16/02/2012 [stampa]
Che significa il no alle olimpiadi ?
Non sono i pur pregevoli argomenti che sciorina il sole 24 Ore del 15 febbraio ad accompagnare il rammarico che si prova per la decisione del governo di rinunciare a presentare la candidatura di Roma per le olimpiadi del 2020.
“ I Giochi 2020 a Roma - scrive il quotidiano di Confindustria – avrebbero portato ad una crescita del Pil pari a 17,7 miliardi, nel periodo 2012-2025 (+1’4% a livello nazionale) con la creazione di circa 170 mila posti di lavoro nell’arco del decennio a cavallo della manifestazione”.
Sono cifre importanti, ma non è questo il punto.
La decisione mostra un atteggiamento non di rigore, ma di preoccupazione e di rinuncia che non fa bene, in questo momento. all’Italia.
Veniamo da eventi, questi realmente accaduti, che hanno mostrato l’immagine di un Paese in difficoltà: l’alluvione a Genova sottovalutata, la scomparsa dello Stato e non solo della Protezione civile nell’emergenza neve, le rivolte dei “forconi”, i fiacchi scioperi corporativi.
L’economia dell’Italia è in recessione e non sono certo la crescita dell’imposizione fiscale o le liberalizzazioni all’acqua di rose che aiuteranno il Paese ad uscirne.
La stessa lotta all’evasione fiscale che , giustamente, va alla ricerca degli scontrini, si cala in una situazione che vede le “grandi firme” dell’imprenditoria produttiva e bancaria utilizzare , a suo tempo, il condono fiscale o andare a giudizio per evasione delle tasse.
Mancano provvedimenti che da un lato convertano la spesa pubblica meno produttiva in investimenti o che selezionino quanto lo stato concede per lo sviluppo imprenditoriale valutandolo, invece, in termini di crescita, di competitività e di progresso tecnologico.
Insomma il Paese entra in una recessione che non è solo economica e alla riduzione di consumi, alla preoccupazione della gente, alle difficoltà delle amministrazioni non fa riscontro un senso etico che sostenga l’interesse generale e la fiducia nel futuro.
Più d’un membro del governo ha mostrato di aver privilegiato gli interessi propri o della famiglia nell’espletamento della sua attività pubblica o privata che fosse.
E le “paternali” che vengono rivolte ai giovani producono irritazione , non sollecitazioni comportamentali o capacità di sfidare e scommettere sul futuro.
Forse la scelta di scommettere sulle Olimpiadi avrebbe mostrato un Paese vivo e non triste, che accetta le sfide, che è in grado di scegliere, che ha certezze nei propri comportamenti e che, soprattutto intende mostrare rutto ciò anche all’Europa e al Mondo.
Il governo non può essere solo una grande Ragioneria dello Stato che mette i conti a posto, ma che spegne la creatività e la voglia di crescere.
La politica deve ritornare a parlare un linguaggio sincero , ma ideale e di speranza agli italiani.
Guardiamo avanti e cerchiamo di scorgere i segni di un ritorno dell’Italia al suo “primato civile” che ci ha consentito nel passato, tante volte, di venir fuori dai giorni bui.
08/02/2012 [stampa]
Una nuova legge elettorale non basta - all’italia serve una vera riforma presidenziale.
Mentre nasce l’iniziativa del PDL di aprire un confronto sulla legge elettorale, permane la sensazione che anche questo tentativo sia destinato a risolversi in un nulla di fatto o quasi.
La verità è che il malessere italiano ha origine in una condizione generale del Paese per la quale la difficoltà di rappresentanza ( crisi della credibilità dei partiti ) è il risultato della incapacità di approvare quei cambiamenti che sono sempre stati rinviati.
Nei primi anni ’50 se ne accorse già De Gasperi il quale, pur in presenza di una vasta affermazione il 28 aprile del ’48, tentò una riforma elettorale con premio di maggioranza per poter attuare il programma di governo. Il mancato raggiungimento, per la feroce opposizione della sinistra, del 50,1 per cento dei suffragi, ne impedì l’approvazione.
Se ne accorsero anche i leader del centro sinistra quanto quella spinta riformatrice andò a scontrarsi con le diverse strategie che minarono il percorso e le illusioni della formula politica nata dall’ accordo tra DC e PSI. Ed in quegli anni si iniziò a parlare di una riforma della Costituzione.
Anche Bettino Craxi, di fronte all’impotenza politica del pentapartito, pensò che si dovesse attuare una “grande riforma”, cioè una modifica della Costituzione che rendesse governabile l’Italia di fronte alle sfide che si andavano aprendo nell’ imminenza dello scongelamento dei blocchi internazionali. Non se ne fece nulla.
E dopo il 1989, puntuale- tangentopoli ne fu solo la causa occasionale - giunse la crisi della cosiddetta prima repubblica, cioè la repubblica dei partiti che aveva sorretto il modello politico parlamentare.
Invece di prendere atto che era finito un modello politico costituzionale si pensò di aggirare il problema attuando una riforma elettorale con un percorso allucinante e cioè prima con l’arrendevolezza di Forlani di fronte ai referendum sulla legge elettorale – proposti da esponenti del suo stesso partito - e, poi, con l’approvazione di un sistema elettorale basato prevalentemente su collegi che non si fondavano sul rapporto tra elettori e candidati , ma sulle decisioni dei vertici dei partiti che sceglievano i candidati sulla base del livello di certezza dei collegi stessi.
Con i primi anni ’90 e la discesa in campo di Berlusconi, sempre con modifiche della legge elettorale ( introduzione del nome del candidato premier – proporzionale con premio di maggioranza - ) si pensò di rendere più diretta la scelta di chi doveva governare , il bipolarismo , assicurando anche più stabilità alla coalizione vincente.
Il centro destra fece anche qualcosa di più.
Nel novembre del 2005 approvò, a maggioranza semplice, una ampia modifica della Costituzione che comprendeva l’abolizione del bicameralismo perfetto con l’introduzione del Senato federale, la riduzione del numero dei parlamentari , lo snellimento dell’iter legislativo senza doppia lettura, la devoluzione a livello regionale di alcune competenze esclusive (federalismo), il rafforzamento del ruolo dell’Esecutivo sia attraverso l'indicazione diretta del Primo ministro da parte del corpo elettorale, sia attraverso il ruolo di questi all'interno del Consiglio dei Ministri, sia all'interno del procedimento legislativo, lo sviluppo dei principi di leale collaborazione e di sussidiarietà nei rapporti tra i diversi livelli di governo, la modifica della composizione della Corte costituzionale.
Queste modifiche costituzionali sottoposte a referendum confermativo, però, vennero respinte dal corpo elettorale , soprattutto per l’opposizione del centro sinistra e per lo scarso impegno dei partiti di centro.
Oggi la crisi istituzionale è giunta ad un livello ancora più avanzato: il Parlamento è stato posto nella condizione di subire un governo tecnico scelto dal Presidente della Repubblica, il contesto internazionale - sia per l’enorme ruolo assunto dal potere finanziario, sia per la necessità di dover decidere con immediatezza e determinazione - richiede un governo efficiente, senza i condizionamenti che purtroppo caratterizzano l’attuale modello parlamentare.
Alla crisi dei partiti e più indirettamente del Parlamento ha risposto la surroga presidenziale ponendo il Capo dello Stato al centro del sistema istituzionale , determinando di fatto una surrettizia modifica della Costituzione in senso presidenziale.
Questa situazione non è accettabile in quanto non si possono creare ruoli istituzionali fuori della Costituzione.
E’ singolare, ma significativo che questa sospensione della democrazia e questa modifica di fatto della Costituzione non siano rilevate da chi ha sempre contrastato la legittimità dei governi di centro destra scelti dagli elettori.
E’ davvero strumentale e irresponsabile che proprio coloro che più esaltano il ruolo e le iniziative politiche del Capo dello Stato, siano tra i più ostili ad una riforma costituzionale che prenda atto di questa nuova realtà.
Il Partito Democratico è contrario a qualsiasi vero cambiamento della Costituzione perché in questo partito hanno trovato posto le due anime dell’intreccio politico della Costituente del 1948: sinistra dossettiana e comunista. I ritocchi proposti escludono la necessità di cambiare il modello politico.
Il Terzo Polo e l’UDC in particolare ritengono che la soluzione della crisi passi per accordi di grandi coalizioni o con maggioranze variabili. E’ la riproposizione del vecchio gioco del parlamentarismo.
La proposta del PDL di un giro di walzer di consultazione su una nuova legge elettorale, che potrebbe produrre solo un compromesso al ribasso, costituisce l’ulteriore rinvio di quella grande riforma di cui si è discusso e qualche volta deciso , ma che non è mai stata definitivamente approvata.
Occorre, invece , affrontare la vera questione e cioè la modifica della Costituzione in senso presidenziale.
La più grave crisi economica e politica dell’Italia deve essere affrontata e curata soltanto con la più grande riforma.
O la politica , i partiti ed in particolare il centrodestra hanno il coraggio di proporre questo nuovo orizzonte politico , oppure sarà tutto travolto dalla crisi.
26/01/2012 [stampa]
Liberalizzazioni e lavoro libero.
L’intelligente Sergio Romano sul Corriere della Sera del 25 gennaio invoca, in nome della “legalita’ ”, un intervento fermo dell’esecutivo nei riguardi delle manifestazioni che stanno crescendo in tutta Italia da parte di diverse categorie, mentre denuncia “il silenzio dei partiti e dei sindacati”.
Innanzitutto c’è da sottolineare che appare assai riduttivo, a fronte delle manifestazioni di protesta di intere categorie, richiamarsi unicamente alla “legalità”,ed e’ interessante che una delle penne più prestigiose dell’editore dei pamphlets più critici sulla “casta” dei politici, ricerchi oggi un ruolo forte delle forze politiche, in grado di gestire una protesta che rischia di assumere contenuti pesanti per il Paese.
Emerge la realtà , troppo spesso minimizzata, di come la politica sia necessaria ed un governo tecnico non possa risolvere tutti i complessi problemi della rappresentanza .
Si sta rivelando per quella che è, l’illusione, per usare il vetusto linguaggio marxiano, che il capitale che si fa stato possa risolvere i problemi della politica.
La sovrastimata valutazione sulla “svolta” del governo Monti, alla prova dei fatti, appare insufficiente ad affrontare – e siamo solo agli inizi – la questione sociale che andrà ad aggravarsi per tutto il 2012.
La reazione di settori sociali, categorie, micro imprese, professioni; il disagio crescente delle famiglie; i problemi della disoccupazione e tutto ciò che si va sviluppando nel Paese, rappresentano questioni di carattere sociale che, certo, possono assumere toni eversivi non condivisibili, ma la cui risposta deve essere innanzitutto dettata dalla politica.
Forse la ventata antipolitica che ha attraversato l’Italia negli ultimi venti anni e che ha gettato via il bambino ma non l’acqua sporca, lascia ora un panorama vuoto del ruolo della politica e dei partiti, senza la dovuta attenzione alla tenuta delle democrazia e alla salvaguardia dei canali di consenso che possono essere corretti e modificati, ma non aboliti.
La Francia della crisi dei partiti e dell’assemblearismo negli anni ’60 seppe sostituire alle logori istituzioni della terza repubblica quelle nuove e più adeguate della quarta, ma non lasciò spazio al “vuoto della politica”, come , invece, sta accadendo in Italia, dove non si ha il coraggio di affrontare il tema vero e centrale e cioè quello delle riforme costituzionali.
Ancora oggi si usa un linguaggio soft e distorcente quando si invocano riforme istituzionali, perché la parola “Costituzione” è un tabù impronunciabile e ricorda il patto PCI-DC sul quale ha girato tutta la politica italiana .
Le cosiddette liberalizzazioni non sono solo la necessità di regolamentare settori affinchè possano migliorare le loro attività e i servizi ai cittadini , ma è presente un tentativo di comprimere il ruolo sociale e l’autogoverno delle categorie del lavoro libero.
In alcuni ambiti si tende a favorire il passaggio da una figura di lavoratore libero a quella di dipendente di impresa con una sorta di “proletarizzazione” del lavoro, per usare sempre una terminologia marxista, mentre salvaguardare i settori del lavoro libero costituisce un punto qualificante del pensiero cattolico e della sua dottrina sociale che afferma “il lavoro nelle piccole e medie imprese, il lavoro artigianale e il lavoro indipendente possono costituire un occasione per rendere più umano il vissuto lavorativo”.
Il problema di taluni settori dell’artigianato e del piccolo commercio non può riguardare solamente l’aspetto dell’evasione fiscale, certamente da perseguire. Infatti, senza una fase di più morbida fiscalità o di istituzioni e burocrazie più disponibili, è difficile che possano avviarsi o sopravvivere realtà produttive di tipo famigliare o di microimprese che non solo aiutano l’inserimento di giovani o di immigrati nel mondo del lavoro, ma svolgono spesso un ruolo di formazione , ma anche di ammortizzatore sociale rispetto alla particolare conformazione di un Paese diffuso in piccole realtà comunitarie, di comuni e borghi ai quali assicurare una sopravvivenza ed una autosuffcienza economica.
All’Italia non sono adatte le ricette del capitalismo anglosassone, finanziario e accentratore, ma si richiede una economia sociale di mercato attenta alle realtà lavorative viste non nell’ottica della grande impresa e del grande capitale.
Appare assai penosa ed anche rischiosa la campagna di criminalizzazione di intere categorie, per le quali, come per tutti i settori, debbono essere prodotti i necessari controlli, mentre, in verità si assiste , ed è assai preoccupante , ad una generalizzazione con bel altre finalità.
La controprova di questa azione si ha nella constatazione che le liberalizzazioni non sembrano ancora intaccare gli enclave delle realtà produttive e categoriali più forti ed è significativo un solo esempio : l’intoccabilità degli ordini dei giornalisti.
12/01/2012 [stampa]
Il fallimento dell’Europa economica.
Pochi italiani, anche tra gli stessi risparmiatori che acquistano titoli quotati in Borsa, conoscono che a Piazza Affari le Banche italiane sono proprietarie solo del 29 per cento del capitale di Borsa Italiana , il resto appartiene alla City di Londra, cioè al London Stock Exchange.
Quello che è interessante raccontare è di come si svolse la vicenda che si concluse nel lontano, ma non troppo, giugno del 2007, governo Prodi, Ministro dell’Economia Tommaso Padoa Schioppa.
Lo troviamo sul Sole 24 Ore del 23 giugno di quell’anno a firma di Orazio Carabini.
“Si erano mossi gli italiani – scrive il giornale – con il ministro dell’economia Tommaso Padoa Schioppa, i francesi e i tedeschi. L’obbiettivo era di creare un’unica società mercato dell’area euro, mettendo insieme Deutsche Borse, Euronext e Borsa italiana … un auspicio che non si è trasformato in realtà”. “ Anzi - continua l’articolo – le società mercato sono andate ciascuna per conto suo. A cominciare da Euronext ( Francia, Olanda, Belgio , Portogallo )che si è alleata con gli americani del Nyse ( New York Stock Exchange ) mandando subito all’aria i piani dei volonterosi ministri europei”.
“Uno sconsolato Padoa Schioppa – sottolinea il Sole 24 Ore – aveva commentato così, nel dicembre scorso, la vicenda delle borse europee: ‘ La realtà è che siamo in un mercato unico che è restato a metà e non riesce a completare il passaggio. In questa condizioni è difficile fare una politica economica e ancor più fare una politica economica ‘di mercato unico’. .. Nell’area della moneta unica manca il soggetto che ha fatto da motore negli anni 80 e 90 , non c’è un soggetto nazionale o europeo che riesca a operare come portatore dell’interesse pubblico “.
Intervenne quindi la proposta del LSE che acquisì il pacchetto di maggioranza di Borsa Italiana.
Ricordiamo questo episodio perché dimostra come la situazione nella quale ci troviamo oggi è il risultato di una visione dell’Europa su basi economicistiche che sta fallendo nel suo stesso campo, ma che emerse , a suo tempo, in diverse altre circostanze.
Il rifiuto, ancora recentemente intervenuto, di dar vita agli Eurobond, soprattutto per opposizione della Germania, la assoluta contrarietà a riformare la Banca Centrale Europea in prestatore di ultima istanza, come lo sono tutte le altre Banche Centrali, la stessa impostazione dei trattati di Maastricht che risentiva delle diffidenze tra gli stati, sono la proiezione di una visione economica angusta e politicamente debole che, di fronte ad una crisi innestata dalla globalizzazione finanziaria e dall’esplodere della finanza derivata, è oggi incapace di compiere scelte di interesse generale per i paesi della comunità europea , lasciando l’euro e i debiti sovrani alla feroce azione speculativa.
Poiché questa situazione potrebbe comportare, anche se in maniera diversa, danni a tutti gli stati europei, alla fine dovrebbe essere approntata qualche azione di contenimento, ma stirare questa condizione oltre un certo limite produrrà effetti negativi e pesanti condizionamenti dai quali sarà difficile uscirne .
Questa è la verità del fallimento di una Europa economica che è nata e cresciuta nel vuoto dell’Europa politica.
22/12/2011 [stampa]
Il Presidente Napolitano afferma solennemente che “la democrazia non è sospesa”.
Mentre quasi tutti i quotidiani del 21 dicembre “sparano” questa dichiarazione in prima pagina , l’autorevole professor Francesco d’Agostino nell’articolo di fondo dell’Avvenire pur rilevando che “l’espressione ‘democrazia sospesa’ non sembra corretta”, riferisce l’opinione di chi “sottolinea un dato di fatto indiscutibile: nessuno dei membri dell’attuale governo risulta mai essere stato eletto, nessuno tra essi è stato mai impegnato in una battaglia elettorale, nessuno ha presentato al popolo sovrano, prima di diventare membro del governo , un suo programma politico, né lo ha discusso con l’elettorato”.
Questa anomalia non dovrebbe essere valutata e sanata per il solo profilo dei “formalismi costituzionali” ( il rispetto delle procedure costituzionali ), come li definisce D’Agostino, o dal fatto che questo governo, sempre secondo l’Avvenire, dovrebbe garantire la “salvezza” del Paese, difendendo il “bene comune “ degli italiani , insomma quello di essere un “governo per il popolo”.
Per la verità non si può governare per il popolo, senza il popolo.
C’è anche chi è arrivato a teorizzare come il governo Monti costituisca un modello di governo del Presidente che, pur permanendo il sistema parlamentare, non debba più consentire ai partiti di deciderne la composizione ( Eugenio Scalfari ).
Il Parlamento, rischierebbe in tal modo di rassegnarsi a prendere atto solo delle scelte del Presidente della Repubblica. Si cambierebbe la Costituzione, come ha scritto Galli della Loggia, “attraverso vie surrettiziamente interpretative e forzando a piacere il testo della medesima”.
Ma , in questi giorni, si va aprendo un’altra questione: governare per il popolo dovrebbe anche significare far crescere il senso dell’unità nazionale.
Siamo convinti che le divisioni, un tempo ideologiche, che hanno spaccato il Paese, siano riapparse, negli ultimi anni, in forme diverse, ma forse ancor più perniciose.
L’avversario politico è considerato un nemico; al confronto anche aspro del tempo del dopoguerra, si è sostituito il livore giacobino e giustizialista, l’opposizione al centrodestra è stata equiparata alla lotta antifascista ( il vice direttore di Repubblica ci ha scritto un libro ).
L’Unità nazionale viene proposta, anche autorevolmente, come un’”idea forza” , cioè un mito, invece di assumere il carattere di un processo unitario che sappia interpretare tutta la nostra storia, tutte le nostre tradizioni, per l’affermazione di un comune sentire, di una pacificazione che cancelli una volta per tutte la lunga linea rossa dell’odio, che, come un fiume carsico, riappare nei momenti e nei luoghi più diversi, come ad esempio nelle sgradevoli contestazioni verso Berlusconi nel giorno delle sue dimissioni.
Questa esigenza di unità, ma non intesa come un mito, dovrebbe, invece, poter affermare un modello diverso del sistema statuale che, mentre rafforzi i più elevati aspetti costituzionali unitari, rispetti e favorisca le identità, i mondi vitali dei territori, il pluralismo sociale, imprenditoriale e culturale di un regionalismo ricco di storia.
Un “governo per il popolo” deve porsi la questione di una “unità” non mitizzata, ma ricostruita nei comportamenti e , forse, con un cambiamento del sistema.
C’è, infatti, in Italia, anche una questione costituzionale.
Nel mezzo del dibattito sulla “democrazia sospesa”, il senatore Quagliariello ha rilanciato, con forza, il 20 dicembre , nella trasmissione televisiva Matrix, l’idea di una grande mobilitazione per una riforma costituzionale in senso presidenzialista.
L’introduzione dell’elezione a suffragio universale e diretto del Presidente della Repubblica e della forma di governo semipresidenziale, proprio perché darebbe al simbolo più elevato dell’unità nazionale il sostegno del voto popolare, potrebbe anche consentire all’Italia una riforma federale che non diverrebbe lesiva della sua unitarietà.
Si contribuirebbe a contenere le spinte separatiste che rischiano di accentuarsi per la crisi economica e l’impennata del carico fiscale dovute alle recenti decisioni del governo.
Su questi temi di grande intensità e portata il Presidente della Camera Gianfranco Fini si muove in totale controtendenza, spiegando, in una intervista a Repubblica, del 21 dicembre, come oggi non sia più necessaria ”una competizione in cui si sceglie il premier, la coalizione, i partiti”.
Abbandonato definitivamente il presidenzialismo, per Fini, il futuro politico dell’Italia si dovrebbe muovere “mettendo insieme persone di buona volontà su una base programmatica”.
E’ la logica del Terzo polo che pensa ad un sistema proporzionale, cioè a governi che si formino dopo il voto, in sede parlamentare e su presunte affinità programmatiche.
Invece, a fronte delle vicende che hanno portato alla nascita del governo Monti , al di là dei suoi contenuti di politica economica e fiscale pesantemente recessivi, si afferma una questione di carattere costituzionale che pone al centro il ruolo della sovranità popolare.
A tale questione si può rispondere o con un forte contenuto democratico e innovatore, come propone il PDL o, con argomenti opportunistici come dimostrano le proposte di Gianfranco Fini, il quale non solo ha rinnegato il passato, ma anche le sue stesse idee più recenti.
13/12/2011 [stampa]
Finis europae.
Il Direttore del Tempo Mario Sechi scomoda il termine “Tramonto dell’Occidente”, reso famoso dallo scrittore conservatore Oswald Spengler, per descrivere la “tragedia” a cui si sta assistendo per le difficoltà gravissime di carattere finanziario, ma soprattutto politico dell’Europa occidentale.
La constatazione che la sede e l’origine delle turbolenze finanziarie sfuggano completamente ai governi europei e alle fragili istituzioni finanziarie e politiche del Continente, certamente richiama livelli più profondi della crisi in atto.
D’altronde la prospettiva che scaturisce da questa debolezza dell’Europa nel sostenere un ruolo inadeguato sulla scena mondiale , mentre cresce lo sviluppo dei nuovi protagonisti, crea i presupposti dell’accelerazione di un “tramonto”, che non ha certo, preso il via solo in questi ultimi anni.
Occorre ribadire ancora una volta che la crisi europea che nasce da ragioni profonde non ha trovato una sede politica dalla quale essere riconosciuta e affrontata.
Il nucleo centrale del primo europeismo era stato un nucleo politico che aveva tentato di realizzare un contenuto sopranazionale a livello della politica estera e di difesa che, venne sconfitto dalla decisioni della Francia che respinse il trattato CED.
Il cammino successivo ha tentato di costruire una realtà politica attraverso la strada economica fino alle decisioni di Maastricht e la creazione dell’euro.
Questo tentativo non poteva riuscire e oggi la politica europea appare aggrovigliata e condizionata dalla sole logiche economiche che in quanto tali e senza una base politica difficilmente portano a decisioni condivise e sostenute da una consenso di carattere popolare, sempre necessario per dare un fondamento alle scelte dei governi.
Qualcuno ha avvertito come l’Europa si stia incartando su se stessa, per innestarsi in una spirale negativa, senza vie di uscita.
Del resto le stesse manovre finanziarie che alcuni paesi stanno tentando, in primis l’Italia, volte a creare risorse attraverso nuove imposizioni fiscali, mentre non riescono neppure a tenere il passo con la voragine dei costi del debito pubblico, tendono a creare ulteriori effetti recessivi, con un rallentamento ulteriore dello sviluppo economico e produttivo.
Il passaggio deciso a Bruxelles su una politica fiscale comune e di controlli sui bilanci da un lato dimostra ancora una volta la rinuncia a percorrere la strada politica, mentre tutto ciò provoca ulteriori lacerazioni come dimostra la decisione della GB che non accetta di sottostare a ricette economiche e fiscali che non siano decise autonomamente.
Certo l’Inghilterra è stata sempre una nazione marittima, mentre i paesi europei mantengono un carattere continentale, ma la recente separazione mostra appunto un sintomo ulteriore di disfacimento di una costruzione europea sempre più fragile.
Si può cominciare a dubitare che questa Europa possa imporre ricette e politiche fiscali e finanziarie : è l’impotenza dell’economicismo.
Invece di ricette fiscali che provocheranno ulteriori spinte recessive non si affronta come si dovrebbe la questione fondamentale e cioè che una moneta senza Stato - l’euro – lasciata alla mercé dei mercati che oggi sono enormemente influenzati e controllati dalla speculazione finanziaria, richiederebbe un immediato e forte recupero di autorità politica che poco possiedono Parigi e Berlino, ancor meno Roma e per nulla Bruxelles e Francoforte.
Il basso profilo tecnocratico delle istituzioni comunitarie, l’incalzare in Italia della aggressione mediatica verso la politica peraltro non sorretta da istituzioni adeguate, lo scadere verso un nazionalismo miope ed egoista di Francia e Germania, mostrano oggi i loro effetti devastanti.
Senza il supporto di una politica autorevole, appare assai problematico pensare alla stessa possibilità di una ripresa. Mancano totalmente i presupposti.
La causa più immediata della crisi è dovuta agli effetti che l’Europa sta pagando per l’impronta verso la finanziarizzazione dell’economia mondiale che è partita dalle scelte di Greenspan nel periodo della Presidenza Clinton ( vedi Limes n. 6 dicembre 2011). Vennero allora prese delle decisioni che allargarono le possibilità operative dei fondi a rischio e della diffusione dei derivati.
Eppure Clinton venne presentato come l’alfiere del progresso occidentale, come il Presidente destinato a creare un Occidente più giusto e pacifico, dalla sinistra mondiale, compresa quella italiana.
L’Europa si è dimostrata inadeguata a capire e ad intervenire rispetto a questa svolta della politica economica mondiale e quando i nodi sono venuti al pettine alla fine del 2007, ancora sono mancate risposte che consentissero di contenere gli effetti che si sarebbero prodotti successivamente.
Ancora oggi tra la City di Londra e il resto dell’Europa non c’è una minimo possibilità di accordo nemmeno per istituire la Tobin Tax che, peraltro, al punto in cui è arrivata la crisi non avrebbe effetti importanti per il contenimento delle transazioni speculative.
Stiamo assistendo alla fine dell’Europa ?
28/11/2011 [stampa]
La tecnocrazia, gli intellettuali, i partiti e una democrazia senza popolo.
Mentre si va sempre più affievolendo la tesi di comodo diffusa all’inizio da qualche esponente della destra , ma soprattutto del centro e della sinistra che ci si trovi , con il gabinetto Monti , di fronte ad un governo pienamente politico, desideriamo esprimere alcune riflessioni per un inquadramento generale della questione.
Il “carattere” dell’esecutivo Monti non deriva dal solo fatto di essere guidato da un ritenuto autorevole professore universitario.
Altrettanto prestigiosi insegnati universitari sono stati presidenti del consiglio in passato, e precisamente, per fare qualche esempio, Aldo Moro professore di diritto penale , Amintore Fanfani professore di Economia, Giovanni Leone professore di diritto e procedura penale, con , tuttavia, una significativa differenza: nessuno di essi ha ricoperto incarichi di governance o di alta consulenza in società private.
Non è, infatti, la caratura universitaria che contraddistingue il tecnocrate, ma la sua attività manageriale.
Come teorizzato dal Burnham “nelle società dei managers la politica e l’economia sono fuse l’una con l’altra in modo diretto” ( citato in C. Pellizzi: Una rivoluzione mancata , Il Mulino Bologna 2009 ) ed è evidente come la figura del tecnocrate si collochi nella governance economica.
Sono interessanti, peraltro – e le riferiamo per mera curiosità - alcune riflessioni che svolse il noto sociologo americano sul carattere dittatoriale della politica dei managers fino alla famosa considerazione circa il patto Stalin-Hitler dell’agosto 1939 ritenuto essere una intesa fra “ i rappresentanti della futura società dei managers”.
Ora, a parte la presenza di altri illustri managers bancari presenti nel governo, quello che ha caratterizzato l’attività del professore della Bocconi, come di altri, è il ruolo attivo nelle gestioni private che lo fide fare parte dell’esecutivo FIAT insieme a Franzo Grande Stevens e Gianluigi Gabetti , organismo oggetto di una fastidiosa richiesta di indagine da parte del giudice Francesco Saluzzo il 9 aprile 1997, poi, il tutto, naturalmente, senza luogo a procedere ( notizie in G. Galli. Gli Agnelli, Il tramonto di una dinastia, Mondadori Milano 1997 pag. 20 ).
Il professor Monti è stato anche vicepresidente della Comit e membro dell’advisory board della Coca-Cola Company.
Peraltro, anche l’altra caratteristica del nuovo premier posta in evidenza e cioè l’appartenenza a organismi bancari o a “clubs” èlitari internazionali quali la Commissione Trilaterale, il gruppo Bilderberg o la Goldman Sachs appare del tutto inusuale rispetto a coloro che dal dopoguerra fino ad oggi hanno assunto l’incarico di Capo dell’Esecutivo (sulle caratteristiche di questi organismi vedere quanto pubblicato da Il Foglio del 25 novembre che riporta valutazioni e giudizi della più accreditata stampa internazionale ).
Tutto ciò evidenzia la caratura extrapolitica del personaggio.
Appare, poi, del tutto irrilevante quanto hanno affermato l’on. D’Alema ed altri quando annoverano tra le ragioni di un “alto impegno politico” l’essere stato commissario europeo per 10 anni, poiché è di tutta evidenza la realtà del carattere tecnocratico di tale organismo. reso ben evidente dal fatto che le designazioni avvengono prive di voto popolare.
Siamo, in Italia, di fronte ad una clamorosa novità che non presenta caratteri di eccezionalità, ma che è destinata ad incidere sul futuro del sistema politico nel suo complesso per tre ragioni: la procedure con la quale si è dato vita a questo governo e i “lavori preparatori” che si sono svolti in ambiti e riunioni sin dai mesi precedenti, il peso oggettivo delle interessi scesi direttamente in campo con l’appoggio mediatico espresso dalla stampa “imprenditoriale”, il “ritrarsi” del ruolo politico dei partiti e la loro “debolezza” anche a fronte del devastante attacco da parte dell’antipolitica.
Qui, già l’idea che una situazione di emergenza venga affidata ad una personalità espressione di ruoli tutti al di fuori della politica e dei partiti segnala una debolezza ed una decadenza significative che non possono non ingenerare una ulteriore sfiducia nelle classi politiche e negli organismi di rappresentanza elettorale.
Ma è ancora più evidente come alla cultura politica ed ai suoi programmi si sostituisca la cultura aziendale: il manager privato diviene il miglior uomo di governo.
La stessa idea che al consenso si debba sostituire la razionalità economica e l’efficienza aziendale costituisce il trionfo dell’omologazione e l’annullamento delle diversità sulla quali si fondano l’offerta politica e le scelte degli elettori.
