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14/02/2012 [stampa]
“Complotto” contro il Papa ?
E’ assai difficile districarsi nelle notizie e nei retroscena che stanno emergendo dal Vaticano e che trovano un’ampia risonanza e diffusione nelle testate giornalistiche.

Non manca anche una connotazione laicista che tenta di descrivere la sede papale come luogo di “intrighi” , un “formicaio caotico” ed un “gioco al massacro”, come tratteggia Massimo Franco sul Corriere della Sera dell’ 11 febbraio.

Che ci sia un addensarsi di argomenti che tentano di offuscare l’immagine della Chiesa è già evidente dai tanti fronti aperti negli ultimi anni e, diremmo, in coincidenza con l’insediamento di Benedetto XVI.

Non sono valse le attenzioni di questo straordinario Pontefice nei riguardi delle “piaga” della pedofilia o la volontà di dialogo con gli ebrei a risparmiargli attacchi su questi argomenti, fino a tentare di accusarlo di “tiepidezza”.

Si dirà che molte delle notizie che escono sui giornali provengono dallo stesso ambito ecclesiale, ma è evidente che esista una correlazione tra chi offre la notizia e chi intende pubblicarla.

C’è qualcosa che agisce anche dall’esterno per inquinare l’ambito ecclesiale.

L’editorialista del Corriere getta nel suo “retroscena” una notazione quasi banale, ma che può costituire una chiave di lettura : “Si tratta di comportamenti non inusuali in un papato considerato nella fase finale… ma la considerazione appare riduttiva”.

Forse è questo il punto, ma non nel senso della successione e del nuovo Pontefice.

La questione vera è rappresentata dalla continuità o meno dell’opera svolta da Ratzinger di limitare i danni della nuova teologia e del rapporto tra la Chiesa e il mondo moderno.

Detto in altri termini, Benedetto XVI ha voluto innestare nella tradizione della Chiesa la svolta del Concilio Vaticano secondo, interrompendo un indirizzo stravolgente e rivoluzionario che teologi, mass media e interessi avevano tentato di definire come un “nuovo inizio”.

E sono significative , in questo senso, le parole con le quali , sempre e immancabilmente, il Corriere della Sera del 13 febbraio introduce l’intervista al cardinal Kasper, tratte dal suo ultimo libro: “ Una nuova partenza è possibile solo se , in modo simile a come è accaduto per il movimento che condusse al Vaticano II, concorrono insieme tre cose: un rinnovamento spirituale alimentato dalla fonti, una solida riflessione teologica e una mentalità ecclesiale”.

E’ evidente , quindi, che il tema reale che, simbolicamente, il presunto e discusso documento del Cardinale Dario Castrillon Hoyo sulla morte del Papa, ha denunciato è forse non la morte fisica di Benedetto XVI sulla quale veglia e decide il Signore, ma è la fine del grande inquadramento dottrinario e del ritorno alla verità che Ratzinger ha riconsegnato alla Chiesa cattolica e che troppi interessi vorrebbero annullare.

Vittorio Messori sempre sul Corriere lo ricorda: “ La Chiesa, papa Benedetto ne è certo, ha da fare essa pure una conquista, anzi una riconquista: quella della fede nella storicità dei Vangeli, nel Dio che si è incarnato in una donna, in un Gesù che risorgendo ha mostrato di essere il Cristo”.
13/01/2012 [stampa]
Il corriere prende di mira Bertone.
A pensar male l’intenzione con la quale Massimo Franco attacca pesantemente il Cardinal Bertone sul Corriere della Sera del 12 gennaio ( “Il potere di Bertone e la fronda dei vescovi”) è, in fondo la stessa con la quale aveva scritto il capitolo “Italia, cattolici senza politica” del suo libro “C’era una volta un Vaticano” uscito nell’ottobre del 2010.

Tra le tradizionali motivazioni del contrasto tra la CEI e la Segretaria di Stato o le gelosie di potere che, comunque, ristagnano anche nei sacri palazzi, negli ultimi mesi è tornata ad affacciarsi la questione del “ruolo politico”.

Il Cardinale Bagnasco ha ispirato una iniziativa per ridare una identità ai cattolici, sottolineando, peraltro, i caratteri che il Papa ha sempre richiamato e cioè la necessità di confermare la linea dei valori non negoziabili.

Tuttavia intorno a questa esigenza si sono mosse altre intenzioni che sono pesantemente scese in campo con il peso dello spazio che la nuova compagine governativa ha offerto a esponenti cattolici.

Il giornale della borghesia industriale, a forti tinte laiciste, si è tuffato nell’operazione con l’idea di sostenere la costituzione di un partito che risolva appunto il problema dei “cattolici senza casa” come ha scritto nel suo libro Massimo Franco.

Ma quale casa ?

Quella sostanzialmente improntata al vecchio equivoco della DC, cioè di un partito autonomo dalla linea della Chiesa , soprattutto dalla linea antirelativista di Benedetto XVI, ma pienamente permeabile alle posizioni dei Vescovi progressisti e dal loro seguito associativo.

Questa “casa” dovrebbe accogliere quel voto cattolico che si era rivolto alla PDL e, in parte alla stessa Lega, ma, come era per la DC nella quale i moderati pur in maggioranza erano compressi dalle posizioni della sinistra, avrebbe una conduzione a forte connotazione di apertura alla cultura laica .

Il personaggio ideale per questa operazione è stato individuato dal Corriere nel Ministro Riccardi anche se sullo sfondo alcuni auspicano un ruolo analogo dell’altro Ministro Passera.

Tra i due personaggi ci sono alcune differenze: il Ministro per l’integrazione possiede un connotato più marcatamente culturale , il Ministro per l’Economia presenta più sfaccettature che del resto hanno caratterizzato il suo ruolo imprenditoriale avendo “servito” sia De Benedetti che Berlusconi.

Per tornare all’articolo di Massimo Franco, esso oltre che dilungarsi su alcune malevole considerazioni su aspetti di carattere finanziario , si concentra, soprattutto, sulle critiche nei riguardi delle ultime nomine dei cardinali che rappresenterebbero un rafforzamento delle posizioni degli italiani e della Curia nell’ambito del collegio “senatoriale” del Vaticano.

Al giornale di via solferino sfugge dal cuore, a proposito delle nomine, una notazione e cioè che “E’ difficile dire quanto pesino su giudizi così duri la delusione degli esclusi o i contrasti per il primato in Italia tra CEI e Bertone”.

E’ evidente che un peso maggiore della Segreteria di Stato e della Curia contribuirebbe a ridurre l’influenza dei vescovi che si ispirano a posizioni aperturiste, sostenitrici del post ruinismo e, quindi, di un nuovo centro sinistra.
05/12/2011 [stampa]
Processo Padovese in Turchia , assente la parte civile.
Sono molto interessanti le notizie, ignorate dalla gran parte della stampa italiana, sullo svolgimento del processo contro l’assassino di Monsignor Luigi Padovese, vicario apostolico dell’Anatolia , trucidato a Iskenderun il 3 giugno 2010 dal suo autista.

Le riporta l’Avvenire del 2 dicembre .

Il rinvio del processo a data da destinarsi, il clima nel quale si sta svolgendo, i passaggi formali che contraddistinguono le sedute sono abbastanza emblematici.

“Il timore – ha spiegato il presidente della Conferenza episcopale turca monsignor Ruggero Franceschini, così riporta il quotidiano della CEI - è che l’assassino possa cavarsela con una condanna lieve” e “questo perché a suo tempo si finse pazzo e la difesa ha adottato una strategia per cercare di far ottenere al giovane l’infermità mentale”.

Due fatti colpiscono nel procedimento in atto.

Il primo è la inspiegabile assenza dello Stato italiano, il secondo è rappresentato dalla constatazione che in Turchia né la Chiesa cattolica, né l’ordine dei cappuccini sono riconosciuti come personalità giuridica e, di conseguenza , non possono partecipare al processo che si svolge, quindi, nel solo rapporto tra pubblico ministero e difesa.

La crescita della democrazia negli stati a forte componente islamica dovrebbe dare vita a quei sistemi di garanzia presenti nelle democrazie occidentali. Questo solo è il parametro sul quale valutare gli avvenimenti e le trasformazioni in corso.

Assistiamo invece , spesso, ad una vera e propria involuzione, in quanto sull’onda della presa del potere dei partiti islamici i nuovi elementi costituzionali e legislativi che vengono introdotti dai governi sono ispirati alla sharia.
01/12/2011 [stampa]
Per la chiesa non ci sono deleghe, ne’ rappresentanze in bianco, c’e’ solo la difesa dei “valori non negoziabili” .
Nonostante le agiografiche interpretazioni de Le Figaro del 17 e del 25 novembre che esaltano la presenza dei ministri “cattolici” nel governo Monti come “d’une page qui se tourne”, la posizione del Vaticano sul governo appare più complessa e meno “entusiasta”.

Addirittura il quotidiano francese il 25 novembre aveva titolato “l’Eglise italienne pilote l’après Berlusconi” come se alla regia del Presidente Napolitano si fosse aggiunta in modo determinante quella della Chiesa.

Nei giorni precedenti si era mossa la grancassa laicista per dire con chiarezza che nel governo i ministri devono dar prova di essere “cattolici adulti” ( Adriano Prosperi su Repubblica 19 novembre ) o immediatamente dopo si definiva di “gran significato” la presenza “ che più politica non potrebbe essere” di tanti cattolici democratici nel governo ( Mario Pirani Repubblica 28 novembre ).

Come sintetizza il Foglio del 29 novembre la tesi laicista è: “cattolici adulti” sì, “principi divisivi” no.

Anche perché proprio in quei giorni il Cardinale Angelo Bagnasco aveva ribadito ciò che era stato già espresso con chiarezza a Todi e cioè che la Chiesa giudica l’attività politica sul parametro dei “valori costitutivi dell’umano”, cioè quelli non negoziabili.

Ancora il 23 novembre l’autorevole prof. Francesco D’Agostino sull’Avvenire aveva smontato con estrema chiarezza la ridicola definizione di “cattolici adulti” , concludendo il suo editoriale con parole molto chiare: “Si possono, ovviamente, avere legittime divergenze di opinione su come difendere in concreto i valori non negoziabili, ma non sul fatto che essi vadano difesi. Soprattutto non è accettabile che si continui a propagandare l’idea che l’impegno per la difesa di tali valori segni in Italia, e altrove, uno spartiacque tra cattolici e laici o, peggio ancora tra ‘cattolici adulti ‘ e ‘cattolici bambini’ . Non ci stancheremo mai di ripeterlo, nella speranza che prima o poi queste considerazioni vengano comprese e accolte in tutta la loro importanza: è su di esse , non dimentichiamocelo mai, che si fonda l’unica possibilità di istituire in generale una corretta relazione tra ‘cristianesimo’ e ‘ politica’”.

Concetti molto chiari, che fanno intendere un dato fondamentale: non è la presenza di ministri che può stabilire questa “corretta relazione”, ma “la difesa in concreto dei valori non negoziabili”.

Ed una ulteriore conferma di questo atteggiamento, che non è fondato su una delega di rappresentanza più o meno in bianco, è il senso dall’editoriale di Francesco Riccardi sul quotidiano della CEI del 30 novembre dove di dice con chiarezza che “aspettiamo di vedere il gioco di questo governo che molti italiani vivono come fosse la Nazionale di calcio”, e poi elenca le “omissioni” che si rendono evidenti: dalla “non scelta di almeno un sottosegretario alla Famiglia”, al fatto che “ nel discorso con il quale il premier chiese il voto di fiducia alla Camera il tema della famiglia era stato trascurato, con solo un breve cenno alla necessità di non meglio precisate politiche per ‘favorire la natalità’ “.

Le prese di posizioni non mancano come quella di Francesco Belletti presidente del forum delle associazioni familiari che si dichiaro deluso.

Analoghe critiche non sono venute dal PDL e neppure dall’UDC che si ricordano della famiglia solo nelle campagne elettorali e che, per un eccessivo ossequio verso il nuovo governo non hanno osato criticarlo su questo aspetto importante.

Comunque, oltre ai provvedimenti che potrebbero colpire il risparmio familiare che, si auspica , non passino inosservati, una verifica della posizione del governo sui temi sensibili si avrà prestissimo perché incombe la conclusione dell’iter del disegno di legge sul fine vita.

A questo proposito l’ex sottosegretario alla salute Eugenia Roccella ha dichiarato che “l’atteggiamento del governo non è secondario”, e bisognerà “verificare quale maggioranza sostiene la legge e quale atteggiamento avrà il governo”. Per il sottosegretario è una questione fondamentale perché l’esecutivo “prima di tutto deve essere presente durante la discussione , e poi non può non dare un parere, perché se sceglie di non dare pareri fa un assist all’opposizione” alla legge . “ Un governo anche tecnico – ha infine rilevato la Roccella – ha un sistema di valori e non può non avere una visione antropologica”.

Nella delicata fase che hanno di fronte il governo e il Parlamento su quest’ultimo disegno di legge è piombata la notizia del suicidio assistito di Lucio Magri sulla quale, a parte la emozione che ha prodotto, sono destinate a riaprirsi le nette distinzioni tra la “indisponibilità della vita” e il “nichilismo attivo” laicista e della sinistra.

"L'ansia di aiutare a morire sembra la declinazione post moderna della carità: appare compassionevole, e pietosa, - ha scritto Avvenire - noi, però, continuiamo a credere che carità è aiutare a vivere".

A conferma che il fine vita non consente margini di negoziazione o di nascondimento, neppure ad un “autorevole” governo tecnico, né tantomeno ai “cattolici adulti” del governo.
24/11/2011 [stampa]
Benedetto XVI in Africa: no alla sottomissione incondizionata alle leggi del mercato.
Come è spesso avvenuto nei discorsi che pronunzia Benedetto XVI nelle sue visite all’estero, le sue parole delineano gli elementi essenziali della sua missione apostolica.

Di fronte allo sfacelo che incombe sulle popolazioni africane, appena messo piede all’aeroporto internazionale “ Cardinale Bernardin Gantin” nel Benin, Papa Ratzinger non può fare a meno di affermare, con il suo consueto coraggio: “la modernità non deve farci paura, ma essa non può costruirsi sull’oblio del passato. Deve essere accompagnata con prudenza per il bene di tutti evitando gli scogli che esistono sul continente africano e altrove, per esempio la sottomissione incondizionata alle leggi del mercato o della finanza, … “.

La difesa della tradizione insieme alla denuncia dei rischi per la sottomissione incondizionata alle leggi del mercato ed al potere della finanza è un appello che Benedetto XVI rivolge al mondo perché, se le conseguenza appaiono particolarmente nefaste in Africa, i danni di questo darwinismo economico si diffondono anche nei paesi maggiormente sviluppati.

Anche se si tratta di piani differenti non vi è dubbio che questa critica si disponga in una direzione opposta rispetto alla totale assuefazione che emerge dalle analisi e dalle indicazioni della cultura mediatica per esempio della stampa italiana di proprietà della borghesia “possidente e atea” , circa il valore assoluto del mercato e della libertà di azione della speculazione finanziaria internazionale.

Anche il Cardinale Bertone ha rivolto il 22 novembre ai responsabili degli episcopati europei un discorso che solleva nuove questioni circa la responsabilità e l’etica dei processi finanziari in rapporto agli effetti sul piano sociale e della dignità e vocazione spirituale della persona umana.

Nel diritto naturale la libertà di iniziativa non può determinare il soffocamento della persona.

Come ha scritto il Cardinale Scola : “ Il mercato vive su presupposti sociali, culturali e legali”, infatti oltre al rischio dell’impoverimento e dello sfruttamento il concetto assolutista del mercato può anche produrre una “perniciosa alleanza” con il libertinismo.

“Nell’ottica consumistica – ha rilevato a suo tempo il Cardinale oggi Arcivescovo di Milano - solo i valori di mercato sono valori socialmente rilevanti”, “valori - conclude Scola – che per loro natura non sono in sé e per sé commerciabili ( come la sessualità, il corpo umano, la dignità umana, la verità, la cultura e la religione stessa ) sono ritenuti irrilevanti, quando non vengono strutturalmente alterati per poter essere mercificati” ( A. Scola : Una nuova laicità, pag 138. Marsilio 2007).
29/09/2011 [stampa]
Benedetto XVI al Bundestag : il dramma della ragione positivista e il diritto naturale.
Benedetto XVI al Bundestag di Berlino



L’intervento di Benedetto XVI al Bundestag di Berlino per lo spessore e la esattezza della formulazione del rapporto tra natura, ragione e diritto è di un rilievo storico.

La sede politica nella quale Papa Ratzinger ha scelto di pronunciarlo, come ha scritto Ferrara “il parlamento della sua patria”, è anche l’invito alla Germania nel cuore dell’Europa , di riprendere con vigore una politica fondata sul diritto naturale.

