
Il termine “scelta religiosa” entra ufficialmente a far parte del lessico dell’associazionismo cattolico nel 1969, quando Vittorio Bachelet lo introduce nella redazione del nuovo statuto associativo dell’Azione Cattolica e può apparire, a prima vista, come una definizione assolutamente ovvia e scontata. Come potrebbero dei movimenti ecclesiali, che hanno nella testimonianza cristiana il loro cuore pulsante, sottrarsi alla “scelta religiosa” quando questa costituisce, in un certo senso, la loro stessa ragion d’essere? D’altro canto la stessa motivazione che fornisce Bachelet, in quel contesto ed in quel tempo, è minimalista ed, apparentemente, del tutto condivisibile: compito dell’ Azione Cattolica non può essere quello di “fornire galoppini” per le campagne elettorali della Democrazia Cristiana, ma deve, invece, essere quello di formare una classe dirigente politica cristianamente motivata e seriamente preparata. In realtà le cose prenderanno tutt’altra piega.
Risulterà, infatti, chiaro ben presto, come la “scelta religiosa” nascondesse in sé una evidente subalternità nei confronti delle ideologie dominanti della “rivoluzione culturale” del ’68. Scrive Alfredo Carlo Moro, ricordando Bachelet: “Era ben consapevole che bisognava cambiare, non certo per inclinazione al trasformismo – non era il suo stile – ma perché era ben convinto che il mondo stava cambiando. Che erano in atto dei mutamenti irreversibili, che bisognava cogliere l’occasione.…Nel disagio e nell’utopia dei giovani c’era, mescolato ad equivoci e intemperanze, il segno di un inappagamento, la speranza di un mondo nuovo. Una speranza che il cristiano non può mai ignorare né condannare; ma, semmai, aiutare a chiarirsi, a crescere e realizzarsi”. In questa logica, il baricentro dell’impegno dei cristiani si sposta dalla testimonianza della Verità – cui fa sempre essenziale riferimento Benedetto XVI, anche nella recente enciclica Caritas in Veritate, - al mondo ed al suo cambiamento cui i cristiani non solo devono adeguarsi, ma si devono addirittura adoperare per aiutarlo “a chiarirsi, crescere, realizzarsi”.
Nella “scelta religiosa” si annida, dunque, una linea di radicale “subalternità al mondo”. Ma qual è il procedimento logico, il pensiero, attraverso cui questo processo culturale si realizza? Si tratta, ancora una volta, di una logica assai singolare ed apparentemente contraddittoria. La “scelta religiosa” si traduce, infatti, non in una scelta di evangelizzazione (come sarebbe lecito pensare, se le parole hanno un senso!) ma esattamente nel suo contrario: nella accettazione della secolarizzazione della società, italiana in particolare, e nella sostanziale acquiescenza al processo di scristianizzazione che, necessariamente, l’accompagna.
Questo apparente paradosso viene, in notevole misura, chiarito da un’intervista che Bachelet rilascia nel 1979 a dieci anni circa dalla ufficializzazione della “scelta religiosa” dell’Azione Cattolica: “Di fronte a questo mondo che cambia, di fronte alla crisi di valori nel cambiamento del quadro sociale e culturale, forse con una intuizione anticipatrice, l’A.C. si chiese su cosa puntare. Valeva la pena correre dietro a singoli problemi importanti ma consequenziali o puntare invece alle radici? Nel momento in cui l’aratro della storia scavava a fondo rivoltando profondamente le zolle della società italiana che cosa era importante?”
La chiave del ragionamento si trova, in realtà, tutta nella domanda che lo stesso Bachelet si pone: “Valeva la pena correre dietro a singoli problemi importanti ma consequenziali o puntare invece alle radici?” infatti, è proprio dalla risposta che viene data a questa domanda che si chiarisce il senso e la logica della “scelta religiosa”. E la risposta è implicita ed ovvia: no, non vale la pena!
Tuttavia, quelli che Bachelet definisce, con asettico linguaggio da giurista, “singoli problemi importanti ma consequenziali” sono, e saranno sempre più nel corso degli anni, questioni essenziali, dilaceranti per l’assetto della società civile e per la sua etica, hanno un nome ed un cognome: si chiamano libertà di educazione, famiglia, divorzio, aborto, eutanasia, clonazione, matrimonio gay, bioetica e così via. Di fronte all’avanzare di queste tematiche poste dalla cultura relativista egemone in occidente con insistenza e pervicacia, per scardinare quanto resta del tessuto cristiano della società civile, la “scelta religiosa” tace, anzi è spesso connivente e “collaborazionista”. Per non scontrarsi con il mondo ed il suo cambiamento la riaffermazione della centralità dell’annuncio non si traduce, paradossalmente, in testimonianza della Verità: al contrario. La “scelta religiosa” diffida della verità, così come diffida dell’identità, perché ambedue diventano momento di contrasto e di scontro con il “mondo che cambia”, con “il mondo nuovo”. La riasserita centralità dell’annuncio di Cristo diviene, così, la centralità di un annuncio muto, ridotto al silenzio, in quanto il cristianesimo non deve, in alcun modo, essere “segno di contraddizione” rispetto al “mondo nuovo” che sta nascendo. Con la “scelta religiosa”, paradossalmente, la strategia dell’opportunità politica, o storica, prevale sulla testimonianza della verità.