Se a questo quadro complessivo aggiungiamo la marginalizzazione del ruolo che il consenso popolare sta sempre più subendo nel sistema costituzionale italiano avvertiamo che da questa vicenda non può non aprirsi la questione della natura e della stessa sopravvivenza del sistema democratico.
Basti un solo esempio per comprendere la vera difficoltà di fronte alla quale si trova l’Italia.
Gli Stati Uniti e facciamo questo esempio perché riguarda lo stato democratico più forte di tutto l’Occidente, ricorrono ampliamente, per i membri dell’esecutivo a personalità che provengono dalle attività private. Tuttavia nel sistema istituzionale statunitense il Presidente è sempre espressione di un percorso politico. Tutti i presidenti americani sono stati governatori di stati o rappresentanti politici nel parlamento americano, eletti dal popolo. Senza contare che l’elezione popolare diretta ne esalta il carattere politico e l’autorevolezza anche di fronte agli stessi interessi lobbistici che sono particolarmente evidenti nella società americana.
E’ addirittura “mostruosa” la assenza di una analisi profonda su questi aspetti della svolta politica in atto da parte della stragrande maggioranza della stampa e degli “intellettuali” italiani.
Ottantacinque anni dopo non c’è uno scrittore che possa illustrare questa nuova Trahison des Clercs che Jules Benda descrisse nel 1927.
Non può essere casuale che oggi i grandi quotidiani, e non solo, siano di proprietà di quello stesso ambito dal quale sono scaturiti i più importanti membri del governo Monti.
Siamo a fronte di un corto circuito che può mettere a rischio la stessa democrazia secondo il modello costruito in Italia. .
Alle forze politiche che vivono con rassegnazione questa fase politica, accerchiate e assaltate dalle artigliere dell’antipolitica spetterebbe il compito di ricostruire il loro ruolo a partire dall’individuazione delle loro identità , cioè delle radici dalle quali traevano la loro legittimazione storica e sociale e, di conseguenza la loro rappresentanza ed il consenso.
Senza questa operazione di ricostruzione culturale e politica non c’è futuro per loro e, soprattutto si profila la prospettiva di aprire una lunga fase di democrazia senza popolo.
15/11/2011 [stampa]
Il professor Monti e l’apprendista stregone
Non vi è dubbio che, sostenuto dalla necessità di operare in condizioni di emergenza per la devastante azione della speculazione internazionale il Capo dello Stato è intervenuto con la nomina a senatore a vita del professor Mario Monti.
Alcuni opinionisti (su Il Riformista 9 novembre ) avevano, maliziosamente commentato che la richiesta del premier di restare in carica per la manovra finanziaria intendesse, in qualche modo, anche “stoppare” Monti.
La “sorpresa” di nominare senatore a vita il Preside della Bocconi, nel debole quadro politico, ha tracciato la via obbligata alla soluzione della crisi, già prima di aprirla e delle relative consultazioni.
Difficilmente i partiti della “prima repubblica” avrebbero consentito alla massima autorità dello Stato di agire , se pur ineccepibilmente sotto il profilo formale , con questi metodi sostanzialmente “presidenzialisti”.
E’ questo un altro aspetto di un “presidenzialismo” che ristagna in Italia per la debolezza del suo quadro istituzionale. Un “presidenzialismo” senza voto popolare prodotto dalla inadeguatezza dei partiti e che corrisponde alla crisi della politica, in quanto la soluzione del professor Monti, non è finalizzata a regolare solo una difficile congiuntura economica finanziaria, come avvenne per Ciampi, ma a riformare nel profondo il sistema Italia , il suo quadro di spesa pubblica e il sistema dei rapporti sociali.
E non sarà un passaggio transitorio, anche perché tutta la storia più recente insegna che ogni fase transitoria è destinata a durare a lungo.
Coloro che hanno lavorato per creare le condizioni per l’apertura di questa fase politica, smantellando il governo Berlusconi, si illudono se pensano, una volta passata la bufera, di tornare in pista e dettare le soluzioni con i relativi obbiettivi personali. Fanno la figura degli “apprendisti stregoni”.
Tanto per parlare esplicitamente Casini, che vede realizzarsi il risultato del suo lavoro, se pensa di mantenere il suo disegnino di fare il Presidente della Repubblica o diventare il centro di gravità del futuro politico del Paese si sbaglia di grosso.
L’operazione Monti è certamente destinata a occupare spazi politici centrali ed a cancellare le piccole ambizioni machiavelliche di pseudo politici che già sconfitti nel 1992, erano stati benevolmente salvati da Berlusconi . Il “ritorno” di Cririno Pomicino è l’emblema di tutto ciò.
La figura del professor Monti scende in campo attorniato da un alone di unanime stima, neppure incrinata dalle “irriverenti” richiami di Fabrizio Rondolino ( Il Giornale 10 novembre ) che gli ricorda i suoi ruoli di international advisor della Goldman Sachs, di presidente europeo della commissione Trilaterale e del comitato direttivo del Gruppo Bilderberg, o dalla invettiva di Pasquale Laurito della Velina Rossa che dichiara all’ANSA il 10 novembre : ''Dopo una vita intera non siamo disponibili ad annientare, in un fine settimana, i nobili ideali di solidarieta'nei confronti delle classi sociali piu' deboli, solo per sposare
gli interessi di pseudo-banchieri italiani sovvenzionati continuamente dallo Stato, che diventano mendicanti quando hanno
bisogno e poi grandi guastatori quando i loro interessi vacillano''.
Sul piano politico l’operazione di un governo di responsabilità che veda la guida del professor Monti è destinato a incidere in modo pesante sugli schieramenti politici e all’interno degli stessi partiti.
Dalemiani e centristi chiederanno, sul terreno politico, a Monti di cambiare la legge elettorale per approvare un sistema proporzionale di tipo tedesco, raccogliendo i frutti politici occulti dell’operazioni , ma non sarà semplice, anche per la diffidenza di Veltroni ad allontanarsi dal bipolarismo.
Se Monti oltre a intervenire sulle misure per il risanamento economico dovesse cambiare la legge elettorale, andrebbe obbiettivamente oltre il suo mandato di carattere straordinario.
La legge elettorale è il tema più lontano dal campo di competenza e di un governo sostanzialmente tecnico. Esso spetta alla forze politiche; sarebbe auspicabile che almeno questo sia ben presente ai pur condizionati partiti ed al centro destra in particolare.
Oltretutto, la legge elettorale proporzionale non servirebbe, di fronte ai cambiamenti strutturali che si profilano, a fornire una base sufficiente per un ritorno alla partitocrazia. L’unica riforma in grado di rilegittimare la politica , sotto il profilo del consenso democratico, è il presidenzialismo che darebbe anche una forza maggiore alla classe politica per tutelarsi di fronte alla oligarchia finanziaria.
Berlusconi ha rapidamente compreso tutto questo. Oggi è costretto di fronte al vento della speculazione a “farsi canna”, ma la dichiarazione con la quale ha ribadito che non lascia , anzi che vuole “raddoppiare”, significa solo che intende mantenere e accentuare quel programma di riforma politica per il cambiamento dell’”architettura costituzionale” del sistema che, poi, è stata la missione incompiuta per la quale è entro in politica.
Oltretutto, opporsi all’incarico di Monti, sarebbe stato velleitario – considerando la sua attuale debolezza e la “corazzata” di interessi che è entrata in campo - ed avrebbe rischiato una notevole emorragia di parlamentari, miserevolmente preoccupati dell’assegno pensionistico, che pur non incidendo sul consenso, avrebbe presentato le caratteristiche di una disfatta. Anche i parlamentari ex AN devono fare buon viso a cattiva sorte e rilanciare i temi della riforma costituzionale , continuando a difendere il bipolarismo e la legittimazione popolare dei governi, senza però far cadere Monti.
Alla scadenza politica occorrerà, una volta per tutte, stabilire che il primo obbiettivo della legislatura dovrà essere la riforma della Costituzione, perché è sulla debolezza strutturale del sistema politico italiano che ha avuto spazio la speculazione alla quale non si è voluta opporre l’Europa per egoismo di alcuni stati e per la debolezza politica della Banca Centrale Europea.
In definitiva Berlusconi dovrebbe vigilare su due sole condizioni: quella di non cambiare in senso proporzionale la legge elettorale e quella di non far azzannare il risparmio dei ceti medi ( ICI prima casa più patrimoniale ) che, se colpiti dalle decisioni che anche Abete suggerisce , finirebbero per disimpegnarsi dal voto nelle successive elezioni. Annullando il vantaggio che deriverebbe al centro destra per il possibile indebolimento del PD di fronte alla fronda a sinistra che quantomeno sul piano sociale dovrà subire.
9/11/2011 [stampa]
Il dopo Berlusconi: o elezioni o Berlusconi ?
C’è una evidenza significativa per comprendere gli avvenimenti politici e la sorte del governo.
Dopo la lettera di Berlusconi alla Ue, peraltro accolta positivamente ed sui cui contenuti Berlusconi ha richiesto il monitoraggio del Fondo monetario, la crisi ha avuto una improvvisa accelerazione.
Come mai mentre il Governo individua le misure da prendere, la crisi monta al punto di far mancare la maggioranza? Non dovrebbe essere il contrario ? Questa contraddizione è solo apparentemente inspiegabile. Infatti si spiega benissimo con il fatto che sia le misure avvallate dall’Europa che l’accordo con il FMI, costituiscono un salvagente politico per il governo.
Gli interessi che ruotano attorno alla revisione del sistema Italia, hanno avuto la sensazione di essere tagliati fuori dall’operazione che, loro auspicano, sia portata avanti da un loro uomo di fiducia e, di conseguenza, tutto ciò, per “lorsignori”, costituisce il vero pericolo.
E allora tutto viene messo in campo ed anche Cirino Pomicino diventa un eroe della democrazia.
La tesi che le misure siano buone ma i mercati sfiduciano Berlusconi non sta in piedi, perché una alternativa politica significherebbe o il ribaltone o, come minimo l’ingresso al governo di coloro che si oppongono a misure di liberalizzazione ( PD ) e che hanno ripristinato la cinghia di trasmissione con la CGIL, cioè il contrario di ciò che occorre al Paese per superare la crisi.
La poca credibilità internazionale dell’Italia non riguarda solo Berlusconi, ma nasce dalla prospettiva di un Paese la cui alternativa al governo, significa l’ingresso di Bersani o la vittoria della sinistra. In Spagna l’alternativa a Zapatero è il Partito popolare per questo il paese iberico appare più credibile.
Certo, resta possibile l’altra alternativa quella di chiamare una “alta personalità fuori dalla politica”( Monti ) per attuare il programma che il governo ha presentato a Bruxelles, con qualche aggiunta significativa come la patrimoniale, l’ICI sulla prima casa per fare cassa da elargire alle imprese sempre in attesa di sostegni finanziari o fiscali.
Ma il premier sembra aver compreso il trappolone e cioè le conseguenze di dimissioni in bianco, senza un passaggio parlamentare che presenta i suoi rischi, ma che difficilmente comporta la sfiducia se richiesto sulle misure approvata dall’Europa.
Ora, Berlusconi che sta riprendendo il filo degli avvenimenti, ha chiesto di avere la fiducia sulla lettera, cioè sugli impegni presi con l’Europa.
Dopo questa possibile fiducia ( chi nel PDL, pur in crisi non voterebbe la fiducia su questo programma ? ) anche perchè un voto contrario getterebbe un ombra negativa su coloro che vogliono “salvare l’Italia”.
Dopo ottenuta la fiducia, il premier potrebbe presentarsi davanti al Capo dello Stato, affidandogli la disponibilità di verificare se ci siano alternative di governo.
L’alternativa Letta o Schifani non appare perseguibile perché se Casini insiste sulla partecipazione del PD riceverebbe solo un diniego in quanto difficilmente Bersani rinuncerebbe all’alleanza con IDV e Vendola per assumere una responsabilità in un governo che, a detta della sinistra, farebbe “macelleria sociale”. E lo stesso Casini non accetterebbe di aggiungersi ad un governo di centrodestra perché vuole mantenere il rapporto con la sinistra che gli ha promesso il Quirinale.
Anche un secondo giro che incaricherebbe Monti avrebbe poche possibilità di successo in quanto, anche ipotizzando la disponibilità di Bersani e Casini , con l’ aggiunta di qualche transfuga, raggiungerebbe una maggioranza troppo risicata per consentire al professor Monti di poter governare.
Certo a questo punto tutte le fanfare interne e internazionali suonerebbero per far passare questa soluzione, sarà quindi necessario per il centro destra mantenere fermo il diniego, anche se verrà accusato di operare contro l’interesse nazionale che, secondo i ”mercati” solo il governo Monti assicurerebbe.
A questo punto se non si volesse andare a elezioni, l’unica mossa sarebbe un reincarico a chi su un programma di liberalizzazioni, approvato dall’Europa ha ottenuto la fiducia del Parlamento, cioè allo stesso Berlusconi.
Di conseguenza, verificato il fallimento di tutte le manovre casiniane, anche coloro che avevano espresso riserve su Berlusconi ritornerebbero a compattarsi nella maggioranza, se non altro per evitare le elezioni.
E’ importante a questo punto che il PDL non si sgretoli in questi difficili passaggi e Bossi non senta la tentazione di isolarsi e andarsene per gettarsi sulle elezioni anticipate.
26/10/2011 [stampa]
Lo scontro di potere mette in gioco la rappresentanza popolare.
Nella complessità della situazione europea innestata dalle operazioni speculative sui titoli decennali che mettono in difficoltà i paesi a più elevato debito - ma in prospettiva coinvolgono anche gli altri stati , i cui istituti di credito sono esposti sul fronte greco e sui derivati - balza evidente come sia strumentale un confronto politico incentrato esclusivamente sulla permanenza o meno di Berlusconi alla Presidenza del consiglio.
I discorsi di larga parte delle forze politiche sui contenuti di eventuali provvedimenti urgenti sono del tutto strumentali.
Come possono alcuni parlamentari del PD chiedere di applicare le ricette della famosa lettera di Draghi all’Italia, quando questo partito, attraverso il suo segretario, ha partecipato allo sciopero della CGIL contro l’articolo otto della manovra di agosto che rappresenta un elemento necessario per aiutare l’imprenditoria a svolgere politiche di produttività e nei referendum si è schierato contro le privatizzazioni?
Se il PD ha preso queste posizioni con quale attendibilità potrebbe sostenere una politica assai più rigorosa come quella invocata dalla Ue ?
Nessuna delle voci critiche della ”grande” stampa sul governo si pone questa domanda e dichiara la oggettiva non credibilità del “fronte” rosso-dipietrista.
In quanto alla maggioranza è evidente come ci si trovi, in queste ore, di fronte ad uno scontro tra una linea disponibile a sacrificare alcuni privilegi pensionistici del paese ed un’altra – quella della Lega, preoccupata del fatto che ritiene assai probabili le elezioni nel prossimo anno e, di conseguenza, non intende prendere provvedimenti impopolari.
Ora di fronte a questo scenario colpisce il fatto che la stragrande maggioranza dell’informazione scritta , di proprietà delle grandi imprese private interessate ai provvedimenti del governo, invece di indicare la strada ed i contenuti dei provvedimenti da adottare e sostenere le posizioni aperte alla necessità di interventi tempestivi – Berlusconi ha preso posizione in favore di modifiche al sistema pensionistico – continui a ripetere la litania della “discontinuità”.
Il governo tra non poche difficoltà operative ha già approvato provvedimenti che tengono sotto controllo l’indebitamento, fino ad azzerare il deficit entro il 2013, ha adottato sul piano sociale, cospicui e costosi interventi di cassa integrazione in deroga che aiutano lavoratori e imprese ed ora pensa a provvedimenti per la ripresa, pensando di procurarsi risorse al di fuori delle poste di bilancio , forse attraverso concordati fiscali e senza inasprimenti fiscali. Ciononostante l’opposizione delle forze politiche e della grande stampa non attenua le critiche e invita il premier a lasciare.
Anzi gli attacchi contro il governo si accentuano utilizzando tutto ciò che l’arsenale delle intercettazioni illegali immette nel “mercato” dell’informazione ed oltre il governo gli attacchi si estendono alla politica in quanto tale, puntando ad un giudizio negativo ed aprioristico da inoculare all’opinione pubblica.
Anche gli eventi internazionali sono letti e commentati in una chiave di un preconcetto antigovernativo.
L’atteggiamento irridente di Sarkozy e della Merkel invece di provocare una reazione che tuteli l’interesse nazionale, viene anch’esso utilizzato in questa sperimentata linea antigovernativa che finisce per indebolirlo ulteriormente.
Anche quella parte dell’opposizione (UDC) che si dichiara disponibile ad approvare provvedimenti incentrati sul rigore, pone come condizione le dimissioni del premier, senza considerare che si aprirebbe una crisi al buio, difficilmente risolvibile nel quadro politico attuale. Il governo , nel tempo che ci separerebbe dalle elezioni a primavera, verrebbe assunto da personalità esterne alla politica.
E’ evidente che in queste condizioni e con queste parole d’ordine l’obbiettivo è quello di commissariare le istituzioni attraverso un governo di “salute pubblica”, guidato da personalità fuori della politica, cioè non sottoposte al giudizio degli elettori, che dovrebbero attuare interventi che rastrellino risorse dal risparmio delle famiglie (reintroduzione ICI sulla prima casa – patrimoniale ) per continuare la politica degli incentivi a pioggia a beneficio di quei settori produttivi che sono in grado solo con questi sistemi di mantenere la sfida con i mercati veri , non quelli della speculazione finanziaria, ma quelli della concorrenza produttiva europea e internazionale.
In una situazione così difficile per cause evidenti ed oggettive che richiederebbero coesione nazionale e tutela degli interessi generali abbiamo uno scontro di potere tra un governo che resiste, anche perché dotato ancora di una maggioranza, se pur con alcune divisioni importanti , una opposizione che ha come obbiettivo solo la caduta dell’attuale governo ed un potere “terzo”, quello di una parte rilevante del mondo economico, che vorrebbe emarginare le parti politiche per assumere direttamente una guida dell’esecutivo che ne tuteli gli interessi.
Sfugge ai protagonisti di queste vicende che non è in gioco solo la sopravvivenza di Berlusconi, ma il ruolo della politica e questo conflitto di poteri cancella l’ interesse nazionale.
Soprattutto colpisce la miopia di quelle forze politiche che antepongono un loro apparente e momentaneo interesse per un capovolgimento della situazione, alla dignitosa tutela della rappresentanza popolare e della stessa democrazia.
21/10/2011 [stampa]
Todi: non nasce un nuovo partito, ma puo’ nascere una nuova politica.
Dopo aver inutilmente sponsorizzato Andrea Riccardi come possibile leader del “nuovo partito dei cattolici”, il Corriere della Sera, il 17 ottobre, accoglieva le associazioni presenti a Todi con un articolo di fondo del suo direttore che invitava a “riscoprire un tratto più marcatamente conciliare”, e con un lieve rimprovero per aver “insistito tanto sulla difesa dei valori cosiddetti non negoziabili”.
Che al giornale di Bazoli, Montezemolo, Della Valle, Perricone, Pesenti e Tronchetti Provera sia più confacente un cattolicesimo attento al sociale, ma meno impegnato sui valori non negoziabili è sin troppo scontato.
Alla ricca e laicista borghesia italiana dà fastidio l’idea che l’uomo si un soggetto spirituale e che ciò fondi il principio che la libertà è più importante della giustizia perché ne è la condizione.
Ancorare la “caritas” alla “veritas”, secondo l’insegnamento di Benendetto XVI crea il fondamento per la libertà e l’autonomia dell’uomo anche nelle scelte politiche , fuori dai determinismi sociali e ideologici.
“Qualora si sbiadisse questo primato (della vita spirituale) i cristiani sarebbero omologati alla cultura dominante e a interessi particolari”, ha detto il Cardinale che non si è fatto “catturare dalle forze del mondo”.
Questo rinnovato impegno politico dei cattolici non nasce quindi su quel compromesso che aveva agito nell’esperienza democristiana e che aveva fatto dire a don Gianni Baget : “l’unità dei cattolici in politica non ha prodotto cultura” (Cattolici e democristiani , Milano 1994 pag.7 ).
Invece questo rinnovato impegno deve produrre cultura e classe dirigente, senza perdersi in una inutile nostalgia di esperienze consunte e irripetibili.
Penoso anche il tentativo di interpretare le parole del Presidente della Cei come un “benservito” al governo come ha fatto l’altro quotidiano della grande borghesia, di proprietà di Carlo De Benedetti.
Anche questo commento sbagliato e tendenzioso fa parte del tentativo di ricondurre l’azione ecclesiale e dei cattolici in politica nell’orizzonte di ben individuati interessi non solo politici.
Errata anche l’ipotesi fatta balenare che questa iniziativa fosse destinata a sostenere l’azione del Terzo Polo, per due semplici ragioni immediate e per un’altra più di sostanza. Le prime riguardano l’evidente equivoca posizione di Casini che si è accollato il “laicismo di destra” di Gianfranco Fini assolutamente incompatibile con le posizioni cattoliche, poi, è evidente che una nuova classe dirigente non può essere rappresentata dall’ormai logoro establishment centrista.
Più sostanzialmente c’è da dire che il Forum tenta il recupero non di partiti ma di una politica che orienti, nelle diverse esperienze, i cattolici, senza necessariamente, anzi, riteniamo, escludendone, l’unità partitica.
17/10/2011 [stampa]
Bankitalia: reintrodurre l’ici sulla prima casa.
E’ veramente incredibile come quelle stesse istituzioni che criticano la crescita della pressione fiscale ritenendola uno degli elementi che impedisce lo sviluppo , a loro volta, ripropongano, con gran disinvoltura, tasse già cancellate .
Innanzitutto c’è da dire che la crescita di questo indice non è tanto dovuta a provvedimenti che abbiano introdotto nuove o più pesanti tassazioni, ma essa si è per la gran parte determinata per la stagnazione economica.
Una semplice considerazione di carattere matematico lo dimostra.
In Italia, per esempio, nel 2009 il Pil nominale si è ridotto rispetto al 2008 di circa il 3%, mentre imposte e contributi sono complessivamente diminuiti solo del 2,4%.
In altri termini, per ogni punto percentuale in meno di Pil, il gettito si è ridotto di circa 0,81 punti percentuali, e quindi l’elasticità del gettito al Pil è stata pari a 0,81, un valore inferiore all’unità.
E’ questa la ragione sostanziale per cui la pressione fiscale è aumentata: il gettito si è ridotto proporzionalmente meno di quanto si è ridotto il Pil.
Eppure questa semplice valutazione non impedisce che il governo venga accusato di “avere aumentato le tasse”.
Ora però la Banca d’Italia, considerato un nume tutelare da parte delle opposizioni di sinistra, propone di reintrodurre l’ICI sull’abitazione principale, cancellata dall’”esoso” governo Berlusconi.
Questa “raccomandazione” del capo della ricerca economica di Bankitalia è accompagnata da considerazioni solo apparentemente contraddittorie.
Infatti nel corso dell’audizione al senato del 13 ottobre il dirigente di via Nazionale ha affermato che “ la pressione fiscale in Italia è elevata sia nel confronto storico, sia in quello internazionale”.
E se è elevato perché introdurre una nuova tassa ?
La risposta è semplice e la dà lo stesso dirigente: “il peso della tassazione è elevato soprattutto sul lavoro”.
In altre parole la introduzione di una tassa sul risparmio primario immobiliare degli italiani , cioè sulla prima casa, dovrebbe servire direttamente o indirettamente a finanziare la riduzione del gettito fiscale delle imprese.
Il libro recentemente uscito di Marco Cobianchi “Mani bucate” , dimostra che ogni anno lo Stato versa, in forme diretto indirette, alle aziende, 40 miliardi.
Come analizza anche Antonio Polito sul Corsera del 12 ottobre, pur togliendo “ da questa cifra 15 miliardi che vanno a Ferrovie dello Stato, Anas e trasporto locale … restano pur sempre 25 miliardi”.
E tutto questo fiume di soldi finisce soprattutto alla grande impresa perché è assai difficile che, per le difficoltà di “scrivere il progetto giusto”, “ una piccola impresa possa riuscirci da sola” e giungere al finanziamento.
In fondo, rileviamo noi, , il punto centrale del confronto politico e dell’aspro dibattito sulla “ripresa” che vede Confindustria aggredire ogni giorno il governo è tutto qui: si vuole una politica che ridistribuisca le risorse del Paese. In sintesi: levare i soldi ai risparmiatori ed alle famiglie per darli agli imprenditori.
E poiché non ci si fida che questo prelievo lo possano decidere le forze politiche che, poi, dovrebbero rendere conto agli elettori, è bene che venga un “governo tecnico”.
11/10/2011 [stampa]
Tramonta prima di nascere il nuovo partito dei cattolici?
Un po’ ingenua e un po’ tendenziosa l’idea accreditata anche dai giornali della Confindustria ( Tornielli su La Stampa ) o dal pallido “Riformista” che la CEI intendesse ispirare un nuovo partito dei cattolici.
Ci hanno creduto anche i “movimenti” e la CISL di Bonanni che peraltro , sulla politica industriale è riuscita a far emergere alcune forti novità.
Ma l’idea di un partiti unico dei cattolici non è una novità perché questa esperienza non può non tener conto della storia della Dc .
E la storia degli ultimi decenni insegna che mentre il PSI fu ucciso da tangentopoli, il “partito cristiano” concluse la sua esperienza per consunzione, ed è assai difficile che si possa tornare indietro rispetto a quella “fase storica giunta all’esaurimento” di cui parlò, a suo tempo il Cardinal Ruini.
E’ soprattutto difficile per l’impronta che Benedetto XVI sta dando al suo pontificato che ha reintrodotto il linguaggio della verità.
Questa linea, fino a quando il Papa riuscirà ad esprimerla, toglie il terreno sotto i piedi al modernismo cattolico perché svela la corrosione relativista che aveva invaso quella teologia che aveva ispirato la politica del progressismo cattolico.
Nella fase post conciliare, fino al grande “riparo” voluto da Paolo VI, queste posizioni erano riuscite ad avere piena legittimazione culturale e, quindi, politica. Nella DC, di conseguenza , erano riusciti a convivere sotto lo stesso simbolo moderati e progressisti e, tanto per fare due riferimenti culturali Del Noce e Scoppola.
Le differenti posizioni di allora, confluite in partiti separati, hanno , tuttavia conservato le loro diversità culturali, soprattutto in coloro che più o meno esplicitamente si riferiscono alla tradizione dossettiana, mostrando una certa resistenza al messaggio ratzingeriano nella dimensione italiana, portato avanti dal cardinale Ruini.
E non si può negare che soprattutto nel PDL si sono espresse le linee di difesa di valori che la CEI, in quegli anni ha condotto con impegno e mobilitazione e che hanno posto a disagio il progressismo cattolico.
La riunificazione in un partito unico cattolici di differenti impostazioni culturali significherebbe trovarsi di fronte alla necessità di un nuovo compromesso culturale e politico, cioè tutto il contrario di quel generoso slancio che dovrebbe caratterizzare la presenza delle nuove generazioni di cattolici in politica.
Magdi Allam su Il Giornale del 10 ottobre ha giustamente ricordato che la questione dell’impegno politico dei cattolici è stato affrontato e risolto nel 2002 con la “Nota dottrinale circa alcune questioni riguardanti l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica”.
In quella nota veniva riconosciuta la libertà dei cittadini cattolici di scegliere tra le diverse opinioni politiche, ma si richiedeva la compatibilità con la fede e la legge morale naturale.
In sostanza, l’apporto politico dei cattolici, non riguarda il programma politico per il quale sono salvaguardate le diverse opzioni, , ma la coerenza con la legge morale naturale che costituisce il vero terreno politico sul quale misurarne la coerenza.
L’ispirazione culturale del progressismo cattolico è stata , invece, assai più influenzata dalla critica al capitalismo , dall’ idealismo marxista e dal suo programma politico che non dalla cultura della tradizione cattolica che faceva riferimento alla legge naturale.
La costruzione teologica ed ecclesiale di Papa Ratzinger non è compatibile con il ritorno al compromesso culturale e politico degli anni della DC e da questa constatazione tutti ne debbono trarre le conseguenze.
Ed è ’ assai difficile che nella CEI di Bagnasco si lavori per il dopo Ratzinger.
30/09/2011 [stampa]
La Chiesa, la crisi della societa’ Italiana e il nuovo
soggetto politico dei cattolici.
Mentre Benedetto XVI porta avanti la sua “missione” di lotta al relativismo, ricostruendo anche il fondamento dell’azione politica e chiarendo il senso del rapporto tra diritto naturale e diritto positivo, la CEI si impegna in una linea di crociata morale, con un forte richiamo etico ed una aspra critica, indicando il bisogno di “purificare l’aria”.
La sinistra e i giornali della borghesia imprenditoriale hanno avuto gioco facile nel ritenere rivolte al presidente del consiglio ed al quadro politico attuale le critiche del Cardinale Angelo Bagnasco.
Nulla ha fatto Silvio Berlusconi per impedire che si arrivasse a tanto.
Sul terreno improprio della utilizzazione politica sarebbe, però, una grave forzatura sia agganciarsi ai temi sollevati dal Papa, sia adoperare strumentalmente le “invettive” del Presidente della CEI.
Ma il secondo caso si è pienamente verificato.
E tuttavia questa impropria utilizzazione non tiene in conto che la degenerazione della politica è il frutto di un lungo percorso che non può ignorare anche tutti quegli appuntamenti legislativi che hanno inciso nell’allontanamento della società italiana dai fondamenti del diritto naturale e dai “valori non negoziabili”, valori che, invece, in un sistema politico a guida democristiana ebbero, - e come ! - , negoziazione.
Abbiamo avuto modo di ricordare, in un altro articolo, come, nello stesso giorno, un governo a guida democristiana portava in porto un decreto per risolvere questioni politiche e di gestione amministrativa e riusciva a sopravvivere all’approvazione di una legge che istituiva in Italia il divorzio.
Questa spinta verso il relativismo non si è mai interrotta e le difese non ci sono state.
C’è oggi un’aria mefitica, per i fondamenti etici della società italiana, nella quale vengono introdotti,a vari livelli ed in vari ambiti, sistemi sempre nuovi , diremmo “consumistici”, di interruzione di gravidanza, surrogati del matrimonio negli enti locali, sentenze accolte e difese che aprono all’eutanasia, cancellazioni di norme approvate dal Parlamento sotto specie di sentenze della Consulta, per consentire tutto questo e , soprattutto, definendo come “ inalienabili” diritti che sono, invece, strappi e ferite nei confronti dei veri diritti naturali dell’uomo.
Per la verità un freno a tutto questo lo si è registrato, parzialmente, ma significativamente, solo negli anni di governo del centro destra e , piaccia o meno a certo associazionismo cattolico, con i governi Berlusconi.
In questo lungo dopoguerra, mai il mondo cattolico ha avuto un così esplicito sostegno politico nel tentare di difendere il difendibile ed ha potuto opporsi al relativismo dilagante.
La sinistra cattolica che aveva abbassato lo sguardo e si era girata dall’altra parte, per un malinteso spirito conciliare, di fronte al dilagare normativo contro la legge morale naturale, oggi sbandiera la “questione morale” per far cadere un leader ed un governo che aveva tentato, con un decreto legge, di evitare l’uccisione di Eleonora Englaro, e venne fermato da una volontà istituzionale superiore con il plauso esplicito dei “cattolici democratici”.
Che questo atteggiamento di moralismo amorale venga assunto dalla sinistra è ovvio e non ci stupiremo mai di vederlo apparire, ma che altri cattolici cadano in questo tranello ci sorprende e ci preoccupa.