“Contrariamente ad altre grandi religioni – ha detto Benedetto XVI – il cristianesimo non ha mai imposto allo Stato e alla società un diritto rivelato, un ordinamento giuridico derivante da una rivelazione. Ha invece rimandato alla natura e alla ragione quali vere fonti del diritto - ha rimandato all’armonia tra ragione oggettiva e soggettiva un’ armonia che però presuppone l’essere ambedue le sfere fondate nella ragione creatrice di Dio”.

La citazione delle parole di san Paolo, nella sua lettera ai romani sono quel fondamento dell’idea di diritto naturale che anima il cristianesimo e la sua ragione politica: “Quando i pagani che non hanno la Legge (la torà di Israele) per natura agiscono secondo la Legge , essi … sono legge a se stessi . Essi dimostrano che quanto la Legge esige è scritto nei loro cuori, come risulta dalla testimonianza delle loro coscienze”.

Benedetto XVI respinge le tentazioni, presenti anche in campo cattolico, di minimizzare il ruolo del diritto naturale: “ L’idea del diritto naturale è considerata oggi una dottrina cattolica piuttosto singolare , su cui non varrebbe la pena di discutere al di fuori dell’ambito cattolico, così che quasi ci si vergogna di menzionarne anche soltanto il termine”.

Ratzinger ne analizza le cause: “ e’ fondamentale innanzitutto la tesi secondo cui tra l’essere e il dover essere , ci sarebbe un abisso insormontabile. Dall’essere non potrebbe derivare un dovere , poiché si tratterebbe di due ambiti assolutamente diversi. La base di tale opinione è la concezione positivista , oggi quasi generalmente adottata , di natura e ragione. Se si considera la natura - con le parole di Hans Kelsen – ‘un aggregato di dati oggettivi, congiunti gli uni agli altri quali cause ed effetti’, allora da essa realmente non può derivare alcuna indicazione che sia in qualche modo di carattere etico”.

Ne consegue , secondo le parole del Papa che il positivismo giuridico rappresenta il relativismo nel diritto e di conseguenza il relativismo in politica.

Il Papa ne trae una diagnosi sulla situazione odierna: “Dove vige il dominio esclusivo della ragione positivista - e ciò è in gran parte il caso della nostra coscienza pubblica – le fonti classiche di conoscenza dell’ethos e del diritto sono messe fuori gioco”.

“Questa è una situazione drammatica – avverte Benedetto XVI – che interessa tutti e su cui è necessaria una discussione pubblica: invitare urgentemente ad essa è un intenzione essenziale di questo discorso”.

E il discorso al Bundestag è anche un discorso ai parlamenti, cioè a tutte quelle istituzioni democratiche che approvano leggi.

Su queste importanti distinzioni devono misurarsi gli strenui difensori del diritto positivo , anche nello stesso campo cattolico.

Al contrario il Papa invitando ad una discussione pubblica impegna i cattolici a non abbassare le armi di fronte al suo dilagare.

Ben venga un grande confronto culturale che non può essere sottaciuto da chi intenderebbe riprendere l’impegno dei cattolici in politica, ma che richiede un profondo ripensamento da parte di coloro che assorbendo direttamente o indirettamente il positivismo giuridico di Kelsen , magari sotto forma di “patriottismo costituzionale”, hanno fatto della Costituzione la “nota vincolante” o, sostuituendola al diritto naturale, la sola fonte di legittimazione delle leggi.
09/06/2011 [stampa]
Benedetto XVI e la difesa dell'identità.
E’ assolutamente straordinario come nelle visite che il Pontefice effettua nei Paesi, oltre ad offrire quegli elementi di fede che invitano i fedeli a preservare la loro vita cristiana, svolgendo una grande opera pastorale , esponga con grande chiarezza temi che riguardano la cristianità in genere, cioè i connotati sui quali si fonda l’ecumene cristiana.

A Zagabria ha parlato di “ valori e l’identità del vostro Popolo”, mentre aveva affermato “; penso all’Europa, di cui la Croazia è da sempre parte sul piano storico-culturale, mentre sta per entrarvi su quello politico-istituzionale”.

“La qualità della vita sociale e civile, la qualità della democrazia - ha , poi, aggiunto Benedetto XVI - dipendono in buona parte da questo punto “critico” che è la coscienza, da come la si intende e da quanto si investe sulla sua formazione. Se la coscienza, secondo il prevalente pensiero moderno, viene ridotta all’ambito del soggettivo, in cui si relegano la religione e la morale, la crisi dell’occidente non ha rimedio e l’Europa è destinata all’involuzione. Se invece la coscienza viene riscoperta quale luogo dell’ascolto della verità e del bene, luogo della responsabilità davanti a Dio e ai fratelli in umanità – che è la forza contro ogni dittatura – allora c’è speranza per il futuro”.

E’sempre forte e autorevole il richiamo identitario del Papa che non si volge solo ai cattolici in quanto tali, ma alle società cristiane al fine di offrire un quadro di valori in base ai quali coloro che hanno responsabilità politiche possano discernere ed operare.

Sempre in terra croata ha esaltato la famiglia fondata sul matrimonio : “ non cedete alla mentalità che propone la scelta della convivenza” e , poi, “gioite per la paternità e la maternità”.

Non si può non cogliere in questi inviti così espliciti una critica alla tendenza relativista che non solo esalta la convivenza come alternativa al matrimonio al quale, da qualche parte, si vorrebbe equiparare, ma anche un rifiuto netto a quella declinazione di genere che annulla i caratteri propri e specifici della maternità e paternità.

Tutto ciò non deve essere ignorato da chi pur riferendosi genericamente all’ispirazione cristiana ritiene possibile realizzare accordi politici con quelle formazioni che sul terreno della famiglia e dei caratteri della generazione cancellano gli elementi della legge naturale.

Nell’Italia del rilancio politico di una sinistra ormai pesantemente condizionata dalla cultura relativista, lo scontro verterà sulla cancellazione dei suoi caratteri identitari che, invece, vanno tutelati e difesi anche con specifiche politiche.

Già nei dibattiti su reti radiofoniche di proprietà dei gruppi industriali si comincia a discutere del cambiamento dell’art. 29 della Costituzione che definisce la famiglia come “ società naturale fondata sul matrimonio”. Una definizione accettata a suo tempo anche dalla cultura politica comunista quando non era contaminata dal relativismo e dalla ”rivoluzione” individualista e borghese del ’68.

Sono esponenti di quella stessa cultura politica che, mentre esprime una netta chiusura su ciò che è superato e da aggiornare come il modello politico parlamentare della Carta , invece, sui rapporti etico sociali, ritiene di dover cambiare.
05/05/2011 [stampa]
La communis patria di Giovanni Paolo II.
Elencando quelli che Casare Cavalleri sul numero di aprile di Studi Cattolici definisce i “record” di Giovanni Paolo II e cioè i milioni di persone incontrate nelle udienze e nei viaggi apostolici e osservando la provenienza dell’immensa folla in Piazza San Pietro il 1 maggio per la sua beatificazione, non si può non considerare che la Chiesa Cattolica è, ancora oggi, l’Istituzione che possiede il più vasto carattere universale.

Per tentare di dimostrare che essa sta “perdendo peso in Occidente”, Massimo Franco ha scritto, di recente, un libro interessante nel quale esprime la tesi che “un” Vaticano - quello che aveva affrontato e sconfitto il comunismo - sia al tramonto, aggredito dall’indifferentismo della “società liquida” e dalla concorrenza dell’Islam.

Qui il tentativo di distinguere tra Vaticano e Chiesa Cattolica è assai difficile e piuttosto fuorviante. Anche perché si tenta di separare quello che la storia e la tradizione hanno sempre unito.

Soprattutto, poi, se è vero che il comunismo ha fallito ed oggi è, sostanzialmente, scomparso, la sfida della Chiesa è sempre stata a tutto campo. Infatti la Chiesa , anche quando contrastò il comunismo con Pio XII, non si esaurì in tale scontro , ma espresse una posizione non supina ai miti illuministici dell’Occidente, mentre suggeriva le linee di una democrazia fondata sul diritto naturale.

Ora il pontificato di Giovanni Paolo II ha il grande merito non solo di aver riaperto la forza pastorale della Chiesa, ma anche di aver affrontato e contrastato, insieme, i tentativi dei teologi di interpretare il Concilio come un compromesso con il mondo moderno, chiamando l’allora Cardinale Ratzinger alla Dottrina della Fede.

Con la “Veritatis splendor” e la “Fide et Ratio”si sono messe in campo quelle idee con le quali , oggi Benedetto XVI, anche con la “Caritas in veritate” continua la sfida non solo nei riguardi del relativismo occidentale, ma anche verso i caratteri integralisti che portano l’Islam ad esaurire qualsiasi pluralismo come dimostra, secondo lo stesso Massimo Franco, il “deserto cristiano del Medio Oriente”. Nella grande piazza San Pietro in questa presenza universale spiccava, naturalmente, quella dei polacchi, cittadini dell’Europa orientale.

Il costante pensiero del papa polacco verso i suoi concittadini non era solo l’attaccamento e l’amore per una terra che ha sempre sentito coma la patria sua e del suo popolo. Come ha scritto nel libro “Memoria e identità”, il contributo di queste terre all’”Europa unita” deriva, secondo Wojtyla, dal fatto che “le nazioni dell’Europa orientale hanno conservato la loro identità, e l’hanno persino consolidata , nonostante tutte le trasformazioni imposte dalla dittatura comunista”. Sottolineava anche come questa identità fosse esposta ad un rischio che consisterebbe “in un acritico cedimento all’influsso dei modelli culturali negativi , diffusi in Occidente”.

La consapevolezza di questo scontro con il relativismo che è stata di Giovanni Paolo II e che oggi è di Benedetto XVI, consegna all’universalismo cattolico, presente in San Pietro il 1 maggio, la forza di un messaggio decisivo per costruire quella communis patria dei popoli che l’Europa può offrire al futuro dell’umanità.
07/03/2011 [stampa]
DAI VALORI AL PROGRAMMA:l’identità dei cattolici per un nuovo impegno nelle autonomie locali.
Pubblichiamo la relazione svolta dal dott. Pierpaolo Saleri, responsabile del Centro studi nazionale della Fondazione italiana Europa Popolare durante i lavori dell’Assemblea degli amministratori locali tenutasi in Roma il 2 marzo 2011



Valori, … programma, … identità, … nuovo impegno politico. Sono questi i temi che oggi vengono sottoposti alla vostra attenzione di amministratori locali ed a quella di tutti coloro che intendono spendersi con forza e determinazione per un nuovo impegno politico dei cattolici. Sono le parole chiave che ricorrono, e non a caso, nel titolo del manifesto che oggi presentiamo; e sono parole che sono state ampiamente dibattute, pensate,valutate, ponderate collegialmente, sia nell’ambito della Fondazione Europa Popolare che, in quello del Movimento Cristiano Lavoratori.

Dai valori al programma è il titolo principale del nostro manifesto: quello che dà il senso del cammino che vogliamo intraprendere e dell’obbiettivo che vogliamo raggiungere. Significa passare dai principi all’azione, dagli ideali al progetto, alla costruzione, al discernimento. E’ un cammino che intraprendiamo con entusiasmo e convinzione, ma è un cammino che non abbiamo scelto noi o, almeno non abbiamo scelto noi da soli. E’, infatti, il tentativo di dare, per parte nostra, una risposta concreta all’appello di Papa Benedetto XVI che, ormai da alcuni anni, non si stanca di invocare il sorgere in Italia di“una nuova classe dirigente di cattolici impegnati in politica ed eticamente motivati”.

Peraltro il Papa non si è limitato solo ad un appello.. ha fatto e fa molto di più. Con il Suo magistero pastorale, con le Sue Encicliche, con i Suoi libri ci indica le linee guida essenziali per la costruzione di questo nuovo impegno dei cattolici nel mondo globalizzato e secolarizzato. Al riguardo voglio richiamare la vostra attenzione su di un passo, specificamente dedicato al ruolo dei cristiani in politica, tratto dal recente libro-intervista di Benedetto XVI: “Luce del Mondo”. Un passo centrale, direi dirompente, sul quale si è concentrata meno attenzione di quanta, a mio avviso, fosse necessaria. Il Papa afferma: “ Ci troviamo di fronte allo scontro tra due mondi spirituali, il mondo della fede ed il mondo del secolarismo. La questione è: in cosa il secolarismo ha ragione? In cosa dunque la fede deve far proprie le immagini della modernità, ed in cosa deve invece opporre resistenza? Questa grande lotta attraversa oggi il mondo intero …. Spesso ci si chiede veramente come sia possibile che cristiani che personalmente sono credenti non trovino la forza di rendere politicamente più operante la loro fede. Noi dobbiamo soprattutto cercare di fare in modo che gli uomini non perdano di vista Dio; che riconoscano quale tesoro possiedono; e che poi essi stessi, a partire dalla propria fede, nello scontro con il secolarismo possano praticare il discernimento spirituale. Questo processo immane è il vero grande compito dell’ora presente”.

Ora, in questo breve ma essenziale passaggio, due sono i concetti che dominano la scena con forza: lo scontro tra il mondo della fede ed il mondo del secolarismo, che costituisce lo scenario di fondo del ragionamento di Benedetto XVI e la necessità di praticare, in questo scontro con il secolarismo, il discernimento spirituale: essere, cioè, capaci di capire in cosa “il secolarismo ha ragione”, in cosa la fede “deve far proprie le immagini della modernità ed in cosa deve invece opporre resistenza”. Ora noi sappiamo bene che nessun Pontefice, tantomeno Benedetto XVI che oltre ad essere un grande e mite Pastore è anche un grande teologo ed un grande intellettuale, userebbe mai tali parole con leggerezza o a caso. Per questa ragione non possiamo non rilevare la drammaticità della situazione che Egli vuole descriverci e del messaggio che vuole trasmetterci. Il termine “scontro” non è un termine che si usa a cuor leggero; evoca il fragore di una battaglia epocale ed è qualcosa di molto diverso da quel “confronto buonista cui il lessico politico quotidiano ci ha abituati. Allora se il Papa utilizza specificamente questo termine è perché lo scontro in atto tra il mondo della fede ed il mondo del secolarismo è veramente radicale e sono oggi più forti ed aggressive che mai una mentalità ed una cultura relativista che, sostenute da lobbies minoritarie ma potenti e determinate, puntano a recidere totalmente le radici cristiane della nostra comunità civile operando un vero e proprio “rovesciamento dei valori” attraverso il martellamento dei mass-media, gli interventi legislativi, le sentenze, i modelli comportamentali propagandati, imposti, legalizzati. La “dittatura del relativismo”, sempre più spesso denunciata da Benedetto XVI, incombe minacciosa come abbiamo anche, esplicitamente, ricordato nel nostro manifesto

Tuttavia il Papa nello scenario dello scontro colloca anche il dovere e l’esigenza del discernimento spirituale. Ci ricorda, cioè, che anche la modernità – che non coincide con il modernismo ideologico - è figlia della tradizione e della cultura dell’Europa Cristiana: “Europa oder Christenheit”, “Europa ovvero Cristianità” scriveva, ancora agli inizi del diciannovesimo secolo Novalis a rimarcare come la tradizione cristiana fosse stato il principio informatore unitario della Europa al punto tale da far coincidere pienamente l’idea stessa d’Europa con quella di Cristianità. Ed allora, se questo è vero, la capacità di discernimento che il Pontefice chiede di esercitare ai cristiani impegnati in politica non è nulla di diverso dalla esigenza di lavorare per ricreare le condizioni in cui quell’armonia tra fede e ragione che San Tommaso ci insegna – e che è alle fondamenta della grande civiltà europea ed anche del suo straordinario sviluppo scientifico,tecnico, sociale ed economico - possa risorgere in un nuovo incontro della fede con una ragione depurata delle ideologie moderniste, razionaliste, illuministe, nichiliste e relativiste.

Per questo è indispensabile che i cristiani impegnati in politica siano capace di essere fermi ed assolutamente intransigenti nella riaffermazione dei valori fondamentali non negoziabili e della propria identità culturale ma altrettanto duttili aperti e disponibili nell’accogliere ciò che la modernità ha in sé di buono e di valido. Capaci ,insomma di un progetto politico e culturale che partendo dalla base salda dei valori non negoziabili, dalla carità e dalla verità sappia dare risposte efficaci alle domande angosciate di una società che conosce oggi una crisi drammatica di valori di certezze di prospettive, di crescita. Per quanto, poi, concerne noi, cattolici italiani, dobbiamo impegnarci, nello specifico, per far scaturire dai valori fondamentali, non rinunciabili, un progetto politico ed un programma di sviluppo economico, di crescita culturale, di riscatto sociale per l’intera società italiana ed avere il coraggio e la forza di proporlo. Il Papa afferma infatti: “Spesso ci si chiede veramente come sia possibile che cristiani che personalmente sono credenti non trovino la forza di rendere politicamente più operante la loro fede”. Ebbene, il titolo del nostro manifesto “Dai valori al Programma” vuole testimoniare la nostra determinazione nel compiere un primo passo, faticoso ed incerto, ma anche risoluto e convinto sulla strada per “rendere politicamente più operante” la nostra fede.