La “scelta religiosa”, scrive Alfredo Carlo Moro “Nasce da un giudizio storico, severo e radicale (e che gli creò pure incomprensioni…). Nasce dalla convinzione che il regime di cristianità sia avviato ad un irreversibile tramonto e che, piuttosto che tentare restaurazioni – impossibili e neppure desiderabili – convenga piuttosto prepararsi ai tempi nuovi ripartendo dalle fondamenta, dal nucleo essenziale della fede, dalla fede nuda e pura, come dirà Dossetti”. La prospettiva che la “scelta religiosa” propone è, dunque, un cristianesimo radicalmente disincarnato dalla storia, che si autoriduce al silenzio.
Questo esito ultimo, cui conduce la logica della “scelta religiosa”, è plasticamente descritto da Emanuele Samek Lodovici in quell’affascinante studio che è “ Metamorfosi della Gnosi”: “Il prezzo della spiritualizzazione vuole che da una parte l’ambito del religioso purificato si restringa sempre più alla sfera della coscienza, e che dall’altra l’ambito di ciò che non appartiene al nucleo si allarghi sempre più sino ad assumere le dimensioni dell’intero. Così una religione ridotta al nucleo essenziale abbandona alla spiegazione storicistica l’idea di Chiesa, di culto, di dogma, di sacerdozio e conserva per sé un ruolo analogo a quello della matta nel gioco delle carte da far intervenire solo nei casi estremi”.
“ Chiesa spirituale” e Tradizione
La “scelta religiosa” nell’associazionismo cattolico italiano prende corpo, forza, vigore e prospettiva subito dopo il Concilio Vaticano II in forza di quella particolare lettura che lo vuole, arbitrariamente, interpretare come momento di cesura rispetto alla Tradizione della Chiesa e come punto di svolta, “evento epocale” per l’avvento di una Chiesa nuova: una “Chiesa spirituale” radicalmente innovativa e, dunque, diversa - in buona sostanza addirittura altra - rispetto alla Chiesa della Tradizione. Una lettura che separa nettamente la Chiesa preconciliare da quella postconciliare e viene prepotentemente diffusa soprattutto dalla Fondazione per le scienze religiose di Bologna, grazie alla monumentale “Storia del Concilio” di Giuseppe Alberigo. Questa interpretazione è stata puntualmente contestata e rigettata, sempre con parole chiarissime, dagli stessi pontefici: da Paolo IV, a Giovanni Paolo II ed a Benedetto XVI: “…va precisato innanzitutto – ammoniva a suo tempo l’allora cardinal Ratzinger nel famoso “Rapporto sulla fede” – che il Vaticano II è sorretto dalla stessa autorità del Vaticano I e del Tridentino… il Vaticano II si pone in stretta continuità con i due Concili precedenti e li riprende letteralmente in punti decisivi”.
Ma la contestazione più radicale ed ufficiale della linea della “scelta religiosa” e dello stravolgimento del Vaticano II arriverà nel 1985 a Loreto con le parole che Giovanni Paolo II rivolge alla Chiesa italiana in occasione del convegno nazionale che lì si celebra. In quella circostanza Giovanni Paolo II è estremamente esplicito nella radicalità della sua critica alla “scelta religiosa”. La “scelta religiosa” resta il “convitato di pietra” di quell’assemblea anche se non viene mai esplicitamente richiamata, né il suo nome pronunciato.
All’inizio del proprio discorso il Papa, riferendosi al Vaticano II, afferma chiaramente che: “…occorre però che il Concilio non si interpreti secondo particolari visioni o scelte personali: nessuno deve sconvolgere il messaggio conciliare sulla Chiesa, sia essa considerata nella sua dimensione universale o in quella particolare”. Definito il quadro d’insieme, Giovanni Paolo II passa, poco dopo, ad affrontare frontalmente la questione della “scelta religiosa”, e lo fa con parole inequivocabili. Afferma in premessa: “La verità è misura di moralità: scelte e motivazioni non possono dirsi eticamente buone, e quindi, meritevoli di approvazione se non sono conformi al bene oggettivo. La comprensione e il rispetto per l’errante esigono anche chiarezza di valutazione circa l’errore di cui egli è vittima. Il rispetto, infatti, per le convinzioni altrui non implica la rinuncia alle convinzioni proprie”. Risulta trasparente il riferimento ai “distinguo” operati, pochi anni prima, proprio sulla base della logica della “scelta religiosa”, da una parte della cultura e del mondo cattolico italiano sulle questioni dell’aborto e del divorzio.
Ricollegandosi poi direttamente alla situazione italiana e chiarendo in modo ancora più specifico il senso delle proprie parole il Papa continua: “La “coscienza di verità”, la consapevolezza cioè di essere portatori della verità che salva, è fattore essenziale del dinamismo missionario dell’ intera comunità ecclesiale, come testimonia l’esperienza fatta dalla Chiesa fin dalle sue origini. Oggi, in una situazione nella quale è urgente por mano quasi ad una nuova “implantatio evangelica” anche in un Paese come l’Italia, una forte e diffusa “coscienza di verità” appare particolarmente necessaria”. Il richiamo esplicito alla “coscienza di verità” ed al “dinamismo missionario” sono, già di per sé, due formidabili altolà alla logica di pensiero che sottende la “scelta religiosa”, ma Giovanni Paolo II approfondisce e chiarisce ulteriormente il senso delle sue parole.
