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20/02/2012
[stampa]
Politica e giustizia.
Emanuele Macaluso su Il Riformista del 17 febbraio interviene su “Politica e giustizia ieri e oggi” per contestare l’idea diffusa dagli interventi di questi giorni di alcuni magistrati e dalla stampa giustizialista che “solo i togati potevano rigenerare la politica” , per concludere che “la salvezza della giustizia è un errore che non dovrebbe essere ripetuto”.

Per la verità, assai più preciso è Mauro Mellini nelle conclusioni del suo libro , uscito in questi giorni “Il partito dei magistrati” (Bonfirraro Editore ) nel quale scrive che “il partito dei magistrati è e rimane un partito che sembra destinato più ad impedire che si governi, piuttosto che a governare. Si può dire che esso sia sempre in armi contro chi ‘rischia’ di governare effettivamente il Paese, trovando alleanze potenti tra i grandi interessi, che pure temono soprattutto di dover sottostare ad uno stato e ad un governo effettivi e non solo apparenti”.

Anche Angelino Alfano segretario nazionale del PDL e recente ex Ministro della Giustizia, nel suo libro “La mafia uccide d’estate” ( Mondadori ) ricorda che Mino Martinazzoli, nominato nello stesso dicastero il 4 agosto 1983, nelle memorie uscite nel settembre 2009, descriveva i problemi della giustizia, citando le stesse problematiche che lui aveva incontrato e per le quali aveva presentato un disegno di legge costituzionale oltre che un decreto legislativo in materia di giustizia civile.

Peraltro lo stesso Alfano commenta che “per provare a riformare la giustizia ci vogliono tanta tenacia , forza e determinazione” ricordando anche “il consiglio del compianto presidente Cossiga …che mi invitò, e secondo il suo stile lo fece pubblicamente, a recarmi al CSM scortato dalla polizia penitenziaria sventolando bandiera bianca”.

Mellini ricorda, peraltro, che Arturo Diaconale ebbe a paragonare il ruolo dei magistrati a quello dei militari in Turchia “eredi e custodi della tradizione kemalista”, anche se preferirebbe assimilarli al “consiglio degli Ulema o ayatollah in certe repubbliche islamiche”.

Ora le perorazioni di Macaluso se non vengono esplicitamente rivolte all’area politica e mediatica che si è connotata con un strenuo carattere giustizialista, invocando sempre come alibi la Costituzione del ’48, e se non chiedono un chiaro cambio di rotta, sono solo un abbaiare alla luna, senza alcun effetto.

Quest’area politica e mediatica è la sinistra dossettiana, post comunista e radicale.

A questo proposito sono sempre esemplari le parole di Francesco Cossiga quando affermava alcuni concetti molto chiari sulla sinistra che , scriveva , “in Italia è ancora giustizialista e poliziesca” e che “ ha cercato di aprirsi una strada giudiziaria al socialismo, organizzando in fazione parte della magistratura”.

“ La sinistra – aggiungeva Cossiga nel suo “Discorso sulla giustizia” ( Liberlibri ) – non riesce a liberarsi né di questa cultura giustizialista, dopo esserne stata sacerdotessa tra i suoi elettori, né dell’alleanza con l’ala ‘militante’ della magistratura, di cui non dovrebbe accettare il potere politico, ma il cui potere politico invece accetta perché essa ha qualche interesse politico coincidente con alcuni dei propri”.

Mentre sembra delinearsi la possibilità di un accordo tra le forze politiche che sostengono il governo Monti per una riforma delle istituzioni , facciamo anche noi una piccola previsione: mancheranno all’ appello di questo “compromesso” due temi che invece restano assolutamente essenziali: una riforma costituzionale in senso presidenziale che consegni definitivamente agli elettori la scelta di chi deve governare e una riforma della giustizia che restituisca ai magistrati la loro funzione di ordine e non di potere.
14/02/2012
[stampa]
Sanzioni per la Cristianofobia , una nuova richiesta ricordando Oriana Fallaci.
Ci voleva una personalità particolare come l’esponente del Partito Popolare per la libertà e la democrazia, l’ olandese Ayaan Hirsi Ali, per denunciare con forza la cristianofobia che si diffonde nei paesi a maggioranza araba e per rilanciare la necessità di interventi che impediscano che sia messa in pericolo la sopravvivenza non solo del cristianesimo ma di tutte le altre minoranze religiose.

In Nigeria - ha scritto su Newsweek e sul Corriere della Sera del 13 febbraio – dove “sono gli estremisti islamici, in prevalenza, a scatenare le tensioni, i cristiani sono stati sottoposti a persecuzioni “ come “ leggi antiblasfemia, gli omicidi più efferati, gli attacchi con ordigni esplosivi, le mutilazioni e l’incendio dei luoghi di culto”.

La denuncia riguarda anche il Cairo, dove “in seguito al rovesciamento della dittatura di Hosni Mubarak”, sono avvenuti “incendio di chiese, stupri, mutilazioni e omicidi”.

A seguire anche Pakistan, Indonesia, Iran, ma anche Arabia Saudita, Etiopia mostrano un dilagare della violenza.

“ Da questo catalogo di atrocità - sottolinea Hirsi Ali - sarà ormai ben chiaro che la violenza contro i cristiani rappresenta un problema spesso ignorato o sottaciuto”.

Quello che chiede con forza questa esponente politica ex musulmana ed ora atea è che “anziché ingigantire i casi di islamofobia in Occidente, proviamo a prendere una ferma posizione contro la cristianofobia che sta infettando il mondo musulmano”.

Non siamo in presenza di una posizione integralista che denuncia le violenza musulmane, anzi Hirsi Alì è descritta come un ultra liberale anche su temi come l’aborto o l’omosessualità.

Questo ci interessa relativamente.

Quello che ci meraviglia è come una tale denuncia , che si accompagna anche alla richiesta di vere e proprie sanzioni su commercio investimenti e sugli stessi aiuti umanitari, non provenga da un esponente politico di ispirazione cattolica o cristiana.

Una atea olandese ha più coraggio di tanti personaggi politici , che, in Italia , forse in nome di un assurdo politicamente corretto, poco o nulla fanno per esporre all’opinione pubblica, con la necessaria durezza e il conseguente clamore, le atrocità di questa guerra anticristiana e per richiedere sanzioni da parte degli organismi internazionali.

Pochissime voci hanno denunciato nel nostro Paese e nei giusti termini questo dramma , forse per non inimicarsi la “dittatura delle lettere” della sinistra.

Lo fece, invece, splendidamente e con coraggio , un’altra grande atea, Oriana Fallaci per la quale migliaia di cittadini richiesero prima a Carlo Azelio Ciampi e, poi a Giorgio Napolitano , senza essere ascoltati, la nomina a senatrice a vita.

La ascoltò invece Papa Ratzinger che, nell’agosto del 2005, la volle incontrare, intuendo che, dentro quella coscienza battagliera e leale , germogliava, forse, il seme della fede cristiana.
24/01/2012
[stampa]
Il vero nodo politico del governo monti: agire in europa, “tutto il resto e’ noia”.
Le cosiddette liberalizzazioni che stanno occupando il dibattito politico di questi giorni e che inducono reazioni diffuse negli ambiti sociali e nei settori sui quali dovrebbero intervenire, costituiscono, per certi aspetti, un falso problema.

Il governo ed una opinione mediatica piuttosto “drogata” stanno caricando questi provvedimenti di un peso economico e di un valore sociale più forti di quanto obbiettivamente essi abbiano. Si è giunti addirittura a dichiarare da parte del Presidente del Consiglio che nei prossimi anni questa manovra potrebbe comportare un incremento del reddito nazionale lordo di oltre il dieci per cento.

La valutazione del peso di quanto approvato in CdM , tuttavia, non trova un giudizio unanime e sembra prevalere il commento di chi li definisce troppo limitati a categorie e non realmente incidenti sulla capacità di crescita e sviluppo dell’economia nazionale.

Sono stati presi provvedimenti che colpiscono settori che potrebbero comportare solo qualche parzialissima economia da parte dei cittadini. Cosa positiva in sè, ma che non consentirebbe, neppure limitatamente, il recupero di quanto i cittadini dovranno sborsare, a partire dal 2012, in più per gli aumenti dell’IVA, della Benzina e del carico fiscale e delle imposte locali.

La solita Marcegaglia si è espressa in termini favorevoli probabilmente perché quanto disposto sposta l’attenzione dalla reale esigenza di una verifica dei 40 miliardi di euro che lo Stato centrale destina ogni anno alle forze imprenditoriali con interventi a pioggia e che, invece, dovrebbero subire una seria analisi di efficacia in termini di sviluppo reale, occupazione e di crescita di produttività.

Di questa oggettiva necessità non si parla e non si deve parlare.

Ma c’è un’altra considerazione da fare e cioè che questo governo sta percorrendo una strada che rischia di creare confusione sociale, ma che non affronta il vero nodo politico della condizione italiana , nel quadro della situazione dell’Europa e della moneta unica.

Senza un intervento nei riguardi della spregiudicata azione speculativa che distorce i mercati, senza una riforma dell’organizzazione monetaria europea, senza un diverso ruolo della BCE, senza un intervento europeo sulle agenzie di rating tutto ciò che viene deciso all’interno ( “ i compiti a casa” ) non servirà a nulla e la strada per una ripresa sarà lunga e dolorosa e non priva di rischi gravi.

Si è detto e si ripete che questi interventi non sono realizzabili per l’opposizione della Germania e per l’impermeabilità ( “autononia” ) delle strutture tecnocratiche europee il cui potere prevale sulle autorità politiche degli Stati. Il risultato paradossale di quanto sta avvenendo è che mentre le banche non possono fallire, come è stato dimostrato dagli interventi di salvataggio anche recentemente apprestati, possono invece fallire gli stati.

