiche e sindacali, a quelle sportive e ricreative, a quelle assistenziali e sociali, a quelle professionali, a quelle. dellevarie "aggregazioni laicali" collaterali alla Chiesa cattolica, riconosciute dalla CEI, e, purtroppo, anche fino a quelle per delinquere.

In quest’ampia gamma, le associazioni spiccatamènte politiche, come partiti e movimenti, non hanno resistito, negli anni ‘90, agli interventi della Magistratura, divenuti inevitabili per la corruzione dilagante in alcuni poteri pubblici, ma tiasfoI111atisi poi in una sorta di persecuzioni giustizialiste, ritenute di parte perchè salvarono un solo schieramento politico, ma in realtà, a mio avviso, sostanzialmente di carattere corporativo a favore di un potere pubblico mirante ad assumere, talora anche con dubbia correttezza e scarsa umanità, un ruolo di eccellenza, grazie alla posizione di prestigio e a un'eccessiva autogestione, nonchè alla pratica esenzione da responsabilità e rischi di risa.rcÌ1nenti per eventuali danni procurati attraverso errori giudiziari, anche non'casuali, i cui oneri sono a totale carico dello Stato, cioè di tutti i cittadini.

Fortunatamente sotto la guida di un coraggioso e capace imprenditore, portatore di idee e metodi nuovi nell' amministrazione della cosa pubblica - e per questo perseguitato ostinatamente da chi non sa o non vuole adeguarvisi - il Paese ha saputo reagire e, nonostante alterne vicende politiche e l'attuale grave congiuntura economica, avviare un processo di contenimento dei danni e di ripresa. In questo quadro, nel clima di una complessiva, perdurante sfiducia nelle associazioni spiccatamente politiche, in pratica i partiti, si registra da qualche tempo una ripresa di interesse verso l'associazionismo volontario, un po' in tutti i campi, ma anzitutto in quelli confini assistenziali e a sfondo socio-culturale; quest'ultimo finalizzato soprattutto ad affrontare alla base e spesso senza'esplicite connotazioni politiche, i grandi problemi della società di oggi, che appaiono sempre più condizionati dal relativismo, dal consumismo e altri deleteri "ismi" di oggi.

Attribuisco a questa tendenza l'iniziativa di alcuni cittadini, appartenenti alla classe media di "moderati", ma non meno impegnati nelle problematiche della società di oggi, appartenenti a vari ceti sociali, i quali non intendono più rimanere nella "maggioranza silenziosa", distaccata e passiva sol perchè la composizione delle forze politiche e i meccanismi che regolano la gestione del potere hanno perduto i tradizionali riferimenti ideologici per adottare comportamenti che intendono tale gestione come un fine e non un mezzo, deludendo le aspettative dei cittadini.

Questo non può - nè vuole - essere una condanna di coloro che si assumono, bene o male, un ruolo politico, obiettivamente difficile e oneroso, le cui carenze sono da leggere, prima che come causa, come effetto del progressivo disinteresse dei cittadini, come dimostra la sempre più scarsa affluenza alle urne. Ne consegue che, purtroppo, i più qualificati tra costoro, nella grande maggioranza, non accettano più di entrare direttamente nell'arengo della politica.

La crisi delle forze politiche tradizionali, espresse dal numero sempre maggiore di partiti, spesso litigiosi al loro interno prima ancora che fra loro, ha ridotto progressivamente i riferimenti ideologici prioritari per discutere temi e costruire soluzioni per il governo del Paese o per l'amministrazione degli enti locali, basati soltanto su un falso efficientismo e su interessi di parte. Ed è sintomatico che la forza politica oggi più forte sia nata e si sia affermata non tanto su basi ideologiche di tipo tradizionale, quanto, piuttosto, sull'obiettivo e su programmi concreti intesi anzitutto a evitare il successo di una sinistra che, complessivamente, non ha saputo ancora fare i conti con un irrecuperabile passato condannato dalla storia e che può contare sulla …. benevolenza di una componente, minoritaria ma arrogante, della Magistratura.