Afferma, infatti, il Pontefice: “Occorre superare, carissimi fratelli e sorelle, quella frattura tra Vangelo e cultura che è anche per l’Italia, il dramma della nostra epoca; occorre por mano ad un’opera di inculturazione della fede…ciò potrà avvenire solo a condizione che non si appiattisca la verità cristiana e non si nascondano le differenze finendo in ambigui compromessi”.
Conclusa, così, la parte critica del proprio ragionamento Giovanni Paolo II passa alla parte propositiva. I cristiani non possono, né debbono, ritirarsi nella cittadella di una spiritualità travisata abbandonando la società a se stessa ed alla sua incombente scristianizzazione: “ E’ dunque necessario avere fiducia, non solo per quanto concerne la Chiesa ma anche per la vita della società, nella forza unitiva e riconciliatrice della verità che si realizza nell’amore. Vorrei dire qui agli uomini e alle donne di questa grande nazione: non abbiate paura di Cristo, non temete il ruolo anche pubblico che il cristianesimo può svolgere per la promozione dell’uomo e per il bene dell’Italia”. La contrapposizione è frontale. E’ qui che viene esplicitata, nel modo più autorevole quella che, negli anni avvenire, sarà conosciuta come “linea della presenza” in sostanziale alternativa a quella della “scelta religiosa”.
Per comprendere a fondo il significato delle parole di Giovanni Paolo II e la loro portata chiarificatrice nel contesto storico in cui sono state pronunciate, è essenziale leggerle in controcanto ad un intervento sulle stesse tematiche - ma in chiave diametralmente opposta - di quello che può essere considerato, assieme a Lazzati, il padre spirituale della linea della “scelta religiosa”: Giuseppe Dossetti. Nelle sue parole non si fatica a rinvenire il segno di un evidente antagonismo nei confronti della Chiesa istituzionale e dello stesso Giovanni Paolo II laddove riaffermano la necessità della presenza dei cattolici nella società italiana.
Sostiene Dossetti: “ I battezzati consapevoli devono percorrere un cammino inverso a quello degli ultimi vent’anni, cioè mirare non ad una presenza dei cristiani nelle realtà temporali e alla loro consistenza numerica e al loro peso politico, ma ad una ricostruzione delle coscienze ed al loro peso interiore…Vivremo sempre più la nostra fede senza puntelli, senza presidi di sorta umanamente parlando, destinati a vivere in un mondo che richiede la fede pura. Nessuna ragione, nessun sistema di pensiero, nessuna organicità culturale, nessuna completezza e forza di pensiero organico costruito potrà presidiare la nostra fede. Sarà fede nuda, pura, fondata solo sulla parola di Dio considerata interiormente… Ogni tentativo di ricostituire o di dar da bere che si può ricostituire una sintesi culturale o una organicità sociale che presidi e difenda la fede sarà sempre un tentativo illusorio…anche se una certa illusione è sempre rinascente”.
Dossetti conclude poi il suo ragionamento con una valutazione alquanto pessimistica, per non dire minacciosa, sulla Chiesa stessa: “ Si, c’è la Chiesa, ma anche essa se non si fa più spirituale, anziché cercare dei sostegni, dei puntelli, delle aggregazioni sociali di ogni tipo, delle cose che avrebbero ormai dovuto persuadere che non tengono…che non sono adeguate alla verità del tutto divina che noi professiamo, la Chiesa stessa, se non si fa più spirituale non riuscirà ad adempiere la sua missione di collegare veramente i figli del Vangelo”.
Una linea che continua a scorrere
A questo punto va tuttavia notato come le decise e mirate posizioni assunte da Giovanni Paolo II e dal suo successore Benedetto XVI non abbiano ancora ottenuto di portare a definitivo chiarimento la questione della “scelta religiosa”. Malgrado la chiarezza delle posizioni, assunte al riguardo dai Pontefici, la linea della “scelta religiosa” continua a scorrere vigorosa nella Chiesa italiana, nell’associazionismo cattolico, nella politica. A conferma di questo vale la pena richiamare alcuni passi di un recente articolo di Eugenio Scalfari su “La Repubblica” che dà conto di un suo recente colloquio-intervista con il cardinal Martini. Scalfari scrive: “Ci accorgemmo subito che eravamo d’accordo su tutto, la sua etica era anche la mia, lui la riceveva dall’alto, io dalla autonomia della mia coscienza, tutti e due ci ponevamo il problema dell’incontro tra il sentimento religioso e una modernità laica e relativista”. Martini precisa: “…qui c’è una lacuna, una defezione silenziosa specie nella società europea ed in quella italiana”. Scalfari domanda: “ Pensa alla scarsa frequenza dei sacramenti, della messa, delle vocazioni?”. Martini risponde: “Questi sono aspetti esterni non sostanziali. La sostanza è la carità, la visione del bene comune e della comune felicità. Felicità non solo per noi ma per gli altri e non solo nel presente, qui e subito, ma per i figli ed i nipoti, le generazioni che verranno”. Leggendo questi brani dell’intervista la mente non può che andare alle parole di Emanuele Samek Lodovici: “E’ a questo punto che tutto nella religione, per un curioso rovesciamento di fronte, torna ad essere storico. La sfera della religione spirituale è talmente chiusa nelle pareti dell’ io da diventare incomunicabile, mentre rimane il resto che non è altro che il mondo e mondo storico”.