Come possono gli stati europei e le autorità monetarie contrastare l’azione delle private agenzia di rating , definita una “tirannia” anche da Rainer Masera su La Repubblica del 23 gennaio, quando solo pochi anni addietro non riuscirono a creare una borsa europea e , in ordine sparso, realizzarono accordi con realtà economiche esterne all’area euro e alle relative borse ?

Il PD e, soprattutto, il Terzo polo non solo inneggiano alle decisioni del governo, ma affidano carta bianca alla sua azione che tuttavia non riesce a decollare sui veri problemi a livello europeo.

Sta nascendo la vera questione che non può non gravare sul giudizio di fondo di questo esecutivo tecnico.

E’ presente nel governo una effettiva volontà di porre in Europa le vere questioni, in termini pesanti e adeguati o si intende accettare e subire il quadro esistente ?

In una recente trasmissione televisiva, il direttore di Limes, il professor Caracciolo ha detto chiaro e tondo che, senza una azione incisiva e con adeguati risultati a livello europeo tutto ciò che si sta facendo in Italia in termini di sacrifici non solo non porterà ad alcun risultato, ma potrebbe contribuire fortemente ad un andamento recessivo senza uscita, ovvero verso il default del Paese.

Quelle forze politiche che sostengono il governo Monti non possono non presentare, e al più presto, questo conto che , altrimenti, ricadrà sull’Italia.
18/01/2012
[stampa]
“Il trattato di Maastricht allargo’ all’Europa la costituzione monetaria della Repubblica Federale di Germania”
Anche un governatore della Banca d’Italia e Ministro del Tesoro come Guidi Carli non percepì fino in fondo dove avrebbe portato la scelta di un modello finanziario come quello dell’accordo di Maastricht.

Scriveva, infatti nel suo libro del 1993 “Cinquant’anni di vita italiana” ( Laterza, Bari 1993) : “ Il trattato di Maastricht si propone proprio di allargare all’Europa la costituzione monetaria della Repubblica federale di Germania, che proibisce al principe, vale a dire al governo , di stampare moneta a proprio piacimento: costringe tutti ad assumere comportamenti non inflazionistici” (pag. 432 ).

E qualche pagina prima si era espresso con più precisione: “ Il trattato di Maastricht …mira… alla creazione di una sola unità monetaria e di una Banca centrale europea nella quale confluiranno i poteri attualmente esercitati, ufficialmente, dalle banche centrali nazionali, ma de facto dalla Deutsche Bundesbank”.

L’acuta osservazione di Carli che, fuori dall’euforia generale sul carattere unitario dell’Europa dell’euro, coglieva il senso delle cose , tuttavia non poteva prevedere come una crisi globale innestata dalla finanza derivata avrebbe diviso ciò che era stata solo apparentemente unito, avrebbe cioè posto su piano diversi e con interessi diversi i Paesi dell’Europa.

Quella concezione della BCE e le drastiche politiche recessive poste in atto rischiano di diventare dei cappi che si stringono sui paesi più esposti sul debito pubblico a prescindere dagli altri elementi fondamentali dello loro economie.

Nello stesso tempo, sul piano politico, Maastricht si palesa sempre più come un’Europa a guida tedesca, ove il potere di scelta politica si conforma, al massimo, ad accordi bilaterali e non c’è posto neppure per direttori a tre , ed il potere di veto sulle riforme del sistema monetario europeo viene espresso con durezza dalla signora Merkel.

C’è un aspetto di democrazia che viene poco rilevato.

Giancarlo Galli in un libro del 2001 dal titolo significativo “L’Euro, la grande scommessa “ ( Mondadori, Milano ), nelle considerazioni finali, già si domandava (pag. 296): “ Senza rabbia, ma con smaliziata intelligenza, si prenda dunque atto che la democrazia non ha cittadinanza nel Regno delle Monete. Gli statisti moderni si comportano esattamente come i prìncipi d’antan, soggiacendo ai tecnocrati, ultima generazione degli alchimisti. Che puntualmente promettono l’età dell’Oro. Non è stato così anche con l’euro?”.
19/12/2011
[stampa]
Le piccole e le grandi Lobby.
I titoli di prima pagina della stampa del 16 dicembre sono tutti per condannare le lobby che condizionano l’azione del governo.

Vengono anche indicati i settori che si sono organizzati per frenare l’azione del premier: tassisti, farmacisti e edicolanti.

Repubblica tuona con un titolone in prima pagina, virgolettato : “Liberalizzazioni , piegheremo le lobby”.

Poi, inizia l’articolo con la dichiarazione di guerra del sottosegretario alla Presidenza del consiglio Catricalà: “La forza delle lobby in Parlamento è ancora potente. Io vengo dall’antitrust. Monti è stato commissario europeo alla concorrenza. Vuole che non siamo delusi ? Lo siamo, ma non ci arrenderemo”. E, poi: ” A gennaio ripresentiamo tutto”.

Ritenere che il problema dell’influenza lobbistica sulla politica provenga da farmacisti, tassisti ed edicolanti è davvero singolare.

Nel contempo è, come dire, simpatico pensare che , una volta “liberalizzati ” questi settori, si creino le condizioni per un migliore sviluppo economico.

Si dirà che queste decisioni rappresenterebbero un primo esempio, una decisione simbolica di voler aprire la società italiana ed eliminare aree franche.

Qui potremmo anche essere d’accordo, ma il problema è che questa valutazione viene da quell’informazione che ha sostenuto a spada tratta il referendum per far uscire i capitali privati dalle aziende municipalizzate, per aiutare un voto che veniva interpretato contro Berlusconi.

Questa stessa informazione, poi, glissa completamente su un’altra situazione assai rilevante che vede i più impegnati manager bancari , proprio nel settore delle infrastrutture diventare Ministri e vice ministri nei settori nei quali hanno avuto importantissime responsabilità.

Ci riferiamo, tanto per iniziare al nuovo viceministro alle infrastrutture, Mario Ciaccia, ex amministratore delegato di Banca Infrastrutture e Sviluppo, braccio operativo dell’istituto milan- torinese che interviene nei finanziamenti agli enti pubblici per le infrastrutture, chiamato da Corrado Passera ex amministratore delegato di Intesa S,. Paolo.

Ad esempio Mario Ciaccia è noto per aver seguito e sollecitato la realizzazione del progetto del Ponte di Messina. Il 20 ottobre 2009 pronunciava queste parole:“Penso che il Ponte sullo Stretto di Messina possa essere un ulteriore incubatore di sviluppo e di crescita per un’area di importanza strategica per tutto il paese”.

Basta andare suI siti internet per trovare le continue dichiarazioni del neo vice ministro sulle iniziative per favorire i finanziamenti e la partecipazione diretta alle grandi opere del suo istituto di credito, come ad esempio quando è intervenuta in qualità di capofila del pool di banche che ha rilasciato la garanzia fideiussoria per la partecipazione alla gara ad Eurolink, il consorzio d’imprese aggiudicatario dell’appalto del Ponte (linee di credito per 350 milioni di euro),mentre il 21 luglio 2009, Banca Infrastrutture Innovazione e Sviluppo faceva sapere per bocca del suo amministratore delegato di essere pronta a intervenire direttamente nel finanziamento dei lavori.

Sotto la direzione del neo-viceministro dell’Economia, delle infrastrutture e dei trasporti, la banca ha finanziato grandi progetti in Italia ed all’estero dal valore complessivo di oltre 30 miliardi di euro.

“Abbiamo erogato finanziamenti all’Anas per la realizzazione della terza corsia del Grande Raccordo Anulare di Roma, per un importo di 390 milioni di euro; e del secondo lotto della Salerno-Reggio Calabria,

per oltre 430 milioni di euro”, ha aggiunto Ciaccia su Specchio Economico. “Siamo presenti nel Passante di Mestre con un investimento di 800 milioni di euro e abbiamo favorito la realizzazione di parcheggi in varie città per un importo di 130 milioni. Abbiamo attuato il

collocamento e la sottoscrizione di parte dell’emissione obbligazionaria della ex società Infrastrutture Spa per la costruzione della linea ferroviaria ad alta velocità Torino-Milano-Napoli, per un importo di 320 milioni di euro. Siamo i consulenti per la realizzazione e gestione delle autostrade Brescia-Bergamo-Milano e delle Tangenziali esterne di Milano, rispettivamente per 1,6 e 1,4 miliardi di euro”

Autostrade, ma anche sanità, linee ferroviarie ad alta velocità, porti settore idrico, settori fieristici, cartolarizzazioni , di tutto , di più.

Si presenta un problema di conflitto di interessi?

E’quanto chiede a proposito di Corrado Passera, in una intervista del 19 novembre 2011, Maria Giovanna Della Vecchia a Franco Debenedetti – economista ed editorialista, con un passato da senatore del centrosinistra per tre legislature che così si esprime : “Se Passera vende le sue partecipazioni, non credo che ci sia a priori conflitto d’interessi. Il conflitto ci sarebbe se restasse in possesso di azioni e stock option di Banca Intesa, “che dovrebbe vendere il prima possibile”.

Poi, ricorda un episodio di un film: “Nel film “Too big to fail”, un tizio che malignamente accenna al fatto che Hank Paulson, chiamato al Tesoro da Bush, era CEO di Goldman Sachs, viene energicamente zittito: Paulson ha venduto tutte le azioni al momento di assumere la carica. Passera dovrebbe mettersi in condizioni di poter rispondere allo stesso modo: senza eccezioni e senza distinguo”. In un senso più generale, questo passaggio dagli interessi imprenditoriali alla politica era stato previsto da Giancarlo Galli , un acuto osservatore delle vicende economiche italiane ed in particolare delle banche.