Ma nel titolo del nostro manifesto si specifica, anche, il campo di impegno nel quale intendiamo operativamente, spenderci e come pensiamo di farlo. Qui, i concetti essenziali sono tre: identità, nuovo impegno, autonomie locali. Anche su questi temi dobbiamo soffermarci. Tra breve vedremo perché “nuovo impegno” e perché proprio nelle autonomie locali … sia ben chiaroche non è certo solo l’imminenza della prossima tornata elettorale amministrativa che ci spinge a farlo! Ma cominciamo dall’identità.

Oggigiorno il termine identità non è di moda nel grande circo mediatico dell’informazione cosiddetta progressista. Si cerca sempre di attribuirle un significato negativo, aggressivo, integralista: quando si parla poi, addirittura di “ identità cattolica” viene subito evocato lo stridore delle catene e il fumo dei roghi dell’inquisizione. L’odio che il relativismo manifesta nei confronti dell’identità nasce innanzitutto dal fatto che l’identità non è niente altro che la riaffermazione nel tempo della verità dei nostri valori, della nostra storia, della nostra memoria, della nostra tradizione, della nostra fede e per il relativismo “L’idea stessa di verità- come scrive Gustavo Zagrebelsky punta di lancia intellettuale di tale cultura in Italia – non ha luogo in democrazia”. Ma quella di Zagrebelsky è una affermazione assolutamente falsa: perché l’antitesi della verità non è come lui afferma – abusando di una parola preziosissima del lessico cristiano – la “carità-democrazia” ma è la menzogna. Perché l’identità cattolica, invece, è una grande, preziosa straordinaria risorsa non solo dei cattolici ma dell’intero popolo italiano. A ben vedere la storia, il pensiero, la cultura l’arte, la quotidianità del popolo italiano sono talmente intrecciati e innervati dall’ identità cattolica che sottrargliela significa smantellare la sua stessa identità nazionale. Per questo l’identità dei cattolici è una grande risorsa che deve essere posta al servizio della comunità popolare nella consapevolezza di quanto sia estremamente difficile che, senza fare appello soprattutto a questa risorsa, l’Italia possa uscire indenne da una crisi etica, culturale, politica, sociale ed economica così grave come quella che stiamo attraversando oggi. Tutto ciò, peraltro, in un contesto internazionale più che mai inquietante e minaccioso.

Ma veniamo all’ultimo punto: un nuovo impegno nelle autonomie locali. Quando, infatti, parliamo d’identità parliamo di identità dei cattolici in funzione di un nuovo impegno politico nelle autonomie locali. Ed allora i punti sono due: perché nuovo? E perché proprio nelle autonomie locali? Come abbiamo premesso all’inizio le parole usate nel titolo sono state oggetto di approfondita valutazione ed attenta ponderazione. Dunque vogliono significare qualcosa di specifico: non sono state buttate lì per una specie di “maquillage lessicale”. Parlare di un nuovo impegno politico significa realmente che in questo impegno deve manifestarsi un’impostazione sostanzialmente diversa e profondamente innovativa anche rispetto alle esperienze del secolo scorso. A questo punto vi invito a tornare con la memoria all’ultimo seminario di formazione del Movimento a Senigallia. Eravamo presenti in molti tra i tanti che stasera sono riuniti qui, e tutti, senza dubbio, ricordiamo la bella relazione tenuta in quella occasione da S. E. Mons Miglio. Ora, uno dei momenti qualificanti del suo intervento fu proprio su questo punto: “ La Chiesa italiana- affermò Mons. Miglio - guarda , e da molto tempo, in avanti oltre le esperienze partitiche del passato”. Con questo Mons. Miglio e la Chiesa italiana ci hanno detto: attenzione, quando il Papa dice chiaramente che è necessario aiutare e far crescere una nuova classe politica, non afferma soltanto che c’è bisogno di persone nuove, di volti nuovi e di giovani formati politicamente ed eticamente motivati. Tutto questo è scontato, è a a priori. Vuol dire, innanzitutto, che una nuova classe politica è tale solo in quanto è in grado di affrontare in modo nuovo le sfide attuali. Ed è questa la ragione per cui non possiamo riproporre oggi i modelli di organizzazione politica dei cattolici dello scorso secolo. Senza rinnegare nulla dobbiamo però essere capaci di guardare avanti.

Resta ora da ragionare sul perché siamo convinti che tutto questo debba proprio iniziare dalle autonomie locali come abbiamo anche scritto chiaramente nel manifesto: “Il territorio ed i comuni, grandi e piccoli, possono essere terra di elezione privilegiata per mettere in moto un vero e proprio processo di inversione culturale rispetto a questa mentalità – cioè la mentalità relativista- e per avviare la costruzione di una “società buona”. Almeno tre sono le ragioni che ci spingono ad affermare questo e cercherò di esporvele in estrema sintesi perché il tempo stringe. La prima è semplice, vorrei dire quasi banale: perché anche la più lunga delle marce inizia sempre con un piccolo primo passo come diceva Mao Tze Tung …. Diciamo finalmente qualcosa di sinistra!!!

La seconda ragione sta nel dovere dell’esercizio del realismo cristiano. Non possiamo non constatare che, cadute le grandi ideologie e falliti i grandi sistemi politici, i popoli credono ancora, ma credono soprattutto nelle cose piccole e più concrete, nelle cose che sono loro più vicine. Se quasi nessuno sarebbe più disposto a prestare il servizio militare obbligatorio, tutti però, sono ancora disposti a riconoscersi identitariamente nel proprio territorio e se necessario anche a difenderlo in concreto. In questi ultimi anni abbiamo, più volte, avuto modo di vedere come l’ambientalismo ideologico di sinistra sappia sfruttare cinicamente questo sentimento suscitando mobilitazioni ed addirittura vere e proprie rivolte popolari. Malgrado tali strumentalizzazioni questo sentimento resta, tuttavia, un valore e se saldamente ancorato ed incardinato nella logica del bene comune e dell’interesse generale, può costituire una grande risorsa di partenza per far nascere quel nuovo senso del dovere di cui parlava Aldo Moro quando, pochi mesi prima della suo calvario, affermava:“Questo Paese non si salverà, la stagione dei diritti si rivelerà effimera, se in Italia non nascerà un nuovo senso del dovere”. Ma per fare questo è indispensabile che la politica recuperi tutta la credibilità e l’autorevolezza che le competono. Che ritrovi il carisma per parlare al cuore ed alla mente degli italiani.

La terza ed ultima fondamentale ragione sta nella profonda convinzione che la politica può ritrovare una simile credibilità ed autorevolezza solo ripartendo dal territorio, al servizio della gente. La politica vera e seria è, innanzitutto partecipazione e radicamento sul territorio perché sappiamo – e lo abbiamo scritto nel nostro manifesto - che è dal territorio, dalla presenza concreta tra la gente che si può tornare a tessere la tela di una politica che sia, come affermava Paolo VI, “la più alta forma di carità”. E’ a cominciare dal territorio che si può risvegliare la passione civile ed il desiderio di partecipazione democratica; restituire alla politica quella credibilità che ha perso, ormai, da lungo tempo; selezionare e formare una nuova classe dirigente degna di tale nome; dimostrare sul campo che è ancora possibile una “buona politica” capace di costruire una “società buona”.
22/12/2010 [stampa]
Benedetto XVI: "Viviamo la crisi che fu dell'Impero Romano".
“Excita, Domine, potentiam tuam, et veni” l’invocazione con la quale Papa Benedetto XVI ha aperto l’udienza per la presentazione degli auguri natalizi ai rappresentanti della curia romana, evoca anche un passaggio di civiltà, perché, come sottolinea il Papa “ sono parole formulate, probabilmente, nel periodo del tramonto dell’Impero romano”.

Questo tramonto avveniva, ricorda Papa Ratzinger, con “il disfacimento degli ordinamenti portanti del diritto e degli atteggiamenti morali di fondo, che ad essi davano forza, causavano la rottura degli argini che fino a quel momento avevano protetto la convivenza pacifica degli uomini “.

“ Un mondo stava tramontando” e ciò che conteneva il caos stava venendo meno.

La base degli ordinamenti statuali e delle comunità degli uomini è rappresentata, lo evidenzia il Papa, dal “consenso morale” , cioè “ un consenso senza il quale le strutture giuridiche e politiche non funzionano, “ di conseguenza le forze mobilitate per la difesa di tali strutture sembrano essere destinate all’insuccesso”.

Questo richiamo alla tradizione ed alla storia di Benedetto XVI indica - non senza una nota di fiducia alla fine del discorso ( “ assenza apparente” di Dio precisa il Papa) – l’ambito della crisi che mina l’Occidente e la cristianità in questo tempo.

In uno scritto del 1991 dal titolo “Svolta per l’Europa ? “, l’allora cardinale Ratzinger aveva rilevato: “ una società, che nella sua fisionomia istituzionale è costruita su basi agnostiche e materialistiche e autorizza l’esistenza di tutte le restanti possibili convinzioni soltanto a condizione che rimangano confinate al di sotto della soglia di quanto è pubblico e ha rilevanza civile, non sopravvive a lungo”.

Ritorna sempre nel Papa la riaffermazione del senso pubblico dell’ ethos cristiano.

E’ interessante e significativo che il Corriere della Sera del 21 dicembre pur dando risalto al discorso del Papa affianchi la notizia con un intervento dello storico Luciano Canfora che riprendendo un’antica querelle circa la fine dell’Impero romano richiami la diagnosi storica di Edward Gibbon rilevando che “ a Occidente il cristianesimo attrasse nella struttura ecclesiale energie ed élites che in altre epoche avevano percorso brillanti carriere politico militari, a Oriente, invece la prevalenza dello stato sulla Chiesa si consolidò e fu garanzia della durata di un impero millenario antagonista e interlocutore prima degli arabi e poi dei Turchi”.

Per la verità, la sopravvivenza dell’impero romano d’occidente o la sua caduta costituiscono una grande controversia perché, come scriveva Momigliano c’è “chi afferma la continuità, nonostante i barbari, e chi riconosce la rottura per causa dei barbari” (A. Momigliano, La caduta senza rumore di un impero, in Sesto contributo alla storia degli studi classici, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 1980, pp. 159-65") . Ricordando che non solo l ’impero romano germanico fu edificato sulla conversione al cristianesimo dei barbari, ma che il contenimento dell’espansionismo mussulmano avvenne per gli interventi ispirati dalla cristianità.

Ma è fin troppo evidente il significato laicista del commento di Canfora.

L’Impero e lo stato sopravvivono se non c’è prevalenza della Chiesa, ovvero , nel tempo d’oggi, la democrazia vive se non c’è l’influenza della Chiesa.

Sta tutto qui il limite del laicismo di oggi quello cioè di non vedere come il relativismo mini la comunità . Lasciare al solo ambito soggettivo la religione e la morale, togliendole dall’ambito pubblico, circoscrivere il ruolo della Chiesa ed affermare il primato assoluto dello Stato, conducono al prevalere degli interessi sul bene comune, della forza sulla giustizia, dell’edonismo e dell’individualismo sul senso comune e la morale viene sostituita da un calcolo delle conseguenze.

Benedetto XVI ha evocato una frase del tempo di un mondo che stava tramontando.

Forse dietro alla crisi internazionale della finanza che ha investito l’occidente, dietro agli egoismi dei paesi europei che stentano a individuare strumenti di tutela o di intervento politico comuni, dietro ad una evidente civilizzazione che emargina l’etica e il diritto naturale si cela quel “tramonto dell’Occidente” dal quale ci può salvare solo, come ricorda Benedetto XVI, la ripresa della “grande tradizione razionale dell’ethos cristiano” che si espresse, anche recentemente nella “forza profetica” dell’enciclica Veritatis Splendor.
01/12/2010 [stampa]
L'inutile manifesto dei laici credenti di futuro e libertà.
Colpiti dagli “anatemi” di Avvenire, alcuni parlamentari di “Futuro e Libertà” tentano di correre ai ripari e Roberto Rosso, presa carta e penna, scrive quello che il Corriere della Sera definisce un “manifesto dei laici credenti” della nuova formazione finiana.

Il compitino si svolge sui temi della “centralità della persona e del diritto naturale”e tratta del “ rispetto della vita umana dal suo concepimento al suo termine naturale”, parla di “famiglia naturale” e di tanti altri argomenti di scuola, quasi a voler apparire come seguaci della migliore impostazione ratzingeriana.

C’è, tuttavia, una netta contraddizione con tutto ciò che ha caratterizzato da alcuni mesi a questa parte le scelte politiche di Gianfranco Fini.

Innanzitutto la nota esplicita contrarietà alla scelta astensionista nel referendum sulla procreazione assistita, quando Fini giunse a criticare come gravemente diseducativa la indicazione della CEI.

Poi venne la “rivendicazione ideologica” della laicità dello Stato a partire dai temi della bioetica e dei “valori irrinunciabili”. Si ricordi a questo proposito l’intervento del Presidente della Camera alla festa dell’UDC di Chianciano nel 2009 nella quale tentò di spiegare, sulla base del catechismo di Pio XII, la necessità di modificare il testo della legge sul testamento biologico approvato al Senato, tentativo contestato duramente dall’on. Carlo Casini che spiegò come il testo pontificio non potesse in nessun modo riferirsi al caso di Eluana Englaro “che ha ispirato giustamente la legge di cui la camera dovrà occuparsi”, ricordando con raffinata puntualizzazione che la giovane “è stata fatta morire per fame e per sete, stessa condanna inflitta a padre Massimiliano Kolbe” nel lager di Auschwitz nell’estate del 1941.

Oltre a ingiuste critiche nei riguardi dello stesso Papa Pacelli, Fini , partecipando alla festa del PD a Genova fece propria la posizione dei cosiddetti “laici cristiani”, cioè di Leopoldo Elia e Pietro Scoppola , come ricorda Pier Paolo Saleri in un articolo su Fini e pubblicato sull’Avanti, “due intellettuali cattolici di grande spessore, saldamente collocati sulla linea della scelta religiosa e dunque nel non contrasto all’avanzare della cultura relativista e fermi nel denunziare come ‘temporalismo’ ogni azione dei cristiani in difesa dei valori eticamente sensibili”.

Saleri coautore dell’ultimo scritto di Gianni Baget Bozzo, ricorda anche come le posizioni politiche di Fini dimostrino “ una concezione della democrazia che va fatalmente a coincidere con quella di Kelsen, il padre del positivismo giuridico, per il quale la relazione tra religione e democrazia poteva essere solo negativa. Ciò in particolare per il cristianesimo che insegna valori e verità assoluti e si pone radicalmente agli antipodi dello ‘scetticismo obbligato’ della democrazia relativista”.

Non a caso la denominazione scelta da parlamentari finiani è quella di “laici-credenti”, del tutto sovrapponibile a quella di “laici cristiani” dei cattolici democratici Elia e Scoppola.

La impostazione politica di Fini è tutta coerentemente caratterizzata da una linea che potrebbe definirsi di “laicismo di destra”: dalla idea di cittadinanza ad un patriottismo costituzionale antiidentitario, fino alle ultime esternazioni a Bastia Umbra su famiglia e coppie di fatto.

In presenza di posizioni politiche assai più attente alle indicazioni di contenuto della Chiesa come quelle del PDL soprattutto con i ministri Tremonti, Sacconi, Gelmini e personalità collocate in posizioni significative come Quagliariello e Gasparri, sono nate , in ambito ecclesiale, perplessità circa un terzo polo che potrebbe condizionare il centrodestra anche rispetto ai temi “sensibili”.

Appare, pertanto, plausibile quanto scritto dal Corriere della Sera del 28 novembre, sul fatto che “ai vertici CEI si guarda con grande sospetto al ‘terzo polo’ centrista”.

Casini non può far finta di ignorare la posizione laicista di Fini e ragionare solo in termini di convenienza elettorale.

Né saranno i compitini scritti da Rosso a poter modificare la realtà di tutte le scelte del Presidente della Camera che, invece, sono ben palesi nelle intenzioni e nei contenuti .
11/11/2010 [stampa]
Finisca la congiura del silenzio sulla violenza verso i cristiani.
Mentre si parla e, a volte si “straparla”, di discriminazioni di “genere” o di non sufficiente comprensione della questione degli immigrati, compresi i diritti degli irregolari, poco o nulla si dice del devastante dramma delle persecuzioni dei cristiani nel mondo.

Questo diverso trattamento di questioni attinenti alla persona ed ai suoi diritti può rivelare una mentalità discriminatoria che ormai caratterizza fortemente l’atteggiamento verso i cristiani. Non a caso il secondo rapporto sulla dottrina sociale della Chiesa nel mondo denuncia la notevole violenza attuata contro la Chiesa, ovvero contro la dimensione pubblica della fede cristiana.