Ma per comprendere il sostanziale e radicale “rovesciamento dei valori” che la “scelta religiosa” finisce con l’indurre è indispensabile raffrontare le parole del cardinal Martini sulla “carità” e sulla “felicità” a quanto scrive Benedetto XVI nelle prime pagine della sua ultima enciclica “Caritas in Veritate”. Ciò che, infatti, dà il segno al ragionamento del cardinal Martini, ed è tipico della logica della “scelta religiosa”, è l’assenza di ogni riferimento al rapporto tra “carità” e “verità”. Afferma per contro Benedetto XVI : “ Un cristianesimo di carità senza verità può venire facilmente scambiato per una riserva di buoni sentimenti utili per la convivenza sociale ma marginali” (n.4); “Senza verità la carità scivola nel sentimentalismo. L’amore diventa un guscio vuoto da riempire arbitrariamente. E’ il fatale rischio dell’amore in una cultura senza verità. Esso è preda delle emozioni e delle opinioni contingenti dei soggetti, una parola abusata e distorta fino a significare il contrario”.
Rispetto alla linea della “scelta religiosa” resta ora un ultimo punto da definire: quello del suo rapporto con la politica e, specificamente, con l’impegno politico dei cattolici. Sarebbe un errore infatti, pensare che la “spiritualizzazione” della religione conduca ad un allontanamento dalla politica e dal potere. E’ anzi vero il contrario. La “scelta religiosa”conduce, in realtà, ad una radicale cesura tra l’impegno politico, la fede e la verità; esalta la storicità della politica e la totalizza: in questo ha una singolare assonanza, seppure in termini rovesciati, con l’Action Francaise di Maurras condannata da Pio XI il 24 dicembre 1926. In conclusione fornisce ai cattolici la possibilità di impegnarsi in politica sentendosi svincolati da ogni obbligo non solo di testimonianza della propria fede e della verità ma anche di difesa dei valori eticamente sensibili e dello stesso diritto naturale. La “Chiesa spirituale”, secondo tale logica, deve restare sempre ai margini della società civile, i “cattolici spirituali” non devono e non possono essere testimoni di verità nella realtà sociale per non violare il fairplay che deve caratterizzare il loro dialogo con “la modernità laica e relativista”- per usare la terminologia di Scalfari - e l’assoluto, inviolabile rispetto dovuto a quella specie di “ Sancta Sanctorum” che sarebbe la “laicità delle istituzioni”.
Non a caso, verso gli anni ottanta, Luigi Gedda, carismatico presidente dell’Azione Cattolica nel primo dopoguerra in contrapposizione alla cui linea venne formulata la “scelta religiosa”, dirà: “ E’ una “scelta religiosa” “sui generis” nel senso che lascia mano libera ai politici; in realtà è una scelta politica! ”. Una affermazione che troverà direttamente e clamorosamente riscontro molti anni dopo quando, sempre sulla stessa linea culturale, sarà coniato il termine di “cattolici adulti” per designare “orgogliosamente” quei cattolici che si sottraggono pubblicamente al magistero della Chiesa e dei suoi pastori soprattutto su scelte politiche eticamente sensibili.
Scrive, significativamente, al riguardo Luigi Amicone nel febbraio 2007 quando Prodi e la Bindi presenteranno la loro proposta di legge per il riconoscimento delle coppie gay: “A suo modo l’opzione per la “scelta religiosa” fatta dalla più istituzionale e ufficiale delle associazioni cattoliche agli inizi degli anni Settanta era stata un’operazione geniale. Separate le sfere del privato e del pubblico, la “laicità” intesa come “autonomia” dalla fede, e una fede ridotta a “ispirazione” amica dell’uomo, e di un’amicizia analoga a quella che possiamo avere noi con Adamo ed Eva, tanto cara ai Lazzati e Dossetti, quell’idea di laicità ha attivato per decenni un alibi portentoso. Manteneva i professanti il maritainismo politico nell’aureola mistica, devota, ortodossa verso santa madre chiesa e, al tempo stesso, dava loro mani libere per operare da principi di questo mondo. Quando Paolo VI intuì l’equivoco era tardi. Il suo pontificato volgeva al termine e il proiettarsi dell’ombra cupa di un cristianesimo disincarnato ma fedele segugio delle forze storiche del potere mondano, forse ne affrettò anche la morte. Certo che “un pensiero non cattolico” si stava insinuando dentro la chiesa. Certo che un odore di zolfo (usò proprio quelle parole Paolo VI “fumo di satana”) si andava diffondendo nei sacri palazzi e in quei grandi convegni che nel nome del Vaticano II e dell’aggiornamento e della promozione umana, scardinavano il pensiero cattolico”.
Una parola definitiva sulla questione e sullo “slogan” dei “cattolici adulti” è stata, comunque, pronunciata dallo stesso Benedetto XVI in occasione del suo discorso in chiusura dell’Anno Paolino: “ Lo “slogan diffuso” – sono parole del Papa – dipinge oggi come “matura” la fede del cattolico che “ non dà più ascolto alla Chiesa e ai suoi pastori ma sceglie autonomamente ciò che vuol credere e non credere” , e “ che ha il “coraggio” di esprimersi contro il magistero della Chiesa”…Con sottile ironia papa Benedetto annota che a contestare la Chiesa “ in realtà non ci vuole del coraggio perché si può sempre essere sicuri del pubblico applauso”…Il Papa rimette a posto ciò che fa “grande” un credente ribadendo che “fa parte della fede adulta , ad esempio, impegnarsi per l’inviolabilità della vita umana fin dal primo momento” e “ riconoscere il matrimonio tra un uomo e una donna per tutta la vita come ordinamento del Creatore”.