Ben conoscendo la storia della DC, sappiamo bene che in politica ci sono cattolici che in nome di un aggiornamento si sono “inginocchiati di fronte al mondo” ed altri che hanno pensato di contrastare quanto il relativismo portava avanti . In nome di una opportunità politica si difese la necessità di un partito unico dei cattolici che, necessariamente, percorreva la strada del compromesso.
Brandelli di questo “compromesso” li cogliemmo nel tentativo del “cattolicissimo” ministro Rosy Bindi di realizzare con i DICO un’abile surroga del matrimonio come concepito dalla stessa Costituzione.
La Chiesa del Cardinal Ruini rispose con il family day stroncando qualunque possibilità di “negozio” e l’”adulto” cattolico Prodi ne fece le spese.
Da allora a Ruini non l’hanno perdonata ed i “cattolici democratici” hanno brigato, secondo i vecchi schemi dossettiani, per superare il “ruinismo”.
Ci sono riusciti?
Secondo quanto scrive il Foglio del 28 settembre sembrerebbe di sì.
Non lo sappiamo. Due indizi, però, ci preoccupano: il tentativo, con sostegno “clericale”, di creare “un soggetto politico che raccolga il meglio dell’UDC, degli ex Popolari, confluiti nel PD e nel PDL ‘da Formigoni a Fioroni’ ed il rarefarsi del tema dei valori non negoziabili e della questione antropologica.
Sul secondo aspetto sentiamo che andrebbe in controtendenza rispetto alle ragioni fondamentali dell’attuale pontificato , sul primo cogliamo l’acre sapore del ritorno della storia come farsa.
Scomparso il partito di De Gasperi, Dossetti, Piccioni, Gonella, Scelba, Fanfani, Moro, Donat Cattin, Rumor, ritorna un soggetto politico con Casini, Rutelli, Follini, Pisanu, Scaiola ….. Buttiglione e Pezzotta.
Chiamato ad officiare questo evento il 17 ottobre prossimo a Todi il professor Lorenzo Ornaghi.
Auguri Rettore !
22/09/2011 [stampa]
Dal governo della casta al governo delle lobby.
Emma Marcegaglia martedì 20 settembre ha mosso per dare lo scacco al re.
“Siamo stufi di essere lo zimbello internazionale”; “il Paese è in pericolo”; “ siamo disponibili ad accettare nuove tasse su patrimoni e cose, purchè si abbassino le tasse sui lavoratori e imprese”; “riforma delle pensioni”.
Con questi ed altri argomenti, anche in difesa delle decisioni di Standard &Poor’s, la Presidente di Confindustria ha presentato avviso di sfratto all’inquilino di Palazzo Chigi.
I giornali di proprietà della Marcegaglia , che nelle ultime settimane hanno dedicato un incredibile numero di pagine per pubblicare le telefonate intercettate illegalmente da p.m. incompetenti, hanno, immediatamente, scritto pesanti articoli di fondo chiedendo a Berlusconi di dimettersi.
In buona sostanza dopo aver pubblicato una valanga di registrazioni che comportano il discredito del presidente del consiglio, si chiede a Berlusconi di dimettersi perché ormai screditato a livello internazionale.
Se si volesse analizzare da un punto di vista politico istituzionale quanto viene costruito e richiesto, non vi è dubbio che ci si trovi di fronte ad un vero e proprio tentativo di golpe, nel senso che si costruisce una pressione nei riguardi della massima carica governativa per indurlo a dimettersi, nonostante goda di una maggioranza parlamentare sufficiente, come dimostrato dall’approvazione della manovra di agosto settembre.
Vengono aggirate anche le ineccepibili dichiarazioni del Presidente della Repubblica il quale aveva sostenuto che il governo, finchè ha una maggioranza parlamentare, deve andare avanti e nulla può essere fatto per vanificare questa condizione democratica.
Ma c’è un altro elemento che ha costantemente preparato questo ultimatum: una campagna contro i partiti, i parlamentari, in definitiva contro la politica come mai si è vista nel nostro Paese. Le due firme prestigiose del Corriere della Sera Rizzo e Stella hanno coniato un efficiente sinonimo dei politici, di tutti i politici, “la casta”. Ed è davvero singolare che nel Paese delle caste e delle corporazioni , si indichi in chi assolve la funzione politica l’unica casta da attaccare e distruggere.
C’è, infine un terzo elemento da tenere in considerazione.
Si afferma perentoriamente che né il Presidente del Consiglio, né il governo in carica siano strutturalmente idonei a realizzare quelle riforme, liberalizzazioni e privatizzazioni che sole potrebbero creare le condizioni per una ripresa dello sviluppo economico e produttivo.
Peraltro c’è da rilevare che una alternativa politica non esiste in quanto se anche fosse vero che, nonostante gli impegni, il centrodestra non è stato in grado di portare avanti un programma di riforme, l’opposizione di PD, IDV e SEL appoggiando lo sciopero generale proclamato dalla CGIL contro l’articolo 8 della manovra , ha dimostrato una contrarietà a riforme che consentano di creare condizioni più favorevoli per il mondo produttivo.
La conseguenza di questo ragionamento è che Confindustria non ritiene possibile che la politica, cioè maggioranza e opposizione o la stessa loro unione, possa esprimere un governo.
A questo punto è evidente l’intenzione della pressione che si sta esercitando sulle istituzioni e cioè che la guida e il nuovo governo che dovrebbe succedere a Berlusconi siano massimamente espressione della Confindustria.
Le proposte di una guida rappresentata da autorevoli tecnici è in questa direzione.
Si otterrebbe il passaggio dal “governo della casta” al governo delle lobby”.
Attenzione: non avvertire questo significato di tutto quanto sta succedendo è particolarmente pericoloso.
L’obbiettivo politico di questa operazione è evidente: di fronte al condizionamento determinato dalle vicende finanziarie e alla necessità di drastiche operazioni per salvare l’euro e l’Europa da una crisi devastante, la logica economicistica ritiene che debbano essere previste e realizzate grandi operazioni di riconversione delle risorse dei paesi europei, di abbattimento della spesa pubblica e di alcuni fondamentali contenuti dello stato sociale con le relative conseguenze nei riguardi di ceti popolari e medi.
Le lobby non intendono affidarsi in Italia, paese esposto per la rilevanza del debito pubblico sul quale opera la speculazione, alle classi ed ai partiti politici, ma intendono gestire e curare i loro stessi interessi direttamente senza la mediazione politica.
I partiti o meglio la politica devono avere chiaro questo scenario.
Occorre difendere e costruire una prospettiva politica democratica.
La prima questione è quella di rafforzare l’Europa politica e non lasciarla esposta agli egoismi nazionali ( Germania) e alle tecnocrazie irrilevanti (BCE ).
Togliere da piatto ghiotto della speculazione i titoli dei debiti nazionali e istituire gli Eurobond che impedirebbero le speculazioni e la crescita esponenziale degli spread che, simili agli interessi degli strozzini, portano a soffocare le economie dei paesi più esposti.
E’ stato del tutto inutile creare una moneta unica e lasciare lo spazio ai titoli nazionali del debito perché i fatti dimostrano che siamo di nuovo nella condizione nella quale ci trovammo quando i grandi speculatori operavano per la svalutazione della lira e già allora misero in discussione la permanenza delle istituzioni europee.
I paesi che hanno una strutturale debolezza istituzionale come l’Italia, esposta da un parlamentarismo che induce al massimo della interdizione anche sulle decisioni prese, devono compire quelle riforme costituzionali ( presidenzialismo )
che possono rinvigorire la tenuta politica dei governi e consentir loro di agire con più decisione sulla strade delle riforme ( delle imposte, della magistratura, delle liberalizzazioni e delle privatizzazioni non a prezzi stracciati ).
Questi obbiettivi politici a livello europeo e nazionale non possono essere attuati da un governo delle lobby il cui unico scopo sarebbe quello di una difesa dei propri interessi e l’accentuazione di una politica di vessazioni – vedi patrimoniale – verso i ceti medi o di riduzioni dello stato sociale nei riguardi dei ceti popolari.
13/09/2011 [stampa]
Il congedo di Fini e l'eredità di Berlusconi.
Anche un quotidiano come La Stampa di Torino, notoriamente critico con Berlusconi e non pregiudizialmente anti Fini, racconta, con ampli dettagli, il fallimento del meeting di Mirabello.
L’applauso al discorso del Presidente della Camera “che dura pochissimo: sei, sette secondi non di più”, l’invito della platea: “dimettiti”, la “freddezza del suo popolo più che dimezzato rispetto all’adunata di un anno fa’”, e, soprattutto, la estrema debolezza di idee e proposte.
In effetti Fini sfugge alla logica che lo vede stretto nel Terzo Polo sotto la dura egida di Casini, sulla riforma elettorale è contrario al mattarellum, ma invita a firmare il referendum proposto da una parte importante del PD, sostiene la patrimoniale che, poi, colpirebbe i ceti medi e vuole rivedere le pensioni come sostengono gli industriali.
Insomma Fini che non ha mai avuto una reale originalità di pensiero è oggi prigioniero delle idee e dei progetti degli altri.
Con un consenso che sempre più inesorabilmente si avvicina all’unità non è certo una condizione ideale per il futuro.
Ed è per questa ragione che si aggrappa al suo ruolo istituzionale di Presidente della Camera che se, da un lato, gli concede ancora un ruolo, dall’altro lo indirizza su una strada di obsolescenza istituzionale, priva di un ruolo politico.
In un certo senso Fini si è già congedato dalla politica italiana.
C’è una netta differenza con il suo ex partner politico Berlusconi : un sodalizio la cui rottura ha contribuito a rendere difficile la vita al centrodestra.
Berlusconi sta lottando per la sua sopravvivenza politica.
E Berlusconi ha un’ultima chance da giocare, se nell’immediato non interverranno eventi di carattere straordinario come ha ipotizzato il Corriere della Sera di sabato 10 settembre nell’insidioso interrogatorio a cui intendono sottoporlo i pm napoletani.
Quello di far calendarizzare in Parlamento le riforme istituzionali presentate negli ultimi mesi in Consiglio dei Ministri: riforma del modello istituzionale, riforma della giustizia, riforma per l’abolizione delle province, del pareggio di Bilancio e della libertà d’impresa, legge delega per la riforma fiscale e completamento del federalismo.
In un’Italia dove, come ha scritto giustamente Galli della Loggia, sempre sul Corriere del 10 settembre, “ non sembra più ormai possibile fare nulla”, se dovesse emergere una concreta volontà di cambiamento, il confronto tra maggioranza e opposizione in coda alla legislatura si misurerebbe su tutto questo, uscendo dalla palude nella quale siamo stati trascinati dalle vicende giudiziarie. Invece di “in cauda venenum”, si potrebbe dire”in cauda veritas”.
Ed anche se Berlusconi non dovesse riuscire, come è probabile, a far approvare le riforme, sarebbe questa la sua eredità da lasciare al centro destra ed alla politica italiana. E si darebbe un senso alla successione.
06/09/2011 [stampa]
Centro e sinistra invocano la tecnocrazia.
Si riaffaccia pesantemente, nel confronto politico, l’ipotesi tecnocratica.
Dopo il lancio fallito di Mario Monti da parte di De Benedetti ed altri, Francesco Rutelli ed Enrico Letta propongono Alessandro Profumo a cui Giancarlo Galli attribuisce “simpatie politiche a sinistra, con venature ecologiste”, cioè essere stato in fila per le primarie del PD e la nota amicizia con Chicco Testa.
Il “lancio” di Profumo mostra anche le articolazioni, cioè le divisioni, nel cosiddetto Terzo Polo, poiché Casini ha subito rilanciato il “governo di responsabilità nazionale” ed ha detto esplicitamente “non vedo la scorciatoia di governi tecnici”.
La parte “padronale” della stampa, però , accoglie con simpatia la proposta di un governo tecnico, anzi , in qualche modo, la raddoppia, con l’ampio spazio che Il Corriere della Sera dedica a Corrado Passera, amministratore delegato di Intesa Sanpaolo nel giorno di Cernobbio dedicato alla politica.
Ora, sulle capacità taumaturgiche dei manager bancari restiamo oltremodo perplessi.
Ci troviamo di fronte ad amministratori le cui imprese hanno perso in pochi mesi più del 40 per cento del loro valore di Borsa. Imprese che beneficiano della grande propensione italiana verso il risparmio al quale corrispondono irrisorie cifre di interessi, mentre , come è noto, effettuano impieghi solo nella certezza di una consistente garanzia patrimoniale dei beneficiari.
Imprese anch’esse, seppur in maniera minore, prese dal sistema della finanza derivata, che si è rivelata una delle più colossali e spericolate operazioni di architettura finanziaria ad altissimo rischio. Imprese che hanno invaso e “mangiato” fette importanti delle aziende produttive.
Come poter formulare un giudizio positivo su responsabili di un sistema che, mentre vede l’enorme crescita delle disponibilità finanziarie e delle operazioni a rischio, mostra la stagnazione, a livello interno e internazionale, dell’economia reale, cioè quella produttrice di beni e servizi.
Ma quello che dimostra la bancarotta politica più evidente è il sostegno che la sinistra mostra per l’affidamento del potere politico a queste lobbies.
Pur avendo, a suo tempo, conosciuto le analisi culturali che mostravano il “tradimento della rivoluzione” dal parte del comunismo e il suo passaggio alla costruzione della società borghese di massa, non pensavamo che saremmo arrivati al punto di vedere la sinistra porsi a servizio di poco affidabili manager bancari.
E, soprattutto, appare alquanto improbabile che, coloro che non hanno saputo difendere e far crescere le proprie aziende, possano difendere e riportare allo sviluppo l’Italia .
28/07/2011 [stampa]
Attacco all’Europa : si appresta la difesa comune, ma in Italia le opposizioni vogliono assaltare il palazzo d’inverno.
Il governo e la maggioranza hanno molte colpe politiche .
Non avere, per esempio, spinto con più determinazione sulla strada delle riforme, oppure essersi fatti imbrigliare nelle sabbie mobili degli apparati di interesse che circondano il potere, a prescindere da chi lo eserciti.
Tuttavia la condotta della politica economica del governo – ha ragione Nicola Porro sul il Giornale del 19 luglio – non ha nulla a che vedere con la speculazione che sta colpendo l’Italia.
Anzi, proprio queste vicende sul fronte finanziario, innestate dall’esterno, dimostrano che la linea politica del Tesoro , sostanzialmente condivisa da tutto il governo, era la condizione necessaria di ragionevole durezza per creare le giuste difese rispetto a quanto si sarebbe verificato e che , evidentemente, era stato messo nel conto delle cose che potevano capitare.
Certo era anche evidente che una politica di stabilizzazione dei conti doveva far soffrire la politica di spesa dei diversi Ministeri e dei relativi responsabili.
Con dosi di mediazione e di pazienza Berlusconi ha assorbito i malumori e mantenuto le prerogative e il titolare del Tesoro.
Ben più incoscienti erano state le sirene che avevano auspicato l’abbassamento delle tasse, senza compensazioni di riduzioni di spesa, anche perché dalle opposizioni era stato difeso ogni comparto, considerati, di volta in volta, assolutamente incomprimibili.
Analogo atteggiamento era venuto dalle lamentazioni di quei settori imprenditoriali che, nostalgici degli interventi di sostegno a pioggia, che in tanti anni avevano dissipato ingenti risorse , chiedevano riduzioni fiscali, incentivi ed ogni altra possibile prebenda.
In questo ambito, rispetto al vecchio caravan serraglio consociativo, si era distinto solo il coraggio della Fiat, non più con il cappello in mano di fronte al governo e che anzi aveva posto una questione di carattere strutturale e cioè il ridimensionamento dei contratti collettivi nazionali, terreno di lotta e di governo della potente centrale sindacale CGIL.
Il governo ha , invece, scelto la strada giusta riversando ingenti risorse sulla cassa integrazione in deroga, animato non solo da volontà di difesa delle esigenze sociali dei lavoratori, ma contribuendo alla pace sociale e aiutando, nei modi possibili. la domanda interna.
Politica scarsamente apprezzata dalla sempre meno rappresentativa Confindustria.
Ora le opposizioni si auto esaltano perché per la prima ed unica volta in questa legislatura non hanno attuato ostruzionismo contribuendo ad una rapida approvazione della manovra.
Per la verità un confronto civile dovrebbe sempre caratterizzare la dialettica maggioranza opposizione e non attuare una sistematica azione di guerra – pensiamo solo alla ridicola salita sui tetti di sinistra e finiani per contrastare una valida riforma universitaria .
Ora, all’indomani dell’approvazione della manovra, le opposizioni hanno digrignato di nuovo i denti e sostengono che ai mercati quanto deciso non basta e che occorre dare in pasto al mostro speculativo la testa di Berlusconi che si deve dimettere per formare un governo di emergenza.
C’è una significativa assonanza tra le richiesta di quasi tutta l’opposizione e gli “auspici” di Giovanni Bazoli , Corrado Passera , Romano Prodi, Carlo De Benedetti e Mario Monti .
Un governo composto e guidato da “qualcuno”, ma non è dato sapere con quali programmi .
Timidi accenni vengono indicati per una nuova legge elettorale, che potrebbe essere il contentino per il Terzo Polo, ma sui cui contenuti neppure nel PD c’è unità di intenti, come se questo punto programmatico fosse in grado di soddisfare l’esigenza di un rafforzamento di Parlamento, esecutivo e guida politica.
Quello a cui si punta è un commissariamento della politica.
E’ evidente, poi , che gli stessi attacchi disordinati e privi di prospettiva al governo e al premier , senza una plausibile prospettiva di ricambio, ottengano il risultato di rendere meno credibile il Paese.
Anche l’Economist e il Financial Time, come rileva l’articolo di Nicola Porro, descrivono la validità di alcuni elementi strutturali italiani ( avanzo primario, stabilità del debito, banche decentemente capitalizzate, ricco risparmio privato ) e non consentono di riferire ad una reale condizione di debolezza economica gli attacchi nei riguardi dei titoli pubblici italiani, ma è la debolezza politica che apre la strada agli attacchi della speculazione.
Ora negli ultimi giorni sembra che “i mercati” abbiano deciso una tregua nei riguardi dell’Italia e le decisioni prese per aiutare la Grecia hanno costituito e, soprattutto dato l’impressione , di una prima necessaria difesa non solo dell’economia ellenica, dell’area comune europea.
Ci si deve domandare se si tratti di una tregua o se ci si debba aspettare da qui a qualche mese un nuovo attacco.
Siamo di fronte ad una condizione strutturale del mercato che la globalizzazione ha contribuito a costruire.
L’attacco concentrico a cui abbiamo assistito alla Grecia, all’Irlanda, alla Spagna, al Portogallo e all’Italia, ma non sono esenti anche gli altri Paesi come la Francia, dimostra che enormi capitali sono puntati sulla moneta unica.
La risposta all’attacco all’Europa deve essere una risposta unitaria europea con la creazione di un adeguato strumento finanziario comune, al quale la Germania non deve sottrarsi.
Ed anche una forte politica monetaria della Bce attenta all’andamento dei mercati e non succube di rigidi schemi monetaristi, come, invece è stata portata avanti da Trichet.
Le recenti decisioni dei capi di stato europei ha fatto fronte alla situazione ed ha allontanato i pericoli più immediati, ma occorre fare di più.
Insomma di fronte all’attacco del mostro speculativo, sempre in agguato, occorre serrare i ranghi in Europa e non come pensano le opposizioni in Italia di assaltare il Palazzo d’Inverno.
06/07/2011 [stampa]
Bipolarismo e ritorno al passato.
Sull’insediamento del nuovo segretario del PDL, il ministro Alfano, si sono registrati commenti del tutto strumentali che dimostrano come il linguaggio politico è ormai talmente impoverito che non è in grado di leggere obbiettivamente la realtà che si dipana nella politica italiana.
Una eccezione è rappresentata dall’analisi che Angelo Panebianco svolge sul Corsera del 4 luglio.
E’ interessante sottolineare come il ragionamento dell’editorialista colleghi la elezione e le prospettive politiche del nuovo leader alla possibile sopravvivenza o meno del connotato bipolare del sistema politico italiano.
Il futuro politico di Alfano, scrive Panebianco, non è legato solo all’azione che il governo potrà mettere in campo, ma si gioca , soprattutto, se riuscirà nell’obbiettivo della ricostruzione del centro-destra, superando ”la maggiore insidia” rappresentata “dai movimenti in atto tesi a far saltare il bipolarismo” .
L’analisi di Panebianco arriva anche in profondità quando afferma, come abbiamo più volte scritto in questo sito, che “il partito gollista, un puro partito carismatico, sopravvisse all’uscita di scena del suo fondatore anche grazie alle caratteristiche delle istituzioni politiche della Quinta Repubblica”.
Manca , tuttavia, al giornalista del Corsera il coraggio di andare oltre,quando limita il ragionamento all’ aspetto tecnico e strumentale della pur necessaria linea della riforma elettorale.
Infatti, prosegue l’articolo: “In Italia una grande riforma delle istituzioni è esclusa. Resta , però, la legge elettorale e sarà questo il terreno su cui il PDL giocherà, almeno in parte, le sue future chances di sopravvivenza”.
Lo abbiamo detto più volte: la crisi del sistema politico italiano non è risolvibile con una nuova legge elettorale. C’è una ridotta credibilità dei partiti, un livello della classe politica nella quale sopravvivono o le terze file di trent’anni fa o nuovi elementi di scarsissimo spessore, c’è un problema di autorevolezza e legittimità del governo, c’è. infine, la sensazione che il popolo e gli elettori siano divenuti marginali, lontani dal ruolo che la Costituzione affida loro all’art.1 , cioè portatori della “sovranità” della Repubblica.
Come può questa condizione di crisi essere risolta solo con una nuova legge elettorale?
Assistiamo, senza sorprenderci più di tanto, in questo ambito, a quanto sta accadendo nel PD ove i dalemiani sostengono, con il referendum proposto da Passigli, il sostanziale ritorno al proporzionale della prima Repubblica, mentre Veltroni, Rosy Bindi, Parisi ed altri stanno preparando un'altra proposta di referendum per ritornare al Mattarellum.
Che nei partiti di oggi, per un calcolo piuttosto miserabile , non si riesca ad andar oltre a proposte che costituiscono un penoso ritorno al passato non ci meraviglia, quello che ci aspetteremmo dagli “intellettuali” è un po’ più di coraggio per riavviare un serio discorso sulla “grande riforma” che intuirono Pacciardi, Craxi, una parte della DC e la destra e della quale fino ad oggi, purtroppo, ha solo parlato, Silvio Berlusconi.
09/06/2011 [stampa]
Le primarie e la Repubblica presidenziale.
Le analisi politiche di Giuliano Ferrara sono sempre intelligenti e riescono a centrare le questioni in ballo.
Il “capo indebolito” deve ritrovare – secondo il direttore de Il Foglio – la “forza per tornare a combattere per la libertà”. Deve riportare al centro del suo impegno quell’amore per l’Italia che caratterizzò il suo discorso di discesa in politica.
La proposta che sinteticamente può offrire a Belusconi la possibilità di mettersi in discussione e di recuperare un forte spirito competitivo è, secondo Ferrara, far svolgere le primarie a tutti i livelli del partito per la partecipazione alle competizioni elettorali.
La proposta di Ferrara è apprezzabile ed ha il senso di rafforzare nell’opaco PDL il rapporto tra le sue espressioni politiche e i cittadini, riattivando il circuito del consenso come base per una selezione della classe dirigente.
Anche sotto un altro aspetto più politico la proposta è apprezzabile e cioè essa tende a mantenere l’idea di una politica leaderista e bipolare, in quanto le primarie si connettono ad un sistema politico che è impermeabile alla cultura proporzionalista dell’accordo o compromesso politico.
Ma non siamo ancora al centro del problema.
E vediamo il perché.
I prossimi mesi vedranno svolgersi un aspro scontro sulla legge elettorale, sia tra i due schieramenti principali, sia all’interno degli stessi. Nel centro destra c’è chi si sente stretto in un sistema di alleanze obbligate e nel centro sinistra c’è chi – forse non solo Veltroni – vorrebbe tutelare le regole che sollecitano le alleanze, che hanno dimostrato di poter sconfiggere il polo berlusconiano.
Il PD dalemiano sta mettendo in campo la possibilità di raccogliere le firme per l’abrogazione dell’attuale legge elettorale per la Camera che, se dovesse avvenire, per le alchimie incredibili del sistema legislativo italiano, secondo i promotori, farebbe ripristinare , automaticamente, la legge elettorale proporzionale vigente prima del Mattarellum e cioè quella con le liste dei partiti con una preferenza e senza primi di maggioranza.
Ora, la questione della legge elettorale, pur essendo importante non è la vera questione politico istituzionale dell’Italia.
La confusione elettorale è l’effetto di una crisi ben più profonda che riguarda il sistema a base parlamentare, la ridotta autorevolezza dei partiti , la scarsa partecipazione degli elettori. In sintesi la base di legittimità dell’intero sistema politico.
Questa crisi – lo ribadiamo ancora una volta – va curata con dosi forti di cura istituzionale, cioè con una riforma della Costituzione che riconsegni interamente agli elettori la legittimazione della massima carica di governo.
Non è solo in gioco la figura personale di Belusconi. C’è in campo qualcosa di molto più importante per l’Italia.
Il berlusconismo se si vuole salvare, non per gli aspetti personali, ma per i suoi connotati riformatori e di rafforzamento della democrazia italiana, deve percorrere la stessa strada che percorse De Gaulle: quella della presa d’atto della fine della repubblica dei partiti e della traduzione in termini di elementi istituzionali permanenti del leaderismo carismatico che rischia altrimenti di essere stato solo una stagione della politica italiana, senza futuro.
La repubblica presidenziale francese consentì anche ad un opaco pur autorevole direttore di Banca di essere un buon presidente che riuscì a domare il maggio francese e a rafforzare la democrazia.
Ancora oggi esiste il gollismo. Se Berlusconi avrà la forza di fare la grande riforma anche fra venti anni si potrà parlare di berlusconismo.
Non ci sono formule e formulette, proposte e propostine, la sopravvivenza di Berlusconi , del PDL o meno.
C’è in campo la sopravvivenza del democrazia italiana come entità politica in grado di competere con gli altri paesi e con le altre democrazie .
E, occorre, quindi, guardare in alto e chiamare gli italiani a pensare in grande e a mettere in gioco i difetti del nostro sistema politico per guadagnarci un futuro adeguato alle sfide che ci stringono sempre più
31/05/2011 [stampa]
Elezioni a Milano e Napoli: sorge la nuova sinistra e tramonta il centro-sinistra.
Non sarà facile per Bersani “contenere” il peso politico che i candidati eletti a Milano e Napoli e i loro “sponsor”, politici e non solo, eserciteranno sulla “qualità” del nuovo centro sinistra che si va profilando.
Le due votazioni si sono svolte in un clima speciale non tanto e non solo per il carattere di sfida al berlusconismo che in esse era rappresentato, ma soprattutto perché questi due candidati sindaci sono stati sospinti da un’”onda lunga” mediatico- politica con connotati molto chiari.
Pisapia avvocato di De Benedetti e De Magistris punta avanzata del giustizialismo, non sono espressione di un SEL che riguadagna rappresentanza, superando la soglia del 4 per cento, o di un IDV che appare oggettivamente in fase calante.
Dietro queste elezioni c’è dell’altro. E che altro!
C’è il peso mediatico e politico di chi ha guidato l’antiberlusconismo, approfittando della oggettiva difficoltà del governo, di un diffuso malcontento dovuto alla condizione del Paese e alla debolezza dei candidati e della situazione interna al PDL.
Il varco aperto dalle difficoltà dell’immagine di Berlusconi bersagliato dalle vicende giudiziarie ha consentito a queste operazioni di sostegno a due candidati di ottenere un risultato netto favorevole .
Il potere editoriale e imprenditoriale espresso dai principali quotidiani – in primis Repubblica - ha costruito due candidature vincenti che condizioneranno pesantemente le alleanze a sinistra perché su di esse si eserciterà una influenza tendente a fare del PD un partito definitivamente soggiacente alle posizioni della nuova sinistra.
L’operazione punta ad andare oltre la stessa Unione di Prodi o la Santa Alleanza pensata da Bersani.
L’enfatizzazione di questo risultato tende a condizionare il progetto politico del PD che si limitava al cambiamento della legge elettorale per costruire alleanze omogenee o all’idea di Casini di un governo di responsabilità nazionale.
Il PD vincente è caduto nella morsa della strategia scalfariana che, come una camicia di nesso, tenta da anni di fare di questo partito un docile strumento etero diretto. Dall’intervista a Berlinguer del 1981, alla svolta della Bolognina di Occhetto nel 1989. Caduto Veltroni su cui si diffidava è arrivato il “travicello” Vendola che ha aperto una fessura attraverso la quale è entrato lo spirito scalfariano.
Come reagirà quella parte , non dossettiana, dei popolari dentro il partito di Bersani che vede il trionfante scalfarismo dirigere la politica del PD?
Casini vede pesantemente condizionato il suo tatticismo perché l’alleanza a sinistra del PD non è smontabile e la diffidenza dei radicali gli consente solo di avere un ruolo da comprimario nelle possibili alleanze future con la sinistra .
Ma questo Casini lo capisce bene e le sue attenzioni verso il centro destra e l’ambiente vicino a Berlusconi per , come dice Cesa, far “fare un passo indietro”, si sono moltiplicate anche nel periodo tra il primo e il secondo turno elettorale.
Anche il vecchio Scalfari sa che nel momento nel quale riesce ad ottenere un successo momentaneo gli frana il quadro , come sempre è avvenuto nel passato.
18/05/2011 [stampa]
Nella Milano borghese il tentativo di sperimentare la nuova sinistra al potere.
Il dato più evidente delle elezioni del 15 e 16 maggio è senza dubbio la difficoltà del centro destra e di Berlusconi a Milano, con un forte rischio di sconfitta al ballottaggio.
Il modesto risultato del capoluogo lombardo è anche frutto di una serie di elementi che hanno contribuito a determinarlo: da una campagna di Berlusconi alternata alla presenza in Tribunale, al ridotto appeal della Moratti, da polemiche elettorali che hanno distratto dai temi della amministrazione per caratterizzarsi sulla aggressività che hanno fatto passare per moderato il candidato della sinistra, alla minor presa elettorale delle forze politiche del centro destra nelle periferie dove Pisapia ha condotto una efficace iniziativa per la ricerca del consenso.
Il cattolicesimo progressista ha, poi, fornito il filo per la ricucitura tra l’operaismo vendoliano e la borghesia confindustriale insoddisfatta per la mancata riduzione delle tasse.
Recuperare lo svantaggio è impresa assai difficile, tuttavia la borghesia milanese deve ben riflettere sulla possibilità di dare a Milano un sindaco con radici culturali comuniste.
Con Pisapia sindaco Milano diventerà la capitale della nuova frontiera egalitaria e permissivista, dove i leaders degli anni ’70 sperimenteranno contenuti e idee della nuova sinistra al potere.
Più in generale i risultati elettorali forniscono indicazioni abbastanza chiare.
L’azione di Bersani per mantenere le alleanza con Sinistra e Libertà e con IDV ha , comunque, consentito di arrivare ad un risultato significativo nella roccaforte di Berlusconi, anche se pagando un prezzo importante. E’ evidente, a questo punto, che questa alleanza verrà riproposta alle politiche, con un PD che pur pagando quei prezzi, mantiene le sue roccaforti a Torino e Bologna. La mancata partecipazione del PD al ballottaggio di Napoli è frutto, non solo della cattiva amministrazione, ma anche di errori nelle candidature e il successo di De Magistris presenta una caratura personale più che politica, in qualche modo riassorbibile.
In sostanza il PD non consentirà a nessuno di metterà in discussione le attuali alleanze.