In un articolo su cronache di Liberal il 4 settembre 2010 scriveva: “La scommessa su Corrado Passera da banchiere a politico è dunque più che mai aperta ed attuale”.

Infine il Foglio del 29 novembre 2011 in un articolo intitolato” le pericolose relazioni fra governo e banchieri”, scriveva:

“Ma se non esiste conflitto di interessi, questa union sacrée tra banca e politica come si configura oggi? Secondo Giancarlo Galli, storico della finanza italiana e autore del saggio “La giungla degli gnomi” (Garzanti editore), è “una unione di due debolezze, un patto opportunistico tra due forze deboli”.

Due classi che non si sono rinnovate, in questo parallele: “Si chiede da anni il ricambio della classe politica che non è stata all’altezza. E va bene. Ma quella bancaria? Qui, il ricambio è ancora più lento. A parte Profumo e Geronzi che si sono, diciamo, autoespulsi dal sistema”.

“I banchieri italiani non hanno dato grande prova in questi anni di grande lungimiranza – dice Galli – e hanno pensato invece a frequentare i loro amici delle fondazioni, a inventare merger ( fusioni n.d.r. ) sempre più grandi”. “Anche colui che ha guidato la più grande banca italiana (Passera, ndr) avrà qualche responsabilità”, conclude Galli.
13/12/2011
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Democrazia senza voto.
Galli della Loggia sul Corriere della Sera del 12 dicembre, rompendo un bieco conformismo diffuso su larga parte della stampa italiana, denuncia come non possa passare sotto silenzio lo stato di eccezione della politica italiana nella quale sta operando – pur con scelte positive – il Presidente della Repubblica.

Denuncia ancor più duramente alcuni commentatori come Eugenio Scalfari, il quale ritiene che il governo Monti “realizzi in pieno il ritorno alla Costituzione” e che non è affatto detto che dopo che “avrà compiuto la sua opera e realizzato i suoi obbiettivi tutto debba tornare come prima “, augurandosi che “i futuri governi siano sempre governi istituzionali che riflettano gli indirizzi della maggioranza parlamentare ma la cui composizione sia decisa dal capo dello stato come la Costituzione prescrive con estrema chiarezza”.

Scalfari nell’articolo citato ribadisce , per essere esplicito, che la scelta dei ministri “spetta al capo dello stato” e non ai partiti, essendo questa “una distinzione fondamentale che preserva l’essenza del governo istituzione”.

L’articolo di Galli della Loggia si conclude con un appello affinchè “la grande voglia di novità … che investe … anche parti decisive dell’assetto costituzionale dei poteri pubblici … deve manifestarsi all’insegna della chiarezza attraverso una grande discussione pubblica”, avvertendo che “in un paese democratico non può esserci posto per modifiche della carta costituzionale attraverso vie surrettiziamente interpretative e forzando a piacere il testo della medesima”.

Galli della Loggia coglie appieno il pericolo per la democrazia di una via interpretativa della Costituzione che cancelli il ruolo dei partiti. Siamo all’opposto dei costituzionalisti cattolici che , invece, sostenevano che i partiti rappresentassero la costituzione materiale ( Mortati ) .

E’ evidente quale sia l’obbiettivo che Eugenio Scalfari ha in mente: quello di dare un fondamento ed una giustificazione ad una visione di istituzioni senza democrazia, ovvero contro la democrazia, in quanto nell’attuale sistema parlamentare i partiti rappresentano l’espressione della volontà popolare.

E’ indubbio che tale espressione può essere commisurata alla necessità di ridurre i rischi di una involuzione partitocratica – che prevalse in alcune fasi del sistema parlamentare italiano prima del 1992 - ma ciò può avvenire solo favorendo una riforma della Costituzione che ampli i poteri di scelta degli elettori con l’elezione diretta del Capo dell’esecutivo o con un presidenzialismo di tipo francese.

In termini di democrazia è solo possibile un trasferimento del potere dal parlamento al corpo elettorale.

La riduzione o addirittura l’annullamento del ruolo dei partiti non bilanciato da una ampliamento del ruolo del “cittadino arbitro” (Roberto Ruffilli ), significa soltanto consentire l’espandersi delle posizioni lobbistiche che detterebbero le stesse scelte sulle quali si orienterebbero le decisioni di un capo dello stato che nel suo lungo settennato non dovrebbe render conto né ai partiti , né agli elettori.

Vengono alla mente quanto scriveva un grande filosofo del diritto Giuseppe Capograssi a proposito del valore impegnativo delle elezioni e dei programmi presentati e scelti dal voto.

“Qui si vede esattamente il valore giuridico che assumono i programmi elettorali, poiché un partito e un governo non possono essere ammessi a sollevare ed a risolvere una importante questione legislativa, se le elezioni non furono condotte sopra tale questione”. “ Ritorna sempre più netta l’idea – aggiunge Capograssi – che la volontà elettorale è non pura e semplice volontà di scelta , ma è volontà positiva la quale si afferma sopra quelle idee e quegli indirizzi concreti che sono stati agitati nella lotta elettorale”, concludendo che ” la manifestazione di volontà dell’elettore avviene non sopra la scelta di questo o di quell’individuo, ma avviene sopra la scelta di questa o di quella soluzione dei problemi pubblici più importanti sui quali la consultazione elettorale è stata impostata”.

“Così” - aggiungeva infine – “ l’elezione diventa un vero e proprio atto positivo di sovranità e non una delegazione o un mandato o un conferimento di rappresentanza” ( Giuseppe Capograssi La vita etica , Giuffrè editore. pag 1121 ).

La teoria di Scalfari va in direzione opposta scindendo il governo dal vero “sovrano politico” rappresentato dal corpo elettorale e non dal Presidente della Repubblica.

L’interpretazione di Scalfari se si adattasse pienamente, come lui intende, al governo Monti metterebbe in una luce particolare le vicende di queste ultime settimane e darebbe fondamento alle letture circa la “preparazione” della recente svolta politica.

Poiché abbiamo sempre combattuto le tesi “complottiste” in quanto le riteniamo inconsistenti fughe dalla politica, auspichiamo che l’articolo di Galli della Loggia richiami tutte le forze politiche alla necessaria consapevolezza del loro ruolo di rappresentanza democratica, contrastando le linee interpretative di una visione élitaria, cioè di una democrazia senza popolo.

E’ avvilente come le classi politiche in campo oggi, salvo rare eccezioni, siano succubi di una violenta campagna di denigrazione che ne investe lo stesso ruolo e non sappiano argomentare presso l’ opinione pubblica, il principio democratico per il quale senza un programma ed un rappresentanza sottoposti al voto popolare non si ha democrazia.

01/12/2011
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Concita de Gregorio confessa e svela l’intrigo.
Questa volta non siamo in presenza di una dietrologia, né della solita stampa berlusconiana e delle sue ricostruzioni più o meno ardite.

Le dichiarazioni pubbliche e non smentite di Concita De Gregorio sono assai significative, evidenti, forse dettate da un certo risentimento per aver dovuto lasciare la direzione dell’Unità, ma gravi.

“Un altissimo dirigente del Pd mi disse. A noi nel Lazio ci conviene perdere per rafforzare Fini che ha la Polverini come unica candidata in questa tornata elettorale. Se lei vince , Fini si sgancerà da Berlusconi”.

All’epoca la De Gregorio era direttore dell’Unità e la sua preoccupazione di allora era evidente: “Ma come farà a spiegare agli elettori che volete perdere? “.

La sensazione più forte – e il Giornale l’ha scritto - è che l’”altissimo dirigente”, sia quello più legato alla strategia di una alleanza tra PD e Terzo Polo, cioè a Massimo D’Alema.

E la De Gregorio dovrebbe chiarire anche questo, ma è già evidente che l’identikit politico corrisponde all’ex presidente del consiglio.

Casini all’epoca cambiò strategia piuttosto improvvisamente. Aveva dichiarato che avrebbe appoggiato il candidato del PD che stava indicando Zingaretti, ma, poi, quando si rese evidente la disponibilità di Berlusconi a candidare la Polverini, suggerita e imposta da Fini ed il PD ritirò la quasi certa , importante e sperimentata candidatura del Presidente della Provincia di Roma, il leder dell’UDC, abbastanza repentinamente, si adattò ad appoggiare la Polverini della quale non aveva una grande stima.

Anche questo racconto dimostra che il dissidio politico tra Fini e Berlusconi non è assolutamente relegabile al famoso “e allora mi cacci?” , che il PD e la stampa antiberlusconiana hanno sempre sostenuto per coprire uno scontro reale che poneva l’ex leder di AN su di una strategia diversa ed opposta a quella di Berlusconi.

Poiché è anche evidente che l’”altissimo dirigente del PD”, non poteva muoversi al buio, fantasticando di una linea di Fini che si andava sempre più opponendo a Berlusconi, ma questa supposizione non poteva che essere una strategia comunicata al PD da chi allora stava ancora nel centro destra, balza evidente a tutti che l’azione destabilizzante del Presidente della Camera era iniziata e, poi, sarebbe stata portata avanti fino alla fine.

Questo episodio dimostra due cose: la prima è che la politica italiana ha bisogno di fare piazza pulita di quei personaggi che hanno nel loro DNA una visione eversiva e intrigante della politica, la seconda è che queste manovre richiedono un grande rinnovamento del rapporto tra partiti ed elettori nel senso di una riforma della Costituzione che ricollochi nella base elettorale la fonte della legittimità di chi governa, con tutti i passaggi necessari e trasparenti: dalle primarie per la scelta dei candidati ( la Bonino non fu scelta dal PD con le primarie ) alla elezione diretta di chi governa.