Dopo aver inquadrato le caratteristiche fondamentali della “scelta religiosa” e la sua posizione radicalmente antitetica, seppur costantemente ambigua, rispetto alla posizione della Chiesa ed alla linea sempre ribadita dai Pontefici, possiamo spostare il “focus” della riflessione sul significato e sulle modalità della “linea della presenza” nel contesto culturale, sociale e politico, che caratterizza l’attuale momento storico: in Italia come nel mondo.
Tuttavia, prima di inoltrarsi in questa specifica analisi è indispensabile sgomberare il campo da quello che è, forse, il più formidabile equivoco che la “cultura” della “scelta religiosa” è riuscita ad indurre: cioè quello che, nell’attuale contesto, la linea della presenza cristiana per la riaffermazione dei valori eticamente sensibili e per la difesa delle radici cristiane della nostra cultura europea ed occidentale, sia una scelta “temporalista”, una scelta di potere, una scelta di sostanziale abbandono della spiritualità. In realtà, alla base di questo equivoco sta la sempre ritornante e falsa contrapposizione di origine gnostica, tra Chiesa spirituale e Chiesa istituzionale, tra Chiesa povera e Chiesa del potere. Laddove è, invece, vero esattamente il contrario: “Nella crisi di civiltà che stiamo attraversando, una nuova purificazione e unificazione della cultura può invero sgorgare soltanto da isole di raccoglimento spirituale. Là dove in comunità vive, ha luogo una “nuova nascita” della fede si ha anche la prova di come la cultura cristiana si dia nuove forme, di come l’esperienza comunitaria suggerisca e dia vita a nuove vie che prima d’ora non avevamo saputo intravedere”. Solo una rinnovata e ritrovata spiritualità può, infatti, essere alla radice ed alla base di un’autentica scelta della presenza.: cioè di una rinnovata incarnazione del cristianesimo nella società e nella cultura. Benedetto XVI ricorda che la dignità divina dell’essere umano e l’unicità della sua origine e del suo destino trovano il loro sigillo in Cristo, secondo Adamo. “ Questo annuncio biblico è la roccaforte della dignità umana e dei diritti umani; è la grande eredità di umanesimo autentico affidata alla Chiesa, il cui dovere è incarnare questo annuncio in tutte le culture in tutti i sistemi sociali e costituzionali”. In questo senso, la scelta della presenza è, in realtà, la vera “scelta religiosa”!
Ciò premesso, il punto fondamentale che resta da approfondire è sostanzialmente quello di valutare cosa significhi esattamente linea della presenza in questo tempo storico e nella società di oggi di fronte agli interrogativi, alle scelte ed alle alternative che questa società pone all’uomo. L’ultimo decennio del ventesimo secolo ha infatti, è vero, portato con sé, il crollo dell’impero sovietico e la fine del comunismo come ultima delle ideologie totalitarie che hanno drammaticamente caratterizzato ed insanguinato il ‘900, ma ha messo, tuttavia, in campo questioni e problemi che investono l’essenza stessa dell’uomo e della sua natura: quella che viene spesso definita “ questione antropologica” alla quale la cultura occidentale sta offrendo risposte non meno ideologiche e totalizzanti, seppure, solo apparentemente, meno cruente di quelle generate dai totalitarismi dello scorso secolo.
Questo processo storico è stato sempre ed in innumerevoli occasioni diagnosticato, analizzato e denunziato da Giovanni Paolo II e da Benedetto XVI. Papa Ratzinger, peraltro, lo ha descritto con parole particolarmente efficaci nel suo intervento al quarto convegno nazionale della Chiesa italiana che si tenne a Verona nell’autunno del 2006 parlando di “quella cultura che predomina in Occidente e che vorrebbe porsi come universale e autosufficiente, generando un nuovo costume di vita. Ne deriva una nuova ondata di illuminismo e di laicismo per la quale sarebbe razionalmente valido soltanto ciò che è sperimentabile e calcolabile mentre sul piano della prassi la libertà individuale viene eretta a valore fondamentale al quale tutti gli altri dovrebbero sottostare”.
Da questa logica, continua il Papa, deriva una esclusione di Dio dalla cultura, dalla società e dalla vita pubblica ed il mondo viene sentito come opera nostra alla quale Dio è superfluo ed estraneo: ed è davvero sconcertante, notiamo noi, quanto, in questo senso, risulti inquietante la consonanza e la convergenza di fatto tra questa nuova ondata di cultura “illuminista e laicista” e la “scelta religiosa” dei cattolici adulti! Prosegue poi Benedetto XVI : “In stretto rapporto con tutto questo, ha luogo una radicale riduzione dell’uomo considerato un semplice prodotto della natura, come tale non realmente libero e di per sé suscettibile di essere trattato come ogni altro animale. Si ha così un autentico capovolgimento del punto di partenza di questa cultura, che era una rivendicazione della centralità dell’uomo e della sua libertà”.