Di conseguenza il Terzo Polo esce assai ridimensionato da queste elezioni e non può più dettare al PD le condizioni per una alleanza e il titolo dell’Unità è particolarmente significativo: “Il tonfo del Terzo Polo”.
Casini avrà da recriminare per l’ alleanza con Rutelli e , soprattutto, con Fini che non gli ha procurato alcun vantaggio. L’impresa di puntare ad essere ago della bilancia nelle prossime elezioni politiche, soprattutto al Senato, si rivela impossibile perché il voto dimostra che ottenere l’otto per cento nei collegi senatoriali sarà davvero difficile.
La crisi del bipartitismo si risolve nel rafforzamento del bipolarismo e le spese le paga l’alleanza di centro, nella quale Fini diventa totalmente irrilevante.
L’Avvenire sostiene, giustamente, nell’editoriale del 17 maggio, il paradosso che, pur nella sconfitta del centro destra, il governo esce rafforzato. A questo punto Berlusconi può ragionevolmente prevedere la non ripresentazione, come premier, nelle prossime elezioni politiche il cui successo al centro destra può essere garantito solo se l’azione di governo sarà decisa e produttrice delle riforme promesse.
05/05/2011 [stampa]
La morte di Bin Laden e gli Stati Uniti.La debolezza dell'europa e le divisioni dell'Italia.
L’uccisione o l’”esecuzione” di Osama Bin Laden, come quella di altri “terroristi”in passato – pensiamo alle circostanze della morte di Che Guevara - presenta aspetti ”misteriosi”, che il tempo difficilmente chiarirà.
Ma in questo caso più che interessare come sia stato individuato e ucciso, è decisivo , sul piano storico e politico, il fatto che Bin Laden non è più il punto di convergenza pratica, ma soprattutto simbolica, della rete terroristica internazionale antioccidentale.
Si tratta di un successo dell’azione di intelligence degli USA, anche se si verifica dopo circa 10 anni dalla distruzione delle torri gemelle a New York.
In questi dieci anni la politica internazionale di Washington, nonostante siano cambiati presidente e partito di governo, è rimasta ancorata ad una sola logica: quella di agire coerentemente contro l’azione sovversiva di Al Qaida, sopportando il peso di una guerra lunga e con esiti non certi.
Questa coerenza della politica americana merita una sottolineatura perché, a prescindere da ogni convinzione, testimonia del prevalere di un interesse nazionale sulle possibili differenze o egoismi delle parti politiche , ed anche dimostra come dietro un idea, o fosse anche un grande interesse, la politica americana si collochi con determinazione.
Non c’è dubbio che da questa condizione gli USA traggono una legittimità e una autorevolezza con le quali giustificano la difesa di un loro primato.
Il pensiero non può non andare all’Europa, dove regnano le differenze spesso motivate da egoismi ed esigenze rispetto ai quali non riesce ad emergere un interesse comune europeo.
L’Europa non ha una politica estera comune e questo dato, insieme ad altre cause di minor peso però, costituisce il limite,al momento invalicabile, per far diventare la Comunità Europea un vero soggetto politico internazionale.
Nell’Europa disunita c’è il caso dell’Italia.
Nella difficile vicenda libica il nostro Paese si è trovato di fronte a notevoli difficoltà poiché non era semplice, dopo aver condotto una politica di amicizia con il Rais che aveva portato a risultati utili sul piano economico e a prospettive di intervento per lo sviluppo di questo paese africano, rinunciare a tutto questo per sostenere una “rivolta” dai contorni non ancora del tutto chiari.
Del resto il “rinascimento” nord africano è tutto un enigma, basti pensare alla decisione ultima della giunta militare egiziana di riaprire il valico di Gaza, ennesimo episodio che, giustamente, preoccupa Israele.
Le cosiddette indecisioni del nostro governo avevano questo importante fondamento.
Ma destano ancora più perplessità le critiche che hanno accompagnato la scelta di Berlusconi dopo un colloquio con il Presidente degli Stati Uniti di allinearsi alle modalità operative di guerra della NATO, con i bombardamenti degli obbiettivi militari di Gheddafi.
Una decisione che, forse, si ispira alla necessità di non rompere con un quadro di politica internazionale “occidentale”, in una Europa debole.
Al di là delle motivazioni delle critiche alle scelte del capo del governo o degli errori dello stesso Berlusconi a partire dai rapporti con i partiti alleati, si evidenzia la devastante mancanza nel Paese di una politica estera nella quale si ritrovi la stragrande maggioranza delle forze politiche.
Bisognerebbe riflettere una volta per tutto sulle cause di questa divisione italiana, sulla enorme difficoltà di individuare un interesse nazionale, sulla voglia di utilizzare qualsiasi pretesto per far emergere una anti italianità che ci limita e ci rende deboli.
28/04/2011 [stampa]
Una legge naturale per la difesa della vita.
La lettera di Berlusconi ai parlamentari del PDL sulla legge sul biotestamento contiene idee e valutazioni che non appartengono alla sola contingenza della pur importante circostanza.
Il tema è trattato secondo una logica che sgombra il campo da valutazioni clericali o ideologiche.
Emerge la riaffermazione di concetti che derivano dal diritto naturale, cioè da quei principi che sono insiti nell’uomo in un corretto rapporto ontologico e che in questo caso attengono alla indisponibilità del tema vita.
C’è un passo che esprime con chiarezza questa idea: “La vita è un bene che noi tutti difendiamo, e se è vero che il mondo cattolico ha molto da insegnarci su questo, è vero anche che l’intangibilità della persona è un valore non negoziabile anche per i laici, e per tutte le culture politiche che compongono il grande mosaico del nostro partito. Noi liberali, cristiani, socialisti, riformisti, credenti di fedi diverse e non credenti, noi moderati, insomma, siamo convinti che la libertà, bene prezioso, non possa arrivare a negare la vita”.
Questo diritto naturale, cristianamente ispirato, senza integrismi, è il parallelo naturale, in sede politica, della grandiosa elaborazione di Ratzinger su fede e ragione.
Ed è importante e significativo che da questo contesto scaturisca la coesione tra culture politiche diverse e su questi principi si fondi il moderatismo e il riformismo di Berlusconi.
Dopo questo importante passaggio legislativo la maggioranza ha l’ obbligo di essere coerente con questa scelta, non solo perché ci si trova di fronte ad un grande tema etico, ma anche perché si calerebbe all’interno di un humus che costituisce il tessuto connettivo, i principi spirituali, cioè l’anima, del popolo italiano e della sua tradizione.
21/04/2011 [stampa]
Gli affanni di Pierferdinando.
“Non lo posso lasciare solo che mi combina guai”, avrà pensato Pierferdinando Casini quando ha appreso che la riunione dei capi gruppo della Camera aveva deciso di rinviare a maggio il dibattito sul DAT ( Dichiarazione Anticipata di Trattamento) , con l’intervento decisivo di Gianfranco Fini.
Peraltro l’Avvenire aveva sottolineato il comportamento del Presidente della Camera: “E’ comunque da registrare – ha scritto il 20 aprile il giornale dei vescovi – che, di fronte alla contrapposizione tra Pdl e Lega da una parte e opposizioni dall’altra, è stato l’”arbitro” – il presidente ( minuscolo n.d.r.) della Camera Gianfranco Fini , che ha fatto emergere in vari modi le sue opinioni critiche sul ddl – a decidere per il rinvio”.
Per la verità, il cattolico democratico Dario Franceschini non aveva avuto dubbi i : il fine vita doveva essere affrontato “non sotto le elezioni” e Fini aveva pensato bene di assecondarlo.
Non si è fatta attendere la raffica delle dichiarazioni della maggioranza. Sacconi : “il governo auspica il più tempestivo esame del ddl nella convinzione che il Parlamento non possa abdicare al proprio ruolo in favore del ruolo creativo dei segmenti ideologizzati della magistratura”. Eugenia Roccella: “ogni pretesto è buono per bloccare la legge”. Di Virgilio: “questo provvedimento è atteso dal mondo della sofferenza”.
Preoccupato per la piega degli avvenimenti e, soprattutto dei suoi rapporti con il Vaticano che il laicista Fini sta mettendo a repentaglio, Pierferdinando Casini, ha riunito un vertice del disaggregato Terzo Polo, e ha fatto fare una evidente retro marcia al suo sodale che al termine della riunione si è dichiarato d’accordo ad invertire l’ordine del giorno dei lavori dell’aula per esaminare il biotestamento prima dei decreti.
Così si dimostrano due fatti: che la linea di Gianfranco Fini appare ogni giorno sempre più vicina alle posizioni della sinistra e che la strategia del cosiddetto terzo polo è condotta da Pierferdinando Casini.
Con qualche affanno.
12/04/2011 [stampa]
L'improbabile riconoscimento costituzionale dei partiti: l'ultima idea del PD.
La proposta di legge che vede come primo firmatario l’on. Sposetti e che ha come obbiettivo l’attuazione dell’articolo 49 della Costituzione arriva con sessanta anni di ritardo e cerca di dare un riconoscimento giuridico ai partiti in un contesto storico e politico assai mutato rispetto al 1947.
Poiché questo provvedimento potrebbe comportare anche ulteriori finanziamenti alle forze politiche si apre anche una questione di opportunità in una situazione che vede crollare ogni giorno la credibilità dei partiti nei riguardi dei cittadini.
La crisi dei partiti arrivata oggi ad un livello davvero devastante ha una storia lunga.
In un congresso nazionale di dottrina dello stato svoltosi nel maggio 1966 all’Università di Trieste, Vezio Crisafulli, uno dei maggiori costituzionalisti italiani, diceva: “La crisi dei partiti nel suo duplice aspetto di esorbitante invadenza e di sostanziale impoverimento politico, rischia, infatti, di coinvolgere le istituzioni tradizionali della rappresentanza politica: giacchè, non dimentichiamolo, è attraverso i partiti che dovrebbe passare, in prima istanza, per così dire, la dimensione propriamente politica della esperienza sociale. Non può, quindi, non preoccupare il divorzio, tante volte deplorato, che va delineandosi tra società civile e società politica, quali che se ne vogliano considerare i fattori determinanti: sfiducia dello spirito pubblico, stanchezza e disorientamento della pubblica opinione, da un lato, ma anche , dall’altro, tendenza della classe politica a chiudersi in se stessa “.
E già allora si auspicava che “ i partiti devono trovare i se stessi , prima che in interventi legislativi … la volontà e la forza di rinnovarsi mettendosi al passo coi tempi”.
Sposetti non può far finta di niente.
Nelle decine di anni trascorsi da allora la condizione ed il ruolo dei partiti sono andati peggiorando, fino ad arrivare ad essere oggi comitati elettorali autoreferenziali.
In fondo il leaderismo che ha introdotto Berlusconi è l’altra faccia della incapacità delle forze politiche di assumere una rappresentanza forte e partecipata.
In quanto ad un possibile aumento del finanziamento pubblico è da irresponsabili proporlo in una condizione difficile per la finanza pubblica e di sacrifici dei cittadini, mentre appare piuttosto furbesca l’idea di creare fondazioni che riciclerebbero i residui patrimoni dei partiti che accumularono beni immobili consistenti, alcuni dei quali sono finiti in operazioni dubbie e truffaldine.
La proposta di Sposetti dimostra che anche i dalemiani sognano un ritorno ad una politica che è fallita e che non ha saputo neppure difendersi.
04/04/2011 [stampa]
Di nuovo le monetine della sinistra.
Fino a qualche mese fa, interrogati in proposito, gli esponenti PD, ex PCI o DS, smentivano: non erano stati i manifestanti di un comizio di Occhetto a Piazza Navona a recarsi sotto l’Hotel Rafael per aspettare Craxi e insultarlo e lanciargli le monetine.
Lontani da quegli eventi avevano avuto un sussulto di dignità e, vergognandosi di quanto accaduto, ne smentivano la responsabilità.
Ma, come affermava ripetutamente Francesco Cossiga: “ la sinistra in Italia è ancora giustizialista e poliziesca”.
Chiamati dalla sinistra per una manifestazione contro il governo davanti a Montecitorio, gli attivisti di questa parte politica hanno ripetuto, in modo ancora più cruento, la scena: a due metri dall’ingresso della Camera, hanno inscenato lo stesso copione: monetine per ministri e parlamentari di centro destra. L’epiteto più blando: “leghista di merda” o, quello, assai elegante, rivolto alla Santanchè “sei una troia bugiarda”.
Non ci sono giustificazioni: si è trattato di una manifestazione eversiva, una protesta contro il Parlamento. Se Fini ha ragione quando , rimproverando il ministro La Russa, per una grave intemperanza verbale nei suoi confronti gli ha detto che quell’insulto era contro il Presidente della Camera, lo stesso vale, a maggior ragione per tutto quello che è stato fatto dai manifestanti davanti alla Camera e nei riguardi dello stesso La Russa: si è attaccato il Parlamento ed i suoi componenti nelle loro funzioni.
La manifestazione aggressiva e gli attacchi ai parlamentari, dalle quali la sinistra non si è dissociata, sono cosa ben più grave di una parola espressa in un momento di ira.
Ma c’è di più.
Franceschini, criticando le affermazioni del ministro La Russa , lo ha rimproverato di essere uscito dal Parlamento per la porta principale, mentre sarebbe dovuto uscire da una secondaria. Ha ritenuto questa una provocazione.
La tesi del “cattolico democratico” Franceschini è esemplare : di fronte a manifestazioni aggressive che giungono fino all’ingresso della Camera occorre rispondere con un comportamento sotterraneo e da imboscato.
Nascondersi e passare per la porta di servizio e con ciò dare ragione a chi manifesta è la concezione della dignità che dimostra di avere l’on. Franceschini.
Questa idea si accorda con la tesi espressa da Rosy Bindi, secondo la quale, siamo giunti alla necessità di disertare il Parlamento: insomma, un nuovo Aventino.
E’ sin troppo evidente il tentativo portato avanti ormai da tutto l’arco politico della sinistra : quello, cioè, di paragonare il governo Berlusconi al fascismo.
Da questo attacco e da questo livore ideologico della sinistra farebbe bene a distinguersi il terzo polo, ma pesa sulla “moderazione” di Casini la linea antiberlusconiana di Fini.
Il Presidente della Camera, cha va dimostrando sempre più un indirizzo politico non super partes, come già molti opinionisti avevano rilevato, sta tentando di realizzare il disegno di saldare il Terzo Polo con la sinistra.
Invece di distinguersi Casini asseconda questo disegno.
Sbaglia Casini a invocare lo scioglimento delle Camere e le elezioni a giugno. Questa decisione che Napolitano difficilmente prenderà radicalizzerebbe il conflitto politico, farebbe svolgere le elezioni in clima di scontro fisico sul quale certamente si innescherebbe l’attività terrorista, come già dimostra l’attentato al tenente Albamonte dei parà.
Il compito dei moderati in questo momento dovrebbe essere quello di tentare di rasserenare il clima politico non solo criticando le intemperanze del centro destra, ma attaccando, soprattutto il giustizialismo della sinistra e l’idea che si debba disertare o rendere inagibile il Parlamento.
Ma su questo il Terzo Piolo non dice una parola e il clima di rissa, alimentato anche dai finiani, finisce per schiacciarlo sulla sinistra.
Ricordiamo a Casini che le monetine che colpirono Craxi al Rafael erano il risultato di un clima che stroncò alla radice anche l’esperienza politica democratico cristiana.
Lo scontro non favorisce i partiti moderati: la violenza di tangentopoli li cancellò.
23/03/2011 [stampa]
17 MARZO 2011.
E’ stato giusto commemorare con una Festa Nazionale il 150° anniversario della proclamazione del Re d’Italia.
Tuttavia, pur con il rispetto che si deve alle vicende storiche, la questione dell’Unità dell’Italia non può limitarsi a tali aspetti.
L’Unità e il relativo patriottismo appartengono a qualcosa che va oltre gli episodi delle lotte risorgimentali e richiamano l’elemento caratterizzante dell’identità.
Il patriottismo della nazione richiama la cultura fondante di questo Paese che non può essere solo quella illuminista di talune correnti del Risorgimento. Questo patriottismo deve sollecitare a considerare un valore tutta la sua storia, non solo quelle dell’800 o, addirittura, del ’43-’45 del ‘900, i grandi segni della cultura cattolica, i suoi paesaggi e le sue architetture, ciò che ha impresso un segno nelle nostre contrade e in quelle lontane.
Sulla doverosa celebrazione del Risorgimento resta, se non chiarita, l’ombra di una scelta fatta a suo tempo di un indirizzo unico e centralistico che, oggi, richiede di essere “ammorbidito” in una visione più complessiva e pluralista.
Abbiamo la sensazione che non si voglia solo celebrare l’Unità dell’Italia, ma anche certa cultura giacobina per riproporla quale cultura attuale che contrasti il “populismo”, perché sospetto di influenza cattolica.
Lo avvertiamo non solo nella rigidità storicistica e negli invocati valori della rivoluzione francese, ma nella scarsa propensione da parte di tutti , compresi i vertici istituzionali, di chiarire come la sinistra comunista, - anch’essa , in fondo, frutto dell ‘illuminismo, - sin da Gramsci , fosse assai critica per il modo come fu attuato il Risorgimento.
Richiamiamo peraltro, come questo ritorno al culto del Risorgimento da parte dei sopravvissuti alla cultura comunista, ignori, volutamente come quei giovani del dopo guerra che , in termini nazionalistici e con richiami nostalgici, agitavano il tricolore venissero sistematicamente aggrediti da chi credeva più nell’Internazionale che nella Nazione.
Resta netta la sensazione che nonostante le celebrazioni unitarie rimangano quelle ferite e quelle divisioni che non fanno dell’Italia una vera unità di popolo.
Le lacerazioni politiche e le divisioni polemiche spinte oltre l’inverosimile, l’opposizione ad ogni tentativo di riforma, un linguaggio che abbassa il livello della politica anche per responsabilità dei mass media, l’orizzonte sempre più stretto della stessa politica non sono il segno di una vera Unità dell’Italia.
Segnaliamo con attenzione la proposta, sostenuta da IDV, PD e FLI, di rendere festa nazionale permanente il 17 marzo. Forse sarebbe più giusto riconsiderare come festa nazionale il 4 novembre.
Sappiamo che la guerra ’15 – ’18 fu anche definita un’”inutile strage”, ma quella guerra e quella vittoria videro tutti gli italiani, di ogni ceto sociale da tutte le terre, partecipare uniti ad un evento che fu tragedia, ma anche ideale e amore della patria.
Fu una unità di popolo, di eroismi e di drammi nella quale si riconobbe tutta la Nazione.
15/03/2011 [stampa]
Giappone, la terra dove il sole si leva.
Siamo certi che il Giappone rinascerà da questa enorme catastrofe.
Le immagini che giungono da questa terra devastata dalla natura, testimoniano i danni ingentissimi e le devastazioni apocalittiche e ci lasciano sgomenti.
Eppure a questa tragedia si accompagna un raggio di sole e di speranza per il quale rimaniamo stupiti ed affascinati.
Nei volti preoccupati, ma sereni del popolo giapponese , nella immediata operosità dei singoli e dello Stato, nella compostezza di ciascuno leggiamo il riflesso di una saggezza profonda, di una forza dell’anima che viene da un popolo naturaliter religioso.
Da questa tragedia nasce una lezione per il mondo.
Il “mondo” della felicità a buon mercato, il “mondo” delle certezze illusorie, il “mondo” che attende sempre l’aiuto dello Stato, il “mondo” della “protesta”che non sa nemmeno ritrovarsi unito di fronte alle grandi tragedie è sconfitto da questa prova di spiritualità e civiltà.
Il popolo giapponese subì sul suo territorio il “privilegio” del bombardamento atomico, due volte, con centinaia di migliaia di morti e contaminati. Una ferita che rimarrà nella sua memoria per sempre.
Anche allora ebbe la forza per risollevarsi e fece della sua nazione la seconda potenza economica del mondo.
Guardiamo al popolo giapponese con ammirazione e preghiamo per la sua rinascita, mentre gli siamo grati per la grande lezione di umanità e dignità che ci offre.
24/02/2011 [stampa]
Presidenzialismo.
All’inizio degli anni’70 un gruppo di parlamentari democristiani diede vita ad una rivista “Europa Settanta” che propose, con approfondite analisi politiche, un cambiamento della Costituzione per dar vita ad una Repubblica presidenziale.
In estrema sintesi, il concetto di fondo era che i poteri in capo al Presidente della Repubblica e la prassi che consentiva a questa figura istituzionale, apparentemente solo garantista, di svolgere un sempre più ampio ruolo politico, avrebbero dovuto indurre i partiti a modificarne il sistema di elezione con una votazione popolare diretta.
Questo gruppo fu accusato di “gollismo” e le sue proposte non furono accettate dall’establishment democristiano convinto che il sistema si sarebbe mantenuto stabile anche per il suo substrato consociativo. Per Moro, che era il gran regista di quegli anni, il potere legittimante era delle correnti politiche che svolgevano un ruolo regolatore della democrazia parlamentare.
Per venti anni le cose andarono avanti. Dopo la morte di Moro, il sistema cominciò a declinare fino alla catastrofe dei primi anni ’90 quando avvenne il cedimento all’azione giudiziaria di un assetto politico giunto allo stremo.
La questione dei “poteri” del Presidente della Repubblica è rimasta, anzi si è resa ancor più evidente come nell’occasione nella quale Scalfaro sciolse le Camere che avevano ancora una maggioranza parlamentare.
Oggi, il potere risolutivo di Napolitano è stato invocato più volte affinchè intervenisse nella situazione politica sia, prima del 14 dicembre, per un invocato “governo del Presidente”, sia, più recentemente, per sciogliere il Parlamento e andare ad elezioni anticipate.
Altri interventi di Napolitano hanno evidenziato il suo ruolo politico: dal rifiuto a firmare il decreto per Eluana Englaro, fino alla recentissima lettera alla vigilia del voto della Camera sul “mille proroghe”.
La stessa credibilità di questa figura istituzionale, asserita dai sondaggi, dimostra, appunto , che ad essa si affida un ruolo politico al quale dovrebbe corrispondere un sistema di elezione diretta.
Altrimenti verrebbe reso più profondo il solco esistente tra sovranità popolare e potere politico, cioè tra democrazia e istituzioni.
15/02/2011 [stampa]
Congresso FLI: un futuro senza destra e acqua al mulino di Casini.
Nelle analisi di quasi tutta la stampa, il Congresso della nuova formazione politica finiana è stato commentato, sostanzialmente, come un nulla di fatto.
Anzi, grande rilievo, almeno pari a quello offerto al discorso di Fini, è stato dato alle lotte interne che hanno condizionato fino all’ultimo le decisioni circa gli assetti.
Tutte le indicazioni del discorso di chiusura del Presidente della Camera (offerta a Bossi del Senato delle Regioni, appello all’elettorato di destra, un diverso bipolarismo, dimissioni possibili insieme a Berlusconi ) sono state classificate come espedienti tattici, privi di un quadro ed una prospettiva. In sostanza, parole senza futuro.
Il fondo di Pierluigi Battista sul Corriere della Sera del 14 febbraio va al cuore della questione e bolla il tentativo di Fini “ di rimettersi in connessione con l’elettorato di centrodestra, mantenendo incandescente la polemica con Berlusconi” come un “azzardo velleitario”.
E la regione di questa velleità di Fini è che il partito a cui si vuole dar vita non appartiene alla tradizione della destra che è stata moderata, non laicista, patriottica e riformatrice della Costituzione , mentre si appresta a fare scelte di collegamento tattico e strategico con la sinistra.
Dimostrazione di questo percorso di FLI sono gli assetti interni: Bocchino al vertice per la sua indiscussa fedeltà alla linea aggressiva antiberlusconiana, Della Vedova che assicura nei lavori della Camera un contenuto laicista ed aperto alla sinistra , mentre Ronchi appare la foglia di fico di una destra inconsistente. Significativa l’emarginazione delle personalità più moderate.
Queste scelte, mentre assicurano la fedeltà ad una linea che può comportare accordi a sinistra, allontanano, come ha sottolineato Pierluigi Battista, FLI dall’elettorato di destra .
Senza l’elettorato di destra FLI è destinato, nella migliore delle ipotesi, a portare acqua al mulino di Pierferdinando Casini e alle sue spregiudicate tattiche politiche.
03/02/2011 [stampa]
Sul cavallo di De Benedetti: il secolo bussa al fronte popolare
Il Secolo d’Italia con una certa improntitudine nobilita la proposta di D’Alema di un fronte popolare antiBerlusconi paragonandola ad una svolta storica, una occasione da non mancare rispetto a quelle “ perdute” dalla destra dal congresso di Genova a Milazzo, dalla contestazione giovanile a Bettino Craxi.
Già i riferimenti storici del quotidiano traballano alquanto : il luglio del ’60 non pose fine ad una “inedita sintesi politica tra sinistra democristiana e forze nazionalpopolari”, poiché, invece, fu la costola più forte del dossettismo che uccise l’esperimento tambroniano e iniziò la lunga linea della politica a sinistra con il monocolore Fanfani che rappresentò il ponte verso il centrosinistra.. E’ anche assai discutibile che destra e sinistra giovanile avrebbero potuto avere una “matrice unitaria e condivisa della contestazione giovanile” se non con l’equiparazione tra Evola e Marcuse assai discutibile e, comunque, deviante; mentre il progetto di Craxi non fu il “nuovo arco democratico”, ma la grande riforma costituzionale presidenziale.
Ora Il Secolo sposa l’analisi di D’Alema su Repubblica che ci si trovi in piena “emergenza democratica”, del resto l’equiparazione tra Berlusconi e il Fascismo è proposta da anni da Massimo Giannini e su tale diagnosi , la ricetta invocata è, come la definisce lo stesso intervistatore, un nuovo “Cln”.
Da questo Cln dovrebbe partire, sostengono D’Alema e il Secolo, una “alleanza costituente” che dia vita ad un “governo costituente”.
Ma quale governo costituente ! Si vuole tentare di ritornare ad una visione della politica nella quale gli assetti di governo vengono decisi dagli accordi tra i partiti, mentre ritornerebbero in cantina gli impegni di programma e una politica che si ricostruisca come patto tra governo e popolo.
Come potrebbe una coalizione del genere affrontare la necessaria riforma della giustizia a partire dal CSM, un compiuto federalismo, la riforma fiscale, la eliminazione del sistema dei condizionamenti burocratici e di falso e presunto garantismo amministrativo che si traducono in un condizionamento dell’attività economica.
L’unico elemento che mette insieme questo Cln è l’antiberlusconismo, mentre sul piano delle riforme costituzionali non c’è alcuna idea comune, se non un ritorno ad un modello di delega, su base sostanzialmente proporzionale e che costruisca le coalizioni dopo il voto e a maggioranza variabile, con il rifiuto di giungere ad una compiuta riforma che ridia forza al consenso, alla legittimazione con l’elezione diretta del premier, alla rappresentanza come espressione e impegno di programma, alla stessa politica.
Non a caso Il Secolo cita come la più esatta analisi sul centro destra quello che scrisse Mario Pirani accusandone i limiti dovuti all’ideologia fondata sul principio della “dittatura della maggioranza”, all’antiRisorgimento della Lega e all’antieuropeismo.
Siamo al punto che l’FLI ha assorbito tutto lo sgangherato bagaglio politico culturale dello scalfarismo e del partito Repubblica: dal giustizialismo, mascherato da legalismo , dall’ostracismo alla Lega considerata antimoderna e razzista, fino alla difesa dell’europeismo tecnocratico; dal patriottismo costituzionale fino al fronte popolare.
Un “ fronte che può essere rappresentato – precisa Il Secolo – da figure come Gianfranco Fini, Pierferdinando Casini o Ferdinando Adornato da una parte e quello che emerge con Massimo D’Alema, Walter Veltroni e Rosy Bindi dall’altra “.
Siamo al punto terminale di una involuzione politica.
Un tempo la destra, dimostrando intelligenza, stile giornalistico e dignità politica,
si dilettava a individuare le “mosche cocchiere” o gli “utili idioti” che servivano al disegno di affermazione della sinistra,
Questi personaggi che ,ormai, nulla hanno di destra, hanno finito il loro volo e si sono posati, con grande sussiego, sul cavallo di De Benedetti.
26/01/2011 [stampa]
Ricordiamo ai post comunisti...
Nel corso di una trasmissione radiofonica qualche esponente della sinistra ha sostenuto che Berlusconi avrebbe violato la Costituzione in quanto il secondo comma dell’articolo 54 recita che “ai cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore…”.
Appena due articoli prima la stessa Costituzione dice che “ la difesa della Patria è sacro dovere dei cittadini”.
Quando negli anni del dopoguerra i comunisti esaltavano la guida di Stalin sul movimento comunista internazionale e l’ organizzazione del PCI riceveva finanziamenti da parte dell’Unione Sovietica, un paese ostile all’Occidente, si può affermare , con certezza, che i comportamenti quei cittadini e le finalità di quel partito erano pienamente conformi al dovere di “difesa della Patria” ?
Questa concetto costituzionale non riguardava solamente la difesa militare dell’Italia, della quale non si ebbe bisogno poiché non venimmo coinvolti in conflitti con l’URSS, ma comprendeva l’adesione al bene comune e all’interesse generale del nostro Paese.
Il “sogno”, tanto per usare un termine alla moda, dell’attesa salvifica da parte dell’URSS ( “ a da venì baffone! “) ispirò le attese e le speranze del popolo comunista.
A questi patrioti della Costituzione occorre, a volte, ricordare il loro antico, meno nobile patriottismo … sovietico.
25/01/2011 [stampa]
Intellettuali e sinistra: uno squillo di tromba nella terra di nessuno
Riportiamo integralmente il testo di un appello di intellettuali di sinistra, apparso su “Front Page” che, per la prima volta affronta, da sinistra, l’involuzione giustizialista di questa parte politica.
Il ritorno dei temi garantisti e dell’impegno sociale è un avvenimento di enorme portata in un campo politico che ormai sembrava definitivamente chiuso nell’orizzonte impostogli dall’ideologia giustizialista e dagli editori- partito.
Questo appello faticherà non poco a contrastare l’offensiva che , anche sotto forma di congiura del silenzio, potrebbe opporglisi.
Manca alla sinistra di oggi un fondamento culturale proprio, una sua vera e reale ragion d’essere.
Non è più in grado di leggere la realtà dei problemi veri degli uomini e delle donne di questo Paese.
Ha perso il consenso perché ha passato la linea: andando da un’altra parte che si è rivelata essere una terra di nessuno.
A proposito del comunismo qualcuno ha scritto: “la nozione di consenso perde significato perchè non c’è valore a cui consentire. Resta solo l’impersonale, anonimo sviluppo. Sotto questo rapporto il pensiero di Gramsci sembra diventare oggi l’ideologia del consenso comunista all’ordine tecnocratico neocapitalistico”.
Sono le profetiche parole di Augusto Del Noce nel suo saggio su Gramsci e il suicidio della rivoluzione del 1978.
Trentadue anni non sono passati invano, ognuno ha portato il suo obolo: Berlinguer sposando la questione morale e il rifiuto di trattare durante il rapimento Moro, Natta e Napolitano imprimendo una sollecitazione ad entrare nell’ internazionale socialista, senza essere socialisti, Occhetto assorbendo l’antica sollecitazione radicale e accettando il vento giustizialista di Milano entrò nella logica scalfariana, D’Alema incapace di opporsi e di costruire l’opzione socialista, Veltroni illudendosi di camminare sul sentiero liberal, assorbendo il “veleno” dossettiano e alleandosi con il partito espressione dei giudici, Bersani sostenendo l’ipotesi di un fronte popolare antiberlusconiano sostenuto da Repubblica.
Sono gli oboli serviti a costruire il partito della terra di nessuno che oggi risponde agli interessi di quel “padrone”che da anni conduce la propria guerra a Berlusconi.