“ In India, in Cina , in Vietnam, in Indonesia i cristiani sono stati ancora perseguitati – così afferma il rapporto dell’Osservatorio Internazionale Card. Van Thuan sulla dottrina sociale della Chiesa – e, a quanto appare, proprio per il loro impegno verso gli ultimi, gli indigeni, le caste emarginate e per il fatto di dare indifferentemente il loro aiuto a tutti i gruppi sociali e perfino agli appartenenti alle opposte fazioni politiche e guerrigliere”. “ Persone che spariscono – prosegue il Rapporto - , chiese devastate, sacerdoti uccisi, proprietà confiscate, interventi polizieschi di controllo e censura; molte sono le facce della violenza anticristiana nel 2009”.

Nei giorni scorsi l’Avvenire, citando anche articoli apparsi sul The New American, riportava alcuni dati davvero impressionanti della situazione in Iraq: “ I fedeli delle varie denominazioni rappresentavano sino al 2003 quasi 800.000 persone , ossia il 3 per cento dell’intera popolazione irachena (25 milioni di abitanti )”. “ Oggi – constatava l’articolo – non si sa con esattezza quanti ne manchino all’appello , ma stime prudenti ritengono che oltre 350.000 cristiani abbiano lasciato il Paese in questi ultimi anni”.

La strage di fine ottobre nella cattedrale di Nostra Signora del Perpetuo Soccorso era stato l’episodio che aveva portato alla luce il dramma dei cristiani che il mondo non può più ignorare.

Il 10 novembre il Segretario di Stato Cardinal Bertone ha annunciato che la questione della mancata protezione del governo di Baghdad nei riguardi dei cristiani è stata oggetto di una iniziativa nei riguardi delle autorità irachene.

Ma non può essere solo il Vaticano a muoversi, occorre che gli organismi internazionali dall’ONU alla Comunità europea e gli stati a prevalenza religiosa cristiana si impegnino seriamente su tale questione.

Anche perché il futuro si presenta sotto i peggiori auspici, infatti come rileva il già citato Rapporto sulla dottrina sociale “ la linea indicata dal magistero di Benedetto XVI (ha) progressivamente eliminato alcuni equivoci che per molto tempo aveva frenato l’uso consapevole della Dottrina sociale della Chiesa da parte delle comunità cristiane: l’idea che si trattasse di una ideologia, il principio che bisognasse partire dalla situazione o dalla prassi piuttosto che dalla fede della tradizione apostolica, che l’accettazione delle laicità della politica comportasse la rinuncia ad adoperare anche in pubblico le categorie religiose, che la democrazia comportasse l’assolutizzazione della coscienza personale …”.

Ora, se è pur vero che questa prospettiva appare particolarmente ritagliata sui paesi occidentali, non vi è dubbio che l’affermazione dei contenuti del messaggio cristiano, con Papa Ratzinger, riprende forza e sospinge i cattolici a rendere evidente la loro presenza nei paesi ove essi sono minoranza, non solo come opera di conversione, ma anche come attiva affermazione di principi di rispetto dell’uomo e dei suoi diritti naturali.

Si alzi forte e decisa la voce per contrastare la lunga scia di violenza verso i cristiani e si ponga fine a questa discriminazione che si presenta anche come un colpevole silenzio.
07/10/2010 [stampa]
Identità contro relativismo: a proposito del nobel alla fecondazione in provetta
Con tono perentorio ( “ Il Vaticano accusa il Nobel” ) il Corriere della Sera del 5 ottobre titola contro la presa di posizione di autorevoli esponenti del Vaticano critici per l’attribuzione del premio al medico britannico Edwards che, secondo via Solferino “ ha permesso la nascita di 4 milioni di bimbi da coppie non fertili”.

Nella cultura dello scientismo c’è la presunzione di essere portatrice di verità assolute per cui, ogni voce dissenziente, se pur autorevole ed espressione di una visione basata su scala di valori diversi, viene respinta con iattanza.

Ora è ben evidente che in materie che riguardano direttamente aspetti dell’etica ,come nel caso della procreazione, la Chiesa ha tutto il diritto di esprimere le sue valutazioni che meritano quantomeno lo stesso rispetto con il quale vengono accolte le tesi dell’ideologia della provetta.

C’è, poi, l’evidenza che questa scelta del Nobel esprime anche una diversa concezione dell’uomo in quanto si sostiene , sempre nello stesso giornale, che , quando “la fecondazione avviene in provetta”, affrancandosi dai vincoli naturali e proprio prescindendo “da questa naturalità”, “non si possono vedere altro che lati positivi e costruttivi della tecnica”.

Conclude l’articolo: “ la tecnica ci ha reso più liberi”.

Il trionfalismo di questi nuovi ideologi trascura gli immensi problemi etici che la fecondazione in provetta comporta, senza contare gli aspetti deteriori del business che si accompagnano a questa nuova branca della medicina.

Questa libertà che si esprime nella fecondazione assistita eterologa, inoltre, non considera né la questione della tutela dell’istituto familiare, né i profili relativi ai preminenti interessi del nascituro.

E’ il trionfo dell’individualismo e del relativismo etico che accompagnano la postmodernità.

Ma c’è un altro elemento che deve essere considerato e che è stato posto in evidenza dalla cultura cattolica.

“ Ciò che le nuove possibilità tecniche della biomedicina - ha scritto il professor Francesco D’Agostino (Bioetica, Torino, pag. 201) - giungono a mettere in questione, prima ancora che la sacralità o la dignità della vita, è l’identità stessa dell’essere umano (come identità biologica, organica, prima; come identità antropologica poi )”.

La difesa dell’identità dell’uomo deve essere un impegno che non può essere solo della bioetica, ma che attiene anche all’azione della politica.

All’ideologia relativista deve contrapporsi un nuovo impegno dei cattolici
24/09/2010 [stampa]
Benedetto XVI in Gran Bretagna: la religione non è un fatto privato
Il viaggio di Benedetto XVI in Inghilterra ha avuto il suo momento culminante nella Messa per la beatificazione del Cardinale John Henry Newman.

Nella veglia per la preghiera in Hyde Park, il Santo Padre ha espresso la sua interpretazione dell’opera del Cardinale: “ Alla fine della vita, Newman avrebbe descritto il proprio lavoro come una lotta contro la tendenza crescente a considerare la religione come un fatto puramente privato e soggettivo, una questione di opinione personale”.

Ha, poi, proseguito: “Qui è la prima lezione che possiamo apprendere dalla sua vita: ai nostri giorni, quando un relativismo intellettuale e morale minaccia di fiaccare i fondamenti stessi della nostra società, Newman ci rammenta che, quali uomini e donne creati ad immagine e somiglianza di Dio, siamo stati creati per conoscere la verità, per trovare in essa la nostra definitiva libertà e l’adempimento delle più profonde aspirazioni umane”.

E’ straordinaria la limpidezza di questo messaggio che pone il fondamento del senso religioso del Cristianesimo.

Il relativismo si fonda sull’idea della religione come fatto privato che rappresenta la più grande contraddizione della figura di Cristo e dell’incarnazione di Dio. Esso fiacca i fondamenti della nostra società e va contrastato riaffermando che l’uomo è creato per conoscere la verità.

Il Papa ha ribadito la condanna e l’opposizione al nazismo “ che aveva in animo di sradicare Dio dalla società e negava a molti la nostra comune umanità”, indicando come l’odierna tendenza, che porta all’ “ esclusione di Dio, della religione e della virtù dalla vita pubblica”, conduca “ad una visione monca dell’uomo e della società”. Se non ci troviamo di fronte all’equiparazione dei due mali, viene, tuttavia, evidenziata da Benedetto XVI la causa comune che conduce alla dittatura materialista.

Di fronte alla Regina Elisabetta, nella terra d’origine dell’illuminismo ha espresso un richiamo forte per il futuro del Regno Unito: esso- ha sottolineato il Papa – “si sforza di essere una società moderna e multiculturale. In questo compito stimolante, possa mantenere sempre il rispetto per quei valori tradizionali e per quelle espressioni culturali che forme più aggressive di secolarismo non stimano più, né tollerano più”.
08/06/2010 [stampa]
L'uccisione di Monsignor Padovese ed il falso ecumenismo.
I fatti di sangue, le uccisioni cruente, soprattutto di chi rappresenta qualcosa oltre la sua stessa persona, recano con loro anche un significato più complessivo, oltre la stessa vicenda.

L’uccisione di monsignor Padovese a Iskenderun nella Turchia meridionale , è, tragicamente, uno di questi.

Essa ricorda quella di don Santoro a Trebisonda.

Il brusio e i balbettii della stampa locale e non, che tentano di ricostruire le motivazioni del gesto, costituiscono l’altra faccia di una medaglia che, invece, mostra la banalità delle conseguenze che ne derivano da questi omicidi, se è vero, come è vero, che l’uccisore di don Santoro è già in libertà, mentre per l’autista Murat è già pronta la tesi del “raptus”, sfornata dalla polizia locale.

Oltre a non esserci “alcun certificato medico che attesti l’invalidità mentale “ dell’assassino, come sottolinea Asianews, l’agenzia dell’Istituto pontificio per le missioni estere il 7 giugno, i particolari dell’omicidio come il taglio della testa e il grido di Murat “ho ammazzato il grande satana! Allah Akbar”, sembrano dimostrare le intenzioni vere e, sempre come scrive Asianews, mettono “ in relazione l’assassinio con i gruppi ultranazionalisti e apparentemente fondamentalisti islamici che vogliono eliminare i cristiani dalla Turchia”.

L’enfasi e la demagogia “ecumenica” sollecitano a digerire queste tragedie e ad archiviarle senza porsi il quesito dell’inaccettabilità dell’ equiparazione tra la religiosità della croce e quella della spada, tra la caritas ed il fanatismo, tra pace e “guerra santa”.

Come ha rilevato Giuliano Ferrara sul Foglio del 7 giugno, rivolgendosi alla Chiesa cattolica: “la catena di violenza contro cattolici, protestanti, ortodossi in Turchia e nel medio oriente non è una serie di incidenti, ma uno stato delle cose da correggere ad ogni costo, battendosi.” Aggiungendo: “Battendosi e sapendo che le origini dell’intolleranza sono profonde, sono inscritte nella condizione spirituale e di civiltà del mondo mussulmano”.

Negli stessi giorni nei quali veniva ucciso monsignor Padovese si metteva in moto nella Turchia di Erdogan l’iniziativa “pacifista” e di solidarietà con i palestinesi di Gaza. Anche senza voler accettare al cento per cento la tesi di Israele, essa assumeva, nella sua connotazione e conduzione, forti accenti provocatori, del tutto diversi rispetto a quelli dell’ analoga iniziativa irlandese portata avanti nei giorni successivi.

I segnali politici che da qualche tempo giungono dalla Turchia dimostrano, con grande preoccupazione, che, accanto alla riduzione del carattere laico del governo turco, crescono alcuni elementi di intolleranza. Sono segnali pericolosi che meritano una attenzione di livello culturale e religioso, ma anche iniziative politiche adeguate perché il dialogo con questa nazione, anche rispetto al tema dell’ingresso nell’Europa, si fondi con chiarezza e determinazione su reciprocità e tolleranza.

19/04/2010 [stampa]
“Scelta religiosa” e “ Presenza” .
Il termine “scelta religiosa” entra ufficialmente a far parte del lessico dell’associazionismo cattolico nel 1969, quando Vittorio Bachelet lo introduce nella redazione del nuovo statuto associativo dell’Azione Cattolica e può apparire, a prima vista, come una definizione assolutamente ovvia e scontata. Come potrebbero dei movimenti ecclesiali, che hanno nella testimonianza cristiana il loro cuore pulsante, sottrarsi alla “scelta religiosa” quando questa costituisce, in un certo senso, la loro stessa ragion d’essere? D’altro canto la stessa motivazione che fornisce Bachelet, in quel contesto ed in quel tempo, è minimalista ed, apparentemente, del tutto condivisibile: compito dell’ Azione Cattolica non può essere quello di “fornire galoppini” per le campagne elettorali della Democrazia Cristiana, ma deve, invece, essere quello di formare una classe dirigente politica cristianamente motivata e seriamente preparata. In realtà le cose prenderanno tutt’altra piega.

Risulterà, infatti, chiaro ben presto, come la “scelta religiosa” nascondesse in sé una evidente subalternità nei confronti delle ideologie dominanti della “rivoluzione culturale” del ’68. Scrive Alfredo Carlo Moro, ricordando Bachelet: “Era ben consapevole che bisognava cambiare, non certo per inclinazione al trasformismo – non era il suo stile – ma perché era ben convinto che il mondo stava cambiando. Che erano in atto dei mutamenti irreversibili, che bisognava cogliere l’occasione.…Nel disagio e nell’utopia dei giovani c’era, mescolato ad equivoci e intemperanze, il segno di un inappagamento, la speranza di un mondo nuovo. Una speranza che il cristiano non può mai ignorare né condannare; ma, semmai, aiutare a chiarirsi, a crescere e realizzarsi”. In questa logica, il baricentro dell’impegno dei cristiani si sposta dalla testimonianza della Verità – cui fa sempre essenziale riferimento Benedetto XVI, anche nella recente enciclica Caritas in Veritate, - al mondo ed al suo cambiamento cui i cristiani non solo devono adeguarsi, ma si devono addirittura adoperare per aiutarlo “a chiarirsi, crescere, realizzarsi”.

Nella “scelta religiosa” si annida, dunque, una linea di radicale “subalternità al mondo”. Ma qual è il procedimento logico, il pensiero, attraverso cui questo processo culturale si realizza? Si tratta, ancora una volta, di una logica assai singolare ed apparentemente contraddittoria. La “scelta religiosa” si traduce, infatti, non in una scelta di evangelizzazione (come sarebbe lecito pensare, se le parole hanno un senso!) ma esattamente nel suo contrario: nella accettazione della secolarizzazione della società, italiana in particolare, e nella sostanziale acquiescenza al processo di scristianizzazione che, necessariamente, l’accompagna.

Questo apparente paradosso viene, in notevole misura, chiarito da un’intervista che Bachelet rilascia nel 1979 a dieci anni circa dalla ufficializzazione della “scelta religiosa” dell’Azione Cattolica: “Di fronte a questo mondo che cambia, di fronte alla crisi di valori nel cambiamento del quadro sociale e culturale, forse con una intuizione anticipatrice, l’A.C. si chiese su cosa puntare. Valeva la pena correre dietro a singoli problemi importanti ma consequenziali o puntare invece alle radici? Nel momento in cui l’aratro della storia scavava a fondo rivoltando profondamente le zolle della società italiana che cosa era importante?”

La chiave del ragionamento si trova, in realtà, tutta nella domanda che lo stesso Bachelet si pone: “Valeva la pena correre dietro a singoli problemi importanti ma consequenziali o puntare invece alle radici?” infatti, è proprio dalla risposta che viene data a questa domanda che si chiarisce il senso e la logica della “scelta religiosa”. E la risposta è implicita ed ovvia: no, non vale la pena!

Tuttavia, quelli che Bachelet definisce, con asettico linguaggio da giurista, “singoli problemi importanti ma consequenziali” sono, e saranno sempre più nel corso degli anni, questioni essenziali, dilaceranti per l’assetto della società civile e per la sua etica, hanno un nome ed un cognome: si chiamano libertà di educazione, famiglia, divorzio, aborto, eutanasia, clonazione, matrimonio gay, bioetica e così via. Di fronte all’avanzare di queste tematiche poste dalla cultura relativista egemone in occidente con insistenza e pervicacia, per scardinare quanto resta del tessuto cristiano della società civile, la “scelta religiosa” tace, anzi è spesso connivente e “collaborazionista”. Per non scontrarsi con il mondo ed il suo cambiamento la riaffermazione della centralità dell’annuncio non si traduce, paradossalmente, in testimonianza della Verità: al contrario. La “scelta religiosa” diffida della verità, così come diffida dell’identità, perché ambedue diventano momento di contrasto e di scontro con il “mondo che cambia”, con “il mondo nuovo”. La riasserita centralità dell’annuncio di Cristo diviene, così, la centralità di un annuncio muto, ridotto al silenzio, in quanto il cristianesimo non deve, in alcun modo, essere “segno di contraddizione” rispetto al “mondo nuovo” che sta nascendo. Con la “scelta religiosa”, paradossalmente, la strategia dell’opportunità politica, o storica, prevale sulla testimonianza della verità.

La “scelta religiosa”, scrive Alfredo Carlo Moro “Nasce da un giudizio storico, severo e radicale (e che gli creò pure incomprensioni…). Nasce dalla convinzione che il regime di cristianità sia avviato ad un irreversibile tramonto e che, piuttosto che tentare restaurazioni – impossibili e neppure desiderabili – convenga piuttosto prepararsi ai tempi nuovi ripartendo dalle fondamenta, dal nucleo essenziale della fede, dalla fede nuda e pura, come dirà Dossetti”. La prospettiva che la “scelta religiosa” propone è, dunque, un cristianesimo radicalmente disincarnato dalla storia, che si autoriduce al silenzio. Questo esito ultimo, cui conduce la logica della “scelta religiosa”, è plasticamente descritto da Emanuele Samek Lodovici in quell’affascinante studio che è “ Metamorfosi della Gnosi”: “Il prezzo della spiritualizzazione vuole che da una parte l’ambito del religioso purificato si restringa sempre più alla sfera della coscienza, e che dall’altra l’ambito di ciò che non appartiene al nucleo si allarghi sempre più sino ad assumere le dimensioni dell’intero. Così una religione ridotta al nucleo essenziale abbandona alla spiegazione storicistica l’idea di Chiesa, di culto, di dogma, di sacerdozio e conserva per sé un ruolo analogo a quello della matta nel gioco delle carte da far intervenire solo nei casi estremi”.