La “dittatura del relativismo”
In questa frase si trova la chiave di lettura essenziale dell’analisi del Papa sulla nascita della “dittatura del relativismo”. Anche recentemente, Benedetto XVI è tornato a parlare di “dittatura del relativismo” in occasione dei 150 anni dalla morte di san Giovanni Maria Vianney che visse eroicamente in Francia gli anni immediatamente successivi alla rivoluzione dell’89 ed al periodo del “Terrore”: “Cari fratelli e sorelle, a 150 anni dalla morte del Santo Curato d’Ars, le sfide della società o¬dierna non sono meno impegnative, anzi forse, si sono fatte più comples¬se. Se allora c’era la «dittatura del ra¬zionalismo», all’epoca attuale si regi¬stra in molti ambienti una sorta di «dittatura del relativismo»”.
Queste parole del Papa, non possono essere in alcun modo ascoltate con leggerezza, né interpretate come occasionali: lo specifico richiamo al concetto di dittatura in connessione con il “razionalismo” ed il “relativismo” esplicitamente riferito alla situazione della Francia dopo la rivoluzione dell’ 89 ed “il Terrore”, sottolinea la drammaticità della situazione attuale, aldilà delle apparenze libertarie! Esse ci ricollegano immediatamente al problema della presenza dei cattolici nella cultura, nella società, nella politica. In altre parole ci permettono di mettere a fuoco una prima fondamentale risposta al problema che ci siamo appena posti: cosa significa esattamente oggi, nell’attuale contesto storico, culturale, sociale e politico “linea della presenza”?
Un fatto specifico è fuor di dubbio: oggi le problematiche e le situazioni che i cristiani con la loro presenza nella società debbono affrontare si sono parzialmente modificate, ed in un certo senso – paradossalmente! - radicalizzate, rispetto alla situazione del secolo scorso nel quale la loro presenza è stata necessariamente finalizzata a difendere la libertà “tout court” dai pericoli incombenti dei totalitarismi di destra e di sinistra. “…Giovanni Paolo II – in più occasioni, e anche nei primi capitoli del suo ultimo libro “Memoria e identità” – ricordava la necessità di difendere la coscienza dei cristiani e dell’umanità tutta contro l’intrinseco male di due grandi utopie ideologiche calate in sistemi giuridici su scala mondiale: l’utopia totalitaria della giustizia senza libertà e l’utopia relativista della libertà senza verità. … L’utopia relativista apparentemente democratica della libertà senza verità, costituisce una pressante minaccia di perversione culturale ed antropologica, specialmente in alcune nazioni europee”.
Seguendo il filo logico di questo ragionamento in riferimento alle posizioni espresse sia da Giovanni Paolo II che da Benedetto XVI, cominciamo, dunque, a mettere a fuoco quale sia il vero antagonista che la presenza cristiana nella società, nella cultura e nella politica si trova a dover fronteggiare oggi. I totalitarismi “classici”, quelli che nel corso del ‘900 hanno sconvolto il volto del mondo aggredendo apertamente e frontalmente il principio della libertà della persona e della democrazia rappresentativa, come criterio di governo nella società moderna, sono tramontati. Almeno in occidente questo è definitivamente avvenuto alla fine del secolo scorso con il crollo dell’Unione Sovietica e del suo impero.
Tuttavia con la sconfitta dei totalitarismi novecenteschi si è clamorosamente aperta un’altra partita che vede l’affermarsi nelle società occidentali, ed europee in particolare, di una nuova più subdola forma di totalitarismo, quella che Benedetto XVI ha definito, appunto, “dittatura del relativismo” che partendo dall’utopia della libertà senza verità costituisce un gravissimo pericolo proprio per il principio stesso di dignità e di libertà della persona e, di conseguenza, per la stessa democrazia fondata sul diritto naturale e sulla sovranità popolare: “Una democrazia senza valori si trasforma in tirannia del relativismo, in una perdita della propria identità e, a lungo andare, può degenerare in totalitarismo aperto o insidioso”.
E’ esattamente su questo specifico e pressante monito del Papa che i cattolici debbono, innanzitutto, ragionare ed approfondire per trovare la principale chiave di risposta alle modalità, alle motivazioni ed agli obbiettivi della loro presenza organizzata nella società. La presenza dei cattolici nel sociale, nel culturale e nel politico non può, infatti, non misurarsi col dato di fatto centrale della esistenza di una egemonia della cultura relativista che, proprio partendo dal concetto della assolutizzazione della libertà, può “degenerare in totalitarismo aperto ed insidioso”. In questo contesto sono, più che mai, centrali, anche per la sopravvivenza della stessa democrazia, tutte le battaglie sui valori non negoziabili che l’offensiva relativista costringe ad affrontare nel suo costante, e ormai dilagante, progetto di egemonia e totale sradicamento dell’identità cristiana dell’ Europa e dell’occidente: dal tema della vita con l’aborto, l’eutanasia, la procreazione assistita, la clonazione; a quello della famiglia, dalla sua crisi con il divorzio fino al riconoscimento del matrimonio gay; a quello della libertà di educazione, dall’insegnamento religioso nelle scuole pubbliche fino alla difesa della scuola cattolica.