Crediamo, in definitiva, che questo “squillo di tromba” di alcuni intellettuali di sinistra, risuoni , ormai, nel vuoto, somigliando più al “silenzio” che alla “ sveglia”.
Care compagne e cari compagni, per carità, per il nostro bene, fermatevi.
Il nostro avvenire, la libertà, i nostri diritti e quelli delle persone colpite dalla crisi e dall’ingiustizia sociale, non possono essere affidati alla legge e alla violenza dello Stato. Ai tribunali. Alla repressione. In passato ci è capitato, qualche volta, di pensarlo. Poi abbiamo capito che sbagliavamo.
Non possiamo sperare nel carcere, nell’arresto dell’avversario più detestato, nei sistemi di intercettazione a tappeto, nella logica dei corpi separati e persino nell’intervento del Vaticano per ottenere ciò che non abbiamo ottenuto con il consenso.
Nel giustizialismo non c’è meno oscurità che nel comportamento arrogante della politica di potere.
Rischiamo di trasformare il popolo della sinistra, dei democratici, in tricoteuses compiaciute e senza idee, che se ne stanno lì davanti alla ghigliottina e assistono al Terrore rivoluzionario mediatico e alle controffensive della Vandea. Oppure in castigatori moralisti dei comportamenti privati e sessuali di chicchessia, fino ad invocare l’ingerenza della Chiesa sulla politica, e a scagliarci contro le donne poco castigate, contro i libertini, contro gli eccessi sessuali, o contro il peccato.
Certo, cari compagni, nel nostro passato abbiamo qualcosa che non va. Vi ricordate quando pensavamo che la “celere” e le leggi speciali e le carceri e le proibizioni fossero il modo giusto per risolvere il disagio sociale o la ribellione dei giovani? E mettere in salvo la linea del partito? Vogliamo liberarci di quel passato, oppure vogliamo riprodurlo tale e quale, ma senza avere più il partito, né la linea, e senza esserci accorti di quanto sono cambiate le cose?
Che vuol dire per noi essere di sinistra? Più o meno significa questo: indicare una missione e obbiettivi per la crescita dell’equità, della giustizia, della libertà. Giusto? Ma qualcuno ci dice: “D’accordo, avete ragione, ma per ora c’è una emergenza più grande della giustizia sociale o della libertà. Questa emergenza è la lotta contro la corruzione e contro il malcostume”.
Giusto, la corruzione va perseguita. Ma non è l’emergenza delle emergenze. E la corruzione va perseguita, ma non, come fu nel ’92-’94, decapitando una classe politica, o esercitando la pressione della carcerazione preventiva, a volte abusiva. E’ troppo lunga la lista di errori, di vittime, di interferenze nella vita politica dovute a processi mediatici o sbagliati. Dobbiamo difendere il sistema dei diritti dell’imputato la cui salvaguardia risale a prima della stessa Rivoluzione francese. E la corruzione va combattuta sì con le indagini, ma soprattutto con l’efficienza e la trasparenza delle funzioni pubbliche, come dicono i rapporti dell’Ocse sull’argomento: perchè una società in cui lo Stato non funziona finisce per avere bisogno di corrotti o servi per funzionare.
L’esercizio della giustizia deve essere efficace, ma esemplare nel rispetto delle regole e nella sobrietà dei comportamenti, più di quanto non spetti agli imputati. Il braccio della legge deve esercitarsi senza ossessioni di protagonismo. I poteri di indagine non devono ridurre i cittadini, testimoni o sospettati, a numeri di telefono intercettabili e a condannati molto prima del giudizio, né a quei poteri debbono sommarsi considerazioni moralistiche, né va utilizzato in modo devastante il circuito mediatico come prima ed ultima sede di sentenza.
Non lo credevamo, ma oggi la sinistra rischia una involuzione autoritaria, rischia di abituarsi a pratiche liberticide.
E per di più questa involuzione si realizza circondata da una sorta di consenso totalitario, che si somma alla paura del dissenso per meschine finalità politiche o elettorali. E’ una doppiezza che abbiamo allontanato da tempo, e che non renderà più credibili i propositi di riscatto sociale, non sanerà le divisioni, ma renderà la società meno libera e più ingiusta.
Cari compagni, evitiamo di trasformare la sinistra in una nuova destra, pulita e reazionaria, bigotta e illiberale, antifemminista, moderata e populista. Siamo ancora in tempo. L’Italia ha bisogno della sinistra. Non ha bisogno di manette né di intellettuali o di politici che giocano a fare gli sbirri.
Piero Sansonetti
Fabrizio Rondolino
Ottaviano Del Del Turco
Claudio Velardi
Massimo Micucci
Enza Bruno Bossio
10/01/2011 [stampa]
Il significato della morte del Caporale Matteo Miotto
Ciò che colpisce della figura di Matteo Miotto, alpino del reggimento di Belluno, è la sua serena consapevolezza di essere un soldato ed il suo legame con la Patria.
Sono corsi fiumi di inchiostro per spiegare il suo impegno collegato con la missione di pace , per evidenziare il buon rapporto dei soldati italiani con le popolazioni locali, per dimostrare che l’Italia è un paese che vuole costruire una comunità internazionale nella quale i diritti di tutti siano rispettati.
Tutto giusto.
Tuttavia nella semplice e sublime lettera che questo soldato aveva inviato ai suoi familiari qualche tempo prima c’è qualcosa di più.
Innanzitutto il cavalleresco riconoscimento che il popolo afgano mantiene le sue tradizioni e la gente “ nasce, vive e muore per amore delle proprie radici”.
Poi, il non odio per questo popolo, lascia, comunque, lo spazio alla consapevolezza di essere in una guerra con tutti i rischi che le sono connessi, rischi che vengono accettati con grande serenità.
E questa serenità giunge al soldato Miotto dalla necessità di differenziarsi da questi giorni “ in cui serenità e valori sembrano superati, soffocati da una realtà che ci nega il tempo per pensare a cosa siamo, da dove veniamo, a cosa apparteniamo”.
E Miotto aveva dentro di sé la risposta a queste domande.
E la risposta a queste domande è nella richiesta, in caso di morte, di essere sepolto con i caduti nelle guerre del cimitero del suo paese natio.
Miotto sapeva di essere un soldato che si trovava in un luogo lontano dalla sua terra per servire la sua Patria e che, appartenendo all’esercito italiano, doveva, da morto, ritornare nella comunità di coloro che avevano compiuto il loro dovere fino in fondo.
E’ questo il significato della morte di un giovane soldato che anche gli altri giovani debbono conoscere.
04/01/2011 [stampa]
La foglia di fico del terzo polo: non parlare dei temi eticamente sensibili.
La questione che maggiormente divide UDC e FLI è quella che riguarda i temi eticamente sensibili.
Non si stratta di una differenza emersa nel momento della formazione dell’accordo per il cosiddetto terzo polo o, posta da autorevoli ambienti cattolici per ostacolare l’emergere di una nuova coalizione politica.
E’ facile ripercorrere le differenti posizioni su famiglia, matrimonio, coppie di fatto, unioni tra omosessuali, procreazione assistita e fine vita che ha assunto Fini, rispetto alle scelte di Casini.
Non si tratta di alcune “fisime” di Della Vedova, ma di prese di posizioni coerentemente prese lungo l’arco di alcuni anni che, tra l’altro, vengono corroborate da una cultura , già presente in AN, che si ispira ad un’idea di Tradizione non riferita a quella cattolica.
Come risolvere il problema?
Sembra che si sia raggiunto un accordo, in vista delle sempre possibili elezioni.
Questo prevederebbe una soluzione semplice: basta non farne accenno nei programmi delle singole forze politiche o del candidato premier che verrà scelto per quell’ipotizzato “accordo tecnico” al Senato.
Questa decisione richiama la logica della sinistra democristiana che aveva accolto uno dei principi del modernismo e cioè la riduzione alla sfera del privato delle questioni etiche.
Tuttavia, dopo gli anni del postConcilio, come ben sanno gli stessi cattolici democratici , ogni tentativo di mediazione tra etiche diverse è destinato ad essere sconfessato, come la vicenda dei DICO dimostrò, nonostante la pertinace insistenza del ministro di allora Rosy Bindi.
L’irrompere del relativismo etico è sotto gli occhi di tutti e non si può far finta di non vederlo, mentre il peso politico e culturale di chi sostiene il pluralismo etico non consente di mettere da parte una sfida alla quale sono chiamate le forze politiche che affermano di ispirarsi ai valori del cattolicesimo.
C’è anche una notazione politica da fare: l’attenzione, senza tentazioni integraliste, sui temi sensibili del PDL, che non si è sottratto di fronte alle questioni emergenti, fa ritenere, per contro, che sarà assai difficile per il terzo polo mantenere un atteggiamento di distanza e , verosimilmente , sarà lo steso Berlusconi a porre questo cuneo nella fragile alleanza tra Fini e Casini
15/12/2010 [stampa]
La fiducia a Berlusconi fa saltare il piano eversivo.
In un futuro non lontano gli italiani ringrazieranno l’esito infausto che ha avuto il tentativo di sfiduciare il governo in carica.
Si è tentato di aprire una crisi al buio, alla vigilia di importanti incontri a livello internazionale.
Incontri nei quali l’Italia, su iniziativa del Ministro per l’Economia Giulio Tremonti, sta avanzando proposte per risolvere stabilmente, a livello europeo, il problema dei debiti nazionali e per una diversa valutazione dell’indebitamento dei Paesi euro, facendo entrare nei parametri anche il risparmio privato. Una riforma che valorizzerebbe quegli elementi strutturali che appartengono positivamente all’economia del nostro Paese.
L’Italia ha corso un serio pericolo: si è cercato di indebolire il nostro Paese.
In nome di quali interessi e con quali obbiettivi?
Il contesto internazionale, di questi giorni, ha visto comporsi un quadro di interessi contrari al nostro Paese, con la diffusione di note di fonte ambasciate usa sugli accordi italo russi per l’approvvigionamento energetico e con le critiche del Financial Time che riflettono le preoccupazioni della Gran Bretagna per il nostro ruolo nel Mediterraneo che passa per una distensione con la Libia.
La dichiarazione del capo gruppo del PDL alla Camera Cicchtto circa l’appoggio che la manovra antiberlusconiana avrebbe avuto dal banchiere Bazoli e dall’editore De Benedetti conferma che ci si è mossi anche all’interno, per far cadere il governo, ripetiamo, senza prevedere un esito.
Forze esterne ed interne hanno agito contro l’interesse nazionale.
La sinistra, come avviene sempre in questi casi, ha prestato il suo appoggio.
Infatti, avere dato copertura , da parte di alcune forze politiche ,all’iniziativa della piazza, nei giorni scorsi, è altrettanto grave.
Le dimostrazioni con gli assalti a sedi istituzionali e i gravissimi disordini a Roma, fino ai 50 feriti tra le forze dell’ordine , hanno coinciso con lo svolgimento del dibattito parlamentare.
Figuriamoci se fosse passata la sfiducia quello che sarebbe successo!
Non siamo in presenza solo di incapacità a comprendere o di irresponsabilità.
Gli uomini dell’ex PCI dentro il PD non possono non sapere che la protesta contro il ministro Gelmini cela in sé una vera e propria azione eversiva, attuata da professionisti della guerriglia che tentano di aprire una nuova stagione di dura contestazione che dilaga contro il sindacalismo democratico (CISL) e attacca le sedi istituzionali. Manca, per ora, solo un nuovo terrorismo delle BR.
E tutto ciò, con una incoscienza incredibile, non è stato preso in considerazione quando si è sposata la contestazione con la scalate dei tetti della facoltà di architettura da parte di Bersani, Di Pietro e Granata.
E’ stata attuata una consapevole strategia per portare l’Italia alla deriva, pronta per essere devastata dalla speculazione internazionale.
Se alcune forze politiche che invocato un senso di responsabilità nazionale prendono consapevolezza della linea avventurista di Fini, delle sue implicazioni negative per l’Italia, dovrebbero aprire una stagione di dialogo per costruire una prospettiva di governo e di riforme anche costituzionali che garantiscano la necessaria stabilità al nostro Paese.
Un’autorevole invito in questo senso, a qualche ora dal voto, proviene da un commento della Radio Vaticana che mentre nota che “Fini esce sconfitto dalla prima prova di forza con il cavaliere”, osserva che “ il voto della Camera impone un allargamento della maggioranza per continuare la legislatura ed evitare la crisi di governo”.
Sarà in grado Casini di mettere da parte il suo tatticismo e pensare una linea di respiro per il futuro dell’Italia e del suo sistema politico ?
Le prime dichiarazioni del leader dell’UDC non sembrano andare in questa direzione.
13/12/2010 [stampa]
14 Dicembre: "Anti Berlusconismo" all'ultima spiaggia.
Le complesse vicende politiche e i poco prevedibili esiti, offrono la possibilità di alcune riflessioni.
Sembra, comunque, volto al fallimento il progetto di togliere Berlusconi dalla sua posizione politica centrale .
Non ha funzionato il tentativo di coinvolgerlo in pratiche e percorsi da prima repubblica come le dimissioni e l’eventuale reincarico, o la scelta di un successore nel centrodestra.
Si sono tentate tutte le strade: dalla enfatizzazione della “emergenza economica nazionale e internazionale” per affidare ad un governo tecnico le sorti del Paese, fino a quella, più accattivante di un “rafforzamento del centro destra”; dalla crisi pilotata, alle 72 ore per il reincarico.
La fantasia tattica si è espressa in mille modi, ma si è trattato di una mediocre commedia degli inganni che Berlusconi non ha voluto minimamente prendere in considerazione.
Il veterano Casini ed il neo acquisito Fini, nostalgici delle procedure di un tempo, non sono riusciti a far cadere Berlusconi nella trappola che gli era stata preparata, quella cioè di consegnarsi, senza una verifica parlamentare, nelle mani del Presidente della Repubblica.
Berlusconi ha ostinatamente voluto difendere un suo punto di forza: la dimostrazione , cioè, di una maggioranza certa al Senato e la possibilità di non essere sfiduciato alla Camera. Da parte sua vi è stata, anche, la difesa di alcuni capisaldi democratici: contrarietà a crisi extraparlamentari e impossibilità di rinuncia ad un mandato popolare per manovre che “tradiscano” la volontà degli elettori.
Questo passaggio, peraltro, era essenziale per il Cavaliere, al fine di mantenere una posizione centrale , con la prova, in Parlamento, di essere indispensabile per qualsiasi soluzione si volesse tentare, oltre la possibile strada delle elezioni anticipate.
Da questa prova di forza o , meglio, di “tenuta” di Berlusconi emerge il fatto che l’alternativa al suo governo non c’è, ovvero questa non ha lo spessore di una strategia che costruisca una alternanza politica. In questi giorni si sono viste solo piccole manovre tattiche, prodotte delle linee politiche di due partiti che non sono in grado di elevarsi ad un livello di elaborazione strategica.
Casini, emarginato dall’accordo con il PDL nel 2008 - complice, allora, la modesta furbizia di Fini - , mantiene, quantomeno, una coerenza di opposizione e, tuttavia, si espone, nell’alleanza con Fini, al rischio di perdere quel buon rapporto con settori del Vaticano, assolutamente contrari all’ alleanza con il “laicista” Fini. Anche qui si dimostra lo spessore solamente tattico del leader dell’UDC, in quanto preferisce il rischioso accordo con il Presidente della Camera, piuttosto che il mantenimento di un rapporto importante, perché strategico nelle vicende politiche italiana, con il Vaticano. Su una linea opposta si muove, invece, Berlusconi con l’apprezzamento della Segreteria di Stato.
Per Fini, che ha affidato le sue sorti a Casini, si prepara una fase difficile. Legato mai e piedi ai tatticismi dell’UDC rischia di trovarsi dalla stessa parte della sinistra, pagando prezzi altissimi in sostegno parlamentare e voti. Del resto, questo fatto non sorprende, poichè il Presidente della Camera, anche in passato, non ha portato al successo alcun tentativo di elaborare una linea politica senza Berlusconi.
Se, come sembra, Berlusconi tiene, si preparano giorni difficili per il terzo polo. Fini e Casini, in sostanza, sperano solo in una nuova e improbabile legge elettorale proporzionale.
Incapaci di pensare un dopo Berlusconi, guardano indietro ad un ritorno al prima di Berlusconi.
Hanno osservato giustamente i tre “riformatori” Barbera, Parisi e Segni, in una lettera al Corriere della Sera del 10 dicembre: ”molti oppositori al governo ritengono che la fine della sua leadership debba avere come conseguenza la fine del maggioritario. Sarebbe paradossale se con la fine di Berlusconi… si riaprissero i vecchi meccanismi… non dobbiamo tornare ai deboli meccanismi della prima repubblica”.
Una difesa del maggioritario è venuta in questi stessi giorni anche dal Cardinale Camillo Ruini
Non esce bene da questa vicenda politica anche il Partito Democratico. La recente conversione di D’Alema all’antiberlusconismo e la conseguente strategia di Bersani hanno significato la resa all’incalzare del giustizialismo di Di Pietro e alle affabulazioni della sinistra di Vendola.
L’antiberlusconismo – e questo vale per tutti - non può essere una linea politica e non costituisce neppure il terreno di coltura di una alternativa politica.
Se sopravviverà a questa difficile fase politica Berlusconi ha una sola strada per dare al suo periodo politico un significato importante, storico: proporre quelle riforme costituzionali che completino il bipolarismo.
Anche i tre riformatori sostengono questa esigenza istituzionale, che , tuttavia, sarà difficile attuare se, inopinatamente, la crisi dovesse determinare la fine politica del Cavaliere.
07/12/2010 [stampa]
I "Laici Credenti" finiani confusi e ambigui. Casini sbaglia a confondersi con il "laicismo di destra" di Fini e Granata.
“Confuso e segnato da ambiguità”, così si esprime l’Avvenire sul testo della lettera aperta dei “laici credenti” che 24 deputati, 8 senatori e 3 eurodeputati, aderenti a Futuro e Libertà, hanno firmato, in una avventata risposta alle critiche che il giornale della CEI aveva indirizzato ai contenuti del discorso di Fini a Bastia Umbra.
La debolezza degli argomenti, soprattutto a fronte delle ripetute prese di posizione del loro capo Presidente della Camera, non è sfuggita all’occhio attendo del quotidiano dei Vescovi.
Sferzante il commento del direttore Marco Tarquinio, riportato dal Il Tempo del 2 dicembre: “Mi sembra un testo assolutamente confuso, che non chiarisce nulla. Quando ho letto che c’era anche la firma di Fabio Granata ho capito perché”.
La strumentalità della lettera appare di tutta evidenza.
Anzi, il dubbio che sta sempre più emergendo in alcuni ambienti cattolici è che uno degli elementi che hanno portato Fini a differenziarsi nei riguardi di Berlusconi sono state le politiche del governo di sostegno a posizioni, contenuti e interessi specifici del mondo cattolico.
Queste supposizioni, suffragate dalle numerose differenziazioni di Fini su tali argomenti, sono alla base della preoccupazione per la emergente comunanza di strategia tra Futuro e Libertà e UDC.
Pierferdinando Casini a cui non manca il fiuto politico avrebbe dovuto evitare di presentare una mozione comune con i finiani, per il dibattito sulla fiducia del 14 dicembre, anche perché le ragioni dell’UDC, all’opposizione del governo da sempre, sono, oggettivamente, differenti da quelle di Futuro e Libertà che ha condiviso il governo fino a pochi giorni fa.
E’ una decisione delicata e importante.
Casini sta sbagliando a confondere le sue posizioni con il “laicismo di destra” di Gianfranco Fini e Fabio Granata.
02/12/2010 [stampa]
Gli stati uniti e l'italia e la miseria dei nipotini di Hitler e Stalin.
“ Non abbiamo amico migliore. Nessuno sostiene l’amministrazione americana con la stessa coerenza con la quale in questi anni Berlusconi ha sostenuto le amministrazioni Bush, Clinton e Obama”. Queste affermazioni del Segretario di Stato Hillary Clinton cancellano tutte le illazioni, congerie, indiscrezioni e quant’altro che il provincialismo ideologico di gran parte della nostra stampa aveva propinato in questi giorni sulla inaffidabilità ed inadeguatezza del Premier agli occhi degli Stati Uniti.
Ma a parte il fatto che la notizia dovrebbe costringere i giornalisti a rimangiarsi tutto l’inchiostro che avevano riversato sulla vicenda, quello che emerge, ancora una volta, è la miope strumentalità delle valutazioni di talune forze politiche.
La dichiarazione della Clinton, in sostanza, confermano che l’azione di Berlusconi e le sue iniziative politiche verso Putin, condotte con l’evidente intenzione di esprimere un’ autonomia, ma corretta, iniziativa, non sono considerate in contrasto con una leale appartenenza alla comunità politica euro atlantica.
Gli interventi del Premier che hanno collaborato a che la situazione del conflitto diplomatico della Russia con la Georgia non degenerasse e l’interesse nazionale che ha spinto l’Italia ad assicurarsi l’approvvigionamento energetico proveniente dall’area russa con l’ avvio del progetto del gasdotto South Stream e la collaborazione tra ENI e Gazprom, sono risultati di indubbia validità.
E’ incredibile come una parte degli attacchi a Berlusconi sulla sua politica estera di intesa con la Russia di Putin, oltre che dai noti partiti-editori mossi da interessi alternativi, siano portati avanti anche da coloro nel cui album di famiglia non mancano antichi quadretti di ossequio verso Stalin o verso Hitler.
La messa a punto del Segretario di Stato, con l’autorità che le appartiene, fa strame delle indiscrezioni, accolte anche da un giornale peraltro attento come Il Riformista, su un presunto avvallo degli USA nei riguardi dell’azione politica di Fini contro Berlusconi, relegandolo, invece, a improbabile e modesta copertura di modesti burocrati.
Una figuraccia hanno fatto anche tutti coloro che avevano visto, nelle illazioni prodotte dagli atti usciti sul sito incriminato, un ulteriore quadro internazionale nel quale agire per la prospettiva di eliminare politicamente il premier.
Per contro, le notizie diffuse in questi giorni , presentate come l’ennesimo dimostrazione della incapacità del Premier, hanno avuto l’ effetto opposto, quello cioè di far apparire come l’iniziativa di politica estera dell’Italia, in sintonia con un nostro interesse nazionale, è in linea anche con l’interesse europeo, senza far venir meno il quadro complessivo sul quale si colloca da dopoguerra ad oggi il ruolo dell’Italia.
Ancora una volta gli argomenti e le motivazioni dell’opposizione a Berlusconi dimostrano che è ancora lunga e difficile la strada da percorrere per arrivare ad una alternativa politica che voglia tentare di essere seria e praticabile.
29/11/2010 [stampa]
La verità sul 41 bis spezza i paradigmi ideologici.
Pierluigi Battista sul Corriere della Sera del 26 novembre, con un ragionamento estremamente corretto, scrive che le dichiarazioni del Presidente emerito della Corte costituzionale Giovanni Conso sulla sua decisione, nel novembre del 1993, di non rinnovare il 41 bis a centinaia di mafiosi, dimostrano che essa scaturì “da un mondo lontanissimo dal berlusconismo politico in nascita”.
Le conclusioni di questa constatazione-novità sono, secondo Battista, due : la prima è che i “ conti” di coloro che aveva creato il “paradigma” che “ i nuovi destinatari del ricatto mafioso (fine delle stragi in cambio di un cedimento sul 41 bis) fossero gli esponenti della creatura berlusconiana che stava prendendo corpo in quello scorcio di storia italiana”, “non tornano”.
La seconda : “è impossibile addirittura ipotizzare che il governo Ciampi, il cui illustre ministro della giustizia, il ministro dell’interno Mancino… e un tecnico come Nicolò Amato che in quell’epoca faceva parte del comitato promotore per Francesco Rutelli sindaco, abbiano fatto parte del “complotto” orchestrato dalla mafia e dalla nuova politica dell’utrian-berlusconiana”.
Condividiamo ambedue le conclusioni.
Però.
Anche noi facciamo due conclusioni.
La prima: è mai possibile che nessun giornalista non si sia mai accorto che le date sull’”ammorbidimento del 41 bis” dimostravano, in quanto tali, che nulla centravano Berlusconi e compagnia bella nello svolgimento di queste decisioni ?
La seconda: non accorgersi di questa evidente realtà significa soltanto che siamo in presenza di una mistificazione di ispirazione ideologica e della sua conseguenza di voler colpire un avversario politico con ogni arma, compresa la contraffazione della verità dei fatti.
Ne aggiungiamo un’altra: la lotta alla mafia non si fa con i paradigmi ideologici, ma con i fatti, anche se questi vengono considerati in modo riduttivo, come abbiamo notato in alcuni recenti messaggi televisivi.
16/11/2010 [stampa]
Primarie a Milano: avanti con l'okkupazione del PD.
Mentre si discutono – a ragione - i problemi del PDL e la sua crisi, non viene sufficientemente esaminata una questione ormai evidente e che mostra, al di là di ogni ragionevole dubbio, la condizione di un PD ormai prigioniero e reso impotente dall’aver indossato la camicia di Nesso del giustizialismo e dell’antiberlusconismo.
Questi due caratteri hanno divorato ogni residua identità del PD portandolo ad essere ormai completamente permeabile alle forze esterne a questo partito.
Un tempo il PCI aveva come stella polare l’ assoluta necessità di evitare quelli che allora erano chiamati i “nemici a sinistra”. Oggi il partito-azienda Repubblica, i conduttori televisivi graffianti, il ritorno di Rifondazione Comunista sub specie di Sinistra e Libertà, l’incombente Di Pietro e le frange dei grillini, i centri sociali e quant’altro non solo influenzano pesantemente le decisioni politiche dei vertici del PD, ma i loro sostenitori stanno nettamente prevalendo nell’elettorato di questo partito e nelle primarie, impongono i loro candidati: dalla Puglia a Milano.
E’ questo il significato della netta vittoria alle primarie per il candidato sindaco di Milano dell’avvocato Pisapia rispetto a Boeri scelto dalla segreteria nazionale del PD.
Questa sconfitta va oltre quello che è successo a suo tempo in Puglia alle primarie, dove Vendola si era avvalso di un potere di convincimento derivato dalla sua gestione della giunta regionale. A Milano ha vinto il candidato non sostenuto dalla segreteria, partito a parità di condizioni e forse svantaggiato rispetto agli altri.
E’ interessante notare che si è registrata anche una netta caduta della partecipazione dell’elettorato a questa competizione: da circa 80 mila a 60 mila.
L’abbandono degli elettori e la stessa massiccia fuga dalle primarie dipendono dal fatto che il PD non ha più una identità propria, sconvolto com’è, prima dal nullismo veltroniano, poi dalla resa di d’Alema che ha abbandonato il progetto di un partito socialista europeo, per approdare ad una visione “frontista” della politica che legittima soprattutto le posizioni più intransigenti e qualunquiste.
Una linea politica “frontista” se la poteva permettere solo il “grande “ PCI. Oggi, l’estrema debolezza - gli analisti di un tempo direbbero “strutturale” - del PD gli impedisce di esercitarne la guida strategica.
E’ una deriva imbarazzante che prepara una balcanizzazione della sinistra soprattutto se il PD si farà convincere ad un improbabile ritorno del proporzionalismo nel sistema elettorale.
03/11/2010 [stampa]
Dialogo tra un professore ed un intellettuale nelle macerie della città politica.
Su la 7 nella trasmissione condotta dalla Gruber civettano sul futuro politico dell’Italia Mario Monti e Paolo Mieli.
L’attuale direttore editoriale Rcs ed ex mente di Lotta continua insiste con il professore di economia ed ex commissario europeo affinchè dia la disponibilità ad essere indicato come possibile Presidente del Consiglio di una Italia da ricostruire.
E’ significativo che l’espressione di un potere imprenditoriale che possiede il più autorevole quotidiano italiano si senta investito di una autorità che gli permette di suggerire una candidatura per la più importante carica politica del Paese.
Questa simpatica kermesse a due mostra il possibile punto di arrivo di una politica che , certamente ha perso autorevolezza, ma ciò sta avvenendo anche per una massiccia azione di screditamento che la stampa ed anche alcuni mass media televisivi portano avanti nei riguardi del mondo politico.
E che cosa potrebbero fare gli opinion makers se sentissero di sostenere l’interesse nazionale e affermare una più elevata idea della politica?
Non riversare fiumi di inchiostro su ogni tipo di miseria della politica, enfatizzandone il peso, ma sollecitare la politica ad elevarsi e a proporre obbiettivi ed interessi di tutto il Paese.
Un dato è fin troppo evidente: oggi le penne di questo giornalismo sono al servizio di quel distorto rapporto tra magistratura ed editoria che oggi rappresenta il più caratterizzante limes operativo dei giornali. In passato il grande giornalismo non si è mai abbassato al ruolo di diffusore delle “veline” sfuggite al controllo degli uffici giudiziari.
L’impressione è che la politica in quanto tale, insieme al peso ed il ruolo dei partiti, indipendentemente dalle cose buone e meno buone che vengono fatte, ad essere oggetto della lunga campagna politica dei partiti-azienda iniziata con il sostegno ai referendum di Segni, continuata con l’amplificazione della “rivoluzione dei giudici” ed, oggi,giunta al suo punto di arrivo con l’assalto ai “vizi” del premier: dalla d’Addario a Ruby.
Sappiamo quello che ci ha già portato tutto questo: l’eliminazione di una classe politica e dei partiti storici, autorevoli anche se non privi di difetti, un immodificabile ruolo politico della magistratura ormai decisivo per qualsiasi governo, un bilancio complessivo che vede la diffusione di un qualunquismo politico, non raffinato e simpatico come quello di Giannini, ma degradante, privo di qualsiasi spessore culturale, violento ed aggressivo, una crisi istituzionale che il vocale “patriottismo della costituzione”, non riesce a nascondere.
In queste macerie della città politica si svolge il dialogo tra Mieli e Monti tra un professore universitario ed un intellettuale, che, in comune, hanno un ossequio verso il potere di chi detiene i micidiali mezzi di informazione, non espressione di editori puri, ma di imprenditori- partiti.
E da questo dialogo s’avanza la soluzione tecnocratica per eccellenza: un premier fuori dai partiti, senza legittimazione elettorale, gradito ai salotti dell’imprenditoria “illuminata”, non per migliorare la politica, ma, semplicemente, per cancellarla.
02/11/2010 [stampa]
L'"incredibile sortita dell'ex segretario del PD".
Nell’intervista al Corriere della Sera di domenica 24 ottobre Veltroni monta in cattedra e sulla situazione di “barbarie” e di “rischi per la democrazia” nella quale, secondo lui, sarebbe caduta l’Italia, indica, con una buona dose di spigliatezza, le colpe.
“Tutti hanno pensato che i valori fossero roba buona per i poeti e i visionari” così si esprime l’ex segretario del PD; poi continua: “c’è una crisi dei partiti… c’è una spaventosa crisi della scuola, c’è una terribile crisi della Chiesa …”. Insomma tutte queste istituzioni avrebbero secondo lui contribuito a banalizzare i valori.
Non vogliamo ricordare allo sgusciante Veltroni le responsabilità del comunismo nella aver non solo lottato contro i valori tradizionali, ma di averli sradicati insieme a milioni di persone nei gulag.
Pur nascondendosi al fatto di aver militato nel Partito Comunista, non può certo sottrarsi alla responsabilità di aver collaborato all’ideologia relativista che si è impossessata della sinistra post comunista collaborando al tentativo di annullamento dei veri valori della vita, della famiglia, della religiosità popolare, per esaltare scientismo, positivismo, liberazione sessuale.
Veltroni è il tipico figlio del ’68 e della sua ideologia atea , libertini sta, individualista e borghese ed oggi, ci vuole insegnare la morale e i valori .