“ Chiesa spirituale” e Tradizione

La “scelta religiosa” nell’associazionismo cattolico italiano prende corpo, forza, vigore e prospettiva subito dopo il Concilio Vaticano II in forza di quella particolare lettura che lo vuole, arbitrariamente, interpretare come momento di cesura rispetto alla Tradizione della Chiesa e come punto di svolta, “evento epocale” per l’avvento di una Chiesa nuova: una “Chiesa spirituale” radicalmente innovativa e, dunque, diversa - in buona sostanza addirittura altra - rispetto alla Chiesa della Tradizione. Una lettura che separa nettamente la Chiesa preconciliare da quella postconciliare e viene prepotentemente diffusa soprattutto dalla Fondazione per le scienze religiose di Bologna, grazie alla monumentale “Storia del Concilio” di Giuseppe Alberigo. Questa interpretazione è stata puntualmente contestata e rigettata, sempre con parole chiarissime, dagli stessi pontefici: da Paolo IV, a Giovanni Paolo II ed a Benedetto XVI: “…va precisato innanzitutto – ammoniva a suo tempo l’allora cardinal Ratzinger nel famoso “Rapporto sulla fede” – che il Vaticano II è sorretto dalla stessa autorità del Vaticano I e del Tridentino… il Vaticano II si pone in stretta continuità con i due Concili precedenti e li riprende letteralmente in punti decisivi”.

Ma la contestazione più radicale ed ufficiale della linea della “scelta religiosa” e dello stravolgimento del Vaticano II arriverà nel 1985 a Loreto con le parole che Giovanni Paolo II rivolge alla Chiesa italiana in occasione del convegno nazionale che lì si celebra. In quella circostanza Giovanni Paolo II è estremamente esplicito nella radicalità della sua critica alla “scelta religiosa”. La “scelta religiosa” resta il “convitato di pietra” di quell’assemblea anche se non viene mai esplicitamente richiamata, né il suo nome pronunciato.

All’inizio del proprio discorso il Papa, riferendosi al Vaticano II, afferma chiaramente che: “…occorre però che il Concilio non si interpreti secondo particolari visioni o scelte personali: nessuno deve sconvolgere il messaggio conciliare sulla Chiesa, sia essa considerata nella sua dimensione universale o in quella particolare”. Definito il quadro d’insieme, Giovanni Paolo II passa, poco dopo, ad affrontare frontalmente la questione della “scelta religiosa”, e lo fa con parole inequivocabili. Afferma in premessa: “La verità è misura di moralità: scelte e motivazioni non possono dirsi eticamente buone, e quindi, meritevoli di approvazione se non sono conformi al bene oggettivo. La comprensione e il rispetto per l’errante esigono anche chiarezza di valutazione circa l’errore di cui egli è vittima. Il rispetto, infatti, per le convinzioni altrui non implica la rinuncia alle convinzioni proprie”. Risulta trasparente il riferimento ai “distinguo” operati, pochi anni prima, proprio sulla base della logica della “scelta religiosa”, da una parte della cultura e del mondo cattolico italiano sulle questioni dell’aborto e del divorzio.

Ricollegandosi poi direttamente alla situazione italiana e chiarendo in modo ancora più specifico il senso delle proprie parole il Papa continua: “La “coscienza di verità”, la consapevolezza cioè di essere portatori della verità che salva, è fattore essenziale del dinamismo missionario dell’ intera comunità ecclesiale, come testimonia l’esperienza fatta dalla Chiesa fin dalle sue origini. Oggi, in una situazione nella quale è urgente por mano quasi ad una nuova “implantatio evangelica” anche in un Paese come l’Italia, una forte e diffusa “coscienza di verità” appare particolarmente necessaria”. Il richiamo esplicito alla “coscienza di verità” ed al “dinamismo missionario” sono, già di per sé, due formidabili altolà alla logica di pensiero che sottende la “scelta religiosa”, ma Giovanni Paolo II approfondisce e chiarisce ulteriormente il senso delle sue parole.

Afferma, infatti, il Pontefice: “Occorre superare, carissimi fratelli e sorelle, quella frattura tra Vangelo e cultura che è anche per l’Italia, il dramma della nostra epoca; occorre por mano ad un’opera di inculturazione della fede…ciò potrà avvenire solo a condizione che non si appiattisca la verità cristiana e non si nascondano le differenze finendo in ambigui compromessi”.

Conclusa, così, la parte critica del proprio ragionamento Giovanni Paolo II passa alla parte propositiva. I cristiani non possono, né debbono, ritirarsi nella cittadella di una spiritualità travisata abbandonando la società a se stessa ed alla sua incombente scristianizzazione: “ E’ dunque necessario avere fiducia, non solo per quanto concerne la Chiesa ma anche per la vita della società, nella forza unitiva e riconciliatrice della verità che si realizza nell’amore. Vorrei dire qui agli uomini e alle donne di questa grande nazione: non abbiate paura di Cristo, non temete il ruolo anche pubblico che il cristianesimo può svolgere per la promozione dell’uomo e per il bene dell’Italia”. La contrapposizione è frontale. E’ qui che viene esplicitata, nel modo più autorevole quella che, negli anni avvenire, sarà conosciuta come “linea della presenza” in sostanziale alternativa a quella della “scelta religiosa”.

Per comprendere a fondo il significato delle parole di Giovanni Paolo II e la loro portata chiarificatrice nel contesto storico in cui sono state pronunciate, è essenziale leggerle in controcanto ad un intervento sulle stesse tematiche - ma in chiave diametralmente opposta - di quello che può essere considerato, assieme a Lazzati, il padre spirituale della linea della “scelta religiosa”: Giuseppe Dossetti. Nelle sue parole non si fatica a rinvenire il segno di un evidente antagonismo nei confronti della Chiesa istituzionale e dello stesso Giovanni Paolo II laddove riaffermano la necessità della presenza dei cattolici nella società italiana.

Sostiene Dossetti: “ I battezzati consapevoli devono percorrere un cammino inverso a quello degli ultimi vent’anni, cioè mirare non ad una presenza dei cristiani nelle realtà temporali e alla loro consistenza numerica e al loro peso politico, ma ad una ricostruzione delle coscienze ed al loro peso interiore…Vivremo sempre più la nostra fede senza puntelli, senza presidi di sorta umanamente parlando, destinati a vivere in un mondo che richiede la fede pura. Nessuna ragione, nessun sistema di pensiero, nessuna organicità culturale, nessuna completezza e forza di pensiero organico costruito potrà presidiare la nostra fede. Sarà fede nuda, pura, fondata solo sulla parola di Dio considerata interiormente… Ogni tentativo di ricostituire o di dar da bere che si può ricostituire una sintesi culturale o una organicità sociale che presidi e difenda la fede sarà sempre un tentativo illusorio…anche se una certa illusione è sempre rinascente”.

Dossetti conclude poi il suo ragionamento con una valutazione alquanto pessimistica, per non dire minacciosa, sulla Chiesa stessa: “ Si, c’è la Chiesa, ma anche essa se non si fa più spirituale, anziché cercare dei sostegni, dei puntelli, delle aggregazioni sociali di ogni tipo, delle cose che avrebbero ormai dovuto persuadere che non tengono…che non sono adeguate alla verità del tutto divina che noi professiamo, la Chiesa stessa, se non si fa più spirituale non riuscirà ad adempiere la sua missione di collegare veramente i figli del Vangelo”.

Una linea che continua a scorrere

A questo punto va tuttavia notato come le decise e mirate posizioni assunte da Giovanni Paolo II e dal suo successore Benedetto XVI non abbiano ancora ottenuto di portare a definitivo chiarimento la questione della “scelta religiosa”. Malgrado la chiarezza delle posizioni, assunte al riguardo dai Pontefici, la linea della “scelta religiosa” continua a scorrere vigorosa nella Chiesa italiana, nell’associazionismo cattolico, nella politica. A conferma di questo vale la pena richiamare alcuni passi di un recente articolo di Eugenio Scalfari su “La Repubblica” che dà conto di un suo recente colloquio-intervista con il cardinal Martini. Scalfari scrive: “Ci accorgemmo subito che eravamo d’accordo su tutto, la sua etica era anche la mia, lui la riceveva dall’alto, io dalla autonomia della mia coscienza, tutti e due ci ponevamo il problema dell’incontro tra il sentimento religioso e una modernità laica e relativista”. Martini precisa: “…qui c’è una lacuna, una defezione silenziosa specie nella società europea ed in quella italiana”. Scalfari domanda: “ Pensa alla scarsa frequenza dei sacramenti, della messa, delle vocazioni?”. Martini risponde: “Questi sono aspetti esterni non sostanziali. La sostanza è la carità, la visione del bene comune e della comune felicità. Felicità non solo per noi ma per gli altri e non solo nel presente, qui e subito, ma per i figli ed i nipoti, le generazioni che verranno”. Leggendo questi brani dell’intervista la mente non può che andare alle parole di Emanuele Samek Lodovici: “E’ a questo punto che tutto nella religione, per un curioso rovesciamento di fronte, torna ad essere storico. La sfera della religione spirituale è talmente chiusa nelle pareti dell’ io da diventare incomunicabile, mentre rimane il resto che non è altro che il mondo e mondo storico”.

Ma per comprendere il sostanziale e radicale “rovesciamento dei valori” che la “scelta religiosa” finisce con l’indurre è indispensabile raffrontare le parole del cardinal Martini sulla “carità” e sulla “felicità” a quanto scrive Benedetto XVI nelle prime pagine della sua ultima enciclica “Caritas in Veritate”. Ciò che, infatti, dà il segno al ragionamento del cardinal Martini, ed è tipico della logica della “scelta religiosa”, è l’assenza di ogni riferimento al rapporto tra “carità” e “verità”. Afferma per contro Benedetto XVI : “ Un cristianesimo di carità senza verità può venire facilmente scambiato per una riserva di buoni sentimenti utili per la convivenza sociale ma marginali” (n.4); “Senza verità la carità scivola nel sentimentalismo. L’amore diventa un guscio vuoto da riempire arbitrariamente. E’ il fatale rischio dell’amore in una cultura senza verità. Esso è preda delle emozioni e delle opinioni contingenti dei soggetti, una parola abusata e distorta fino a significare il contrario”.

Rispetto alla linea della “scelta religiosa” resta ora un ultimo punto da definire: quello del suo rapporto con la politica e, specificamente, con l’impegno politico dei cattolici. Sarebbe un errore infatti, pensare che la “spiritualizzazione” della religione conduca ad un allontanamento dalla politica e dal potere. E’ anzi vero il contrario. La “scelta religiosa”conduce, in realtà, ad una radicale cesura tra l’impegno politico, la fede e la verità; esalta la storicità della politica e la totalizza: in questo ha una singolare assonanza, seppure in termini rovesciati, con l’Action Francaise di Maurras condannata da Pio XI il 24 dicembre 1926. In conclusione fornisce ai cattolici la possibilità di impegnarsi in politica sentendosi svincolati da ogni obbligo non solo di testimonianza della propria fede e della verità ma anche di difesa dei valori eticamente sensibili e dello stesso diritto naturale. La “Chiesa spirituale”, secondo tale logica, deve restare sempre ai margini della società civile, i “cattolici spirituali” non devono e non possono essere testimoni di verità nella realtà sociale per non violare il fairplay che deve caratterizzare il loro dialogo con “la modernità laica e relativista”- per usare la terminologia di Scalfari - e l’assoluto, inviolabile rispetto dovuto a quella specie di “ Sancta Sanctorum” che sarebbe la “laicità delle istituzioni”.

Non a caso, verso gli anni ottanta, Luigi Gedda, carismatico presidente dell’Azione Cattolica nel primo dopoguerra in contrapposizione alla cui linea venne formulata la “scelta religiosa”, dirà: “ E’ una “scelta religiosa” “sui generis” nel senso che lascia mano libera ai politici; in realtà è una scelta politica! ”. Una affermazione che troverà direttamente e clamorosamente riscontro molti anni dopo quando, sempre sulla stessa linea culturale, sarà coniato il termine di “cattolici adulti” per designare “orgogliosamente” quei cattolici che si sottraggono pubblicamente al magistero della Chiesa e dei suoi pastori soprattutto su scelte politiche eticamente sensibili.

Scrive, significativamente, al riguardo Luigi Amicone nel febbraio 2007 quando Prodi e la Bindi presenteranno la loro proposta di legge per il riconoscimento delle coppie gay: “A suo modo l’opzione per la “scelta religiosa” fatta dalla più istituzionale e ufficiale delle associazioni cattoliche agli inizi degli anni Settanta era stata un’operazione geniale. Separate le sfere del privato e del pubblico, la “laicità” intesa come “autonomia” dalla fede, e una fede ridotta a “ispirazione” amica dell’uomo, e di un’amicizia analoga a quella che possiamo avere noi con Adamo ed Eva, tanto cara ai Lazzati e Dossetti, quell’idea di laicità ha attivato per decenni un alibi portentoso. Manteneva i professanti il maritainismo politico nell’aureola mistica, devota, ortodossa verso santa madre chiesa e, al tempo stesso, dava loro mani libere per operare da principi di questo mondo. Quando Paolo VI intuì l’equivoco era tardi. Il suo pontificato volgeva al termine e il proiettarsi dell’ombra cupa di un cristianesimo disincarnato ma fedele segugio delle forze storiche del potere mondano, forse ne affrettò anche la morte. Certo che “un pensiero non cattolico” si stava insinuando dentro la chiesa. Certo che un odore di zolfo (usò proprio quelle parole Paolo VI “fumo di satana”) si andava diffondendo nei sacri palazzi e in quei grandi convegni che nel nome del Vaticano II e dell’aggiornamento e della promozione umana, scardinavano il pensiero cattolico”.

Una parola definitiva sulla questione e sullo “slogan” dei “cattolici adulti” è stata, comunque, pronunciata dallo stesso Benedetto XVI in occasione del suo discorso in chiusura dell’Anno Paolino: “ Lo “slogan diffuso” – sono parole del Papa – dipinge oggi come “matura” la fede del cattolico che “ non dà più ascolto alla Chiesa e ai suoi pastori ma sceglie autonomamente ciò che vuol credere e non credere” , e “ che ha il “coraggio” di esprimersi contro il magistero della Chiesa”…Con sottile ironia papa Benedetto annota che a contestare la Chiesa “ in realtà non ci vuole del coraggio perché si può sempre essere sicuri del pubblico applauso”…Il Papa rimette a posto ciò che fa “grande” un credente ribadendo che “fa parte della fede adulta , ad esempio, impegnarsi per l’inviolabilità della vita umana fin dal primo momento” e “ riconoscere il matrimonio tra un uomo e una donna per tutta la vita come ordinamento del Creatore”.

Dopo aver inquadrato le caratteristiche fondamentali della “scelta religiosa” e la sua posizione radicalmente antitetica, seppur costantemente ambigua, rispetto alla posizione della Chiesa ed alla linea sempre ribadita dai Pontefici, possiamo spostare il “focus” della riflessione sul significato e sulle modalità della “linea della presenza” nel contesto culturale, sociale e politico, che caratterizza l’attuale momento storico: in Italia come nel mondo.

Tuttavia, prima di inoltrarsi in questa specifica analisi è indispensabile sgomberare il campo da quello che è, forse, il più formidabile equivoco che la “cultura” della “scelta religiosa” è riuscita ad indurre: cioè quello che, nell’attuale contesto, la linea della presenza cristiana per la riaffermazione dei valori eticamente sensibili e per la difesa delle radici cristiane della nostra cultura europea ed occidentale, sia una scelta “temporalista”, una scelta di potere, una scelta di sostanziale abbandono della spiritualità. In realtà, alla base di questo equivoco sta la sempre ritornante e falsa contrapposizione di origine gnostica, tra Chiesa spirituale e Chiesa istituzionale, tra Chiesa povera e Chiesa del potere. Laddove è, invece, vero esattamente il contrario: “Nella crisi di civiltà che stiamo attraversando, una nuova purificazione e unificazione della cultura può invero sgorgare soltanto da isole di raccoglimento spirituale. Là dove in comunità vive, ha luogo una “nuova nascita” della fede si ha anche la prova di come la cultura cristiana si dia nuove forme, di come l’esperienza comunitaria suggerisca e dia vita a nuove vie che prima d’ora non avevamo saputo intravedere”. Solo una rinnovata e ritrovata spiritualità può, infatti, essere alla radice ed alla base di un’autentica scelta della presenza.: cioè di una rinnovata incarnazione del cristianesimo nella società e nella cultura. Benedetto XVI ricorda che la dignità divina dell’essere umano e l’unicità della sua origine e del suo destino trovano il loro sigillo in Cristo, secondo Adamo. “ Questo annuncio biblico è la roccaforte della dignità umana e dei diritti umani; è la grande eredità di umanesimo autentico affidata alla Chiesa, il cui dovere è incarnare questo annuncio in tutte le culture in tutti i sistemi sociali e costituzionali”. In questo senso, la scelta della presenza è, in realtà, la vera “scelta religiosa”!