E’ in questo contesto che bisogna prendere radicalmente le distanze, ed anzi, denunciare pubblicamente l’ambiguità e la pericolosità di quella scelta di sostanziale acquiescenza all’ affermarsi della “tirannia del relativismo” che viene spacciata come “scelta religiosa” nel ragionamento dei cosiddetti cattolici adulti. Infatti, il concetto fondamentale della “scelta religiosa”- cioè quello che vorrebbe indurre al sostanziale collaborazionismo dei cristiani di fronte alle singole e specifiche offensive di scristianizzazione della società e di sovvertimento della legge naturale - nasce dal fatto di considerare la resistenza contro tali offensive una “battaglia di retroguardia”, residuo di una concezione “temporalista” della Chiesa: una concezione da abbandonare per ritirarsi in una dimensione puramente interiore di “distacco spirituale” in attesa dell’avvento di chissà quale “nuovo eone”. Tale posizione, peraltro, non solo contraddice il dovere della Chiesa di incarnare l’annuncio di autentico umanesimo che deriva dalla dignità divina della persona umana in tutte le culture e in tutti i sistemi sociali e costituzionali ma – accettando il sovvertimento del principio della suprema dignità della persona - mette, in realtà, in pericolo estremo il principio di libertà dell’uomo e, dunque, il principio stesso della convivenza civile fondata sulla libertà.
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Ancora una volta, per i cristiani, la scelta della presenza nella società e nella storia, significa combattere una battaglia in difesa della libertà di tutti: il nesso tra la difesa dei valori eticamente sensibili ed i principi di libertà e democrazia è sostanzialmente inscindibile. L’attacco alla libertà ed alla democrazia che i cattolici debbono fronteggiare oggi con la loro presenza è, probabilmente, più insidioso e sostanzialmente più grave di quello apportato dai totalitarismi del secolo scorso. Mentre allora, infatti, si trattava di affrontare delle ideologie che erano portatrici di concezioni del mondo chiaramente antagoniste rispetto all’ordinamento democratico e negavano apertamente la libertà della persona, oggi si tratta di affrontare una ideologia che, in buona sostanza, esaltando ed assolutizzando la libertà della persona finisce, in realtà, con l’umiliarla e con il distruggerla. Una ideologia che, seppure fortemente integralista, si presenta, al contrario, come un modo di essere più aperto, più moderno, più conseguentemente liberale e tollerante della democrazia stessa.
Benedetto XVI chiarisce a fondo questo concetto parlando chiaramente del “nucleo non relativistico della democrazia: “ i diritti umani non stanno in subordine all’ imperativo della tolleranza e a quello del pluralismo: essi sono il contenuto della tolleranza e della libertà. Derubare l’altro dei suoi diritti non può mai divenire materia di statuizione positiva e meno che mai essere contenuto di libertà. Ciò significa che un fondo di verità – di verità in senso morale – appare irrinunciabile per la stessa sopravvivenza della democrazia”. E’ in questo senso che il Papa afferma che senza i valori la democrazia si trasforma in una “tirannia del relativismo”.
A questo riguardo il Pontefice approfondisce ulteriormente l’analisi e parla chiaramente di “due orientamenti di fondo radicalmente contrapposti”: la concezione relativista della democrazia che si contrappone a quella metafisica e cristiana rispetto alla quale è assolutamente irriducibile. “Sul primo versante troviamo l’opzione radicalmente relativistica, che vuole escludere totalmente dalla sfera politica qualunque pertinenza della nozione di bene ( e con maggior ragione di quella di vero) in quanto pericolosa per la libertà. Il “diritto naturale” viene qui rifiutato come qualcosa che è sospetto di possibili nessi con dottrine metafisiche per affermare coerentemente un perfetto relativismo…Il diritto dovrebbe essere inteso in un’ accezione solo ed esclusivamente politica: sarebbe cioè diritto quanto viene statuito dagli organi a ciò preposti. Conseguentemente della democrazia si dà una definizione non in senso sostanziale, bensì puramente formale: la si concepisce come un insieme di regole che rendono possibile la formazione di maggioranze, la rappresentanza dei poteri e l’alternanza dei governi”. Con questa sua analisi il Papa individua e precisa lo spazio fondamentale nel quale deve attestarsi la presenza dei cattolici nella società di oggi: la difesa dei valori irrinunciabili riconosciuti dalla ragione e dal diritto naturale che si salda in uno con la difesa e la riaffermazione dell’autentica libertà e della vera democrazia e delle radici cristiane della società occidentale.
Un apporto fondamentale all’affermarsi della concezione relativistica della democrazia, e quindi alla sua degenerazione verso la “tirannia del relativismo”, viene anche fornito dalla dottrina del positivismo giuridico che si è diffusa nel mondo occidentale soprattutto dalla fine della seconda guerra mondiale. Al riguardo, riferendosi ad Hans Kelsen, fondatore appunto della scuola del positivismo giuridico- che afferma il prevalere della legge sulla verità - Benedetto XVI scrive: “ Per questi la relazione tra religione e democrazia può essere solo negativa. Il cristianesimo, in particolare, insegna valori e verità assoluti e si pone con ciò esattamente agli antipodi dello “scetticismo obbligato della democrazia relativista”. “Religione” significa eteronomia della persona, mentre al contrario “democrazia” implica in sé la sua autonomia. Ciò significa anche che il baricentro della democrazia è la libertà e non il bene, il quale sembra ancora una volta qualcosa di pericoloso per la libertà stessa…In realtà, ciò che qui domina incontrastata è una nozione vuota di libertà. Essa si spinge sino ad affermare che la dissoluzione dell’ io, ridotto a fenomeno senza più centro né essenza, sarebbe necessaria per poter dar forma concretamente alla nostra intuizione del primato della libertà”.