Autorevoli uomini della Chiesa hanno detto qualche tempo fa’ che occorre aprire le finestre e far entrare aria pulita nella politica.

Ecco dove aprire le finestre: nelle stanze dove si pensò e si giustificò questo imbroglio ai danni degli elettori, della lealtà e della stessa stabilità politica.
26/11/2011
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Il mito infranto della Democrazia Cristiana.
Il neo ministro Professor Riccardi in un recentissimo incontro su “La Democrazia Cristiana e la Chiesa” ha chiuso la sua relazione con quella che alcuni commentatori hanno definito una “profezia”: “I partiti muoiono, la cultura politica che fa grande i partiti non muore. Essa c’è e soffia potente ed amica”.

L’on Bartolo Ciccardini ex parlamentare ed ex sottosegretario di lungo corso, e , soprattutto ex presidenzialista oggi pentito (remenber when Europa Settanta), di sicura vivacità intellettuale, commenta così sul suo blog: “La cultura democratico-cristiana c’è ed è viva. Il Governo che per caso ci governa c’è e ci sono diversi Ministri cattolici, scelti per la loro competenza. Ha parlato il Professore o ha parlato il Ministro? Comunque il Ministro c’è. Il popolo democratico-cristiano, non ancora”.

Abbiamo un grande rispetto per la cultura cattolica da don Sturzo fino al pensiero forte che caratterizzò il pontificato di Pio XII con i suoi radiomessaggi che offrirono la cornice culturale e politica della democrazia e che oggi riappare ad un grande livello di ispirazione nel pensiero di Benedetto XVI.

E’, però, veramente paradossale che in nome di uno spinoso antiberlusconismo si esalti una presenza di “cattolici” nel governo, priva di legittimazione popolare.

Nè può essere la “competenza” a legittimare la presenza dei cattolici. Il popolarismo non è mai stato èlitario, e diviene tragicamente ambiguo quando lo si vuole alleato e subordinato all’oligarchia finanziaria e burocratica.

E, poi, che farne di una cultura senza popolo? L’università Cattolica, la Comunità di Sant’Egidio o Intesa S. Paolo non è popolo sono poteri, autorevoli poteri, ma non popolo.

Ancora: non si può, a scatola chiusa, esaltare tutto, ma proprio tutto della Democrazia Cristiana. Alcuni anni e alcuni uomini meritano un giudizio alto.

Ma quale nostalgia ci può essere per una DC che si fece cancellare da un Di Pietro qualsiasi o che certificò la sua fine attraverso l’invio di un fax del suo ultimo segretario nazionale, eppure santificato alla sua scomparsa ?

E’ vero nei nostri tracciati di ricordi tendiamo ad esaltare i giorni belli e a dimenticare quelli brutti, ma pochi episodi nella storia d’Italia mostrano una fine più fallimentare e ingloriosa di una vicenda politica che si sciolse con i balbettii di Forlani in un’aula di tribunale o la vigliaccheria di una intera classe dirigente di fronte al discorso verità di Craxi sul finanziamento illecito alla politica.

Non c’era più la DC di Moro che gridava : “non ci faremo processare nelle piazze ! ”.

E’ vero che i partiti possono morire, ma la questione storica che deve essere vagliata è come e perché la DC morì senza mostrare quella “dignità” di fronte alla morte che una grande tradizione politica avrebbe dovuto avere.

Ricostruire il mito della Democrazia cristiana che si fece scannare nelle grigie aule di tribunale certo non può lasciare tracce esaltanti, tanto è vero che nessuno storico oggi analizza la vicenda democratico cristiana e l’unico che lo ha fatto con rigore ed intelligenza, in fondo per un amore non corrisposto, è stato don Gianni Baget Bozzo.

Ed è stato un giudizio giusto.

La nostalgia ci fa guardare indietro e rimpiangere il bel tempo che fu, ma non sempre restiamo nel giusto.
18/11/2011
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Cazzullo intervista un De Benedetti trionfante
L’ intervista di De Benedetti al Corriere della Sera di giovedì 17 dicembre interpreta in modo efficace lo scenario che si va aprendo nella politica italiana.

E’ una lettura “da dentro” poiché l’imprenditore di Ivrea che Craxi definiva in altro modo, è tra i protagonisti del milieu che ha sostenuto la corsa di Monti alla Presidenza del Consiglio.

Attribuisce, mostrando la modestia di non ricordare che fu lui il primo a proporlo, il merito di questa operazione – e giustamente – a Napolitano elogiandone “la lucidità, il tempismo, la determinazione e la vera genialità politica con cui ha trasformato un professore in un padre della patria” , per , poi, aggiungere, facendo intendere sotto quale auspicio si è prodotto il tutto : “ Monti era l’unica scelta. Ho molta fiducia in lui”.

Mettendo in non cale i goffi tentativi di una parte della sinistra che continua il bla bla sul “governo politico”, De Benedetti chiarisce che “ Monti rappresenti il meglio che la tecnocrazia può offrire” per, poi, senza attendere neppure le dichiarazioni programmatiche o un primo provvedimento, glorificarlo: “ è la nostra ultima occasione , guai a perderla; viva Monti , mille volte”.

Poi aggiunge, forse per un finto sussulto di preoccupazione democratica: “ ma la gente come me , che sono un democratico vero, spera che la tecnocrazia venga presto sostituita dalla politica”.



Ma qual è la democrazia e la politica a cui pensa l’imprenditore di Ivrea, diversamente definito da Craxi ? Per comprendere questa categoria del pensiero di De Benedetti leggiamo il giudizio cha dà su Obama: “ ottimo candidato, pessimo presidente”, per poi precisare a chi, secondo lui, spetterebbe il giudizio e la opportunità di essere rieletto: “al punto che alcuni tra i suoi grandi finanziatori, stavolta voteranno per Romney”.

E’ questo per De Benedetti il “voto” che pesa e decide della politica ?

Sulla classe politica l’intervista si sbizzarrisce in un lungo dileggio di Berlusconi mostrando un odio verso il suo avversario di sempre non placato dall’intervenuto risarcimento, arrivando a giustificare, gli insulti “sotto casa” ( “talvolta il popolo ha bisogno di uno sfogo” ) . Ma fin qui il tutto appare piuttosto scontato, anche questo significativo pathos vendicativo.

Il meglio l’imprenditore di Ivrea , diversamente definito da Craxi, lo esprime su Bersani, leader di quel PD, al quale aveva richiesto, a suo tempo, la tessera n. 1 :“In un epoca in cui la comunicazione è così importante, lui è più efficace comunicativamente nella versione Crozza che in quella originale”.

C’è una diversità rispetto al dileggio del “nemico” Berlusconi, c’è verso il segretario Pd tutto il tono del “padrone” che piglia in giro il suo devoto “cortigiano”.

Infine, De Benedetti non rinuncia a indicare il principale punto programmatico del nuovo governo: “una patrimoniale light, sotto l’1% su tutto” , vantandosi: “patrimoniale che personalmente ho suggerito due anni e mezzo fa’”.

E quando gli domandano quanto dovrebbe durare il governo Monti, risponde con chiarezza: “ Parlare di governo a termine è ridicolo. L’unico termine sono le elezioni del 2013”. “Ma”, significativamente, aggiunge: “ in 15 mesi Monti potrà solo iniziare un lavoro che durerà molto di più. Ci vorranno, cinque, forse dieci anni per riparare ai guasti degli ultimi venti”.

Gli apprendisti stregoni che hanno favorito questa svolta politica, pensando di rientrare presto, sono serviti e, si sbrighino , seriamente, a trovarsi un’altro lavoro.
17/11/2011
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Bocchino non serve piu’
L’uscita di scena di Berlusconi e la nascita del governo Monti stanno innestando effetti importanti sugli schieramenti e all’interno delle stesse forze politiche.

In attesa di un più approfondito esame di tali prospettive registriamo intanto un netto cambiamento da parte di alcuni organi di stampa rispetto ai protagonisti, fino ad oggi, della polemica politica verso Berlusconi.

Italo Bocchino sul Corriere della Sera di martedì 15 novembre, ragionando delle opzioni che il Terzo Polo ha di fronte , non escludeva una “alleanza con il Pd che preveda Monti come candidato per palazzo Chigi”.

Ora questo intervento, oltre a seminare il sospetto che si risolvesse di un intralcio al cammino del presidente incaricato, era interpretato come un “assist” a tutelare la candidatura a Presidente della Repubblica di Casini ma anche a smagliare quella “tela” di possibili alleanze che il leader dell’UDC si tiene aperte in vista delle elezioni del 2013 o precedenti.

A parte la “irresponsabilità” (Quagliariello ) o l’”errore” ( Fini ) o la “fantasia” ( Bindi ) con le quali è stato etichettato il goffo intervento del vicepresidente di Fli, quello che si nota, è la cornice di commento che lo stesso Corsera dedica al personaggio dilungandosi sulle sue disinvolte frequentazioni,comprese sprezzanti considerazioni della ex moglie che lo accusa di “cretinismo da separazione”.

Morale della vicenda: il clima è cambiato. Prima della caduta di Berlusconi tutto quello che veniva riversato sul premier era ben accolto e i protagonisti di questa azione demolitoria erano trattati con sussiego e considerazione. Ora che l’obbiettivo è stato raggiunto possono pure accomodarsi, non servono più.