Ciò premesso, il punto fondamentale che resta da approfondire è sostanzialmente quello di valutare cosa significhi esattamente linea della presenza in questo tempo storico e nella società di oggi di fronte agli interrogativi, alle scelte ed alle alternative che questa società pone all’uomo. L’ultimo decennio del ventesimo secolo ha infatti, è vero, portato con sé, il crollo dell’impero sovietico e la fine del comunismo come ultima delle ideologie totalitarie che hanno drammaticamente caratterizzato ed insanguinato il ‘900, ma ha messo, tuttavia, in campo questioni e problemi che investono l’essenza stessa dell’uomo e della sua natura: quella che viene spesso definita “ questione antropologica” alla quale la cultura occidentale sta offrendo risposte non meno ideologiche e totalizzanti, seppure, solo apparentemente, meno cruente di quelle generate dai totalitarismi dello scorso secolo.

Questo processo storico è stato sempre ed in innumerevoli occasioni diagnosticato, analizzato e denunziato da Giovanni Paolo II e da Benedetto XVI. Papa Ratzinger, peraltro, lo ha descritto con parole particolarmente efficaci nel suo intervento al quarto convegno nazionale della Chiesa italiana che si tenne a Verona nell’autunno del 2006 parlando di “quella cultura che predomina in Occidente e che vorrebbe porsi come universale e autosufficiente, generando un nuovo costume di vita. Ne deriva una nuova ondata di illuminismo e di laicismo per la quale sarebbe razionalmente valido soltanto ciò che è sperimentabile e calcolabile mentre sul piano della prassi la libertà individuale viene eretta a valore fondamentale al quale tutti gli altri dovrebbero sottostare”.

Da questa logica, continua il Papa, deriva una esclusione di Dio dalla cultura, dalla società e dalla vita pubblica ed il mondo viene sentito come opera nostra alla quale Dio è superfluo ed estraneo: ed è davvero sconcertante, notiamo noi, quanto, in questo senso, risulti inquietante la consonanza e la convergenza di fatto tra questa nuova ondata di cultura “illuminista e laicista” e la “scelta religiosa” dei cattolici adulti! Prosegue poi Benedetto XVI : “In stretto rapporto con tutto questo, ha luogo una radicale riduzione dell’uomo considerato un semplice prodotto della natura, come tale non realmente libero e di per sé suscettibile di essere trattato come ogni altro animale. Si ha così un autentico capovolgimento del punto di partenza di questa cultura, che era una rivendicazione della centralità dell’uomo e della sua libertà”.

La “dittatura del relativismo”

In questa frase si trova la chiave di lettura essenziale dell’analisi del Papa sulla nascita della “dittatura del relativismo”. Anche recentemente, Benedetto XVI è tornato a parlare di “dittatura del relativismo” in occasione dei 150 anni dalla morte di san Giovanni Maria Vianney che visse eroicamente in Francia gli anni immediatamente successivi alla rivoluzione dell’89 ed al periodo del “Terrore”: “Cari fratelli e sorelle, a 150 anni dalla morte del Santo Curato d’Ars, le sfide della società o¬dierna non sono meno impegnative, anzi forse, si sono fatte più comples¬se. Se allora c’era la «dittatura del ra¬zionalismo», all’epoca attuale si regi¬stra in molti ambienti una sorta di «dittatura del relativismo»”.

Queste parole del Papa, non possono essere in alcun modo ascoltate con leggerezza, né interpretate come occasionali: lo specifico richiamo al concetto di dittatura in connessione con il “razionalismo” ed il “relativismo” esplicitamente riferito alla situazione della Francia dopo la rivoluzione dell’ 89 ed “il Terrore”, sottolinea la drammaticità della situazione attuale, aldilà delle apparenze libertarie! Esse ci ricollegano immediatamente al problema della presenza dei cattolici nella cultura, nella società, nella politica. In altre parole ci permettono di mettere a fuoco una prima fondamentale risposta al problema che ci siamo appena posti: cosa significa esattamente oggi, nell’attuale contesto storico, culturale, sociale e politico “linea della presenza”?

Un fatto specifico è fuor di dubbio: oggi le problematiche e le situazioni che i cristiani con la loro presenza nella società debbono affrontare si sono parzialmente modificate, ed in un certo senso – paradossalmente! - radicalizzate, rispetto alla situazione del secolo scorso nel quale la loro presenza è stata necessariamente finalizzata a difendere la libertà “tout court” dai pericoli incombenti dei totalitarismi di destra e di sinistra. “…Giovanni Paolo II – in più occasioni, e anche nei primi capitoli del suo ultimo libro “Memoria e identità” – ricordava la necessità di difendere la coscienza dei cristiani e dell’umanità tutta contro l’intrinseco male di due grandi utopie ideologiche calate in sistemi giuridici su scala mondiale: l’utopia totalitaria della giustizia senza libertà e l’utopia relativista della libertà senza verità. … L’utopia relativista apparentemente democratica della libertà senza verità, costituisce una pressante minaccia di perversione culturale ed antropologica, specialmente in alcune nazioni europee”.

Seguendo il filo logico di questo ragionamento in riferimento alle posizioni espresse sia da Giovanni Paolo II che da Benedetto XVI, cominciamo, dunque, a mettere a fuoco quale sia il vero antagonista che la presenza cristiana nella società, nella cultura e nella politica si trova a dover fronteggiare oggi. I totalitarismi “classici”, quelli che nel corso del ‘900 hanno sconvolto il volto del mondo aggredendo apertamente e frontalmente il principio della libertà della persona e della democrazia rappresentativa, come criterio di governo nella società moderna, sono tramontati. Almeno in occidente questo è definitivamente avvenuto alla fine del secolo scorso con il crollo dell’Unione Sovietica e del suo impero.

Tuttavia con la sconfitta dei totalitarismi novecenteschi si è clamorosamente aperta un’altra partita che vede l’affermarsi nelle società occidentali, ed europee in particolare, di una nuova più subdola forma di totalitarismo, quella che Benedetto XVI ha definito, appunto, “dittatura del relativismo” che partendo dall’utopia della libertà senza verità costituisce un gravissimo pericolo proprio per il principio stesso di dignità e di libertà della persona e, di conseguenza, per la stessa democrazia fondata sul diritto naturale e sulla sovranità popolare: “Una democrazia senza valori si trasforma in tirannia del relativismo, in una perdita della propria identità e, a lungo andare, può degenerare in totalitarismo aperto o insidioso”.

E’ esattamente su questo specifico e pressante monito del Papa che i cattolici debbono, innanzitutto, ragionare ed approfondire per trovare la principale chiave di risposta alle modalità, alle motivazioni ed agli obbiettivi della loro presenza organizzata nella società. La presenza dei cattolici nel sociale, nel culturale e nel politico non può, infatti, non misurarsi col dato di fatto centrale della esistenza di una egemonia della cultura relativista che, proprio partendo dal concetto della assolutizzazione della libertà, può “degenerare in totalitarismo aperto ed insidioso”. In questo contesto sono, più che mai, centrali, anche per la sopravvivenza della stessa democrazia, tutte le battaglie sui valori non negoziabili che l’offensiva relativista costringe ad affrontare nel suo costante, e ormai dilagante, progetto di egemonia e totale sradicamento dell’identità cristiana dell’ Europa e dell’occidente: dal tema della vita con l’aborto, l’eutanasia, la procreazione assistita, la clonazione; a quello della famiglia, dalla sua crisi con il divorzio fino al riconoscimento del matrimonio gay; a quello della libertà di educazione, dall’insegnamento religioso nelle scuole pubbliche fino alla difesa della scuola cattolica.

E’ in questo contesto che bisogna prendere radicalmente le distanze, ed anzi, denunciare pubblicamente l’ambiguità e la pericolosità di quella scelta di sostanziale acquiescenza all’ affermarsi della “tirannia del relativismo” che viene spacciata come “scelta religiosa” nel ragionamento dei cosiddetti cattolici adulti. Infatti, il concetto fondamentale della “scelta religiosa”- cioè quello che vorrebbe indurre al sostanziale collaborazionismo dei cristiani di fronte alle singole e specifiche offensive di scristianizzazione della società e di sovvertimento della legge naturale - nasce dal fatto di considerare la resistenza contro tali offensive una “battaglia di retroguardia”, residuo di una concezione “temporalista” della Chiesa: una concezione da abbandonare per ritirarsi in una dimensione puramente interiore di “distacco spirituale” in attesa dell’avvento di chissà quale “nuovo eone”. Tale posizione, peraltro, non solo contraddice il dovere della Chiesa di incarnare l’annuncio di autentico umanesimo che deriva dalla dignità divina della persona umana in tutte le culture e in tutti i sistemi sociali e costituzionali ma – accettando il sovvertimento del principio della suprema dignità della persona - mette, in realtà, in pericolo estremo il principio di libertà dell’uomo e, dunque, il principio stesso della convivenza civile fondata sulla libertà.

. Ancora una volta, per i cristiani, la scelta della presenza nella società e nella storia, significa combattere una battaglia in difesa della libertà di tutti: il nesso tra la difesa dei valori eticamente sensibili ed i principi di libertà e democrazia è sostanzialmente inscindibile. L’attacco alla libertà ed alla democrazia che i cattolici debbono fronteggiare oggi con la loro presenza è, probabilmente, più insidioso e sostanzialmente più grave di quello apportato dai totalitarismi del secolo scorso. Mentre allora, infatti, si trattava di affrontare delle ideologie che erano portatrici di concezioni del mondo chiaramente antagoniste rispetto all’ordinamento democratico e negavano apertamente la libertà della persona, oggi si tratta di affrontare una ideologia che, in buona sostanza, esaltando ed assolutizzando la libertà della persona finisce, in realtà, con l’umiliarla e con il distruggerla. Una ideologia che, seppure fortemente integralista, si presenta, al contrario, come un modo di essere più aperto, più moderno, più conseguentemente liberale e tollerante della democrazia stessa.

Benedetto XVI chiarisce a fondo questo concetto parlando chiaramente del “nucleo non relativistico della democrazia: “ i diritti umani non stanno in subordine all’ imperativo della tolleranza e a quello del pluralismo: essi sono il contenuto della tolleranza e della libertà. Derubare l’altro dei suoi diritti non può mai divenire materia di statuizione positiva e meno che mai essere contenuto di libertà. Ciò significa che un fondo di verità – di verità in senso morale – appare irrinunciabile per la stessa sopravvivenza della democrazia”. E’ in questo senso che il Papa afferma che senza i valori la democrazia si trasforma in una “tirannia del relativismo”.

A questo riguardo il Pontefice approfondisce ulteriormente l’analisi e parla chiaramente di “due orientamenti di fondo radicalmente contrapposti”: la concezione relativista della democrazia che si contrappone a quella metafisica e cristiana rispetto alla quale è assolutamente irriducibile. “Sul primo versante troviamo l’opzione radicalmente relativistica, che vuole escludere totalmente dalla sfera politica qualunque pertinenza della nozione di bene ( e con maggior ragione di quella di vero) in quanto pericolosa per la libertà. Il “diritto naturale” viene qui rifiutato come qualcosa che è sospetto di possibili nessi con dottrine metafisiche per affermare coerentemente un perfetto relativismo…Il diritto dovrebbe essere inteso in un’ accezione solo ed esclusivamente politica: sarebbe cioè diritto quanto viene statuito dagli organi a ciò preposti. Conseguentemente della democrazia si dà una definizione non in senso sostanziale, bensì puramente formale: la si concepisce come un insieme di regole che rendono possibile la formazione di maggioranze, la rappresentanza dei poteri e l’alternanza dei governi”. Con questa sua analisi il Papa individua e precisa lo spazio fondamentale nel quale deve attestarsi la presenza dei cattolici nella società di oggi: la difesa dei valori irrinunciabili riconosciuti dalla ragione e dal diritto naturale che si salda in uno con la difesa e la riaffermazione dell’autentica libertà e della vera democrazia e delle radici cristiane della società occidentale.

Un apporto fondamentale all’affermarsi della concezione relativistica della democrazia, e quindi alla sua degenerazione verso la “tirannia del relativismo”, viene anche fornito dalla dottrina del positivismo giuridico che si è diffusa nel mondo occidentale soprattutto dalla fine della seconda guerra mondiale. Al riguardo, riferendosi ad Hans Kelsen, fondatore appunto della scuola del positivismo giuridico- che afferma il prevalere della legge sulla verità - Benedetto XVI scrive: “ Per questi la relazione tra religione e democrazia può essere solo negativa. Il cristianesimo, in particolare, insegna valori e verità assoluti e si pone con ciò esattamente agli antipodi dello “scetticismo obbligato della democrazia relativista”. “Religione” significa eteronomia della persona, mentre al contrario “democrazia” implica in sé la sua autonomia. Ciò significa anche che il baricentro della democrazia è la libertà e non il bene, il quale sembra ancora una volta qualcosa di pericoloso per la libertà stessa…In realtà, ciò che qui domina incontrastata è una nozione vuota di libertà. Essa si spinge sino ad affermare che la dissoluzione dell’ io, ridotto a fenomeno senza più centro né essenza, sarebbe necessaria per poter dar forma concretamente alla nostra intuizione del primato della libertà”.

In sintonia con la “gender theory”

In questa logica, il positivismo giuridico - che nega in radice ogni rapporto tra verità e diritto, rescinde completamente il rapporto tra giustizia e verità, nega la legge naturale “nega la retta antropologia, il carattere oggettivo ed universale della dignità della persona umana e dei veri diritti che promanano da tale dignità” – si trova ad essere naturalmente alleato ed in sintonia con la cosiddetta “gender theory” (ideologia di genere) “ che relativizza e snatura le nozioni di amore, di matrimonio, di famiglia, reimpostandole a partire dai desideri soggettivi dell’individuo e non dalla differenza sessuale iscritta nella realtà biologica dell’uomo e della donna”. Il positivismo giuridico diviene, pertanto, “il braccio secolare” per la realizzazione dell’utopia relativista.

Questo fenomeno, ormai estremamente avanzato nell’intero Occidente, in Italia presenta delle caratteristiche particolari ed alquanto ambigue, che vanno, dunque, espressamente analizzate. In Italia, infatti, la linea del positivismo giuridico ha assunto, nella buona sostanza, la forma specifica del “patriottismo costituzionale” o, meglio, dell’ “ideologia della Costituzione” compiendo un ulteriore passo avanti verso la degenerazione della democrazia nella “dittatura del relativismo”. Peraltro, ad aumentare la confusione, vi è anche il fatto che “l’ideologia della Costituzione” nasce nel cuore della cultura politico-giuridica del cattolicesimo italiano con il grande apporto di una sua componente significativa: quella del dossettismo e dei cosiddetti “cattolici adulti”. Ciò avviene in significativa convergenza con filoni specifici della cultura giuridico-politica di origine laica come quello rappresentato da Gustavo Zagrebelski.

L’“ideologia della Costituzione” infatti, pone al centro del sistema politico e giuridico la Costituzione considerata come un valore assoluto, in sé radicalmente immodificabile, di per sé unica legittimazione a fondamento del diritto, a prescindere da qualsiasi diversa valutazione etica. Nascono, così, le nuove “tavole della legge del relativismo”, in un processo logico che vede la Costituzione, in quanto carta fondamentale, sostituirsi completamente a quello che era il diritto naturale nella tradizione politico-giuridica dell’ Europa cristiana. Non a caso, in un suo recente libro, Gherardo Colombo ha dettagliatamente teorizzato come la Costituzione, in quanto carta fondamentale, abbia assunto nei sistemi giuridici moderni, il ruolo di riferimento ultimo che era un tempo riservato al diritto naturale.

La logica della “ideologia della Costituzione” dà vita ad una sorta di “relativismo dogmatico” che finisce con il contrapporsi non solo al diritto naturale, ma allo stesso principio democratico della maggioranza, laddove quest’ultima non coincide perfettamente con le sue impostazioni. Viene così affidata alla interpretazione della Carta l’ultima parola anche sui temi eticamente sensibili più essenziali: quali, ad esempio, la questione del testamento biologico o del matrimonio omosessuale. Il momento decisionale su questioni tanto fondamentali e delicate si sposta così, dalle aule parlamentari a quelle di giustizia e lo stesso Parlamento, che dovrebbe essere la sede dove si esprime la sovranità popolare, viene costretto a rincorrere le sentenze dei giudici . Si crea in tal modo un meccanismo giuridico assolutamente autoreferenziale che nulla ha a che vedere con i valori di verità e giustizia che la fede e la ragione riconoscono nel diritto naturale, e che può addirittura, prescindere anche dalla stessa volontà della maggioranza contrapponendosi, di fatto, al principio stesso di sovranità popolare.