Tutti gli assalti alla legge naturale che si sono registrati in Italia recano se non la firma, quantomeno l’avallo di Veltroni e soci.
Sottoscriviamo con vero entusiasmo quanto ha scritto l’Avvenire su questa intervista:
“ Un clamoroso episodio di vaniloquio abbiamo purtroppo visto domenica, sulle pagine del Corriere della Sera . In una intervista a un Walter Veltroni in vena di cosmiche critiche. L’ex leader dei Ds e del Pd ha infatti ritenuto di poter pontificare – a partire dalla solita favola delle presunte indulgenze ecclesiastiche per i potenti –
anche a proposito della Chiesa cattolica mettendola nel mazzo di coloro che penserebbero ai grandi “valori” come “roba buona per i poeti e i visionari”. Sembra incredibile, eppure è proprio così: uno sproposito, un capovolgimento totale della realtà. Se questa è la lucidità – e il grado di informazione – di un politico di primo piano della maggior forza di opposizione, siamo freschi …”.
14/10/2010 [stampa]
Etica ed economia: il potere distruttivo dei "capitali anonimi".
In una circostanza davvero eccezionale, il sinodo speciale per il Medio Oriente, Benedetto XVI, parlando a braccio – e quindi esprimendo un suo diretto pensiero - ha indicato , tra gli dei da abbattere , cioè “le grandi potenze della storia d’oggi” , i “capitali anonimi”.
Parole straordinariamente efficaci: “ schiavizzano l’uomo,… non sono più cosa dell’uomo, ma sono un potere anonimo al quale servono gli uomini, dal quale sono tormentati gli uomini e perfino trucidati. Sono un potere distruttivo, che minaccia il mondo”.
Il Papa coglie con grande efficacia il grave danno che allo sviluppo dell’umanità, sotto il profilo delle opportunità economiche, determina l’azione dei capitali puramente speculativi che si sono andati diffondendo, particolarmente attraverso i nuovi meccanismi finanziari dei cosiddetti derivati.
E’ evidente che con questi strumenti finanziari, di cui Tremonti ha recentemente denunciato il riapparire nelle stesse dimensioni di prima della crisi del 2008- 2009, ingenti capitali invece di indirizzarsi a finanziare il lavoro e gli investimenti produttivi si orientano verso un gioco d’azzardo fine a sé stesso.
Non si può nascondere che a promuovere questi indirizzi finanziari siano alcune grandi banche che operano a scala internazionale – a partire dall’area anglo americana - alle quali lo steso Benedetto XVI nell’ottobre del 2008 rivolse parole severe.
Questa esigenza di coniugare etica ed economia, fortemente riaffermata dal Papa, ha trovato la sua più compiuta riflessione nell’Enciclica Caritas in Veritate nella quale , come ha scritto recentemente Mons. Giampaolo Crepaldi , vescovo di Trieste ( Il cattolico in politica, manuale per la ripresa, Cantagalli 2010 ), contiene “indicazioni di comportamento coerente per il cattolico impegnato in politica”.
07/10/2010 [stampa]
Il maleodorante ritorno del proporzionalismo.
Anche il Riformista sente il disagio e le contrapposizioni all’interno del PD sulla idea di cambiare la legge elettorale.
Sono note le posizioni maggioritarie di Veltroni. Il senatore Morando, liberal riformista, avverte di non tornare al sistema proporzionale, mentre lettiani e folliniani si preparano alla battaglia per una legge in tal senso.
Le formazioni politiche minori (UDC, IDV, FLI e MPA) indicano, senza chiarire, anzi negando che le alleanze debbano essere fatte prima delle elezioni, la loro preferenza per un sistema proporzionale, privato del premio di maggioranza e con soglia di accesso minima.
Quasi tutti i protagonisti di questi progetti proporzionalisti hanno dimostrato di portare avanti alleanze variabili, sia nella vicenda parlamentare che in quella regionale.
Qualcuno, i finiani, sono i protagonisti dell’attuale stallo politico del Parlamento.
Questa disinvolta politica praticata a tutto campo verrebbe trasferita e istituzionalizzata, con una legge elettorale proporzionale, nel sistema politico parlamentare.
Si vuole tornare alla brutta copia della prima repubblica e già quelli furono tempi di instabilità.
Oggi sarebbe molto peggio: il Parlamento non presenta al suo interno formazioni politiche dello spessore di allora e neppure leader politici di grande personalità che riuscivano, con difficoltà, a costruire mediazioni, sintesi politiche e governi di coalizione.
Come pensare che la politica, i partiti e i leader di oggi possano realizzare, con il sistema elettorale proporzionale, quella stabilità che non si riuscì a garantire allora.
Ed è incredibile che un fronte che comprende gli sconfitti alle elezioni, insieme a transfughi della maggioranza, possa porre mano ad un cambiamento di sistema sul quale gli elettori non possano decidere.
Le pressioni per un cambiamento della legge elettorale si fanno pesanti e su questo obbiettivo c’è chi pensa di fare una penosa campagna acquisti in Senato.
Il maleodorante odore di un vulnus della democrazia e della volontà popolare si va diffondendo.
Ma non c’è dubbio: gli italiani lo avvertono.
04/10/2010 [stampa]
La lezione dei sindacati Americani e Tedeschi.
Ci sono almeno tre sindacati al mondo molto più potenti, forti e ricchi di quelli italiani. Negli Stati Uniti( 280 milioni di abitanti) all’interno della Confederazione Alf-cio è il sindacato dei metalmeccanici Uaw quello che conta di più. In Germania, quasi 85 milioni di abitanti, senza l’ok del sindacato IG Metall non si fa la politica industriale. In Inghilterra le potenti Trade Unions condizionano le scelte del Labour party, oggi all’opposizione.
In Italia le tute blu, a parte un piccolo e temporaneo tentativo di unirle in un unico sindacato ( FLM), sono divise in sei tronconi: Fiom-Cgil, Fim-Cisl, Uilm-Uil, Ugl, Fismic e Cobas. Una frammentazione che crea debolezze nei confronti della Federmeccanica che in Confindustria rappresenta tutte le aziende del settore.
Dallo scoppio della crisi più grave dal 1929 i metalmeccanici sono anche loro alle prese con aspetti nuovi di politica industriale, di relazioni sindacali e di rapporti con gli imprenditori e lo Stato.
Di fronte al pericolo di fallimento della Chrysler il sindacato americano ha reagito accettando sacrifici, assumendo la responsabilità di gestire il pacchetto di maggioranza dell’azienda( 55%) per salvare i fondi pensione dei lavoratori messi in pericolo e traghettare la grande industria automobilistica fuori dalla crisi grazie anche al contributo dello Stato.
Gli americani, massimi fautori del libero mercato e del principio meno Stato nell’economia, hanno saltato il fosso ideologico, si sono rimboccati le maniche ed ora ad un anno dal varo della nuova fase si apprestano ad uscirne dopo aver restituito al governo Usa i soldi avuti in prestito. Anche il colosso Aig esce dalla crisi ed ha siglato un accordo con il governo Obama per ripagare i debiti e mettere sul mercato il pacchetto azionario di controllo detenuto dal Tesoro.
In Germania il sindacato IG Metall ha siglato un’intesa storica con la Siemens che aveva annunciato tagli per 17 mila posti. Lo hanno chiamato “ patto di non aggressione” per risolvere eventuali conflitti che sorgeranno a seguito delle ristrutturazioni. In cambio la Siemens garantisce 128 mila posti di lavoro a tempo illimitato.
Un chiaro impegno di lungo termine per i luoghi di produzione tedeschi. Anche il colosso dell’energia e dell’elettronica ha attraverso dal 2008 una profonda crisi.
Il sindacato comprese la necessità che per diventare più efficienti e salvare i posti di lavoro bisognava accettare i tagli( settimana corta per mancanza di ordini) ottenendo garanzie per 90 mila dipendenti. Ora, a ristrutturazione conclusa, l’accordo è prolungato per tutte le aziende del gruppo e a tempo illimitato. In precedenza la Volkswagen ( auto) aveva scritto un nuovo capitolo delle relazioni sindacali all’insegna della cooperazione e della responsabilità.
Soddisfatti i leader del sindacato Uaw Bob King e dell’IG Metall Bertold Huber. Secondo loro “ il sindacato del XXI secolo non considera più le imprese quali propri avversari e nemici quanto piuttosto come partner con i quali condividere una missione comune”. Tutto il contrario della Fiom-Cgil rimasta ferma al concetto del conflitto sociale e dello scontro come dimostrano gli assalti alle sedi Cisl di Treviglio e Livorno.
Passi avanti verso l’affermazione di principi partecipativi lo stanno facendo gli altri sindacati italiani che hanno siglato l’introduzione del contratto aziendale flessibile. Li hanno chiamati i contratti anti-crisi e pro-investimenti o anche intese modificative dei contratti nazionali.
Tutto è partito dalla decisione dell’amministratore delegato della Fiat Sergio Marchionne di condizionare i nuovi investimenti a Somigliano d’Arco (700 milioni) a nuove regole interne in grado di evitare un alto tasso di conflittualità e di assenteismo.
Primo passo per quel “ Patto sociale” lanciato a Genova dalla presidente degli industriali Emma Marcegaglia. ( smen)
23/09/2010 [stampa]
La "RIDOTTA" siciliana di Massimo D'Alema.
Sembrava tutto fatto.
“Il 22 settembre”, avvertiva Peppino Caldarola sul “Riformista”, per Berlusconi “sarà ricordato come un giorno importante”.
Sarebbe nata, dal voto nell’assemblea siciliana, la quarta giunta Lombardo, con una maggioranza formata da finiani, Api di Rutelli, MPA, UDC fedele a Casini e PD. E le riflessioni del giornale facevano intendere che si sarebbe trattato del primo passo di un percorso politico che puntava ad una alleanza anti Berlusconi anche a Roma.
Il rinvio del voto alla settimana successiva lascia il dubbio sul buon esito dell’operazione, tuttavia la vicenda merita alcune riflessioni di carattere politico.
Quando anche il giornale della sinistra riformista apprezza una operazione priva di un qualsiasi connotato di governabilità al solo fine di portare avanti l’antagonismo a Berlusconi significa una cosa soltanto: che il centro sinistra è senza strategia e il solo collante politico è rappresentato dall’antiberlusconismo.
Anche D’Alema si è arreso ed il suo avvallo al “laboratorio siciliano”suona come un benservito politico alla Finocchiaro, sua candidata alla presidenza della giunta di Palermo in alternativa a Lombardo.
Siamo alla parabola discendente di D’Alema che pur avendo vinto il congresso del PD, con l’elezione di Bersani, non è tuttavia in grado di portare avanti una linea politica e punta solo sui problemi del premier per tentare di aprirsi una prospettiva.
L’alternativa non può essere rappresentata da una politica contro, ma da un altro e differente disegno politico.
D’Alema aveva lavorato per anni ad un disegno politico fondato su di un socialismo europeo, un riformismo cioè che intendeva modernizzare il Paese con un profilo di politica sociale correttiva delle asprezze del capitalismo e del mercato. I suoi modelli dovevano essere quelli dei partiti socialisti del continente.
La partita cominciò a perderla quando non riuscì ad impedire che il giustizialismo di Occhetto travolgesse Craxi e, poi,proseguì il suo declino quando accettò Di Pietro nell’alleanza elettorale e politica del 2008. Anche con l’avvallo dei dossettiani si ritrovò il giustizialismo in casa.
Non si era accorto allora che la rivoluzione giudiziaria non solo travolgeva la prima repubblica, ma riduceva il ruolo della politica e dei partiti ed il suo socialismo europeo, senza la forza che aveva saputo esprimere Craxi, non avrebbe mai vinto.
Tentò di farsi avvallare da Agnelli e dalla City di Londra, fece bombardare Belgrado, ma questa sua abnegazione, senza la forza della politica non avrebbe piegato la diffidenza dei “poteri forti” nei suoi confronti.
Ma ormai aveva indossato la camicia di Nesso e la sua forza era venuta meno.
Oggi, chiuso nella “ridotta” siciliana, rischia di rimanere prigioniero di una operazione politica in perdita totale sotto il profilo del consenso e che neppure lo aiuterà sulla strada di Roma.
08/09/2010 [stampa]
Fini: l'ultimo epigone della prima Repubblica.
Il discorso di Fini a Mirabello è stato “preparato” da un clima di grande attesa. La stampa antiberlusconiana si è spinta fino a farsi fiancheggiatrice dell’ex leader di A.N., mentre una rete televisiva ha ritenuto di dover mettere su la diretta.
Ciò che è uscito dalle parole di Fini (“una lingua di legno” ha scritto Il Foglio) è, tuttavia, quanto di più scontato. “Una fiera delle vanità e delle ipocrisie” ha commentato Carlo Rossella.
L’”indurimento”della posizione, l’annuncio della fine del PDL, il patto di legislatura, fronzoli di destra ( l’inappropriata frase di Ezra Pound ) per accontentare, senza il coraggio di assumerne la tradizione politica, qualche simpatizzante di Alleanza Nazionale o addirittura del MSI.
Toni molto enfatizzati su argomenti al limite del banale.
Questo comizio esprime tutto quanto è e può offrire Gianfranco Fini. Una destra ridotta a legalità o, meglio, a giustizialismo, una visione scarna sulle grandi questioni politico-istituzionali (le riforme), un senso politico ingessato sulla sua posizione con l’ammiccata sulla riforma elettorale proporzionale alle opposizioni, frutto della sua esigenza tattica, ma che contraddice tutto il precedente percorso bipolare e presidenzialista. L’assenza sui temi etici, ovvero l’apertura al relativismo.
Su Berlusconi, Fini fa scendere il dileggio secondo gli stereotipi di sinistra, senza misurarsi, tuttavia, su ciò che con Berlusconi si è realizzato o tentato di realizzare per riformare il Paese e le sue istituzioni.
Fini, in sostanza, dà la sensazione di essere l’ultimo epigone dei nostalgici della prima repubblica, con l’idea di accumulare tutto il consenso possibile per portarlo al tavolo di una trattativa politica a tutto campo, ma non si rende conto che su questa linea trova il posto già occupato da chi ha una più elevata “professionalità” e credibilità.
Tanto è vero che Casini ha preso subito le giuste distanze, spiazzando anche Rutelli che, meno pratico dei riti d’un tempo, aveva imboccato sul terzo polo.
Anche Di Pietro è riuscito a far bella figura criticando un Fini inconsistente che tenta “di fare il furbo”.
Il bilancio politico di Mirabello, comunque, non sembra dei più confortanti per Fini, lo dimostrano, oltre allo scetticismo di Casini e gli aut aut di Di Pietro, il limitato apprezzamento di Bersani sulle “regole”, l’inutilità dell’ “ingaggio” di Rutelli e il ritorno della diffidenza della Lega rispetto alla quale il Presidente della Camera ha chiesto pari dignità e, per Bossi, a nulla valgono le “aperture” sul federalismo.
La sua sola opportunità sembra essere quella di una sua temporanea cooptazione nella Santa Alleanza per la conservazione della Costituzione contro il “pericolo” del cambiamento berlusconiano, sempre che questo esercito di Valmy possa essere messo in campo.
Qualcuno a sinistra ( Caldarola su Il Riformista) gli ha rimproverato il “silenzio su Montecarlo”, “la difesa della compagna estesa ai familiari e un’ingiuria ( “ infame” ) verso i suoi critici che non si sarebbe dovuto permettere.
Ma resta un punto sul quale Fini ha sostanzialmente “glissato” : quello della permanenza nella carica di Presidente della Camera, una volta diventato il leader di un altro partito ed essere sceso in campo. Anche il direttore de La Stampa Marcello Sorgi– che non è certo un berlusconiano – ha posto la questione, invitando il PD ad esprimersi.
Più che le denuncie di “incompatibilità” che Berlusconi e Bossi presenteranno al Quirinale, nei riguardi dell’uso politico della terza carica dovrà esercitarsi una “moral suasion” una tattica di persuasione che faccia leva su qualificate opinioni che cominciano ad esprimersi e che Fini ed i media alleati difficilmente potranno continuare ad ignorare.
E’ questo il punto nevralgico della debolezza di Fini: la “prova di democrazia” che gli verrà richiesta anche da chi lo ha difeso o, comunque, non lo ha attaccato frontalmente.
E’ possibile, poi, che alla decisione di lasciare l’incarico potrebbero condurlo non le sole argomentazioni di ordine politico.
03/09/2010 [stampa]
Ma l'unità non fa sconti a Fini.
Dopo tre premesse a sostegno di Gianfranco Fini ( “non c’è nessun motivo che costringa Fini a dimettersi da presidente della Camera”, “nessun parlamentare fa un patto di sangue con i propri elettori tale che non possa cambiare idea …”, “la questione della casa a Montecarlo o delle insegne fasciste sono probabile spazzatura” ), l’Unità del 30 agosto, presenta a Fini il conto del suo schierarsi nell’ impegno partitico.
Ricordata la pacatezza di Bertinotti, la “fermezza” di Nilde Iotti e i molti esempi di “qualsiasi colore politico” che seppero “abbassare il volume delle loro idee politiche in favore delle istituzioni”, il giornale, un tempo organo del Partito Comunista, ritiene che “un politico così impegnato in prima persona …”, che “si prepara ad essere il protagonista assoluto e combattivo di una battaglia che potrebbe … sfociare nella costituzione di un nuovo partito”, “non coincide in modo perfetto con la figura del presidente della Camera”.
Anche queste brevi notazioni sull’”atipico Fini” dimostrano che è chiara a tutti la sua intenzione di costituire un nuovo partito e che la sinistra che conta sul piano politico non è disposta a fare del presidente della Camera una bandiera contro il berlusconismo.
Fini dovrà vedersela con il suo elettorato, senza poter contare su quelli che hanno apprezzato le sue intemerate, che lo hanno blandito e sostenuto, ma che, poi, alla fine, sulla sua permanenza sulla poltrona della terza carica della Repubblica, la pensano come… Berlusconi.
01/09/2010 [stampa]
Tre le sfide dei prossimi mesi: dare più spazio alla società, far crescere l’occupazione femminile, incrementare la spesa per le famiglie
Aprire il cantiere delle riforme per poter crescere e competere.
Più che un meeting un percorso da seguire, un’agenda di impegni da rispettare per cambiare passo e rimettere il paese sulla via della crescita e dello sviluppo. Tante le indicazioni scaturite dai confronti tra i big della politica e del mondo economico e sociale davanti ad una vasta platea di giovani di Comunione e liberazione, desiderosi di conoscere le prospettive per il futuro.
Le aspettative non sono andate deluse. Le mete da raggiungere, individuate. Molti i suggerimenti alla politica e a chi governa.
“ Un nuovo stato sociale” lo ha chiamato l’amministratore delegato della Fiat Sergio Marchionne per far ripartire il paese. Il Lingotto ci crede e mette di suo 20 miliardi d’investimenti in Italia e chiede in cambio la governabilità delle fabbriche. Parlando ai giovani con la relazione “ saper scegliere la strada” Marchionne ha osservato che “ il cambiamento è la forza più potente che abbiamo per costruire qualcosa di grande”. E senza far finta che a Melfi non sia successo nulla ha aggiunto di avere la percezione che in Italia “ manca la voglia o c’è la paura di cambiare”. Esiste ancora forte la contrapposizione di due modelli: l’uno che si ostina a proteggere il passo e l’altro che ha deciso di guardare avanti.
Se l’Italia non riesce ad abbandonare questo modello di pensiero non si risolveranno i problemi. “ Non siamo più agli anni Sessanta. Non è pensabile gettare le basi del domani continuando a pensare che ci sia una lotta tra capitale e lavoro, tra padroni e operai”. La cosa peggiore di un sistema industriale, quando non è in grado di competere, è che sono i lavoratori alla fine a pagarne le conseguenze. La Fiat con l’operazione Chrysler è diventata una multinazionale per la capacità d’adeguarsi in tempo reale ai cambiamenti del mercato. L’operazione “Fabbrica Italia” rientra, quindi in questa ottica.
“Vanno adeguate le relazioni industriali” gli ha fatto coro il presidente del colosso delle assicurazioni (le Generali di Trieste) Cesare Geronzi per il quale occorrono “ certezze per chi intraprende e per chi lavora”. Dopo la crisi mondiale è all’ordine del giorno la definizione di nuove regole. Per guardare avanti, al futuro. Per costruire una società migliore per le generazioni che verranno. E’ per questo motivo che vanno fatte le riforme di struttura , reagendo anche al calo demografico. Finita allora la centralità della fabbrica, superata la centralità della classe operaia è tempo di allargare la visione dei partecipanti alla produzione e al lavoro.
Come? La via da seguire potrebbe essere quella di un modello di nuova, diversa concertazione. E’ il nuovo spirito partecipativo indicato anche dal segretario della Cisl Raffaele Bonanni. E’ l’esperimento della partecipazione agli utili annunciato per le Poste da Tremonti. Da Rimini è emerso che serve una nuova regolamentazione dei rapporti di lavoro, un nuovo statuto ( non dei lavoratori) ma dei lavori che privilegi il momento partecipativo di chi lavora al processo produttivo aziendale, prevedendo un più efficace aggancio dei salari alla produttività senza, tuttavia, superare alcuna garanzia di carattere nazionale.
Un piano per il lavoro fatto di nuovi strumenti e di nuove impostazioni potrebbe essere la risposta che valorizzi il merito, assicuri parità di partenza, dia una prospettiva ai giovani e alle famiglie. Nel presupposto che sia possibile attivare una crescita maggiore, sostenendo la ricerca e l’innovazione. E la questione cruciale lavoro passa per la necessaria apertura di una stagione di riforme di cui il paese ha grande bisogno.
Secondo Geronzi, “ condotta positivamente dal governo l’azione di contrasto della crisi, tutti sono chiamati ad una fase d’impegno e di costruzione del futuro”.
Decisa e convincente la presidente degli industriali Emma Marcegaglia. “ L’Esecutivo porti avanti il programma. Il suo impegno è finora valso ad evitare impatti straordinari della crisi finanziaria globale” ma alla politica chiede “ concretezza e compattezza. Stia sui temi della crescita, del lavoro, della disoccupazione. Non ci interessano le contese leaderistiche, i cognati e gli appartamenti”-
La locomotiva Germania ha ripreso la corsa ma negli Usa la crescita è più lenta del previsto secondo il presidente della Federal Riserve Bernacke. L’Italia resiste osserva il presidente della Commissione Ue Barroso ma deve stare attenta al deficit. I conti pubblici vanno risanati. Lo sviluppo è ancora insufficiente. Ripartire dalla famiglia suggerisce il presidente dello Ior ( la banca vaticana) Gotti Tedeschi secondo il quale l’Italia deve affrontare i tre principali peccati originali della sua economia: statalismo inefficiente, privatizzazioni malfatte, i problemi creati per entrare nell’euro. E al fondo c’è che negli ultimi 30 anni è diluita la popolazione giovane e quindi c’è meno gente che entra nel ciclo produttivo.
Sono discorsi che piacciano anche al Ministro dell’economia Giulio Tremonti che a Rimini ha indicato otto punti per ripartire. “ E’ tempo di riaprire il cantiere delle riforme soprattutto di quella fiscale per semplificare le aliquote partendo da agevolazioni su famiglia, lavoro e ricerca, con un occhio ai conti pubblici. La ripresa resta incerta, disomogenea, una terra incognita in Occidente e in Oriente tanto che la Cina ha superato il Giappone come potenza economica. In un mondo dominato da competizioni tra giganti le piccole e medie imprese italiane ( che sono la struttura portante della sua economia)si trovano in difficoltà. Occorre allora riformare la finanza pubblica e il federalismo fiscale va in questo senso. Altro punto centrale.
“ Siamo culturalmente fermi al conflitto novecentesco capitale-lavoro. Non va bene. Presto avvieremo con le Piste un esperimento di compartecipazione agli utili”. Al sesto punto c’è il Sud che deve tornare una grande questione nazionale. Al settimo la necessità di investire sull’istruzione “ perché il capitale umano è un fattore strategico ai tempi della globalizzazione e perché l’istruzione tecnica è stata in Italia colpevolmente abbandonata”. All’ottavo punto viene inserita l’energia. E quì Tremonti ha spezzato una lancia a favore del nucleare senza il quale, dice, non si può competere.
Le sfide dei prossimi mesi sono molte. Tre in particolare: dare più spazio alla società, far crescere l’occupazione femminile soprattutto al Sud e incrementare la spesa per le famiglie. Gli ultimi dati del Ministero dell’economia dimostrano quanto in Italia si investa poco per le famiglie e la maternità: Appena l’1,2 per cento del Pil contro il 2,1 dell’Ue ( 3,7 in Danimarca, 2,8 in Germania, 2,5 in Francia) L’Italia è il paese con la più bassa natalità al mondo, compensata solo dalle quote dell’immigrazione.. La forza della famiglia quale produttore di reddito, di risparmio, d’investimenti e di redistribuzione del reddito merita un’analisi più approfondita.
26/08/2010 [stampa]
Cossiga contro il politicamente corretto della sinistra.
Questa volta ha ragione Pierluigi Battista sul Corriere della Sera del 19 agosto a denunciare quella ”ostilità” e quella “retorica spericolata” che si è espressa verso Cossiga anche all’indomani della sua scomparsa.
Si è riversata sull’ex Presidente della Repubblica una interessata ondata di banalità che ha cercato, con la scusa della “depressione”, di vanificare il significato del suo pensiero negli anni della più forte caratterizzazione politica, cioè dalla fase finale del suo mandato , sino alla fine.
I sostenitori di questa squallida operazione di killeraggio si ritrovano nell’ambito dei più accaniti paladini del conservatorismo del sistema politico italiano e della difesa degli interessi corporativi che, con esso, oggi, vengono tutelati. Non a caso, si è distinto tra tutti Eugenio Scalfari che è giunto fino ad accompagnarne l’addio con l’insulto.
Le sinistre non potranno mai “perdonare” Cossiga perché le sue idee, nonostante la collocazione nella tradizione popolare e democratico cristiana, non si sono mai piegate alla retorica del politicamente corretto, secondo la versione, oggi prevalente a sinistra.
Cossiga non era un cattolico democratico, in quanto il suo riferimento teologico è stato quello del Cardinale Newman e perché riteneva che la libertà fosse un diritto naturale irrinunciabile anche di fronte alle sollecitazioni sociali.
Cossiga era un filo occidentale, ma, senza per questo, non esaltare e difendere la dignità e l’autonomia dell’Italia e dell’Europa. La sua stima e difesa di Craxi lo testimoniano.
Cossiga pur essendo un democratico puro riteneva che alla democrazia spettasse il diritto di difendersi dai pericoli eversivi e terroristici, anche attraverso i moderni sistemi di intelligence e di tutela democratica. E, forse, era questa l’idea che gli impedì di schierarsi con il “partito” della trattativa e gli produsse il dramma personale nella vicenda di Aldo Moro.
Cossiga non era un patriota della Costituzione che apprezzava solo come fatto politico e come patto di pace e di tregua tra le fazioni politiche contrapposte. Tuttavia ne rifiutava l’impianto ideologico, come ha scritto : “Oggi da parte del centrosinistra, vi è quasi un culto di questa Costituzione, una ‘religione costituzionale’, cioè la concezione ‘teodemocratica’ , ‘neogiobertiana’ e antiliberale del caro Dossetti…”.
Cossiga, fuori dal patriottismo della Carta, possedeva un forte patriottismo identitario, cioè l’amore per la terra dei padri, della sua storia e delle sue tradizioni, simboleggiato dalla presenza della Brigata Sassari alle sue esequie in terra di Sardegna.
Cossiga combattè con concetti chiari e con l’arma dell’ironia il giustizialismo e soprattutto il debordare del potere dei giudici denunciando, come scrisse, “ il tentativo di colpo di stato giudiziario da parte del poll di Mani Pulite, che si trovò nelle mani il potere di fatto di revocare i ministri e di sciogliere i governi, nonché di bloccare leggi e far revocare decreti legge già approvati”.
Cossiga non ebbe nessun senso di minorità rispetto all’ideologia marx- leninista e alle sue rivendicazioni , anzi la sua cultura popolare gli consentiva di sfidare a pieno titolo la politica e i progetti del partito comunista.
Tutti le motivazioni che hanno concentrato su Francesco Cossiga il dileggio e, soprattutto, l’odio di tanti, sono, per noi, le ragioni che ne fanno un personaggio tra i più rilevanti e meritevoli della storia di questi difficili anni della democrazia italiana.
04/08/2010 [stampa]
Giovinezza,Giovinezza...
La stanca politica dell’opposizione a Berlusconi si è improvvisamente animata.
L’ astuta denominazione dei nuovi gruppi parlamentari, “Futuro e Libertà”, sembra rilanciare vetusti esponenti delle politica, ormai emarginati, e mai realmente protagonisti, che intravedono spazi di intervento. Questo “rimescolamento delle carte” - nel linguaggio dei corridoi di alcune sedi di partiti - offrirebbe loro l’opportunità di un ultimo giro di walzer.
Il Corriere della Sera di martedì 3 agosto presenta nel Primo Piano una carrellata di “superstar”, davvero eccitante.
La parte del leone la fa Domenico Fisichella, 75 anni, che mostra un pitigrì di tutto rispetto: Ministro dei Beni culturali, più volte in Senato, non facendosi mancare nulla : con AN e Margherita. Anche lui è un cofondatore e rivendica di essere il vero sdoganatore di Fini.
E’ affiancato da Lamberto Dini, 79 anni, uomo di incarichi di rilievo (Banca d’Italia) , con un curriculum politico ancor più prestigioso nel quale brilla la designazione a Presidente del Consiglio offerta da Oscar Luigi Scalfaro.
Nel “parterre” del Corsera grande evidenza è assegnata a “giovanotti” prossimi ai sessanta che vengono presentati come possibili protagonisti del “Futuro”: Gianfranco Fini, Francesco Rutelli, Pierferdinando Casini.
Sono più giovani, ma entrarono in politica da adolescenti ed hanno maturato una maggiore anzianità di servizio che , come è noto, è quella che conta per la pensione.
Questo accostamento potrebbe far pensare anche ad una improbabile cordata da terzo polo, come qualcuno ha ipotizzato, pensando alle manovre sulla mozione di sfiducia al sottosegretario alla giustizia Caliendo.
Di tutti e tre il più “navigato” è di certo Casini che difficilmente condividerà fino in fondo le sue scelte con gli altri due, anche perché mettere insieme esperienze così diverse è, realisticamente, impossibile e, del resto, il peso elettorale di Fini e Rutelli è del tutto marginale.
A parte il possibile scenario politico, è il futuro dell’Italia che non può dipendere da chi ha non ha più nulla da dire perché nella lunga carriera politica ha fatto tutto e il contrario di tutto, compresi gli insuccessi elettorali.
Il futuro dell’Italia dipende dalla capacità di suscitare idee nuove e cambiamenti veri del sistema politico e non solo manovre tattiche.
Una politica che guardi oltre l’attuale difficile situazione deve far appello alle energie nuove e al paese reale e non rimescolare e distribuire le stesse carte di sempre che non possono far vincere la difficile partita che giocheranno le nuove generazioni italiane nell’Europa e nel mondo, per avere, appunto… un futuro.
02/08/2010 [stampa]
La stretta su Fini.Berlusconi alla sfida finale.
Giuliano Ferrara ci ha provato fino all’ultimo. Con la sua penna abile e intelligente ha virgolettato le parole di Gianfranco Fini rivolte a Silvio Berlusconi per invitarlo a “resettare tutto senza risentimenti”.
Nei ragionamenti del Presidente della Camera c’era la riconoscibile logica dell’elefantino, il districarsi con maestria nei vicoli di una polemica attizzata a lungo, in questi mesi, da tutte e due le parti, ma che nasce da un forte distinguo politico dell’ex capo di An nei riguardi del premier.