Anche Fini percepisce tutto questo e si guarda intorno, forse perché non vuole morire democristiano e si appresta a fare qualche altra “giravolta” delle sue. Ma lo spazio gli si è irrimediabilmente ristretto e con una ulteriore mossa potrebbe precipitare definitivamente.
15/11/2011
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A parlar chiaro….
L’intelligente Maurizio Molinari inviato negli Stati Uniti de “La Stampa”, all’indomani dell’annuncio delle dimissioni di Berlusconi, fa una carrellata sulle opinioni degli “investitori” statunitensi rispetto alla crisi di governo, con un titolo già di per sé significativo: “ Wall Street vuole il nome del successore”.

Preoccupa la borsa americana , descrive Molinari “il timore di un imminente default italiano”.

Ma il pensiero più esplicito e chiaro, riferisce il giornalista, è di tal Nicolas Spiro, titolare della Spiro Sovereign Strategy di Londra che, perentoriamente, afferma: “i mercati vogliono per l’Italia un governo tecnico non eletto dal popolo capace di varare riforme impopolari per migliorare la crescita di una delle economie più stagnanti del mondo”.

Sarebbe facile dire: Spiro chiama e D’Alema risponde.
09/11/2011
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Finis d’alemae.
L’intervista di d’Alema al Messaggero di venerdì 4 novembre con la quale rinnova l’appello per arrivare ad un governo di emergenza, si conclude con l’esaltazione dell’”esperienza politica e istituzionale di primaria grandezza” del professor Mario Monti.

E’ l’esplicita indicazione di chi dovrebbe assumere la guida di questo esecutivo destinato a “fare la riforma elettorale ed affrontare l’emergenza della crisi . Emergenza che richiede misure forti”.

Orbene è noto a tutti che queste “misure forti”, sono destinate a cambiare nel profondo alcuni connotati sui quali si è organizzata la condizione sociale degli italiani.

Si tratta di un cambiamento epocale che comunque presenta un dilemma: o si innestano elementi di libertà nel sistema consociativo del Paese per aprire la strada della crescita o si difenderanno prerogative e poteri che rispondono alle logiche dell’oligarchia economica.

La scelta di Monti, sostenuto da queste logiche già indica quale sia la direzione possibile.

Tuttavia anche ammettendo che le ricette per la ripresa siano quelle di una liberalizzazione che cambierebbe nel profondo gli schemi sui quali si disperdono le risorse del Paese, sorge una domanda: perché questa svolta storica non compete alla politica?

Intuiamo che troppi interessi guadano con diffidenza alla possibilità che un cambiamento operato dalla politica possa danneggiare privilegi e parassitismi consolidati e pretendono arrogantemente che una “personalità di alto livello e fuori della politica” gestisca questa fase, senza mai sottoporsi al giudizio elettorale.

Avvertiamo anche il timore che i leaders dell’antiberlusconismo non se la sentano di operare quelle “scelte impopolari” e pensano, tatticamente e furbescamente, di far fare il “lavoro sporco” a questa personalità.

Ma questa è la fine della politica.

Se nei momenti storici difficili che comportano anche decisioni impopolari la politica rinuncia al suo ruolo, in una dilagante condizione di aggressione e scherno che sta montando, essa scava la fossa nella quale verrà seppellita.

Che l’ultimo esponente di una tradizione importante come quella comunista indichi la soluzione tecnocratica ci rammarica ma non ci sorprende.

E’ il punto di arrivo di un lungo percorso che vede il comunismo tradire con Gramsci la rivoluzione, rifiutare con Togliatti e contro Amendola il possibile esito socialdemocratico, cambiare con Berlinguer il programma politico in programma moralizzatore, accettare con Occhetto di entrare nell’orizzonte del giacobinismo di Scalfari , assumere con Veltroni il giustizialismo di Di Pietro, illudersi con Bersani di un ritorno al fronte “antifascista” contro Berlusconi.

Se la cultura politica italiana non fosse giunta al punto nel quale si trova sarebbe interessante analizzare le radici di questo percorso che si svolge secondo una trama culturale che va dall’influenza di Gobetti su Gramsci, di Mattioli su Togliatti, di Rodano su Berlinguer.

Ma qui parliamo di cose importanti.

La finis d’alemae è assai più banale.

Un tempo non molto lontano il leader massimo aveva accennato alla Tobin tax e sorriso con scetticismo sul “capitalismo illuminato” ( chiesa all’intervistatore : “ e’ l’ENEL ? “).

Ma erano solo tic di una condizione di cattività, piccoli passi consentiti da una catena misurata.
04/11/2011
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La crisi dell’euro, le decisioni del governo, Berlusconi allo scontro finale.
Il significato politico e sociale della lettera di Berlusconi alla Ue



Analizzata sul piano strettamente interno, la lettera che Berlusconi ha presentato all’Unione Europea appare come una mossa strategica destinata a provocare effetti importanti sul quadro dei rapporti sociali e delle forze politiche di opposizione.

La lettera contiene un programma preciso; per la prima volta si inverte il rapporto che da sempre ha caratterizzato il sistema sociale italiano : il primato spetta alla libertà di impresa, l’assistenzialismo è subordinato allo sviluppo e non vice versa.

Il Italia le ultime stagioni politiche della prima repubblica avevano, dagli anni ’70, con alcune brevi interruzioni, diffuso capillarmente un sistema di tutele e di assistenzialismo che non riguardava solo la giusta difesa delle situazioni sociali in crisi, ma regolava la stessa struttura produttiva sia pubblica e municipale che privata.

La cartina di tornasole di questa caratteristica strutturale del sistema sociale italiano è il rapporto tra CONFINDUSTRIA e sindacati, rivelato dalla lettera di Marchionne alla Marcegaglia, ed in particolare tra la rappresentanza degli imprenditori e la CGIL.

Si ricordi che la scala mobile venne introdotta da un accordo tra industrie metal meccaniche e la FIOM, destinato, poi, a diventare, per moltissimi anni, il principale ammortizzatore sociale, fino a quando Craxi impose e vinse il referendum che l’aboliva.

A questa visione dei rapporti sociali e, in ultima analisi della stessa società - nella quale, sottoliniamo le libertà individuali, di lavoro e di impresa sono subordinate non solo alle istanze sociali, ma anche ai rapporti di potere sociale – avevano recato il loro apporto non solo la cultura marxista che rifiutava l’ipotesi socialdemocratica, ma anche quella cattolico dossettiana che leggeva i rapporti sociali come condizione preliminare per la libertà dell’individuo.

La lettura della realtà da parte di queste due culture aveva una analoga valutazione circa l’impossibilità che le libertà fossero la cornice sufficiente per assicurare la giustizia dei rapporti sociali ed il capitalismo doveva lasciare il posto ad un sistema diverso.

I cambiamenti epocali intervenuti negli ultimi due decenni hanno profondamente mutato la prospettiva: la “terza via” non si è concretizzata, il socialismo reale è stato sconfitto, i sistemi liberisti occidentali hanno vinto, il capitalismo non è fallito.

L’Europa, tuttavia, abbandonata la strada della costruzione politica, subisce l’influenza e le sfide dei mercati globali e di quelli della speculazione finanziaria.

L’Europa debole provoca la crisi degli stati il cui indebitamento rende sempre più difficile la difesa del sistema sociale che si fonda sull’assistenzialismo.

La crisi del nostro Paese è causata dal soffocamento che le risorse e le energie del Paese subiscono per questo collasso finanziario.

L’Italia attardata e appesantita per il debito pubblico, frutto della logica sociale degli anni ’70, non può salvarsi che sollecitando le sue risorse di creatività imprenditoriale, liberando la società dalle impalcature sociali non più utili per equilibrare i rapporti , ma divenute architetture ed aree di potere destinate a mantenere privilegi, parassitismi, assistenzialismo, inefficienze, tenute in piedi con un forte drenaggio di risorse.

In sintesi: meno Stato e più Società



La sfida che Berlusconi propone e si impegna a realizzare è un cambiamento epocale. Il premier sfida tutti i poteri che fino ad oggi hanno compresso la sua azione di governo.

Ristabilisce, in sostanza il motivo che lo ha condotto alla scelta di entrare in campo e che lo portò a contrastare tutti i partiti e le culture della prima repubblica.

Queste forze politiche sfidate non hanno più una cultura di riferimento – il marxismo è finito, i presupposti teologici del progressismo cattolico sono emarginati dalla svolta di Benedetto XVI –, però hanno dalla parte loro le rappresentanze di potere del sistema parassitario e assistenzialista.

Per questo CONFINDUSTRIA, CGIL e PD sono dalla stessa parte e si avvalgono di un circuito di potere giornalistico editoriale potente.

Le reazioni politiche



La dimostrazione di come sia difficile operare una profonda trasformazione del sistema sul quale si è andato accumulando il debito pubblico viene dalle reazioni che l’iniziativa e, soprattutto, i suoi contenuti, hanno provocato.

Dalla CISL di Bonanni e dalla UIL di Angeletti ci si aspettava un rifiuto dell’appello alla mobilitazione emesso dalla CGIL della Camusso, o , quantomeno, un tentativo di entrare nel merito delle questioni sulla mobilità aziendale, in un quadro di tutele che il governo nei tre anni ha ampliato considerevolmente. La logica della contrapposizione alla modifica dell’articolo 18 è una pura logica di potere alla quale i sindacati non vogliono rinunciare.

Le grandi imprese hanno accolto con scarso entusiasmo le proposte di Berlusconi in quanto il loro problema riguarda le risorse che il sistema Italia devolve al mondo imprenditoriale e che una recente inchiesta giornalistica ha quantificato in 40 miliardi di euro. Per ovviare alla difficoltà nel garantire ancora tali risorse , si richiede l’applicazione di una tassa patrimoniale e la reintroduzione dell’ICI sulla prima casa. L’operazione, in brevis, sarebbe quella di tassare il patrimonio quantomeno a cominciare dai ceti medi, per sostenere il sistema degli incentivi economici alle imprese.