Non a caso in Italia il processo di secolarizzazione selvaggia che la cultura relativista cerca di imporre sta avanzando principalmente a colpi di sentenze e di ricorsi alla Corte Costituzionale. Basti pensare al caso di Eluana Englaro laddove si è, di fatto, legalizzata la soppressione di una persona umana facendola morire di fame e di sete per disposizione di una sentenza di Tribunale: introducendo così, violentemente, nel dibattito politico-culturale del nostro Paese il tema dell’eutanasia. Analoga situazione rischia poi di determinarsi sulla questione dei matrimoni omosessuali. La Corte di Appello di Trento ha infatti, recentemente, rimesso alla Corte Costituzionale “in quanto si tratta di questione rilevante e non manifestamente infondata” il ricorso proposto da due aspiranti “famiglie omosessuali” che intendono regolarizzare la propria situazione sottolineando il fatto “che il matrimonio civile deve essere un diritto garantito a tutti i cittadini indipendentemente dal loro orientamento sessuale”.

In base a queste considerazioni diviene oltremodo chiaro quali siano, nell’attuale contesto storico, i principali campi di intervento nei quali la presenza cristiana deve impegnarsi e manifestarsi. Innanzitutto, senza alcun dubbio, nella riaffermazione e nella difesa dei valori non negoziabili ed insieme ad essi, strettamente connessa, nella difesa e nella riaffermazione di una vera democrazia fondata sul diritto naturale e sulla sovranità popolare. Laddove, infatti, i valori della vita, della famiglia, della libertà di educazione, della solidarietà e della sussidiarietà vengono abbandonati, trascurati e dileggiati, prima o poi appassisce, necessariamente, la stessa libertà.
01/04/2010 [stampa]
Una Antica Ecumene.
Da noi, ancora oggi, quando passa un funerale, la gente "si segna", come si diceva una volta, cioè si fa il segno della croce e le esequie avvengono abitualmente nelle chiese e sono confortate dalla presenza della croce; in occasione di eventi tragici o che comunque colpiscano il sentimento del popolo la cerimonia viene officiata da illustri presuli ed in ricche cattedrali; i cittadini italiani per generazioni e generazioni sono stati sepolti e seguitano ad essere sepolti all'ombra del croce.

Si tratta di scelte maggioritarie, non nel senso elettorale, ma nel più valido ed autentico senso storico e perciò culturale, cioè capace di essere costituente e fondante di una identità di fronte alla quale sono nulle le scelte e le critiche superficiali e pretestuose che la accompagnano.

La croce ed il Crocefisso sono presenti nella letteratura, nella pittura, nella scultura e caratterizzano l'architettura e la decorazione delle chiese delle città italiane, anzi, di tutto l'Occidente ed anche dell'Oriente. E più ancora, il Crocefisso, simbolo universale della cristianità, è l'espressione del valore redentivo del sacrificio; esso ha la capacità di raccogliere intorno a sé popoli e nazioni e di ricordare la richezza del perdono.

Non ostante queste valide e riconosciute ragioni, non è raro constatare che oggi la bestemmia sia consentita solo nei confronti della religione cristiana, e che il dileggio, in vario modo perpetrato, sia accettato in basso ed in alto loco proprio nei confronti del più prezioso dei suoi simboli: il Crocefisso.

Facevo queste considerazioni quando mi è tornato alla mente uno scritto di Orietta Tofini che nel '94, in occasione della sua scomparsa, riprodussi sul Secolo d'Italia dell’epoca e che oggi mi sembra opportuno offrire nuovamente ai nostri lettori per il suo valore poetico, per il suo significato morale e perchè esprime concetti di grande valore religioso e quelli propri della civiltà cristiana.

Orietta era una Crocerossina romana che aderendo alla Repubblica Sociale Italiana ebbe modo di prodigarsi con le doti della sua sensibilità nell'opera di assistenza infermieristica e organizzativa a favore di quei combattenti. Ecco qui il testo: "Io ho nella mia casa un Crocefisso, situato nel posto più opportuno e più religiosamente logico. Accanto al mio letto, cioè a quel letto dove io, se sarò fortunata, un giorno dovrò rendere a Dio l'anima che Egli mi ha dato.

Questo Crocefisso non è nato cattolico: lo ha modellato cento anni fa con un osso di balena un pescatore della Groenlandia . Il pescatore era un luterano. Il Crocefisso egli l'aveva costruito per la sua propria casa e, disposto a fabbricarsene un altro, lo aveva poi regalato ad un amico danese. Sempre come dono il Crocefisso è giunto fino a me e da venti anni è nella mia abitazione. Non è bello, o almeno ha solo l'ingenua bellezza delle opere dei primitivi. Non è antico: che cosa sono cento anni per un Crocefisso!

Non è nato nella religione cattolica; lo ha costruito un esquimese. E per tutto ciò mi è più caro. Innanzi tutto non è stato costruito per ragioni di commercio artigiano, ma da chi voleva venerarlo dopo averlo lui stesso piamente costruito.

Vince poi, per le sue origini, le distinzioni razziali e, superando ogni differenza, unisce nel segno originario chi è diviso da dispute teologiche.

Viene da enormi distanze, potremmo dire da un altro mondo, da un'altra civiltà e rappresenta lo stesso simbolo davanti al quale una donna latina ed un uomo dei mari polari piegano il ginocchio nella gioia e nel dolore, nello sconforto e nella speranza, nella preghiera comune."

Così Orietta: le sue parole fugano i dubbi, accrescono la carità, alimentano la fede. Luigi Gagliardi
24/03/2010 [stampa]
Le parole di Bagnasco e i valori dei cattolici.
Non può essere messo in discussione il diritto del Presidente della Conferenza Episcopale di esprimere la sua preoccupazione sul tema dell’aborto che anche a causa delle nuove tecniche farmacologiche rischia di essere praticato, come ha affermato, individualmente con una ‘invisibilità sociale ‘ e quindi anche ‘etica’.

Che questo intervento del Cardinal Bagnasco sia anche pertinente rispetto alle competenze regionali è ancora più evidente, in quanto la gestione sociosanitaria costituisce una prerogativa pressocchè assoluta di tali istituzioni.

Per la verità l’art. 1 della legge 194 del 1978 che introdusse l’interruzione della gravidanza afferma che “lo Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio”, ma la gestione di questa legge che avrebbe dovuto prevenire le cause che spingono le donne al dramma dell’aborto, comprese adeguate politiche familiari, invece ha avuto un’attuazione troppo parziale e l’aborto è divenuta una strada a senso unico, addirittura sostenuto come un “diritto”, dalla cultura laicista.

E’ evidente che quanto è stato detto al Consiglio permanente di vescovi non può non riguardare la competizione elettorale del Lazio dove Emma Bonino si è candidata sulla base delle sue battaglie radicali e anche in questa campagna elettorale non ha dimenticato di richiamare il suo orgoglio laicista e abortista.

Dall’altra parte c’è una candidatura, quella della Polverini che invoca, invece, una autonomia della politica che, tuttavia, ascolta ed è attenta a difendere valori etici di ispirazione cattolica e si impegna per quelle politiche che sono a tutela della famiglia.

E’ sfuggito ai più che l’intervento del Presidente della CEI è indirettamente rivolto anche ad altre candidature come quella della Bresso in Piemonte alla guida di una regione che acconsentì prima fra tutte alla sperimentazione della pillola RU 486 . La cosa , pur dribblandola egregiamente, non può essere sfuggita a Pierferdinando Casini, che spinto a contrastare l’alleanza PDL Lega è giunto all’incoerenza di sostenere una candidatura che, in fatto di temi etici, è sulle stesse posizioni di Emma Bonino. A Torino poi, il sindaco Chiamparino dimostra un forte attivismo in questa stessa direzione come ha ostentatamente dimostrato con la sua partecipazione il 28 febbraio al “matrimonio” omosex al Parco del Valentino.

E’ evidente che mentre alle orecchie dei radicali e della sinistra ecologista le parole del Cardinal Bagnasco suonino del tutto indifferenti, non è la stessa cosa per il PD, nel quale i cattolici rischiano ormai di scomparire , fino adesso politicamente, ma, purtroppo, con la candidatura della Bonino nel Lazio, anche come presenza culturale e ideale.

Sottolinea, significativamente questo “disagio” nel PD, l’Avvenire che il 23 marzo che segnala la “tentazione del ‘voto disgiunto’, e per chi conosce le sottili linee comunicative di ambito cattolico, sembra quasi un invito a scegliere in tal senso rivolto a quegli elettori del PD che non intendano rinunciare ai valori “non negoziabili”.
15/03/2010 [stampa]
Senza verità non c'è responsabilità sociale.
«Il mercato, lasciato al solo principio dell'equivalenza di valore dei beni scambiati, non riesce a produrre quella coesione sociale di cui pure ha bisogno per ben funzionare. Senza forme interne di solidarietà e di fiducia reciproca, il mercato non può pienamente espletare la propria funzione economica. Ed oggi è questa fiducia che è venuta a mancare, e la perdita della fiducia è una perdita grave». Lo scrive Benedetto XVI nella sua ultima enciclica “Caritas in veritate”.

Insomma l’uomo, la persona deve tornare al centro dell’azione economica. E questo perché lo sviluppo non è di per sé garantito da forze impersonali e automatiche ma necessita di persone che lo animino e lo organizzino vivendo nelle loro coscienze il richiamo del bene comune. Un fine che il mercato come meccano inanimato non ha in sé. Tanto più serve quindi un’etica a chi opera nel mercato quanto più le regolamentazioni dei governi nazionali vengono meno.

Per questo come ha giustamente notato il governatore della banca d’Italia Mario Draghi «Il Papa individua nel principio di sussidiarietà (delineato nel 1931 da Pio XI nella “Quadragesimo anno”) uno strumento importante per rispondere in prospettiva alla crisi attuale. La proposta è di affidare il governo della globalizzazione a una autorità policentrica (poliarchica) costituita da più livelli e da piani diversi e coordinati fra loro, non fondata esclusivamente sui poteri pubblici ma anche su elementi della società civile (i corpi intermedi fra Stato e mercato, nell’originaria impostazione di Pio XI)». È in questo modo concreto, pragmatico che Benedetto XVI invita a cercare la verità nell'«economia» della carità, a sua volta compresa, avvalorata e praticata alla luce della verità.

Senza verità la carità scivola nel sentimentalismo. L'amore diventa un guscio vuoto, da riempire arbitrariamente. In una cultura senza verità – dice chiaramente il Santo Padre – l’amore è solo un sentimento, è preda delle emozioni e delle opinioni contingenti dei soggetti. «Nella verità la carità riflette la dimensione personale e nello stesso tempo pubblica della fede nel Dio biblico, che è insieme «Agápe» e «Lógos»: Carità e Verità, Amore e Parola».

E’ il ruolo pubblico sul cristianesimo quello che rivendica con forza nell’enciclica “Caritas in veritate” il Santo Padre. Ed una fede che si incarna nella storia, non evanescente ed intimistica, quella che propone alle nuove generazioni di credenti. Per questo - dice il Papa - un Cristianesimo di carità senza verità può venire facilmente scambiato, nella migliore delle ipotesi, per una riserva di buoni sentimenti, utili per la convivenza sociale, nel peggiore in una predicazione rivoluzionaria e sovversiva come è avvenuto per la Teologia della liberazione.

In questo modo non ci sarebbe più un vero e proprio posto per Dio nel mondo. «Senza la verità, la carità viene relegata in un ambito ristretto e privato di relazioni. È esclusa dai progetti e dai processi di costruzione di uno sviluppo umano di portata universale, nel dialogo tra i saperi e le operatività».

Il punto è che senza verità, senza fiducia e amore per il vero, non c'è coscienza e responsabilità sociale, «e l'agire sociale cade in balia di privati interessi e di logiche di potere, con effetti disgregatori sulla società, tanto più in una società in via di globalizzazione, in momenti difficili come quelli attuali».

di Riccardo PEDRIZZI
10/03/2010 [stampa]
Autenticità della Sindone.
Ci siamo rivolti alla prof.ssa Emanuela Marinelli, sindonologa nota in campo nazionale ed internazionale perché, in occasione dell’ostensione che si farà tra breve della Sindone, cioè del telo che avrebbe avvolto il corpo di Gesù dopo la crocifissione, potesse rispondere ad alcune domande al riguardo.

D- Quando, cioè quanti anni dopo la sepoltura venne rinvenuto il telo, da chi e dove ?
R- La Sindone fu trovata, ormai vuota, nel sepolcro di Gesù e certamente fu conservata . Nei primi secoli i cristiani erano perseguitati e quindi la preziosa reliquia fu nascosta. Un’antica tradizione riporta che San Giuda Taddeo portò a Edessa, nel sud-est della Turchia, un’immagine di Gesù su un panno. Verso la metà del VI secolo a Edessa questa stoffa viene scoperta in una nicchia delle mura della città. Viene chiamata Mandilyon tetradiplon, cioè “fazzoletto quattro volte doppio”. Molte testimonianze e descrizioni la mettono in relazione con la Sindone, che piegata in otto mostra il solo volto. Il sacro Lino, giunto a Costantinopoli il 16 agosto 944 ancora piegato come Mandilyon, da allora viene esposto dispiegato in verticale. Nel 1204, durante il saccheggio della IV Crociata, il cavaliere Othon de La Roche portò via la Sindone e la custodì ad Atene. Nel 1208 la trasferì in Francia.

D- Quali elementi tecnici , oltre alla plurisecolare tradizione, documentano la sua autenticità, cioè la sua origine come santo sudario?
R- Prima di tutto ricordiamo le caratteristiche epocali e locali della tessitura, poi la presenza di aragonite simile a quella delle grotte di Gerusalemme e ancora la “palinologia” cioè il riscontro su di esso dei pollini propri e non migratori delle regioni attraversate dal telo. Interessante, inoltre, la presenza di aloe e mirra, le due sostanze profumate che gli ebrei usavano nelle sepolture e che furono portati in gran quatità da Nicodemo.

D- Quali elementi più tipicamente medico-legali si possono riscontrare ?
R- La Sindone è un lenzuolo che reca un’impronta siero-ematica da cadavere, quindi non è una pittura; e questa non meno delle altre e più delle altre, non è un’opinione, è una constatazione. Oltre alle tracce di sangue, si osseva un’immagine dettagliata del corpo che fu avvolto nel telo.

D- Fu la fotografia a stabilire incontrovertibilmente questa realtà?
R- Proprio così: l’immagine reale appare sul negativo fotografico, mentre l’ombra in negativo appare sul positivo fotografico e il primo a rilevarlo fu il fotografo Secondo Pia nel 1898.

D- Non è sorprendente che questa impronta abbia la caratteristica della linearità dei profili ?

R- Certamente, un qualunque telo adagiato su un corpo comunque intriso con un colorante assume le sue tre dimensioni; rimosso assume la sola dimensione di una superficie piana con perdita e distorsione dei rapporti che non diventano più riferibili alle entità anatomiche che prima lo sottendevano. Ma questa distorsione non si verifica assolutamente con la Sindone.Già questa condizione costituisce una caratteristica che non è stato mai possibile riprodurre nei numerosi tentativi effettuati, anche i più recenti. D’altro canto della formazione dell’immagine non si dà una risposta sicura e convincente.

D- Da che sono caratterizzate le impronte ed i residui lasciati sul telo?
R- Dal profilo di un uomo dell’età apparente di trent’anni, crocifisso con i segni della flagellazione e della crocifissione descritta nel Vangelo; inoltre sangue umano e siero, pollini e terriccio tipico della zona palestinese.

D- Ammesso che nel telo sia stato avvolto un soggetto sottoposto alla crocifissione, come si fa a riconoscerlo come quello che ha avvolto il corpo di Gesù e non di altro soggetto sottoposto ad eguale tortura?

R- Molti elementi provano questa appartenenza: la preziosità del telo e l’inusuale suo utilizzo per i crocifissi e la sua stessa conservazione, sempre accurata ed onorata, come pure inusuali erano la precedente flagellazione, molto più abbondante del consueto, la corona di spine, fatto singolare, la ferita al costato come accertamento di morte.

D- Non sarebbe stato possibile, in un’epoca successiva, attuare su un qualsiasi soggetto un trattamento corrispondente che potesse soddisfare la descrizione evangelica?
R- L’ipotesi è da escludere per la difficoltà a realizzare corrispondenze di tale precisione in una ipotetica fase storica nella quale se si fosse voluto mistificare sarebbe stato veramente più agevole realizzare una pittura ma con l’accorgimento di realizzarla per giunta in negativo per ottenere un’impronta il cui significato di garanzia di autenticità sarebbe comparso solo in epoca moderna o addirittura attuale.