C’è stato un passaggio significativo nell’intervista che anche Ferrara non ha potuto smussare quando Fini affermava: “faccio appello alla ragione, ai fatti, all’analisi politica e alle basi pubbliche e discorsive, intessute di dialogo e di capacità di riflessione comune, di qualunque possibile fiducia tra diverse leadership”.
Tra Fini e Berlusconi ci sono delle profonde differenze sul piano culturale e degli indirizzi di fondo – è stato ricordato: “dalla bioetica all’immigrazione” - , ma è questa idea delle “diverse leadership” che rivela, sul piano politico, la divergenza cha ha portato a dividere le strade.
Il tempo delle “diverse leadership” è stato il tempo delle correnti della Democrazia Cristiana e delle divisioni interne di una certa fase del PSI prima di Craxi; delle sfide e dei confronti con il comunismo. Ed è stato anche il tempo dei grandi conflitti internazionali , economici e sociali.
Nella DC coesistevano differenti opzioni politiche, tutte, comunque, radicate nella storia e nelle idee dei cattolici e del loro cammino storico politico. Esse si mantennero anche nella fase del declino, fino alla fine del partito e dell’unità politica dei cattolici. Nel PSI le opzioni diverse si spensero alle soglie dell’era di Craxi, perché con lui terminarono le altre e differenti opzioni che subivano l’egemonia del PCI.
La dialettica interna alla DC trovava, nel modello di partito allora esistente, un punto di equilibrio nella mediazione politica. Il tempo della DC fu il tempo nel quale il leader, fosse stato il segretario del partito o il presidente del consiglio, rappresentava il punto più alto di una possibile mediazione. La più elevate espressione di questa logica della mediazione fu Aldo Moro che riusciva a coniugare moderazione e integralismo, innovazione e continuità e che tentò una mediazione finale tra DC e PCI.
Morto Moro quel modello era destinato a finire. Terminò la parabola internazionale del comunismo ed insieme finì il tempo della “democrazia dei partiti”, della realtà delle correnti e del proporzionale nella formazione delle rappresentanze. Oggi le “diverse leadership” non hanno più il contesto storico e politico con il quale giustificare la loro coesistenza e gli spazi di mediazione.
La rappresentanza è cambiata nella Costituzione materiale dell’Italia , anche se non sono cambiati gli elementi dell’assetto costituzionale. Essa non è più la “repubblica dei partiti” e le mediazioni non hanno più significato politico, perché il nuovo sistema pone le diversità fuori dei partiti e le sottopone più alle scelte degli elettori che ai congressi dei partiti. La stessa lotta interna nel PD, il cui modello politico si avvicina in parte al partito tradizionale, non produce una mediazione politica. Nel PD sono usciti in parecchi, anche un cofondatore come Rutelli ed una eminente personalità come Paola Binetti.
La richiesta di Fini-Ferrara tendeva a costruire nel PDL un modello di rapporto dialettico e di correnti a cui, necessariamente, avrebbe seguito una interpretazione del sistema politico; questa richiesta, se accettata, avrebbe costituito la fine della novità del PDL, poiché la sua carica innovativa e la sua ragione d’essere è nell’andar oltre il vecchio modello partitico e politico e prospettare il completamento di una riforma istituzionale che sancirebbe , sulla Carta, quello che nella Costituzione materiale si è già realizzato e cioè che la legittimazione viene dal popolo e il governo è l’espressione diretta del popolo ed il cittadino arbitro della politica.
Berlusconi non ha potuto che ribadire la scelta che ha fatto di un brillante imprenditore un leader politico. Non può “resettare” la sua novità politica, perché ciò significherebbe, traducendo il termine usato da Fini, “annullare i programmi” o “azzerare”.
La mediazione tentata da Ferrara risente della sua cultura tradizionale partitocratica anche se illuminata dall’idea di libertà e del suo amorevole desiderio di realizzare la pace tra Fini e Berlusconi per sottrarre il premier al condizionamento della Lega e all’abbraccio stretto dei suoi.
Ma lo scontro dentro il PDL è dirimente e riguarda la natura fondante di questo partito: essere o non essere.
Il deferimento ai probi viri dei tre parlamentari e la messa in discussione della carica di Presidente della Camera, “non più garante”, sono la via per la rottura con i finiani.
E’ inaccettabile che Fini mantenga il suo incarico: non si è mai visto nella storia parlamentare un uso politico così forte di questa carica “terza”, né che un Presidente della Camera, eletto da una maggioranza, divenga l’espressione di un’altra, opposta.
E’ vero che la rottura ha aperto una partita piuttosto rischiosa e, tuttavia, una mediazione sbagliata che avesse cancellato negli italiani l’idea della forte novità politica ed istituzionale che Berlusconi ha incarnato, sarebbe stata , addirittura, fatale.
La riduzione dei margini di maggioranza del governo apre, realisticamente, la prospettiva delle elezioni anticipate. Di fronte a questo possibile esito, Berlusconi deve dare un indirizzo chiaro alla sua azione di governo: puntare tutto sull’attuazione del programma e , soprattutto, sulle riforme costituzionali . Questa volontà di cambiamento potrà essere il tema sul quale chiedere, in caso di elezioni, la riconferma.
Per il Presidente della Camera si delinea un futuro tutto in salita: una tradotta verso uno spazio politico dove lo attendono l’astuzia di Casini, l’abbraccio di Di Pietro, lo scetticismo di Bersani e la soddisfazione del menagramo Scalfari.
26/07/2010 [stampa]
Fiat da Mirafiori alla Serbia.
Braccio di ferro tra Marchionne e i sindacati estremisti.
La Fiat, e per essa l’amministratore delegato Sergio Marchionne, ha aperto un terzo fronte: dopo Termini Imerese e Pomigliano d’Arco la Serbia.
L’intenzione di produrre la monovolume “ L0”( cioè i nuovo modelli Fiat Idea, Lancia Musa) in Serbia invece che a Mirafiori ,come previsto in un primo tempo. ha scatenato una bufera anche per le motivazioni adottate da Marchionne.
Se la chiusura di Termini Imerese entro il 31dicembre 2011 era dettata da ragioni organizzative ( costi eccessivi e quindi stabilimento improduttivo) lo spostamento da Torino allo stabilimento di Kragijevac, con un investimento di 350 milioni per produrre 160-200 mila macchine, è giustificato dalla Fiat dal comportamento dei sindacati italiani: non affidabili. “ Produrremo in Serbia ma con sindacati più seri si faceva a Mirafiori” la stoccata di Marchionne.
Queste le premesse. Si apre ora una nuova fase nelle relazioni industriali negli stabilimenti del Lingotto mai ad un livello così basso e così conflittuali soprattutto a causa delle posizioni oltranziste e non partecipative asssunte dalla Fiom-Cgil e dai Cobas. Qualcuno ha ricordato i tempi della contrapposizione tra il manager Vittorio Valletta e la Fiom degli anni Cinquanta. Ci sono però gli altri sindacati( Cisl, Uil, Ugl, Fismic) che rappresentano la maggioranza dei lavoratori i quali dopo aver firmato gli accordi sulla contrattazione hanno sottoscritto l’intesa per Pomigliano e spinto al successo gli operai favorevoli al referendum ( 62% di sì). Su sollecitazione,però, della Fiom e dei Cobas un operaio su tre ha detto no mettendo a rischio la ristrutturazione dello stabilimento campano che, con un investimento di 700 milioni, dovrebbe produrre dal 2012 la Panda finora fabbricata in Polonia.
Lo spostamento della produzione della monovolume in Serbia pone alcune necessità alla quale la Fiat non può sottrarsi. Innanzitutto garantire, come promesso e presentato al governo, alle parti sociali e agli enti locali, la produzione in Italia, cioè il raddoppio delle vetture finora prodotte. In secondo luogo non smantellare a Torino il centro di ricerca, punto d’avaguardia del settore innovativo.
Nel frattempo altre tensioni sono state provocate dalla Fiom con gli scioperi interni a Melfi( licenziati tre operai, di cui due delegati Fiom accusati di aver provocato l’arresto dei carrelli automatici che rifornivano i lavoratori non i sciopero) e a Mirafiori per il saldo del premio di produzione. In sostanza una serie di conflitti, alcuni anche significativi, che hanno acuito il contrasto con l’amministratore delegato sempre meno disposto ad accettare formule di contrasto e veti veterosindacali.
Ma sono ricatti? La Fiat in questo momento si sente forte. Ha segnato alcuni passi positivi nei conti anche senza aiuti di Stato. Ora presenta piani radicali di riorganizzazione societaria. E’ nel suo diritto in un’economia di mercato. Tuttavia se Marchionne vuol presentarsi all’Assemblea degli azionisti del 16 settembre con tutti i dossier pronti per la svolta non può penalizzare l’Italia.
Va onorata cioè l’ affermazione del presidente John Elkann dopo il referendum di Pomigliano. “ La decisione di procedere agli investimenti programmati è un importante segnale di fiducia. Significa che crediamo nell’Italia e intendiamo fare fino in fondo la nostra parte”. Investire quindi 20 dei 30 miliardi preventivati. Senza chiedere un euro allo Stato come in passato ma a patto che tutti facciano la loro parte. Secondo Marchionne i sindacati italiani non la fanno.Qualcuno ha risposto ed altri hanno detto no. E per questo una parte della produzione si farà in Serbia. Quattro no ogni dieci operai di Pomigliano hanno pesato sulla decisione Serbia ? Le minacce di “ ingovernabilità delle fabbriche” di tutto il gruppo sono reali e hanno portato alla convinzione che prima o poi “ con poco,tutto poteva essere bloccato”?
Si apre allora un nuovo capitolo di rapporti tra organizzazioni sindacali italiane e l’azienda.
La Fiat ,tuttavia, non può cambiare la strategia generale e le carte messe in tavola pochi mesi fa. Il progetto “ Fabbrica Italia” è stato presentato al governo e alle parti sociali il 21 dicembre 2009. L’impegno a trovare una soluzione per i 1200 lavoratori di Termini Imerese, nonostante i tanti incontri al Ministero dello sviluppo, non sono stati concretizzati. Mirafiori lo stabilimento-simbolo della Fiat, dove sono state formate generazioni di lavoratori, non può essere penalizzato nè tanto meno smobilitato. E’ il cuore pulsante dell’auto italiana, di Torino e del Piemonte.
“ La Fiat, in una realtà di libero mercato, è libera di produrre dove meglio crede” ha osservato il premier-imprenditore Silvio Berlusconi aggiungendo però “ mi auguro che questo non accada a scapito dell’Italia e dei lavotaori a cui la Fiat dà lavoro”.
E’ giunto, allora, il momento , come dice segretario della Cisl Raffaele Bonanni, che la Fiat avvii una discussione aperta con i sindacati confederali per tutti gli stabilimenti del Lingotto, che precisi il numero e i modelli dell’auto che vuole produrre negli stabilimemnti italiani, permettendo così di finirla con “ i polveroni” di pezzi di sindacato.
Preopccupata anche il presidente della Confindustria Emma Marcegaglia secondo la quale “ occorre evitare conflitti troppo pesanti che non fanno bene a nessuno”. L’occasione per un primo chiarimento è l’incontro promosso dal Ministro del lavoro Maurizio Sacconi , per il 28 luglio, “ in modo che tutte le parti assumano impegni precisi con senso di resposabilità”.
Senza una seria politica industriale non si va da nessuna parte.( smen)
16/07/2010 [stampa]
Appello dei costruttori privati.
Far tornare l'edilizia volano della ripresa.
Appaltare, da settembre, tutte le opere programmate dal Cipe, sbloccare tutte le convenzioni autostradali, cantierare il piano delle piccole opere, due bandi del Comune di Roma per 3200 alloggi in “ hausing sociale da destinare a nuclei familiari a basso reddito, attuare gli strumenti operativi del piano regolatore di Roma ( dopo la sentenza del Consiglio di Stato) per avviare l’atteso sviluppo urbanistico della Captale. Sono queste alcune delle misure necessarie per rilanciare l’edilizia, un settore strategico colpito dalla crisi che ha provocato la perdita di 200 mila posti di lavoro.
All’assemblea annuale dell’Ance il presidente Paolo Buzzetti ha lanciato un appello al governo e messo sul tappeto un pacchetto di proposte per rilanciare il settore e garantire trasparenza e qualità agli appalti pubblici scossi da una grande quantità di inchiesta giudiziarie.
Codice etico e legalità a cui si è richiamato anche il presidente della Confindustria Emma Marcegaglia che ha sottolineato gli ultimi successi della linea portata avanti dal Ministro Roberto Maroni con il sequestro di ben 12 miliardi di beni, in due anni, ai gruppi delle organizzazioni criminali.
Ance e Confindustria concordano sulla necessità di operare una svolta e reagire a partire dalla “Finanziaria” sia migliorando e semplificando le regole per appalti ed edilizia privata( per Buzzetti è incivile l’Iva riscossa sugli immobili invenduti) sia rivedendo le modalità dei pagamenti delle amministrazioni pubbliche( gli eccessivi ritardi che raggiungono persino i 180-300 giorni fanno fallire le imprese).
Le norme sui tempi certi ci sono. Non mancano neppure quelle sulla trasparenza. Il problema è che non vengono rispettate, mancano i controlli e le sanzioni.
La fotografia per permettere al settore dell’edilizia e delle costruzioni di tornare ad essere il volano della crescita è chiara: frane, disastri, esondazioni, scuole a rischio per mancanza di manutenzione, zone terremotate, strade, ferrovie, buche nei centri urbani. L’Italia dovrebbe essere tutta un cantiere.
Il paradosso è poi che i fondi pubblici sono spesi in minima parte: solo il 2,7% degli 11,3 miliardi del piano Cipe del 2009, appena l’8% dei 35,6 miliardi del Fas( soldi dell’Unione europea) per il Sud.
Per il Ministro delle infrastrutture Altero Matteoli “ ci sono segnali di ripresa” ma i costruttori chiedono al governo “ un’azione decisa perché agli impegni possano, presto, seguire fatti concreti”.
12/07/2010 [stampa]
L'uso della piazza contro le istituzioni .
Non si possono banalizzare i fatti che il 7 luglio hanno visto in piazza violenti scontri tra i manifestanti per i problemi del terremoto in Abruzzo e la polizia.
Banalizzare significa adeguarsi ad una lettura che interpreta “la esasperazione dei terremotati” e “le manganellate” come risultato del fatto che “non è così che la politica deve rispondere alle richieste di chi ancora oggi e ben lontano dall’essere tornato a una situazione di vivere sereno”, come ha commentato il più autorevole quotidiano italiano.
Né centreremmo la questione se usassimo gli argomenti più evidenti e cioè che quanto è stato fatto fino ad oggi in Abruzzo non è mai avvenuto nella storia degli eventi sismici del nostro Paese e che nella manifestazione si sono introdotti attivisti dei centri sociali che hanno spinto per uscire dai percorsi concordati e per dare l’assalto alla residenza del premier.
La questione vera è un’altra.
Anche le tragedie nazionali vengono usate per appesantire il clima di odio , soprattutto nei riguardi della politica e di chi la rappresenta nelle istituzioni.
Non c’è tregua: si snoda e va intensificandosi una lunga “guerra civile” senza fine, nella quale si tenta di creare, artificiosamente, un clima da difesa della democrazia, di tutela della libertà di espressione, di salvataggio delle istituzioni parlamentari, in sintesi, un richiamo forte per la difesa della repubblica contro il risorgere di un nuovo fascismo.
E’ nota da tempo l’identificazione che il partito di Repubblica compie tra Berlusconi ed il fascismo. La contrapposizione politica a Berlusconi e al centro destra andrebbe fatta, se prevalesse un maggior senso di responsabilità, con altri argomenti e altri toni.
E’ una equiparazione che irride alla logica, alla storia e soprattutto alla democrazia, perché tenta di delegittimare chi è stato votato dalla maggioranza degli italiani.
E. soprattutto, tende a creare un clima pericoloso perché può contribuire a giustificare la violenza degli estremisti che si scarica contro le forze dell’ordine. E questo non è assolutamente accettabile.
Quello che allarma è il complessivo atteggiamento politico della sinistra, inghiottita da questa pericolosa e distorta logica politica. Non sorprende certamente il partito di Di Pietro, ma il PD subisce questa campagna non comprendendone le implicazioni; da questo partito non si leva alcuna voce per riportare il confronto politico nei giusti termini. E’ un grave sintomo di debolezza politica.
L’auspicio è che anche dagli scontri di piazza di mercoledì sette luglio, al di là delle banali valutazioni, rinasca un più doveroso e consapevole senso delle istituzioni.
09/06/2010 [stampa]
Le sfide significative.
“ L’Italia è di fronte ad una situazione economica il cui rapido e definitivo superamento richiede il contributo di tutte le componenti del sistema produttivo”. E’ il messaggio del presidente della Repubblica, Napolitano, all’assemblea annuale della Confartigianto. Un manager di lungo corso come Andrea Mondello lasciando la presidenza dopo 18 anni della Camera di Commercio di Roma ha osservato “ stiamo uscendo dalla crisi ma non dobbiamo fermarci”.
L’Italia rilevano i vertici delle istituzioni politiche ed economiche della Ue e internazionali come il Fmi e l’Ocse ha preso “ decisioni importanti” e la manovra di rigore predisposta dal Ministro Tremonti sta incontrando numerosi apprezzamenti ed anche riserve per le difficoltà crescenti di trovare lavoro.
E’, tuttavia, severa ma meno traumatica delle manovre varate dalla Germania, dalla Francia, dall’Inghilterra, dalla Spagna, dalla Grecia. L’euro debole, raggiunto il valore minimo del 2006, sembra favorire l’export e permettere alle aziende di avere davanti 5-6 mesi di ordini.
L’allarme deficit pubblico resta elevato. Nessuna inquietudine particolare ma servono ancora risanamento delle finanze pubbliche, sostegno alla crescita mediante riforme strutturali, riforme del sistema finanziario, rafforzamento della governance economica, completare il progetto di unione monetaria. Nell’euro- zona sta arrivando l’Estonia come diciassettesimo membro.
Per superare la crisi occorrono manovre correttive amare e rigorose per “ tutti” ha aggiunto il premier conservatore inglese David Cameron che ha ricevuto l’ex lady di ferro Margareth Tatcher. Dalla Spagna alla Grecia, dall’Inghilterra all’Italia, dal Portogallo alla Francia le categorie soprattutto dei dipendenti pubblici ( le più colpite dai tagli dei governi) e i sindacati protestano ed entrano in sciopero. La situazione sociale preoccupa soprattutto per l’aumento della disoccupazione e per la ristrettezza degli ammortizzatori ,le cui risorse non sono infinite. A pagare di più sono,comunque, i giovani che vanno alla ricerca disperata di lavoro, magari lasciando i propri paesi, soprattutto al Sud.
Il maxi-piano della Merkel indica, però, la strada del risanamento nel giro di tre anni. Austerità in Francia e Inghilterra a favore del rilancio. L’asse franco-tedesco insiste anche con la Commissione Ue, guidata da Barroso, per maggiori controlli sui crediti default swap, sui titoli di Stato e sulle vendite allo scoperto. Maggiori poteri anche all’Eurostat, l’agenzia di statistica per la verifica dei bilanci dei 27 paesi membri.
L’euro ,precisa il presidente della Bce Jean-Claude Trichet ,è una moneta solida ma la crisi ha evidenziato che rimangono all’orizzonte sfide significative. I paesi del G20( riunione in novembre a Seul in Corea dei Capi di Stato e di governo, oltre che dei governatori delle banche centrali) devono mettere in campo misure credibili e non ostili alla crescita, differenziate e per ogni paese.
28/05/2010 [stampa]
La manovra finanziaria e il gossip.
Colpisce sulla vicenda della manovra di bilancio l’atteggiamento di molta informazione intenta a sceverare gli aspetti della dialettica tra il Ministro dell’economia ed il premier. Si è arrivati a descrivere perfino gli sguardi tra i due e soni piovute ogni tipo di indiscrezioni su battute e polemiche che si sarebbero scambiati.
Non si discute della esattezza di questo gossip e sul possibile diverso approccio sui tagli di bilancio che vi sarebbe stato tra Tremonti e Berlusconi.
Quello che lascia perplessi è il livello di un giornalismo che, di fronte ad una scelta di governo che affronta – correttamente o meno – un problema che ha radici storiche anche lontane, come il debito di bilancio accumulato in oltre venti anni, e che si connette con una evoluzione di carattere internazionale che riguarda lo sforzo dei Paesi europei di contenere condizioni di fragilità del loro tessuto economico e finanziario, che li espone alle scorribande degli speculatori internazionali , si sofferma su dettagli insignificanti con chiacchiericci da Grand Hotel.
In questa congerie di voci vengono allontanati argomenti che anche al pubblico più vasto offrirebbero alcune chiavi di lettura di una situazione economica che, seppur maturata negli anni, ha visto, recentemente, una accelerazione di carattere speculativo che ha colpito la Grecia e non intende fermarsi.
Questa informazione da barbieria ha esposto i suoi argomenti anche sullo svolgimento dell’assemblea annuale di Confindustria per tentare di dimostrare un gelo tra imprenditori e governo, mentre tutti hanno ascoltato le esplicite parole della Mercegaglia di approvazione della manovra e gli applausi che hanno accolto l’intervento di Berlusconi.
Il rifiuto del Presidente di Confindustria ad entrare nel governo, usato polemicamente contro il premier, dimostra, invece e positivamente, la volontà degli imprenditori di svolgere il proprio ruolo e, soprattutto , suona come una netta differenziazione con quella parte di esponenti del mondo industriale che si vestono da politici, non sempre per nobili propositi.
Purtroppo e, peraltro, non ci sorprende più di tanto, anche il prestigioso Corsera non è sfuggito ad una informazione di non alto profilo come nel caso dell’ affidamento ad un ormai bollito Rutelli del commento politico, critico della manovra.
09/04/2010 [stampa]
Non Prevalebunt.
Aveva ragione Marcello Pera quando il 17 marzo aveva scritto sul Corriere della Sera “si commetterebbe un errore ancora più grave se si ritenesse che la questione finalmente si chiuderà presto, come tante simili”.
C’è qualcosa che rende dissimile questa campagna contro Papa Ratzinger rispetto ai precedenti che su questo stesso argomento si sono verificati negli anni precedenti.
Perché su vicende lontane nel tempo e con una condizione ecclesiale diversa, si compie un enorme salto logico e temporale e si addossano a Benedetto XVI responsabilità che non le appartengono in alcun modo?
E’ , forse, per certi aspetti , forzato il paragone che Padre Raniero Cantalamessa ha fatto con l’antisemitismo, o il parallelo tra gli attacchi a Pio XII e quelli di oggi, autorevolmente espresso dal Cardinal Sodano, ma su un elemento possono collimare: quello di una costruzione proditoria di una accusa per la finalità di annullare una soggettività, sia essa una comunità di persone ( il popolo di Israele) o una personalità, come nel caso del Papa, Pacelli allora, Ratzinger oggi.
Ma anche questa riflessione non basta a rispondere al nostri interrogativo. La violenza nei riguardi di Benedetto XVI vuole colpire il carattere proprio di questo papato volto a ricostruire la verità del cristianesimo dal punto di vista dottrinario, ma ancor più come essenza della “nuova ed eterna alleanza”.
Abbiamo osservato con apprensione il volto del Santo Padre nei giorni della Settimana Santa. In qual volto segnato dalla sofferenza, abbiano anche scorto uno sguardo fermo, espressione di un proposito che non sa piegarsi all’odio ed al potere del mondo.
01/04/2010 [stampa]
Ora per battere anche l'astensionismo, avanti con le riforme.
Le elezioni regionali danno la possibilità di una lettura importante della politica italiana.
La vittoria, contenuta ma chiara del centro destra dimostra che questa coalizione, pur in un momento di difficoltà economica, non subisce quella penalizzazione che normalmente subiscono in queste situazioni le coalizioni di governo. E questo risultato è stato ottenuto sia , come rileva Angelo Panebianco sul Corsera del 31 marzo, per l’equilibrata politica tremontiana, ma anche e, direi, soprattutto e per un connotato identitario che Berlusconi e la Lega hanno impresso alla politica del centro destra.
Quantomeno nelle regioni del nord siamo in presenza di uno stabile asse politico che non solo non viene scalfito dai problemi della congiuntura economica, ma tende a conquistare ulteriore spazio di governo dei territori.
L’UDC ha sempre indicato come la crescita della Lega rappresenti un forte condizionamento per la politica di Berlusconi e del PDL e, tuttavia, questo ragionamento avrebbe una sua logica soprattutto in una visione centralistica della politica fondata sui meccanismo elettorali proporzionali, tanto per intenderci quella della cosidetta prima repubblica, nella quale la Dc aveva sempre aborrito le alleanze condizionanti, cercando sempre, ad esempio, di contenere la forza del PSI, anche quando vi era l’alleanza ed i governi di centrosinistra. Nella prospettiva federale e bipolare tendono a prevalere le ragioni dell’accodo, rispetto a quelle della differenziazione ed anche il modificarsi dei rapporti di forza interni di una alleanza politica sono riassorbibili ove prevalgano un interesse ed un programma comune che fino a prova contraria sussistono nei rapporti tra PDL e Lega.
Anche il bipolarismo ne esce sostanzialmente rafforzato non solo per il peso dei due principali partiti che resta, comunque, forte, ma anche perché sia la Lega che l’Italia dei Valori e la sinistra radicale hanno riconfermato le alleanze che la logica di questo sistema politico impone, ed anche l’UDC ha scelto di allearsi e laddove non lo ha fatto o non è cresciuto ( Puglia) o si è ridotto ad essere totalmente ininfluente ( Lombardia, Veneto, Emilia e Romagna, Toscana ). Come ha giustamente commentato Piero Ostellino sul Corriere della Sera del 1 aprile: “ La fragilità delle illusioni di Casini, e di Rutelli-Tabacci, può far riflettere anche quelle parte dell’establishment industriale e finanziario che credeva, in nome di un centrismo nello stesso tempo moderno e moderato, di avervi individuato uno spazio di cultura politica, alternativo a centrodestra e centrosinistra”. Dopo le reiterate critiche de “La civiltà Cattolica” all’antibipolarismo di Casini, ora si aggiunge l’autorevole Corriere della Sera. Che effetto avranno sulla linea dell’UDC? La risposta è fin troppo facile.
L’alleanza tra PD e IDV nella quale il Partito di Di Pietro, ottenendo oltre il 7 per cento, risulta sempre più condizionante per il Partito di Bersani e presenta una differenza rispetto all’asse PDL Lega e cioè che le anime di questa alleanza risultano difficilmente omologabili in una chiara identità politica: riformista moderata di una parte del PD, cattolico democratica di una parte della ex Margherita e giustizialista quella che è rappresentata da Di Pietro. Quest’ultimo che si ritiene oggi collocato su una posizione tatticamente più moderata ed in teoria coniugabile con il quadro politico, presenta alcuni aspetti che lo rendono sostanzialmente un corpo estraneo rispetto alle altre forze politiche in quanto il profilo del personaggio appare, anche per la recente ricostruzione di alcune sue vicende, non come una vera espressione della politica, ma di altre realtà e, pertanto, la sua linea finisce per alimentare quell’antipolitica che, poi, dà vita ai fenomeni di protesta (Grillismo). Inoltre c’è da rilevare che Di Pietro non sarà mai disponibile ad una vera riforma della giustizia, comune interesse di tutte le forze politiche, che veda riequilibrare correttamente i rapporti tra i poteri dello Stato ed in tale antiriformismo può fare da sponda alle posizioni più intransigenti all’interno del PD sull’intangibilità della Costituzione.
Berlusconi esce rafforzato da queste elezioni che gli offrono una ulteriore chance per quello spazio decisionale per far approvare le riforme. Sono ormai lontani i momenti nei quali si pensava alla spallata, complici stampa, conduttori televisivi e settori della Magistratura, con qualche sponda all’interno del PDL. E’ pressocchè unanime la valutazione che l’andamento della campagna elettorale è stato radicalmente mutato dalla manifestazione di piazza San Giovanni che ha ristabilito il rapporto tra il centro destra ed il suo elettorato messo in crisi anche dalla pasticciata vicenda della liste di Roma. Il rafforzamento del premier, probabilmente, renderà più cauta la linea di differenziazione di Fini, anche se, nella discussione sulle riforme, grande sarà la tentazione di differenziarsi. I punti di “frizione” potranno essere quelli della riforma della giustizia o dei cambiamenti verso il presidenzialismo , considerando che Fini, un tempo presidenzialista, si è espresso su di una linea di “patriottismo costituzionale” che, a sinistra, viene inteso come conservatorismo costituzionale.
La proposta politica dell’UDC appare sempre più nelle sabbie mobili. Il rafforzamento di Berlusconi, la crescita della Lega, le difficoltà del PD, stanno sempre più restringendo l’orizzonte politico di Casini le cui polemiche lo rendono sempre più distante dall’elettorato moderato del PDL come dimostra la mancata crescita dell’UDC nella circoscrizione di Roma dove era assente il PDL e rendono sempre più precaria la prospettiva di una modifica del sistema elettorale bipolare per la quale oltre a qualche forza politica minore, ininfluente, poteva contare su una parte del PD ( D’Alema ) che tuttavia oggi è debole e condizionata. Un ulteriore condizionamento alla linea politica di D’Alema è venuta dal risultato della Puglia dove, complice Casini il Presidente uscente pur non raggiungendo il 50 per cento è stato rieletto ed oggi è corteggiato da tutti i critici del nuovo segretario. Se c’era una regione nella quale l’UDC avrebbe dovuto fare un accordo con Berlusconi era la Puglia, ma Casini non si è reso conto che andando da solo ha fatto il peggior servizio a Bersani che ora deve affrontare la “rivolta” dei 49 senatori ed il riemergere di Veltroni.
Nel Lazio la candidatura della Bonino non solo ha rappresentato un altro passo falso della nuova segreteria, ma la sua sconfitta sarà foriera di polemiche che già vede la candidata radicale attaccare la parte cattolica del PD che non poteva certo entusiasmarsi sulla sua proposta politica. “ Non avevo di fronte la Polverini – ha detto Emma Bonino – ma un’alleanza tra Berlusconi e Bagnasco”. Non è certo politicamente utile per il PD sottolineare il rapporto tra le posizioni cattoliche ed il centrodestra che ha avuto un ruolo importante sull’esito elettorale di alcune regioni .Anche su questo aspetto Casini dovrebbe riflettere e l’appoggio alla Polverini non cancella la “macchia” del vano sostegno alla Bresso.
E’ vero che l’elemento più caratterizzante di queste elezioni è stato l’alto indice di astensione dal voto che ha colpito, nell’ordine, il PDL, il PD ed, in misura assai minore la Lega. Questa evidente constatazione deve essere letto come il segnale più significativo da parte delle forze politiche e , soprattutto chi ha la responsabilità del governo del Paese deve esaminarne le cause.
L’astensionismo rappresenta un indebolimento della democrazia perché finisce per favorirne l’involuzione oligarchica. E’ sintomatico che per l’astensionismo si è espressa la fondazione guidata da un ex presidente di CONFINDUSTRIA.
L’astensionismo si contrasta oltre che con una politica di contenuti che affronti e risolva i problemi e le attese della gente, offrendo anche uno spazio maggiore alle scelte popolari , non solo di coloro che vengono eletti nelle istituzioni, ma anche nella designazione di chi deve governare.