Un esempio classico dell’uso distorto di tali incentivi è quello dei sussidi all’editoria che attualmente non vengono dati agli editori puri , ma , per la gran parte, riguardano i giornali che però sono di proprietà dei grandi complessi industriali. E’ questa una anomalia tipicamente italiana.

Le grandi imprese parlano per bocca di Montezemolo chiedendo un “governo di salute pubblica”, cioè che venga loro affidato il vertice politico ed un governo formato solo da loro rappresentanze.

D’altra parte a quegli imprenditori che non vivono dei sussidi statali, il programma di Berlusconi piace. Paolo Galassi numero uno di Confapi ha dichiarato il 30 ottobre a Libero: “ il programma presentato dal governo a Bruxelles è il mio sogno”.

Sul piano politico si registra nel PD la divaricazione tra chi vuole dialogare con il governo e condivide il senso delle misure ( Ichino ed altri ) e chi fa quadrato invocando la discontinuità e proponendo una contro lettera da inviare alla Ue. Le iniziative del sindaco di Firenze Renzi più che per i contenuti assai vaghi, sono significative dello stato comatoso della dirigenza del PD, ancorata a vecchi schemi ormai assolutamente inadeguati. Ed è significativo che per alcuni esponenti di questo partito la soluzione sia l’incarico a Monti, con ciò si dimostra non tanto il vecchio assioma di Del Noce sul “suicidio della rivoluzione”, già avvenuto, ma il suicidio della funzione politica della sinistra, ormai entrata nell’orizzonte tecnocratico.

Bersani è portato a guinzaglio dall’asse Confindustria CGIL, ma non rinunciando all’alleanza elettorale con IDV e Vendola.

Ancora contraddittorio e tattico il comportamento di Casini che continua a scommettere sulla spaccatura del PDL e su di una analoga sponda nel PD.

La speranza dei reduci della prima repubblica è che Berlusconi non sia in grado di approvare il suo programma , cioè di non riuscire a fare questa rivoluzione “culturale “ e “sociale”.

Nei momenti più difficili e decisivi si misura la statura di chi ha addosso grandi responsabilità.

Poiché con grande sforzo e sofferenza Berlusconi ritiene di aver intravisto il percorso giusto, gli oppositori possono essere certi che agirà con grande determinazione.

Superato ogni indugio e ogni resistenza il premier ha deciso di agire in questa direzione con il consiglio dei ministri di mercoledì 2 novembre.

Lo strumento più adeguato all’urgenza di intervenire sarebbe stato il decreto legge che tuttavia è osteggiato dal Presidente della Repubblica richiamando problemi di costituzionalità.

Se dovesse apparire corretto il rilievo è evidente come ci si trovi di fronte ad una carta costituzionale che, ad oltre 60 anni dalla sua promulgazione dimostra di non essere adeguata ai ritmi che il sistema internazionale ormai impone agli stati che, a fronte dell’aggressività degli operatori finanziari, dovrebbero avere strumenti adeguati per intervenire a difesa dell’interesse generale del Paese.

Le opposizioni sono in profonda contraddizione. Infatti se da un lato chiedono interventi forti ed immediati, dall’altra propongono la messa da parte del premier e un governo di larga coalizione la cui costituzione appare impossibile per la diversità di linee e contenuti programmatici.

Di fatto, con questa contrapposizione dura che non entra nel merito dei provvedimenti si tenta unicamente di impedire al governo di agire.

E’ tempo che si denunci con fermezza questa azione e emerga con chiarezza, la responsabilità di ognuno di fronte all’Europa, all’Italia e ai suoi cittadini.

Di questa preoccupazione se ne fa interprete il Presidente della Repubblica. E’ evidente che sia l’intervento della Merkel, sia la successiva dichiarazione dopo l’incontro con Bersani dimostrano che siamo in presenza di una sollecitazione a tentare di trovare gli elementi unificanti per una tempestiva presentazione e approvazione dei provvedimenti. Chi interpreta le parole di Napolitano come una sollecitazione a superare l’attuale governo sbaglia ed ha ragione Berlusconi quando dichiara che “al Quirinale non c’è un capo dello stato intento a ordire trappole”.

Casini nella acque limacciose della crisi si muove disinvoltamente, contrasta il tentativo del governo di andare avanti sui provvedimenti, favorisce il passaggio di qualche deputato del PDL all’UDC, ma la trama non può tradursi in una alternativa politica.

La soluzione che , del resto, anche lui intravede è la rinuncia all’opzione politica e dichiara che occorre che assuma il potere una personalità fuori dalla politica. E’ come quando Martinazzoli scelse Ciampi e si predispose all’accordo con la sinistra. Ma allora c’era l’illusione di un potere politico partitico forte che decideva e che, invece oggi non esiste e questa rinuncia aggraverebbe ulteriormente la crisi della politica.

Un “golpe” democratico ? Il governo di una personalità fuori dalla politica equivale all’esproprio del diritto democratico che spetta ai cittadini di scegliere e giudicare chi governa.

Possibilità di riuscita della “rivoluzione” berlusconiana



C’è, innanzitutto, una constatazione da fare. La crisi dimostra che le risorse della finanza speculativa sono superiori a quelle che possono essere messe in campo dalle banche centrali.

E’ questa lo scenario sul quale operano i diversi soggetti istituzionali

Le istituzioni politiche europee sono deboli e stanno pagando il prezzo di un’Europa costruita soprattutto come entità economica che, proprio per questo limite, rischia un collasso economico.

Berlusconi è al vertice del governo, ma il potere istituzionale con il quale attuare un programma che tenta una riforma così profonda è debole .

Al paese occorrerebbe un sistema politico di tipo presidenziale come esiste negli Stati Uniti, in Francia, nel bipolarismo tedesco e non un parlamentarismo al livello al quale è oggi ridotto e sul quale si fonda il modello politico della Costituzione del ’48.

La democrazia deve essere in grado di difendersi e di vincere le sfide: Roosevelt raddrizzò l’economia americana negli anni ’30, De Gaulle gestì l’uscita dalla vicenda algerina negli anni ‘60, Kohl attuò la riunificazione delle due germanie negli anni ‘90.

La sfida che Berlusconi deve combattere si svolge su un terreno difficile e senza questa cornice istituzionale.

E’ possibile che il tentativo non riesca: tanti, troppi, elementi giocano contro. Nello sfondo si delineano i contorni di uno scontro elettorale sul quale si decideranno le sorti del Paese. Il dibattito sui provvedimenti e il contesto politico di oggi anticipa la campagna elettorale: o l’Italia andrà verso una maggiore libertà politica e sociale o riappariranno i vecchi fantasmi di un sistema che arrovellandosi sul potere, difende lo statu quo del declino.

Il miracolo che Berlusconi è chiamato a fare per vincere questa sfida è quello di far capire agli italiani, al popolo che vive del suo lavoro e che non appartiene al “sistema” sopravvissuto alla prima repubblica , cosa rappresenti la libertà e scenda in campo per affermarla e difenderla per sé e per il futuro del Paese.
21/10/2011
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Giavazzi denuncia il consociativismo di confindustria.
L’articolo di fondo di Francesco Giavazzi su Corriere della Sera del 18 ottobre rappresenta uno dei rari momenti nei quali si fa chiarezza su importanti elementi del sistema economico e sociale del Paese.

I concetti di fondo dello scritto sono validissimi : “non è la mancanza di infrastrutture a impedirci di crescere … ma i mille interessi particolari che da decenni impediscono le riforme”; poi, “un conto è la libertà di associazione, di proposta, di lobby, la promozione trasparente di interessi legittimi, un altro è sedersi al tavolo con il governo per ‘concertare ‘ le leggi, contrattando dei ‘do ut des’ con la pretesa di avere il monopolio degli interessi di tutte le imprese”; ancora, i grandi monopoli pubblici e privati in Confindustria comandano ”ma con quale credibilità rappresentano gli interessi delle mille piccole e medie imprese che tengono in piedi questo Paese ?”; mentre sulla vicenda dell’articolo 8 il cambiamento della norma reintroducendo il fatto che “l’accordo fra lavoratori e impresa sia negoziato e approvato da un sindacato nazionale”, dimostrerebbe che l’organizzazione degli imprenditori sia stata dalla parte dei sindacati, commentando , infine: “Non credo che (Confindustria) abbia a cuore i lavoratori delle piccole aziende, ma perché un’associazione degli industriali si giustifica solo se vi sono dei sindacati nazionali altrettanto potenti”. Il giorno successivo Emma Marcegaglia ha inviato una lettera al Corsera nella quale difende il suo operato affermando che le pratiche consociative appartengono al passato dell’organizzazione e che la rappresentanza prevalente di Confindustria riguarda le piccole e medie imprese, rivendicando lo scontro con il governo e , indirettamente tacciando come “inutili” polemiche come quella aperta da Giavazzi.

Ora, mentre a parole la Presidente degli industriali cerca piuttosto affannosamente di esprimere una linea di difesa, i fatti dimostrano ormai la perdita di ruolo di questa organizzazione verticistica che non è in grado di liberarsi di una visione provinciale e consociativa: l’abbandono di Fiat, la crescente esigenza di una contrattazione aziendale, l’evoluzione che la politica governativa e la possibile nascita del federalismo stanno imprimendo all’intervento di sostegno degli incentivi pubblici una diversa prospettiva assai poco controllabile dai vertici confindustriali.