In sintonia con la “gender theory”
In questa logica, il positivismo giuridico - che nega in radice ogni rapporto tra verità e diritto, rescinde completamente il rapporto tra giustizia e verità, nega la legge naturale “nega la retta antropologia, il carattere oggettivo ed universale della dignità della persona umana e dei veri diritti che promanano da tale dignità” – si trova ad essere naturalmente alleato ed in sintonia con la cosiddetta “gender theory” (ideologia di genere) “ che relativizza e snatura le nozioni di amore, di matrimonio, di famiglia, reimpostandole a partire dai desideri soggettivi dell’individuo e non dalla differenza sessuale iscritta nella realtà biologica dell’uomo e della donna”. Il positivismo giuridico diviene, pertanto, “il braccio secolare” per la realizzazione dell’utopia relativista.
Questo fenomeno, ormai estremamente avanzato nell’intero Occidente, in Italia presenta delle caratteristiche particolari ed alquanto ambigue, che vanno, dunque, espressamente analizzate. In Italia, infatti, la linea del positivismo giuridico ha assunto, nella buona sostanza, la forma specifica del “patriottismo costituzionale” o, meglio, dell’ “ideologia della Costituzione” compiendo un ulteriore passo avanti verso la degenerazione della democrazia nella “dittatura del relativismo”. Peraltro, ad aumentare la confusione, vi è anche il fatto che “l’ideologia della Costituzione” nasce nel cuore della cultura politico-giuridica del cattolicesimo italiano con il grande apporto di una sua componente significativa: quella del dossettismo e dei cosiddetti “cattolici adulti”. Ciò avviene in significativa convergenza con filoni specifici della cultura giuridico-politica di origine laica come quello rappresentato da Gustavo Zagrebelski.
L’“ideologia della Costituzione” infatti, pone al centro del sistema politico e giuridico la Costituzione considerata come un valore assoluto, in sé radicalmente immodificabile, di per sé unica legittimazione a fondamento del diritto, a prescindere da qualsiasi diversa valutazione etica. Nascono, così, le nuove “tavole della legge del relativismo”, in un processo logico che vede la Costituzione, in quanto carta fondamentale, sostituirsi completamente a quello che era il diritto naturale nella tradizione politico-giuridica dell’ Europa cristiana. Non a caso, in un suo recente libro, Gherardo Colombo ha dettagliatamente teorizzato come la Costituzione, in quanto carta fondamentale, abbia assunto nei sistemi giuridici moderni, il ruolo di riferimento ultimo che era un tempo riservato al diritto naturale.
La logica della “ideologia della Costituzione” dà vita ad una sorta di “relativismo dogmatico” che finisce con il contrapporsi non solo al diritto naturale, ma allo stesso principio democratico della maggioranza, laddove quest’ultima non coincide perfettamente con le sue impostazioni. Viene così affidata alla interpretazione della Carta l’ultima parola anche sui temi eticamente sensibili più essenziali: quali, ad esempio, la questione del testamento biologico o del matrimonio omosessuale. Il momento decisionale su questioni tanto fondamentali e delicate si sposta così, dalle aule parlamentari a quelle di giustizia e lo stesso Parlamento, che dovrebbe essere la sede dove si esprime la sovranità popolare, viene costretto a rincorrere le sentenze dei giudici . Si crea in tal modo un meccanismo giuridico assolutamente autoreferenziale che nulla ha a che vedere con i valori di verità e giustizia che la fede e la ragione riconoscono nel diritto naturale, e che può addirittura, prescindere anche dalla stessa volontà della maggioranza contrapponendosi, di fatto, al principio stesso di sovranità popolare.
Non a caso in Italia il processo di secolarizzazione selvaggia che la cultura relativista cerca di imporre sta avanzando principalmente a colpi di sentenze e di ricorsi alla Corte Costituzionale. Basti pensare al caso di Eluana Englaro laddove si è, di fatto, legalizzata la soppressione di una persona umana facendola morire di fame e di sete per disposizione di una sentenza di Tribunale: introducendo così, violentemente, nel dibattito politico-culturale del nostro Paese il tema dell’eutanasia. Analoga situazione rischia poi di determinarsi sulla questione dei matrimoni omosessuali. La Corte di Appello di Trento ha infatti, recentemente, rimesso alla Corte Costituzionale “in quanto si tratta di questione rilevante e non manifestamente infondata” il ricorso proposto da due aspiranti “famiglie omosessuali” che intendono regolarizzare la propria situazione sottolineando il fatto “che il matrimonio civile deve essere un diritto garantito a tutti i cittadini indipendentemente dal loro orientamento sessuale”.
In base a queste considerazioni diviene oltremodo chiaro quali siano, nell’attuale contesto storico, i principali campi di intervento nei quali la presenza cristiana deve impegnarsi e manifestarsi. Innanzitutto, senza alcun dubbio, nella riaffermazione e nella difesa dei valori non negoziabili ed insieme ad essi, strettamente connessa, nella difesa e nella riaffermazione di una vera democrazia fondata sul diritto naturale e sulla sovranità popolare. Laddove, infatti, i valori della vita, della famiglia, della libertà di educazione, della solidarietà e della sussidiarietà vengono abbandonati, trascurati e dileggiati, prima o poi appassisce, necessariamente, la stessa libertà.