D- E il problema del carbonio 14 ? Che importanza può avere?
R- Dubbi sulla datazione col carbonio 14, proposta dal chimico-fisico Libby circa gli anni ‘50, se ne sono manifestati parecchi. Per esempio in un atlante che illustra le architetture preistoriche d’Europa, I Dolmen (De Luca Edizioni d’Arte, Roma 1990), si fanno osservazioni significative sui limiti del metodo: nel testo che illustra quei monumenti, tra l’altro si può leggere che all’iniziale entusiasmo che il metodo suscitò, subentrarono notevoli perplessità quando “inaspettatamente uno dei presupposti fondamentali del metodo Libby - che la concentrazione del radiocarbonio nell’atmosfera fosse costante nel tempo – si rivelò inesatta” e quindi variabile l’assorbimento del carbonio nei tessuti ,vegetali o animali, al momento della morte; a questo consegue che il degrado che nel tempo viene a subire il suo isotopo, il C14 , su cui si basa la ricerca, può anche essere variabile nei vari soggetti ed anche di molto. Nello stesso volume si legge che in alcuni casi si è constatata una divergenza da altri metodi di indagine su reperti della preistoria anche di 700 anni. Queste divergenze si sono dimostrate in numerose datazioni in cui la data ricercata era nota attraverso altre fonti, storiche, geologiche, ed anche biologiche come la cronodendrologia che permette una datazione attraverso il calcolo dei cerchi di accrescimento che si rilevano nella sezione di un albero.

D- Questa è una citazione significativa perché riferita in un ambito profano, ma molti altri lavori smentiscono l’affidabilità del metodo carbonico nei confronti della Sindone. Ne può indicare qualcuno?
R- Tra i molti lavori che trattano in dettaglio il problema nei confronti della Sindone, si può indicare uno dei più accurati che demolisce la credibilità della datazione sindonica ricercata col metodo carbonico ed è il volume della prof. Marie Clarire van Oostenwiche – Gaustuche, Le Radiocarbon face au linceul de Turin, recensito sul N° 54 di Science et Foi. L’autrice descrive dettagliatamente i motivi tecnici di inaffidabilità del metodo al seguito anche di numerosi riscontri e critica i comportamenti poco scientifici di molti ricercatori. Altro lavoro meritevole di citazione è quello dei dott. Clercq e Tassot Le Linceul de Turin face au C14 (ed.OEIL 1988).

D- Ci furono errori nel prelevare il campione o i campioni per applicare il metodo alla Sindone?
R- Al riguardo, se pure non si può parlare di errori, va ricordato che per salvare al massimo l’integrità del telo il prelievo fu effettuato in una sede marginale dove più facilmente potevano essere avvenute contaminazioni, sia perché ivi era più facile la presa durante le antiche ostensioni (sudore) e sia perché maggiormente esposta a manifestazioni devozionistiche di vario genere (baci, lacrime). Questi apporti hanno favorito la presenza di un complesso biologico composto da funghi e batteri che ricopre come una patina i fili. La patina è spessa quanto i fili che ricopre e non è eliminabile con i consueti trattamenti di pulizia. Questo fattore può aver falsato la datazione radiocarbonica. Altri elementi di contaminazione furono i fili dei rammendi fatti per ovviare ai danni dovuti a uno degli incendi ed anche quelli usati per cucire una fodera retroposta a scopo di garantire una migliore conservazione. Sono tutti elementi capaci di ringiovanire i prelievi. Si affermò di avere effettuata una adeguata bonifica, ma c’è da dubitare della sua possibile completezza.Anche questi sono tra i presumibili fattori di alterazione della datazione carbonica.

D – E quanto alla commissione dei periti?
R –Va rilevato che nella commissione non vi era nessun rappresentante ecclesiastico e che essa era tendenzialmente scettica nei confronti di un risultato affermativo. Ma soprattutto non fu consultato nessun esperto della storia della Sindone e dunque delle sue possibili contaminazioni. In definitiva tutto converge per affermare l’autenticità della Sindone; non è certo la ricerca con il radiocarbonio a smentire i numerosi e convergenti elementi di prova.

Ringraziamo la Professoressa Marinelli e restiamo in attesa dell’annunciata, prossima ostensione.
25/02/2010 [stampa]
La crisi può rappresentare un'opportunità.
La crisi – scrive il Papa nella sua enciclica “Caritas in veritate” – ci obbliga a tornare sui nostri passi, a darci nuove regole ma è anche occasione di discernimento e possibilità di risvegliare le coscienze. In poche parole “ex malo bonum”, anche dalle cose cattive può derivare il bene e così con la crisi si possono dischiudere nuovi scenari e può essere colta un’inattesa opportunità di crescita per superare i guasti di un modello di sviluppo che ormai sembra fuori controllo.

Nell’enciclica “Caritas in veritate” il Papa denuncia la precarizzazione endemica del lavoro che ostacola i normali percorsi di vita, condanna la delocalizzazione sistematica delle imprese che spesso porta allo sfruttamento, stigmatizza l’abbassamento delle tutele sociali per l’indebolimento del sindacato.

Benedetto XVI punta insomma il dito contro un mercato e un idea di lavoro puramente strumentale, volta solo a creare profitto, nell’ambito di una economia che non è né sociale e tantomeno “fraterna”.

«Negli ultimi anni – si legge nell’enciclica – si è notata la crescita di una classe cosmopolita di manager, che spesso rispondono solo alle indicazioni degli azionisti di riferimento... Anche oggi tuttavia vi sono molti manager che con analisi lungimirante si rendono sempre più conto dei profondi legami che la loro impresa ha con il territorio, o con i territori, in cui opera».

Il pontefice, sulla scorta di una millenaria sapienza (la dottrina sociale della chiesa è appunto l’incontro tra la sapienza divina, l’insegnamento del vangelo ed i problemi dell’uomo) non getta il bambino della libertà economica con l’acqua sporca dell’utilitarismo cieco.

E si pronuncia a favore dell’economia di mercato, anzi considera l’economia di mercato la più conciliabile con l’etica cattolica: «La Chiesa ritiene da sempre che l'agire economico non sia da considerare antisociale…. La società non deve proteggersi dal mercato, come se lo sviluppo di quest'ultimo comportasse ipso facto la morte dei rapporti autenticamente umani. È certamente vero che il mercato può essere orientato in modo negativo, non perché sia questa la sua natura, ma perché una certa ideologia lo può indirizzare in tal senso….

Infatti, l'economia e la finanza, in quanto strumenti, possono esser mal utilizzati quando chi li gestisce ha solo riferimenti egoistici. Così si può riuscire a trasformare strumenti di per sé buoni in strumenti dannosi…. Perciò non è lo strumento a dover essere chiamato in causa ma l'uomo, la sua coscienza morale e la sua responsabilità personale e sociale».

E proprio perché i talenti dell’uomo devono essere sviluppati e moltiplicati il profitto non è mai stato considerato dalla Chiesa un peccato, anzi deve rappresentare il motore dell’economia, superando la vecchia visione dello Stato assistenziale. Benedetto XVI non si limita ad elencare principi, ma si cala nelle contraddizioni dell’epoca che viviamo.

La crisi che ha colpito l’economia mondiale è, per la prima volta, veramente globale, perché su scala universale s’è diffuso un modello di sviluppo all’interno del quale si crede ciecamente nella capacità del mercato di autoregolamentarsi, in cui i regolatori dei mercati sono deboli o prede degli stessi soggetti regolati in un perenne conflitto di interessi. Per questo l’enciclica richiama al recupero del rapporto fra etica ed economia per un superamento della concezione dell’homo oeconomicus, fondata sulla presunta razionalità strumentale. Una razionalità a ben vedere paradossale visto che alla luce della dura lezione dei fatti è stata propria l’indifferenza etica al bene comune a generare povertà e disperazione.
04/01/2010 [stampa]
La globalizzazione non è un destino obbligato.
L'amore nella verità — “Caritas in veritate” — è la grande sfida per un mondo in progressiva globalizzazione. Una sfida radicale perché “il rischio del nostro tempo è che all'interdipendenza di fatto tra gli uomini e i popoli non corrisponda l'interazione etica delle coscienze e delle intelligenze, dalla quale possa emergere come risultato uno sviluppo veramente umano.

Solo con la carità, illuminata dalla luce della ragione e della fede, è possibile conseguire obiettivi di sviluppo dotati di una valenza più umana e umanizzante. La condivisione dei beni e delle risorse, da cui proviene l'autentico sviluppo, non è assicurata dal solo progresso tecnico e da mere relazioni di convenienza, ma dal potenziale di amore che vince il male con il bene”.

Quando il Papa invoca questa forza d’amore non indica qualcosa di evanescente. Piuttosto sottolinea come sia un’astrazione l’idea di un’uguaglianza tra gli uomini fondata sulla ragione.

Parimenti è un’ingenuità pericolosa quella per cui possa essere da sola la tecnica lo strumento del progresso umano per eccellenza quando questa non sia guidata e illuminata da una ragione superiore.

Ed è una ragione così illuminata quella che guida la riflessione di Benedetto XVI, che non manca di smascherare le illusioni di una tarda modernità il cui fallimento non vede ormai solo chi non vuole vederlo.

Tra queste illusioni vi è quella di un determinismo storico per cui questa globalizzazione sarebbe iscritta in una specie di provvidenza laica.

«Talvolta nei riguardi della globalizzazione – scrive Benedetto XVI – si notano atteggiamenti fatalistici, come se le dinamiche in atto fossero prodotte da anonime forze impersonali e da strutture indipendenti dalla volontà umana.

È bene ricordare a questo proposito che la globalizzazione va senz'altro intesa come un processo socio-economico, ma questa non è l'unica sua dimensione.

Sotto il processo più visibile c'è la realtà di un'umanità che diviene sempre più interconnessa; essa è costituita da persone e da popoli a cui quel processo deve essere di utilità e di sviluppo  grazie all'assunzione da parte tanto dei singoli quanto della collettività delle rispettive responsabilità.

Il superamento dei confini non è solo un fatto materiale, ma anche culturale nelle sue cause e nei suoi effetti. Se si legge deterministicamente la globalizzazione, si perdono i criteri per valutarla ed orientarla.

Essa è una realtà umana e può avere a monte vari orientamenti culturali sui quali occorre esercitare il discernimento. La verità della globalizzazione come processo e il suo criterio etico fondamentale sono dati dall'unità della famiglia umana e dal suo sviluppo nel bene.

Occorre quindi impegnarsi incessantemente per favorire un orientamento culturale personalista e comunitario, aperto alla trascendenza, del processo di integrazione planetaria».

L’enciclica è un invito insomma all’impegno e all’azione, oltre che naturalmente alla riflessione e alla preghiera. E una lezione straordinaria rivolta a chi in nome dei lumi di una ragione aveva immaginato un incedere marciante verso sorti sempre migliori e progressive, ed una lezione anche a quei laicisti che hanno divinizzato le loro ideologie negando ogni tipo di trascendenza.

Il fatto che il massimo esponente della Chiesa Cattolica oggi intervenga sui temi decisivi del nostro tempo con tanta radicalità e lo faccia con tanta capacità di incidere nelle realtà ci indica senza dubbio la gravità del momento storico che stiamo attraversando, ma è anche la dimostrazione che ci sono buoni motivi per sperare in un aggiustamento delle dinamiche del mondo.

Perché nel mondo esiste ed opera una tradizione di fede e di conoscenza che ha le sue radici nella verità e nella giustizia. E fino a quando questa forza sarà viva e vitale gli uomini avranno sempre un punto di riferimento per valutare ciò che è giusto e umano. .
20/11/2009 [stampa]
Una Chiesa fedele.
L'iniziativa della rivista geopolitica "Limes" di ripubblicare in una nuova serie, significativamente chiamata "Classica", i numeri che in passato hanno raccolto articoli e saggi su temi e problemi particolarmente incisivi, ha suscitato giustificato interesse. Questa pubblicazione, infatti, pur essendo di tendenza - e non di rado di una tendenziosità piuttosto marcata - permette di seguire una realtà in continuo movimento ed instancabile mutazione come quella costituita dal mondo dei nostri giorni. E non è trascurabile la decisione di dare inizio alla collana con una selezione del quaderno dedicato alla Chiesa cattolica di cui ogni osservatore attento ed informato riconosce il grande ruolo svolto costantemente non soltanto in campo apostolico, ma anche in quello dei rapporti internazionali essendo evidente la preoccupazione della Roma di Pietro sulle sorti dell'uomo.

Naturalmente nella presente nota non posso, come pur sarebbe opportuno, prendere in considerazione tutti gli argomenti affrontati in questo primo "classico" e mi costringo a fermarmi su quelli che, a mio giudizio, corrispondono maggiormente alla situazione attuale che vede la Chiesa guidata da Benedetto XVI, un Papa desideroso di ristabilire saldamente quella linea di continuità che è stata nei secoli una costante dell'istituzione petrina senza, però, distogliere gli occhi dal quadro offerto da una contingenza spesso drammatica se non tragica.

Il richiamo va subito alle pagine che aprono la rivista e che si debbono ad Andrea Riccardi, noto per la sua conoscenza dell'ecumene ecclesiale: si tratta di un uomo che, oltre ad esercitare la professione di storico, è anche al vertice di un'organizzazione cattolica distintasi per le sue iniziative di solidarietà realizzate nei diversi continenti. Riccardi ripercorre il cammino della Chiesa nel secolo scorso con l'intento di offrire la prova dell' «impegno a tutti i livelli per riproporre il proprio messaggio religioso di fronte ai cambiamenti della cultura e allo scorrere delle generazioni. Così - spiega lo studioso - la Chiesa ha sperimentato, nel mondo contemporaneo, che cristiani si diventa (anche se si è figli di un paese cristiano) [e questo, per inciso, era, stato sottolineato sin dal tempo dei padri apostolici] più che cristiani si nasce».

Ed immettendo nell'itinerario che il lettore si accinge a compiere, constata che «Per lo storico, che non.. si sottrae all'osservazione geopolitica, la realtà della Chiesa è una presenza anomala, ma concreta.» Anomalia rispetto alla maniera di pensare "secondo il mondo" e concreta rispetto alle responsabilità che il credente non può eludere. Nello stesso senso si muovono alcuni interventi alla "tavola rotonda", organizzata da "Limes" cui hanno partecipato alti prelati ed esponenti della cultura cattolica. Tra l'altro si è riconosciuto in questo incontro che "il Concilio Vaticano II ha provocato una grande frattura rispetto al passato" e questo non è stato sempre per la Chiesa e per la cattolicità un fatto positivo come dimostra di saper bene il pastore-teologo Ratzinger. E, osservando il panorama religioso intercontinentale, non si è potuto non prendere atto della stentata esistenza condotta in molti paesi dai cristiani soggetti a vessazioni pesanti: negli ultimi tempi sono stati numerosi coloro che hanno perduto la vita per la loro testimonianza di fede.

Ma, per posare lo sguardo sulla realtà di cui siamo parte integrante, non va trascurato quanto scrive Sandro Magister in "Due chiese per due Italie". Dopo aver rilevato la posizione minoritaria dei cattolici nel nostro paese, Magister esprime il parere che "proprio perché nessun'altra minoranza in Italia può con essa competere per dimensioni, la sua forze pare per certi versi più ragguardevole" e presenta "un paesaggio dell'Italia che è a due tonalità, nettamente separata da una linea divisoria che coincide con i fiumi Fiora, Nera e Tronto, fra Grosseto e Ascoli Piceno. A nord della linea le tinte che differenziano zona da zona sono squillanti e ben marcate... La seconda tonalità è più sfumata e indistinta.

E dipinge l'intero sud. Qui la logica della coerenza tra gli indicatori, tipica del Settentrione, è assente." Ovviamente Magister intende dimostrare la fondatezza di quanto sostiene. Questo compito, però, si rileva arduo perché il punto di partenza, a mio parere, è sbagliato al punto di. compromettere il discorso e di invalidare le conclusioni. L'Italia cattolica o quel che resta dell'Italia cattolica è un fenomeno più complesso e va scandagliato, mi si permetta la franchezza, con più cautela, con più profondità ed anche con più coraggio intellettuale.

Un esame della visione wojtyliana del vecchio continente, molto vicina a quella gollista dell'Europa della patrie, pone in evidenza come tale visione non appaia inconciliabile con l'idea, spiritualmente più avvincente di Benedetto XVI, che conferisce all'Europa il compito di progettare un assetto libero da egemonie di carattere militare o economico: per non rimanere nel generico non è più lecita la diarchia Francia-Germania. E questa idea che del nostro continente ha il Pontefice non è un'utopia, ma una speranza mantenuta viva da un'intemerata minoranza cristiana, ferma nei suoi principi ma pronta alla collaborazione con tutti gli uomini. .
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Se la "morte cerebrale" non è la vera morte.
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Fede economia e sviluppo
di Riccardo Pedrizzi

Formato: 13 x 21 cm.
pagine: 160

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