In tutta questa vicenda la Chiesa cattolica, sotto la guida di Pontefici eccezionali, ha saputo mantenere ferma la difesa dei grandi valori umani, civili e spirituali, opponendosi con fermezza alla secolarizzazione e alle tentazioni del relativismo e dell'edonismo che minano la società di oggi. In un clima di apparente rispetto, non mancano gli attacchi da parte di un mondo laico, ma in realtà soprattutto ateo, privo del dono di credere e, forse per questo, antireligioso e incapace di comprendere come gli uomini di chiesa sappiano comportarsi in modo del tutto diverso dagli altri, i quali arrivano talvolta a definire "di sinistra" Pontefici, principi della Chiesa e semplici sacerdoti, sol perchè sanno essere comprensivi delle debolezze altrui, salvo purtroppo alcune eccezioni, che eccedono tradendo la propria missione.

Il manifesto programmatico del nuovo centro culturale, che ha carattere laico, si richiama soprattutto ai valori del cristianesimo che hanno costituito le basi della nostra cultura, al di là degli aspetti strettamente religiosi propri di una istituzione che, peraltro, in due millenni ha saputo produrre e conservare per il pubblico godimento un patrimonio culturale e artistico unico al mondo, che ha forgiato la civiltà occidentale. Riferendosi alla nuova dimensione europea cui appartiene la nostra comunità nazionale, esso ricorda le radici cristiane, di origine giudaica, greca e romana, che hanno qualificato culturalmente, artisticamente e socialmente lo sviluppo del nostro continente. In proposito, ritengo che alcune vicende negative dell'Unione Europea durante l'ultima legislatura, che ne hanno messo in crisi la stessa Costituzione, non senza giustificazioni, siano legate alla circostanza che in essa non vi fosse neppure un accenno al patrimonio di idee, di cultura, di principi, di valori che hanno fatto dell'Europa il continente più evoluto e civilizzato, esprimibili sinteticamente nelle sue profonde e comuni radici cristiane.

In questo momento il mondo occidentale sta attraversando una pericolosa crisi di valori, dovuta non solo e non tanto alla mancanza di regole chiare ed efficienti, quanto al mancato rispetto di esse, legato ad una generalizzata caduta dell'etica, che riguarda pressochè tutti i settori. L'impegno prioritario di chi è sensibile a questa crisi etica è di individuarne i rapporti con i problemi che angustiano la nostra vita e indicarne i comportamenti necessari per .risolverli positivamente.