Per difendere le prerogative della sua gestione la Marcegaglia ha assunto toni politici di dura polemica con il governo, con proposte che puntano a mantenere le risorse a disposizione degli incentivi alle industrie.

La dichiarazione di Berlusconi che avverte della penuria di risorse, in vita dei provvedimenti per la ripresa economica, ha determinato una ulteriore reazione polemica della Presidente di Confindustria.

Su questa dialettica e , soprattutto, dall’allontanamento della FIAT e di altri importanti gruppi industriali, sta ormai derivando un lento logoramento ed un giudizio negativo e fallimentare della gestione Marcegaglia.

L’esigenza del nuovo che investe la classe politica si presenta come una necessità anche per l’ambito della rappresentanza del mondo imprenditoriale.
19/10/2011
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Una lettura delle violenze a Roma.
E’ iniziata, pur con molte cautele, la solita catena di illazioni e interpretazioni per tentare di gettare addosso al governo la responsabilità dei fatti di sabato 16 a Roma.

E’ evidente che gli interventi delle forze dell’ordine sono stati misurati sulla opportunità di evitare scontri aspri che avrebbero, con quasi assoluta certezza, comportato fatti luttuosi; poiché l’intenzione dei violenti era quella di creare l’evento per drammatizzare la situazione e estremizzare ancor di più il messaggio politico e sociale di Roma.

Questa linea interpretativa è, poi, collegata ad una critica di fondo che tende a riemergere a sinistra e che ha conosciuto, in passato, le sue forme estreme come ai tempi del terrorismo : “né con le B.R., né con lo Stato”.

La violenza che si è scatenata ha trovato nel clima che si è andato costruendo nei giorni precedenti il suo brodo di cultura, così come gli estremisti si sono mescolati, indisturbati, all’interno dei cortei.

C’è una correlazione tra la feroce campagna politica e mediatica contro Berlusconi e il governo e i violenti che poi sono passati all’azione.

Non a caso la manifestazione si è svolta all’indomani dell’”agguato” parlamentare sulla fiducia che, poi, è fallito.

C’è un fatto che svela questa correlazione: la contestazione, non solo a parole, di Marco Pannella.

Non erano infatti black bloc quelli che hanno assalito il leader radicale che, pur avendo una sua storia di battaglie per i diritti, era colpevole ai loro occhi di aver fatto svolgere il loro dovere di parlamentari radicali intervenendo e votando contro nel dibattito sulla sfiducia al governo.

Si è così espressa la solita sinistra giacobina e giustizialista, oggi moralista e multiculturale, che canta l’inno nazionale ma sputa su Pannella, libertario, eticamente inaccettabile, ma rispettoso del Parlamento.

E non c’è da sorprendersi poi troppo.

Qualcuno si è meravigliato che analoghe manifestazioni, svoltesi nello stesso giorno in tante altre città, non abbiano mostrato i gravissimi segni di violenza che si sono verificati a Roma.

C’è, però, una lunga linea rossa di odio inoculato nell’Italia che la rende differente dagli altri Paesi.

Da nessuna parte si ebbero ventimila morti dopo la fine della guerra per vendette e esecuzioni sommarie come da noi, da nessuna parte le azioni terroristiche negli anni 70 colpirono la massima espressione del partito maggioritario come in Italia,da nessuna parte il ’68 è durato decenni come da noi, da nessuna parte riemerge, costantemente, una sinistra estrema che pur avendo abbandonato le idee comuniste veste oggi i panni del giacobinismo. Certo non è la sinistra che ammazzava anarchici e organizzava agguati a Bandiera Rossa; essa, però, è diventata permeabile alle azioni di gruppi violenti che non sa più controllare.

Non basta la tesi dei “cattivi maestri”, cioè degli ideologi e dei vecchi maitre à penser , per spiegare tutto quello che avviene, ricorrentemente, a sinistra. Anche se quella cultura è finita in soffitta, l’odio, la denigrazione come sistema di confronto politico, il giustizialismo spinto, radicano l’animus di chi legge che poi decide di passare ai fatti e colpire.

Alimentare lo scontro sociale e denigrare l’azione politica, sempre e comunque, crea pericolosi discepoli senza cattivi maestri, ma non per questo meno pericolosi e disposti a tutto.
08/10/2011
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Con la legge sulle intercettazioni sono in gioco i diritti della persona.
Il dibattito sui provvedimenti di legge per regolamentare le intercettazioni richiedono alcune precisazioni di fondo.

L’Italia è la Nazione dove i diritti della persona sono connaturati alla sua storia.

Roma ha conosciuto quella legge naturale che ha sostanziato anche il pensiero cattolico ed ha diffuso nel mondo occidentale quel diritto sul quale si basano i rapporti tra i cittadini.

Anche il diritto più recente reca il segno della cultura italiana impresso nelle pagine del Beccaria.

Eppure in questo Paese, un’ondata di imbarbarimento politico e mediatico sta cambiando i connotati della sua cultura e della sua storia.

Il giustizialismo che giustifica e diffonde i processi mediatici e di piazza , come ha scritto Maurizio Tortorella in un interessantissimo saggio, sta uccidendo il garantismo.

Un tempo, ormai lontano, due prestigiosi uomini politici, Moro e La Malfa, si ribellarono al tentativo di trascinare delle persone nel tritacarne di accuse frutto di strumentali indiscrezioni su documenti riservati. Ed uno di essi disse in Parlamento: “non ci faremo processare nelle piazze”.

Si dirà che Moro difendeva un galantuomo come Gui.

Però, come dimostra il libro di Tortorella, anche uomini politici e personaggi ugualmente rispettabili hanno subito una gogna mediatica immeritata e falsa.

E poi, tutti, ma proprio tutti i cittadini, hanno diritto al rispetto dei diritti di tutela della libertà personale , della riservatezza, del giusto processo, come recita la Costituzione, tanto spesso e , a volte strumentalmente, invocata.

Il processo mediatico, quasi sempre frutto della diffusione di verbali e di intercettazioni che dovrebbero essere coperti da segreto d’ufficio, è innanzitutto, violazione dei diritti della persona.

La giustizia, con questi metodi e questi risultati, rischia di essere stravolta e diventare mero strumento di lotta politica.

E’ questa la posta in gioco delle leggi in discussione che regolamentano materie che toccano i diritti delle persone e che , invece, per un malinteso diritto all’informazione, si tenta di non far approvare.
22/09/2011
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Un autorevole giudizio sulle agenzie di rating.
Mentre la presidente di Confindustria raccoglie il declassamento di Standard & Poor’s attribuendolo “alla fragilità del governo nell’implementare le decisioni e perché non si cresce”, il suo giornale il Sole 24 ore getta benzina sul fuoco titolando in prima pagina “ E ora si allunga l’ombra della recessione multipla”.

Anche il Corriere della Sera titola , virgolettandolo “ se l’Italia non cresce , nuove bocciature”.

Colpisce questa accondiscendenza della lobby degli industriali nei riguardi di decisioni che non risultano sufficientemente motivate anche ad una obbiettiva analisi economica.

Le sentenze delle agenzie di rating sono il frutto di considerazioni economiche ma, soprattutto, di valutazioni politiche.

E’ peraltro esemplare come negli USA, un Paese ove il ruolo delle lobby economiche è rilevante, ad aprile la reazione del governo all’ammonimento dell’Agenzia e ad agosto quando S. & P. ne declassò con “bocciatura politica” il debito pubblico, fu netta ed incontrò il consenso di tutte le forze politiche. Lo stesso Congresso convocò per una audizione i dirigenti dell’agenzia di rating obbligandoli a giustificare le loro decisioni davanti all’organismo politico .

In Italia la strumentalizzazione da parte delle opposizioni e delle lobby porta ad avvalorare decisioni che altri paesi democratici vengono stigmatizzate come dettate da valutazioni politiche.

E’ questo il grado di difesa dell’interesse nazionale al quale è stata condotta l’Italia dall’azione da questa opposizione al governo Berlusconi.

Un caso a parte è rappresentato dall’economista francese Jean Paul Fitoussi.

Con coraggio e argomentazioni ineccepibili questo professore all’Istituto di studi politici di Parigi e alla Luiss di Roma e Presidente dell’Osservatorio francese sulle congiunture economiche va decisamente contro corrente.

Definisce in una intervista al quotidiano Nazionale del 21 settembre il declassamento “un errore grottesco” e aggiunge “ queste agenzie sono inattendibili, smettiamole di prenderle sul serio”.

Ritiene anche che , a differenza della Grecia, l’Italia sia “ paese solvibile”.

Spiega con efficacia la “cantonata” di S.& P. perché “queste agenzie hanno performance medie quando valutano le imprese, mediocri quando giudicano i prodotti bancari , nulle quando si esprimono sugli stati”.

Ad agosto in una intervista a La Repubblica si era espresso con analoga chiarezza: «Le agenzie di rating continuano a gettare scompiglio sui mercati, ma è tempo che qualcuno ricordi loro che non sono comparabili a veri esperti delle economie nazionali. E non tocca a loro indicare quali sono le riforme da fare. Ci mancherebbe».

Aggiungendo:« perché dobbiamo fidarci di questi signori? Non ho mai visto analisi rigorose: chi sono gli economisti che lavorano con loro, quali metodi usano, quali parametri considerano? Nulla ci viene fatto sapere: la mancanza di trasparenza nelle loro analisi sarebbe già una colpa: se l´aggiungiamo alle responsabilità che hanno avuto nella crisi, per le quali non hanno pagato un soldo di danno né hanno subìto riforme o regolazioni, ne esce un quadro deprimente.