In sostanza, intorno alla scelta popolare si devono costruire le riforme. Il cittadino ha la sensazione che chi governa è altri rispetto a coloro che siedono nelle istituzioni rappresentative. Non è la politica che decide sulla condizioni di sviluppo economico poiché è il sistema bancario, in totale autonomia, che apre o chiude i rubinetti alle imprese, preferisce investire in derivati, rifiutando anche gli interventi del governo per favorire il credito alle imprese; è il sistema giudiziario che decide se si fa o no un processo prima che intervenga la prescrizione; sono sempre più le istituzioni europee che impongono regole e normative che influenzano la vita sociale ed economica.
C’era una famosa frase di De Gasperi che il gruppo presidenzialista di “Europa ‘70” ,che produsse idee nella DC degli anni ’70, mise nella testata delle sue pubblicazioni: “ portate tutto il popolo al governo di sé stesso”. Il compito delle riforme per invertire la spinta verso l’astensionismo è appunto quello di riportare la politica agli interessi popolari, riaffidando anche le scelte fondamentali alla legittimazione del voto.
Ci sono tutte le condizioni per aprire la fase delle riforme.
17/03/2010 [stampa]
Il paese del grande fratello.
Sarà certamente un buon consiglio l’invito del Foglio del 16 marzo che , raccogliendo l’ammonimento di Bossi, chiede di “fare un po’ di attenzione quando si parla per telefono”, ma, ormai, la questione delle intercettazioni ha assunto una consistenza ed un gravità enorme, da situazione di emergenza, che esula dai “buoni consigli”.
Il cittadino normale è ormai convinto che ogni sua conversazione telefonica può essere oggetto di ascolto e registrazione, magari per quel fenomeno, apparso evidente nell’inchiesta di Trani, delle registrazioni “ a grappolo”o a “strascico”.
La memoria non può non andare a quella sensazione di insicurezza, per l’ascolto e lo spionaggio che ha caratterizzato i regimi dittatoriali, nazisti e comunisti, raccontatici da tanta letteratura e filmografia, con la consapevolezza che i moderni sistemi informatici ed elettronici moltiplicano all’infinito le possibilità di interferire sulle conversazioni private.
Qualche voce ben pensante invoca la tutela della privacy, ma il controllo della vita privata è attuato già attraverso una quantità di meccanismi operativi della società moderna che sono anche connaturati ad una serie di servizi che comunque scegliamo e richiediamo noi stessi.
Il controllo sulle conversazioni private, sia ben chiaro, ha oltrepassato i confini che una democrazia deve porre per la tutela della libertà personale. Stiamo diventando il Paese del Grande Fratello, ma la sinistra dei diritti individuali, i radicali delle grandi battaglie per la modernità non lo sanno.
10/03/2010 [stampa]
Diritto di voto.
Ciò che non sorprende nella vicenda della lista elettorale del PDL nel Lazio è la supponenza dei partiti della sinistra che, mentre si proclamano difensori della legalità e delle istituzioni, ritengono non modificabili decisioni che, sulla base di un mero formalismo giuridico, producono il risultato di rendere non rappresentative e passibili di ricorsi le elezioni nella Regione dove ha sede la Capitale d’Italia.
Qualcuno è arrivato a sostenere, con perfida ipocrisia, che con riferimento agli errori procedurali del PDL “nessuno ha chiesto scusa ai cittadini, all’opinione pubblica, a noi” . Chi l’ha scritto fu , a suo tempo, il promotore della candidatura di quel Marrazzo che, fino a vicenda trans ormai scoperta continuava a definirsi, con la nota iattanza, “parte lesa”e del cui comportamento e del danno provocato all’istituzione regionale, nessuno ha ritenuto di scusarsi; anzi, nonostante le doverose dimissioni, egli è ancora componente retribuito del Consiglio Regionale del Lazio.
Tuttavia l’elemento più allarmante di questa vicenda non è la polemica tra le forze politiche, già di per sé indicativa di un clima strumentale che non riesce a individuare un interesse generale al quale uniformarsi, ma la condizione reale delle nostre istituzioni.
Ancora una volta si sono rese evidenti le inadeguatezze delle normative relative alla presentazione delle liste elettorali e se è pur vero che fino a quando esse saranno in vigore debbano essere rispettate, tuttavia il loro rispetto, come anche la possibilità di recupero degli errori commessi, sono in funzione di un fine superiore, cioè lo svolgimento di elezioni realmente rappresentative dell’orientamento elettorale per dare legittimazione, significato e stabilità agli organi rappresentativi.
Uno degli elementi concreti dell’ethos della democrazia è dato dall’eguale opportunità, da riconoscersi a tutti, di giungere al potere e qualora ciò non si determina per formalismi e cavilli procedurali è evidente che non può lasciare indifferente le istituzioni e gli uomini più responsabili.
Ed è questa valutazione che ha spinto il Presidente della Repubblica a controfirmare un provvedimento, il decreto , che pur occupandosi della interpretazione di alcune norme in materia elettorale della legge 108 del 1968, rimaste nelle prerogative costituzionali statali anche dopo la riforma del 2005 - tanto è vero che la norma statale a cui fa riferimento è vigente – presenta problemi di definizione di competenze non del tutto chiari. Questa poca chiarezza nel confine tra le due competenze concorrenti è un ulteriore prova dei danni della riforma del titolo V della Costituzione che il centro sinistra approvò a stretta maggioranza nel novembre 2005 e del conseguente marasma istituzionale nel quale, anche a seguito di ciò, si trova il Paese.
A questo proposito non si può non rilevare un elemento assai grave e cioè che ancora una volta, come è stato osservato, i magistrati “spingono il loro diritto a interpretare le leggi fino al limite di capovolgerle e non osservarle”, decidendo autonomamente senza neppure sollevare il quesito di fronte alla Consulta.
Siamo in presenza di una vera e propria “dissidenza giudiziaria” nella condizione, che nessuno a sinistra rileva, di una prevalenza sulle istituzioni elettive. Il non cale nel quale si è posto il PD nei riguardi del Presidente della Repubblica mostra anche come nei postcomunisti e nei post DC di radici dossettiane prevalga la battaglia ideologica antiberlusconiana rispetto alla comprensione di quella salvaguardia di un bene terzo, cioè del diritto al voto, che, invece, ha spinto Napolitano ad un comportamento di grande responsabilità, che ha trovato l’apprezzamento di fasce di cittadini non pregiudizialmente schierati.
In quanto alla decisione di porre in atto una “mobilitazione permanente anche in sede parlamentare” minacciando il governo di non far approvare più nulla come anche la stessa manifestazione di sabato 13 esse appaiono del tutto fuori misura e possono innescare una possibile, abile manovra mediatica di Berlusconi che, volgendo a suo favore l’”onda d’urto” di questa contestazione, oggettivamente estremista, della sinistra e dell’IDV, potrebbe ribaltarne l’effetto a favore del centro destra. I sondaggisti stanno già studiando i sintomi di questa possibile eterogenesi dei fini.
Nel PD le divisioni, gli imbarazzi e gli sbandamenti non sono coperti da questa campagna di guerra. Siamo lontani mille miglia anche da quella attenzione istituzionale che vide Togliatti realizzare il compromesso costituzionale del 1948 sul Concordato o Berlinguer proporre il compromesso storico nel 1973. Il PD sta assorbendo il virus dipietrista e giustizialista, lo stesso d’Alema appare ormai un “contaminato”. In questa condizione non sarà mai possibile approvare con larghe maggioranze, come qualcuno continua a proporre ( UDC ), quelle riforme costituzionali che, al punto nel quale siamo arrivati, sono indispensabili all’Italia.
23/02/2010 [stampa]
Italia, Italia!!.
Per spiegare le reazioni alla canzone “Italia amore mio” presentata a San Remo non è necessario riferirsi a presunte violazioni di regolamento o a inattesi interventi come quello di Lippi, personaggio quanto mai vantato per la clamorosa e non lontana vittoria della Nazionale.
Per spiegare i fischi, il parziale dissenso della platea e, alla fine, la scomposta reazione degli orchestrali; è sufficiente rilevare che il sentimento patrio espresso dalla canzone lì non era gradito e che il dissenso si è diffuso dalla iniziale presentazione alla conclusione per un effetto domino dai fischi al lancio degli spartiti.
E’ apparso evidente che le suddette proteste erano preordinate come un atto dovuto per chi doveva manifestamente esprimersi.
In realtà come mai la canzone ha ottenuto niente meno che un ripescaggio ed un onorevole secondo posto in finale?
Il fatto si spiega perché il televoto, che ha il valore di un voto segreto, ha espresso il più comune sentire degli italiani, maggioritari in tutti i sensi e in tutti i modi con questa votazione.
Quando, oltre a spegnere le luci, “San Remo” avrà assorbito anche le critiche, probabilmente questo episodio modesto per molti versi, ma altamente significativo per altri, dovrebbe essere un monito per i reggitori della Cosa Pubblica, dalle più alte cariche ai maggiori rappresentanti dei partiti e a tutti quanti ritengono che possano essere annullati sentimenti e valori primari soffocati in un mal concepito mondialismo.
15/02/2010 [stampa]
Bertolaso, le emergenze e le riforme.
Cantavano i poeti l’”Italia delle cento città”. Per la verità da allora il nostro Paese è diventano l’Italia dalle mille leggi, dalle mille competenze, dalle mille procedure, dalle mille burocrazie, dalle mille baronie, dalle mille corporazioni, dai mille parassitismi.
Il genio italiano si muove con abilità in questa selva di norme, codici, rappresentanze, organismi e quant’altro. Tuttavia, il risultato è una varietà di esiti: la ricostruzione dopo il terremoto del Friuli e il dopo terremoto di Avellino, L’Aquila e il Belice, i rifiuti di Napoli prima e dopo, le autostrade degli anni ’60 e le grandi incompiute, la centrale di Montalto , il G8 a L’Aquila, la Torino – Lione. In queste vicende il risultato virtuoso appare più nella singola determinazione di chi ha espresso, con coraggio, la sua capacità decisionale, piuttosto che nel rispetto dell’ortodossia delle procedure, cioè quel comportamento che qualcuno ha definito, con efficacia, “passare con il rosso”.
Un elemento certo è rappresentato dalla incongruità degli strumenti normativi a disposizione dei decisori politici per quanto attiene alle emergenze o agli eventi di carattere straordinario.
L’irrompere di Berlusconi sulla scena politica, cioè di un imprenditore e della sua logica decisionista, ha posto una vera questione istituzionale: la necessità di cambiare leggi e metodologie per rendere il Paese adeguato al competitivo scenario internazionale e per avere più efficienza nel governare l’Italia. Non può bastare solo l’azione di un singolo, anche se operoso.
Tuttavia Berlusconi si è scontrato con una realtà che è il risultato di una lunghissima e profonda fase di consociativismo tra pubblico e privato, tra maggioranze e opposizioni, tra impresa e sindacato il cui prodotto è sotto l’occhio di tutti.
Il vero avversario di chi governa oggi è l’assetto del Paese creato da questo consociativismo che respinge il cambiamento, poiché - ed è questo il teorema conservatore -: “le riforme devono essere realizzate a larga maggioranza” ed in questa larga maggioranza è compreso il consenso di chi opera laddove questo cambiamento dovrebbe intervenire.
Bertolaso potrebbe forse aver commesso qualche leggerezza o, a livello amministrativo, si potrebbero essere verificati degli abusi, ma non c’è dubbio che questa vicenda si connette con il quadro che abbiamo descritto, anche perché, spesso, paradossalmente, è la complessità delle norme che favorisce, di fatto, l’impropria trattativa tra imprenditori e amministratori.
A responsabilità più elevate, peraltro, dovrebbero corrispondere controlli più efficaci. L’amministratore al quale si può affidare , con norme più semplici e operative,una maggiore capacità decisionale, se ne abusa, dovrebbe andare incontro ad ancor più rigorose norme penali. E’ da ampliare la capacità di autocontrollo della pubblica amministrazione e non lasciare il tutto alla Magistratura.
Comunque anche in questa vicenda le modalità con le quali si è presentato l’intervento della Magistratura presentano alcune problematiche: dalla fuga di notizie sulle intercettazioni all’uso politico delle indagini che ne è scaturito. Sarebbe riduttivo e, soprattutto, sbagliato, parlare di complotti, anche se la tempistica desta qualche sospetto: perché coinvolgere alla vigilia della campagna elettorale un personaggio per il quale si parlava di una prossima nomina a Ministro? Non si poteva attendere un momento diverso ed evitare la strumentalizzazione che ne è derivata?
La verità è che nel quadro istituzionale, politico e normativo del Paese, l’attività della Magistratura diviene, di fatto, la difesa armata della conservazione del sistema dove il corollario dell’obbligatorietà dell’azione penale, consente di agire secondo filoni di indagine sostanzialmente discrezionali. Ma è la politica che deve fare la sua parte.
Questa vicenda mette sul tappeto della politica, di fronte a governo e opposizione, la questione delle riforme. E sarà una selva da sfrondare, con il coraggio di demolire ciò che in decine d’anni è stato costruito dai consociativismi di ogni genere.
C’è sufficiente consapevolezza che tutto ciò deve essere fatto per l’ Italia ?
15/02/2010 [stampa]
Il servizio pubblico sono io.
Giovanni Floris ritiene di essere lui il servizio pubblico. Punto. E lui viene “invaso non dal pubblico, ma dai partiti”. Gli sfugge un piccolo particolare: in democrazia il pubblico non solo coloro che hanno un contratto con un ente pubblico, ma è ciò che viene regolamentato dal Parlamento.
E’ una vecchia polemica quella tra istituzioni ai partiti. Ma rispetto alla contrapposizione tra potere reale e potere legale che aveva comunque una sua dignità, oggi siamo arrivati alla difesa dei corporativismi professionali, rispetto alle decisioni del Parlamento, in questo caso la delibera della Commissione di Vigilanza RAI.
Non è più la difesa del bene comune, degli interessi dei cittadini rispetto a poco attente istituzioni, ma è il conduttore televisivo – un dipendente a contratto, ben retribuito da un ente pubblico - a ergersi a difesa del suo interesse, travestito sotto la specie della piena libertà di condurre trasmissioni che, spesso, vengono censurate dalle autorità di garanzia, per il loro carattere di parte.
Ci si sente, così, un po’ proprietari del servizio pubblico, si decide chi deve partecipare, i tempi di intervento , le impostazioni dei servizi, per trasmissioni confezionate a misura. Anche in campagna elettorale.
Di ciò che pensano i cittadini nulla interessa, si attendono le solidarietà corporative e l’ennesimo “manifesto” sulla libertà di espressione minacciata.
Nulla di nuovo. Ma non è un po’ troppo?
28/01/2010 [stampa]
Sinistra o libertà.
Non è vero che a sinistra sia “vietato vietare”. La verità è l’opposto: c’è il divieto assoluto per la trasgressione, anche minima. Bisogna seguire le regole, tutte: anche quelle più severe.
A sinistra non è possibile ciò che è successo a chi scrive: lui che , grazie a Dio, non è stato neanche un momento di sinistra, ha letto centinaia di romanzieri, filosofi, poeti, saggisti, politici di sinistra senza che gli amici di destra avanzassero obiezioni.
A sinistra questo non è lecito. Mai è stato lecito, possibile. Non soltanto ai tempi di Lenin, di Stalin e di Zdanov. Non soltanto quando Mao e Castro riempivano le carceri ed i gulag (se non si ricorreva alla soluzione più spiccia: il plotone di esecuzione) per un semplice dubbio sulla conduzione della cosa pubblica. Non soltanto ai tempi del culto della personalità di Togliatti. Anche oggi. Tempo fa uscì un libro che criticava la politica di Berlinguer ed il cui autore era stato, fino all’estinzione, dello stesso partito del defunto leader. A sinistra silenzio pesante, di piombo.
Anzi, oggi la situazione peggiorata. Se uno si azzarda, da sinistra, a dire che in fondo qualcosa di buono o, per lo meno, di non completamente negativo Berlusconi ed i suoi l’hanno fatto, Dio ci scampi, non tardano ad arrivare i fulmini della scomunica.
Un incidente del genere è capitato pure a Roberto Saviano: non un esponente, ma un divo della sinistra.
Che ha fatto di tanto grave questo giornalista, sempre coccolato dall’intellettualismo progressistico? Ha commesso una colpa imperdonabile: ha letto Junger, Pound, Schmitt, Cèline. Non solo, ma anche adesso non disdegna – ha confessato – di riaprire i libri di Julius Evola. Orrore!
Ma come è possibile sbagliare in modo tanto esecrabile? Si sono chiesti a sinistra. Ma non sono riusciti a darsi la risposta giusta: capita, talvolta, anche a sinistra che qualcuno senta, sia pure per poche ore, il bisogno irrefrenabile di essere libero.
Fausto Belfiori
12/01/2010 [stampa]
2010: Anno decisivo.
Il 2009 ha visto il governo impegnato a risolvere le drammatiche conseguenze del terremoto in terra d’Abruzzo, in un contesto difficile dal punto di vista dello sviluppo economico, pesantemente condizionato dalla crisi finanziaria sistemica scoppiata nel 2008 a livello internazionale.
Questa situazione che in altri Paesi avrebbe determinato una unità di intenti tra le forze politiche ed il prevalere dell’interesse generale sulle rivalità partitiche, ha visto l’irrompere sulla scena mediatica, per diversi mesi, di un insidioso attacco alla figura del premier ponendo a rischio la sua credibilità anche a livello internazionale, peraltro difesa brillantemente dall’idea di svolgere il G8 a L’Aquila.
Né si può nascondere che ad incidere sul quadro istituzionale, più che le tematiche e i contrasti tra le forze politiche, sia stato il non risolto problema dei rapporti tra politica e magistratura, rispetto al quale vi sono orientamenti diversi non solo tra i due schieramenti di maggioranze e opposizione, ma anche al loro interno.
Mentre l’anno si è chiuso con la sostanziale tenuta del governo, il 2010 si presenta come un anno decisivo per la stessa politica governativa , ma anche e soprattutto, per un’Italia che intenda avere quelle condizioni di stabilità e di forza che le consentano di mantenere un ruolo di rango nella scena internazionale.
La questione assolutamente prioritaria è quella delle riforme istituzionali. La debolezza del quadro politico, pesantemente condizionato e che si esprime nei conflitti istituzionali e nelle divisioni interne, richiede la capacità di individuare l’elemento di fondo delle modifiche costituzionali oggi necessarie. Non è questione della riduzione del numero di parlamentari, né di una eliminazione del bicameralismo perfetto – ambedue necessarie, ma non determinanti – o di intervenire per un più corretto rapporto tra magistratura e politica. Occorre un confronto vero sulla “grande riforma”, cioè sulla necessità di correggere la stortura di un sistema a base parlamentare, ma che ha perso la sua forza di orientamento , rappresentata dai partiti, mentre il quadro complessivo delle istituzioni non parlamentari (comuni, province, regioni ) risponde ad una visione di tipo presidenziale. La debolezza del governo centrale, non è una questione e non può essere curata con “maggiori poteri”, essa richiede una più adeguata legittimazione democratica. In sostanza non è oggi sufficiente ripartire, per la discussione sulle riforme istituzionali, dalla cosiddetta “ bozza Violante”, ma dai lavori dell’ultima bicamerale , nella quale si approfondì l’argomento del semipresidenzialismo e la elezione popolare diretta del Capo dello Stato o del Presidente del Consiglio.
Ad ostacolare l’impegno di Berlusconi per le riforme, che in linea di massima sarebbe meglio approvare a larga maggioranza, c’è una sinistra pesantemente in crisi resa evidente dalle difficoltà sulle candidature nelle regioni, dove, cioè, essa aveva la sua forza politica ed elettorale più rilevante. Bersani, mentre sta tentando di sostituire alla fallimentare politica di Veltroni una linea di più ampie alleanze, viene logorato sia dalla erosiva azione del giustizialismo interno ed esterno, sia dalle procedure leaderistiche come le primarie che impediscono di fare accordi che richiederebbero meccanismi di scelta di candidature più politici.
Sulla capacità di condurre in porto le riforme si gioca la credibilità dell’attuale maggioranza. Sulla necessità di rafforzare la legittimità del sistema politico e di governo, si gioca la stabilità della democrazia italiana.
Appare motivata l’esigenza che il dover affrontare e risolvere compiutamente la questione delle riforme costituzionali possa prescindere dal conseguimento di un’ampia maggioranza.
D’Alema e Bersani sono ad una svolta. Debbono sottrarsi al pesante condizionamento di chi non vuole le riforme perché ancorato ad un “patriottismo costituzionale”, che, in effetti, è un conservatorismo costituzionale. Solo tagliando nettamente con il giustizialismo, che ha la sua origine nell’idea che le istituzioni politiche siano subordinate all’azione “illuminata” delle diverse magistrature, il PD potrà riassumere una politica libera di operare scelte sociali ed istituzionali coerenti ad una vocazione riformista.
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17/12/2009 [stampa]
"Eliminare Berlusconi".
Sono state scritte e dette molte parole sull’atto di violenza di cui è stato vittima Silvio Berlusconi domenica a Milano.
E’ vero che il clima di odio seminato dai cascami della cultura di sinistra ha creato quella condizione che ha spinto un soggetto psicolabile a compiere il gesto criminale.
Questa, tuttavia, è una valutazione del tutto superficiale ed oltretutto banale nella sua veridicità.
Se si volesse andare un po’ oltre e tentare di dare un significato emblematico al gesto di Tartaglia, esso rivelerebbe una verità più forte e cioè che non esiste una alternativa politica a Berlusconi ed il suo accantonamento può e viene tentato solo con la sua eliminazione.
E’ quasi razionale e logico che dopo i tentativi di eliminazione con l’uso politico della via giudiziaria penale e civile, o per via giornalistico scandalistico, si sia verificato il gesto per la sua eliminazione fisica. Ed è ancora più emblematico che ciò sia avvenuto a Milano, dove il premier ha le sue radici personali, familiari ed imprenditoriali e che lo si sia voluto colpire al viso. C’è un inquietante parallelo ed una straordinaria somiglianza tra l’immagine di domenica del viso ferito di Berlusconi con quella apparsa nei manifesti del No B Day qualche giorno prima.
Le eccezionali capacità di ripresa e di tenuta psicologica del premier sono di fronte alla loro prova più difficile e, tuttavia, pensiamo che Berlusconi potrebbe reagire come in quel lontano giorno – ci raccontò don Gianni Baget – nel quale gli venne diagnostico un tumore, notizia che non gli impedì, nel pomeriggio della stessa giornata, “ di pronunciare il più bel discorso della sua vita”.
11/12/2009 [stampa]
Problemi di linguaggio.
Fra le gravi responsabilità che vanno addebitate alla scuola contemporanea, assume un rilievo emblematico la trascuratezza riservata all’apprendimento e alla conoscenza della lingua nazionale.
Questa situazione, rivelatrice di una preoccupante carenza di sensibilità culturale e didattica in no pochi responsabili dell’istruzione giovanile, è oggetto di reiterate denunce provenienti dalle facoltà umanistiche i cui iscritti non di rado dimostrano di possedere cognizioni sintattiche e grammaticali che, data la loro pressoché totale inconsistenza, in tempi di maggiore serietà culturale sarebbero parse disdicevoli per studenti delle scuole primarie.
Le dimensioni di un problema tanto drammatico quanto colpevolmente sottovalutato, non sono circoscrivibili all’ambito pur rilevante e significativo delle competenze linguistiche dei giovani: esse, in ragione della pregnanza che l’uso della lingua riveste nella vita culturale e civile di una società, non possono non coinvolgere direttamente l’avvenire e il destino di un popolo.
A fronte delle miserande prospettive culturali e civiche di una scuola dominata da una banalizzante semplificazione delle conoscenze e da un accentuato affievolirsi delle attitudini critiche e riflessive dei suoi “destinatari”, il ricorso sempre più preponderante alle tecnologie avanzate e alle loro specifiche modalità di conoscenza genera negli adolescenti conseguenze piuttosto negative, rilevabili in un tendenziale appiattimento nella percezione e nella comprensione del reale.
Nel progressivo ridimensionamento del sapere ad una fredda e impersonale funzionalità di tipo telematico, la cultura perde la sua capacità d costituire un valido supporto al dispiegarsi di una ricca e completa interiorità personale; di tale perniciosa tendenza la scuola odierna si fa apertamente e deliberatamente complice, assecondando le distorte propensioni di una società dimentica dei valori che trascendono la sfera dei suoi mediocri e quotidiani interessi.
Ciononostante, la crisi che travolge i più disparati ambiti della vita associata ( e che si riflette singolarmente in un suo centro decisivo quale è la scuola) è acuita dal generale disincanto che connota il mondo in cui viviamo.
24/11/2009 [stampa]
Il senso della misura.
Il ministro Brunetta merita stima e considerazione. Chi non è fazioso, anche se non milita nello stesso schieramento, apprezza il suo impegno. Nel caso del responsabile di un dicastero importante e delicato come quello della funzione pubblica, infatti, non è lecito parlare semplicisticamente di attivismo: ci si trova dinanzi a qualcosa di molto più serio e costruttivo.
La sua è operosità; è volontà di seguire una linea d’azione in grado di realizzare ciò che finora a nessuno è riuscito: dare vita ad una struttura agile e produttiva indispensabile ad uno Stato del nostro tempo.
Il linguaggio è in carattere con il suo modo di fare: non conosce perifrasi ed evita di girare intorno all’argomento. Se c’è un problema va affrontato, va spiegato, va illustrato in tutti i suoi aspetti. Non nascondere le difficoltà, non eludere le questioni spinose.
Di questo coraggio, di questa lealtà, di questa consapevolezza gli va dato atto.
Ma, accanto ai requisiti positivi, non vanno nascosti neppure quegli aspetti del suo carattere che suscitano meno simpatia anche fra coloro - e, ripeto, sono molti - che al ministro non lesinano le lodi. Per esempio, lo “sfogo” di domenica contro Tremonti non ha goduto di favorevoli reazioni. Ed i motivi che hanno spinto al dissenso non sono pochi né lievi.
Il primo a colpire negativamente è il luogo scelto per esprimere il malcontento: un quotidiano che assicura visibilità e che ha accolto volentieri le dichiarazioni del ministro anche perché giunte a sostegno della polemica antigovernativa quotidianamente condotta da non pochi dei suoi redattori e collaboratori.
Una polemica senza sosta pur se sempre rispettosa di quella formale obiettività che è una caratteristica del prestigioso giornale. Ma ormai perfino il lettore più ingenuo sa che un dato può essere suscettibile delle interpretazioni più diverse: basta affidare il compito ad un abile “esperto”. Così pure l’esternazione di un politico può agevolmente essere posizionata in maniera da risolversi in un valido appoggio alle proprie tesi. E questo senza ricorrere ad aggiunte e censure.
Brunetta sapeva benissimo che quanto da lui detto si inseriva inevitabilmente nell’attacco al governo che si sta facendo sempre più scalmanato e irragionevole con l’approssimarsi delle elezioni regionali il cui valore politico a nessuno sfugge. Ma questa considerazione non lo ha spinto a quel minimo di cautela che una situazione come questa impone di seguire per lo meno ad un membro dello stesso governo sotto attacco.
Senza entrare nel merito delle critiche mosse al collega, dunque, non si può non rimanere stupiti dinanzi ad un episodio di intemperanza e di scarso senso di opportunità che, purtroppo, ha visto come protagonista un uomo distintosi per l’alta professionalità e per la scrupolosa osservanza dei compiti e dei doveri propri di un servitore dello Stato.
23/11/2009 [stampa]
Improvvide esibizioni.
No, non si facciano spallucce dinanzi a certi comportamenti e non si dia retta a chi vuole convincere che certe espressioni , un tempo accuratamente evitate, oggi fanno parte del linguaggio comune e, quindi, non scandalizzano. Perché non è un argomento valido e non può essere accettato.
Non è concepibile, infatti, andare a fare una lezione di educazione civica ad una scolaresca e nel discorso usare espressioni che si possono benissimo evitare pur dicendo esattamente quel che si vuole dire.
E che sia una personalità cui è affidata un’alta carica dello Stato a parlare in un modo a dir poco disinvolto, stupisce ancora di più, anzi, per essere sinceri fino in fondo, sconcerta e addolora.
Noi vogliamo continuare a credere che ci sia un linguaggio civile da usare soprattutto quando l’interlocutore è un bambino. Non importa che questo modo di pensare sia deriso da giornalisti e demagoghi di varie risme.
Non interessa che anche nei salotti – ammesso che ci siano ancora salotti degni di essere frequentati- ci si abbandoni ad espressioni volgari. Vogliamo continuare a pensare, a credere che un uomo politico di retto sentire, uno statista non possa, come è avvenuto, parlando con un ragazzino, pronunciare un epiteto che provoca imbarazzo ed amarezza.
Se si vuole “fare colpo” sui cittadini – e ormai sembra che non se ne possa più fare a meno – si eviti assolutamente il turpiloquio.
20/11/2009 [stampa]
Fuoco ostile,fuoco amico e la legittimità della politica.
Assistiamo da alcune settimane e, forse, anche di più, ad un fenomeno non nuovo, ma che sta raggiungendo un livello mai precedentemente toccato. I giornali e i loro direttori, stabiliscono i temi del confronto e del conflitto politico, con ciò non solo consegnandoli allo schematismo di amico - nemico, ma togliendo alla politica la linfa della sua elaborazione, anche rispetto alle culture di riferimento.
Il lettore si trova in una sorta di lungo ring, come rinchiuso in una sala di boxe per assistere ad un incontro, nel quale non mancano colpi bassi ed ogni sorta di inganno, dalla quale esce frastornato. Fuor di metafora: il cittadino esce dall’ interesse per la politica per salire sulla tradotta del qualunquismo.
C’è, tuttavia, una differenza, in ciò che leggiamo, tra i giornali di centrodestra e quelli di centro sinistra.
Repubblica ha ben chiaro l’obbiettivo e, fatte tacere le batterie un tempo dirette su D’Alema o verso coloro che non intendono praticare nella politica solo giustizialismo e moralismo, si sta ora impegnando in un bombardamento strategico contro un solo nemico: Berlusconi.
Il Giornale e Libero invece si distinguono per l’apertura di un doppio fronte: quello esterno, cioè il centro sinistra ed il mobile Casini, e quello interno denunciando complotti, assi istituzionali, manovre interne al PDL con sponde a volte anti Tremonti o anti Bossi.
Il risultato di questi eventi “bellici” potrebbe anche definirsi di parità strategica, nel senso che i danni inferni al “nemico” si equilibrano con i danni subiti, con una differenza e cioè che il “fuoco amico” che tante vittime procurò, a suo tempo, all’esperienza Prodi, oggi rischia di “ferire” anche Berlusconi.
Volendo assegnare alle dispute interne al PDL un senso - che, comunque, c’è - che non sia quello dei “complotti” e dei “tradiment, in,diciamo che le differenze politiche vanno affrontate sul terreno della politica. Per essere più espliciti: se le tesi di Fini divergono da quelle del congresso di fondazione del PDL, si risponda in termini di cultura politica, se all’economia sociale di mercato di Tremonti ( Tremonti Bonds e Banca del Sud ) si contrappone l’interesse delle Banche e la loro visione dell’economia e dello sviluppo, secondo logiche di una finanza libera, si discuta di questo, senza diversivi inutili e dannosi.
La politica deve rioccupare il suo posto nel linguaggio e nella capacità di elevare il confronto ai temi reali e al loro contesto storico e culturale. La stampa dovrebbe aiutare a ritrovare la strada per ricondurre al primato della politica invece di alimentare gossip, giustizialismo e complottismo.
Il clima è quello che precedette i giorni della crisi della prima repubblica, gli attori e i toni sono sostanzialmente gli stessi: Magistratura, giornali, politici di vecchiO conio e mancanza delle condizioni per avviare le vere riforme.
Dietro la polemica sul possibile ricorso ad elezioni anticipate si delinea la chiave interpretativa di fondo della situazione nella quale versa il sistema politico: affidare al voto popolare la legittimazione della politica e di chi governa.