A questo fine è necessario ritrovare le sedi e le occasioni idonee a ristabilire corretti rapporti comunitari e associativi fra gli uomini di buona volontà e, attraverso il dialogo, la ricerca, il confronto, la comprensione, la solidarietà, la testimonianza, lo stimolo a ragionare, servendosi anche degli strumenti di informazione, di elaborazione e di comunicazione che le moderne tecniche hanno messo a disposizione, per ricostruire un sistema di regole e di comportamenti capaci di restituire all'uomo la dignità di persona umana. Si tratta, in una parola, di una vera e propria rifondazione etica. .
Corte Costituzionale e Democrazia.
La sentenza sul lodo Alfano è la ennesima e coerente dimostrazione del ruolo politico che la Corte Costituzionale ha acquisito negli anni e che comunque le appartiene per le scelte che vennero fatta alla Assemblea costituente e, soprattutto per la lettura e le caratteristiche della Costituzione indicate della cultura cattolico democratica. Essa non ha tenuto in alcun conto della soluzione ai rilievi già espressi con il precedente provvedimento, il lodo Schifani, e ha visto collocare la decisione su di un nuovo versante, quello della gerarchia delle fonti, precedentemente del tutto ignorato, dimostrando ancora una volta quel ruolo dinamico della Corte che è stato più volte acutamente analizzato. La suprema corte è l’organo di garanzia posto a suo tempo per sorvegliare sulla rigidità e sulla immodificabilità della Costituzione, sintetizzate dalla famosa espressione di Dossetti degli anni novanta “il potere costituente è oggi esaurito”. La decisione produce, probabilmente, anche, un serio imbarazzo da parte della più alta carica dello Stato che aveva ritenuto il testo conforme alla Costituzione e, nel contempo non può non aborrire conflitti istituzionali. Questa vicenda comporta alcuni rilievi di carattere politico che attengono ai rapporti tra le istituzioni e tra le istituzioni e la democrazia. Ad una semplice e letterale lettura del testo costituzionale, nei primi anni cinquanta, sembrò che il compromesso costituzionale si fosse trovato “sull’idea che la Corte costituzionale dovesse valutare la normale e fisiologica validità della legge”, cioè casi di evidente difformità rispetto alla Carta. L’idea sottesa all’influenza dossettiana che la Costituzione, manifesto ideologico ( G.B. Bozzo, P.P. Saleri Giuseppe Dossetti la costituzione come ideologia politica), dovesse avere la precipua funzione di condurre ad una rifondazione della comunità nazionale , insieme ad una evoluzione che ha visto “l’opera del legislatore affiancarsi a quella della Corte”, hanno comportato che tale organismo da una semplice funzione di garanzia divenisse organo di governo del Paese. Come ha sottolineato in un interessante ed equilibrato saggio Damiano Nocilla ( I cattolici e la Costituzione tra passato e futuro), professore di diritto costituzionale e consigliere di Stato, già allievo di Crisafulli, dalla “prima sentenza del 1956 che smentì ogni interpretazione riduttiva dei propri poteri, asserendo che la propria competenza a giudicare della legittimità costituzionale delle leggi dovesse estendersi anche alla legislazione entrata in vigore anteriormente al 1 gennaio 1948, cioè alla legislazione prerebubblicana”, fino a quando “si è trovata ad affrontare la questione delle legittimità delle leggi che si assumevano contrastare con l’art.3 della Costituzione” , la Corte costituzionale ha esteso “il proprio sindacato fin quasi a sfiorare quella valutazione politica che si voleva in origine riservata al Parlamento”, fino alla sentenza n.1146 del 1988 che testualmente esprime l’idea che “ la Costituzione italiana contiene alcuni principi supremi che non possono essere sovvertiti o modificati nel loro contenuto essenziale neppure da leggi di revisione costituzionale o da altre leggi costituzionali”. C’è da supporre che , così permanendo gli orientamenti di questo organo, non passerebbe neppure una legge costituzionale che intervenisse in materia. Siamo di fronte all’esercizio di un ruolo essenzialmente politico che non solo interviene rispetto alle decisioni del Parlamento, modificando norme da esso approvato (il caso, tra i tanti, dell’annullamento di alcune norme sulla legge per la procreazione assistita), ma ad un organo dello Stato che limita di principio l’attività dell’istituzione fondamentale della democrazia rappresentativa, cioè del Parlamento. E’ evidente che questa condizione del sistema politico italiano determina quella che potrebbe definirsi una democrazia limitata o meglio e per i riguardi della sovranità popolare, una democrazia a sovranità popolare limitata. Ma il ruolo politico della Corte costituzionale rappresenta anche il vertice di un “regime” politico che impedisce all’Italia di assumere quelle riforme condivise e volute dalla maggioranza dei cittadini e che sono presenti nei programmi delle coalizioni vincenti nelle elezioni politiche generali. Come ebbe a scrive Gianni Baget Bozzo “ il conflitto tra Costituzione e democrazia diventa la vera divisione sovrastante le stesse forze politiche. L’arma materiale di questo regime invisibile è la magistratura inquirente, che interpreta il suo potere come ultima istanza della legge e dell’ordine e lo attua iniziando un processo continuo contro Berlusconi, divenendo così la chiave del sistema politico italiano, in cui si esprime l’alternativa tra costituzione e democrazia”. Il conflitto che si conferma dopo questa sentenza è di tale natura. Per il futuro del nostro Paese è necessario che se ne abbia piena consapevolezza. A fronte di questo condizionamento del sistema politico appare necessario un programma che punti a rafforzare la democrazia a partire dal pieno riconoscimento della sovranità popolare. Occorrono riforme che colmino un vuoto dell’attuale Costituzione nei riguardi della stabilità e legittimazione del governo, riempito durante la cosiddetta prima repubblica dal ruolo del partiti che, di fatto, erano la fonte di legittimità dei governi, fonte che oggi non può che essere il voto e la sovranità popolare. Una democrazia debole può far correre seri rischi all’Italia ed aprire spazi ad involuzioni autoritarie, magari sotto la specie di formule tecnocratiche.
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