La conclusione è che non bisogna più starle a sentire». Così spiegava l’attivismo di queste agenzia : “Sa qual è la verità? Che le agenzie hanno visto ridursi la clientela fra le aziende private, e si concentrano sui debiti sovrani. Cercano pubblicità con uscite a sensazione».

Ma quando i cronisti italiani e gli “esperti” economici nostrani si decideranno ad uscire dal loro provincialismo intellettuale e misurarsi con le opinioni più autorevoli e di rango internazionale?
16/09/2011
[stampa]
Il partito democratico e i disordini davanti a Montecitorio.
Il PD non rinuncia ad una sua antica vocazione, quantomeno nella versione ex PCI, quello di partito di lotta e di governo. Ora, all’opposizione, si potrebbe autodefinire partito di lotta e di responsabilità.

Gli scontri davanti a Montecitorio, nella giornata della fiducia al governo per la manovra, hanno avuto un tono cruento con fumogeni, vernice , bombe carta, aggressioni alle auto in sosta ed altro.

Poi La Repubblica, che tenta di derubricare i fatti a goliardate, riferisce dell’aggressione all’ex Ministro Ronchi, reo di aver abbandonato il transfuga Fini, definendola un “gavettone”.

Fin qui tutto abbastanza scontato. Non ci fa meraviglia la costante ripresa dell’attivismo della sinistra più o meno estrema.

Significativa è la tesi giustificazionista del “responsabile” Bersani che arriva ad affermare e, diremmo, ad avvisare il governo che “dare messaggi che non incrociano mai il senso comune del Paese è pericoloso”.

Come dire la responsabilità per la violenza di piazza è tutta del governo.v Salire sui tetti delle facoltà universitarie per protestare contro una riforma giusta, sfilare con la CGIL nel corteo dello sciopero generale, giustificare i disordini di piazza fanno parte del bagaglio politico del segretario di un partito che si appresterebbe a partecipare ad un governo di responsabilità nazionale.

Forse c’è l’idea di una diversità, intesa come superiorità morale. E Penati dove lo mettiamo ?
16/09/2011
[stampa]
Carlo Pelanda: quel che serve è una Reppublica Presidenziale.
Il professor Carlo Pelanda la cui alta specializzazione non gli ha mai impedito di avere una visione complessiva e strategica degli scenari economici e geopolitici ha scritto un importante articolo di fondo su Libero del 13 settembre dal titolo “ Quel che serve è una Repubblica presidenziale”.

L’analisi che viene svolta introduce nel dibattito politico sulla condizione economica italiana ed internazionale il fattore politico, ma non nel banale ed errato convincimento di una polemica sull’inadeguatezza dell’attuale governo, ma come necessità di introdurre elementi di solidità istituzionale.

L’articolo ripristina “il primato della politica sull’economia” come premessa fondamentale per intervenire sul modello economico, con conseguente “rafforzamento del potere esecutivo” e “possibilmente con l’elezione diretta dell’esecutivo”.

Poiché le tesi del professor Pelanda coincidono, con autorevolezza e fondatezza di argomentazioni, con quanto abbiamo più volte esposto, pubblichiamo integralmente il testo .

Gli appelli all`orgoglio ed alla coesione nazionale - l`Italia deve e può farcela da sola ad uscire dall`emergenza - sono molto sensati sul piano tecnico economico. Nella nuova economia, infatti, la capacità di darsi un`architettura politica che produca disciplina di bilancio e favorisca la crescita è il criterio principale con cui il mercato valuta l`affidabilità di una nazione. Pertanto è venuto il momento di mettere in priorità nei commenti economici il fattore politico.

Le agenzie di rating hanno declassato, e gli attori economici disertato, il debito italiano non perché l`Italia abbia problemi tecnici a rifinanziarlo. Pur in lento declino con sprazzi settoriali di rilancio dai primi anni `90, resta una potenza economica formidabile, con patrimonio e riserve abbondanti, risparmio tra i più alti del pianeta e potenziali di rilancio ancora intatti. Il mercato ha ridotto la fiducia sull`Italia perché valuta che il sistema politico italiano non sia in grado di cambiare il modello.

Non basta, pur necessario, inserire in Costituzione l`obbligo al pareggio di bilancio.

Se non si riformerà il sistema per rilanciare la crescita, il pareggio sarà ogni anno perseguibile solo con più tasse e tagli, inducendo una deflazione endemica fino all`implosione.

Questo è il punto: il mercato non crede che il sistema politico italiano riuscirà a varare politiche di reflazione capaci di bilanciare la deflazione perché vede un`architettura politica ed istituzionale inadeguata alla novità storica che ha cambiato la relazione tra politica ed economia.

Questa novità è la nascita della moneta fiduciaria in sostituzione di quella ancorata all`oro. La sostituzione avvenne nel 1971, ma solo nei primi anni`90 si cominciò a vederne l`effetto. Il capitale finanziario divenne abbondante e ciò permise il capitalismo di massa, ma ad una condizione: tutto il sistema politico e sociale doveva adeguarsi al suo ciclo.

Detto altrimenti, il nuovo tipo di denaro è direttamente convertibile in politica e la politica in denaro.

Perché la fiducia che regge la nuova moneta è basata sulla politica e questa per produrla deve convergere verso i requisiti del ciclo espansivo del capitale finanziario.

Cioè, la qualità del capitale politico determina la qualità di quello sociale che si converte in quantità di quello finanziario che si riconverte in qualità politica e sociale, e via così.

Questo è il ciclo di trasfigurazione del capitale che caratterizza la nuova società finanziarizzata. Ma la politica, dappertutto, ha enormi problemi ad adattarsi alla novità o perché non la ha capita o perché ha trovato difficile trovare un compromesso tra politiche di protezione ed il nuovo requisito di efficienza e/o ha percepito la novità stessa come un inaccettabile primato del mercato sulla politica.

Luttwak, Tremonti ed io scrivemmo "Il fantasma della povertà" (Mondadori, 1995) con la comune missione di ripristinare il primato della politica sull`economia.

Tremonti scelse una strategia di limitazione del mercato finanziario, Luttwak una di compromesso ed io una di complementarietà convergente tra Stato e mercato dove il primo si modifica per diventare parte essenziale del ciclo del capitale. Dopo 16 anni insisto nel proporre che sia quella giusta perché i fatti così mostrano.

In tale logica sarà necessario cambiare il modello economico italiano, ma per riuscirci ci vuole il potere per farlo.

Ecco perché la priorità per rendere credibile l`Italia agli occhi del mercato è quella di rafforzare il potere esecutivo e non solo quelle di inserire il pareggio di bilancio in Costituzione ed avere più coesione nazionale.

In conclusione, l`annuncio credibile di un progetto di Repubblica presidenziale, possibilmente con l`elezione diretta dell`esecutivo, è il principale atto di politica economica capace di ripristinare la fiducia prospettica del mercato sull`Italia e avviarne il rilancio.
07/09/2011
[stampa]
Sciopero generale, crisi istituzionale e riforme.
Il Foglio in un editoriale del 6 settembre scrive come nel partito di Bersani “si è tutt’ora succubi di una specie di cinghia di trasmissione al contrario che va dalla CGIL al Pd”.

Questa notazione mostra la doppia debolezza del PD: la mancanza cioè di una valenza realmente riformista e la subordinazione nei riguardi di posizioni massimaliste nell’ambito sindacale.

Se si aggiunge l’attrazione che i “poteri forti” esercitano verso questo partito e la ritrovata unità politica con le posizioni alla sua sinistra, ci si rende conto della assoluta inaffidabilità di questa forza politica a fronte del quadro complesso e difficile nel quale si trova l’Italia.

Non a caso i sondaggi, mentre confermano le difficoltà del governo e la disaffezione del suo elettorato, ancor più segnano un giudizio negativo nei riguardi dell’opposizione.

In generale al venir meno della fiducia nei riguardi di una maggioranza di governo da parte dell’elettorato, si verificava la crescita del consenso dell’opposizione e si ponevano premesse virtuose di una alternativa di governo.

Questa normalità istituzionale e politica, oggi, in Italia, è saltata.

La grande stampa e i poteri corporativi spingono fortemente per accantonare il ruolo dei partiti in quanto tali , sostituendoli con una acquisizione diretta di potere politico.

Nella complessa storia politica del nostro Paese ed in particolare nelle difficili vicende degli ultimi venti anni questa condizione non si era mai verificata.

E’ il segno che, oltre alla crisi economica e politica, ci si trova di fronte ad un qualcosa di più complessivo che riguarda il rapporto di rappresentanza tra istituzioni e cittadini.

La soluzione di questa crisi istituzionale deve essere compito della politica.

Il bandolo di questa intricata matassa politico istituzionale è il riconoscimento che al popolo spetti la sovranità, che i partiti la esprimono negli organi istituzionali e che a loro spetti il dovere di proporre quelle riforme in grado di superare la crisi istituzionale e approvare gli interventi che affrontino il difficile momento economico del Paese e il quadro dei rapporti in Europa.

Non ci possono essere scorciatoie, né confusi assemblaggi di posizioni che si dimostrano, nei fatti , opposte e incompatibili tra loro .

Lo sciopero che divide non solo i sindacati, ma anche le forze politiche è la dimostrazione che il governo di salute pubblica non è nelle cose possibili .

Le violenze e le manifestazioni del giorno dello sciopero non aggiungono molto: è la conferma che non si può stare in Parlamento attendendo la chiamata al “governo” e sfilare in piazza con le manifestazioni violente.

Resta solo l’irrinunciabile dovere da parte della maggioranza di indicare la via e i contenuti delle riforme. E’ in gioco la tenuta dell’Italia.
01/09/2011
[stampa]
Diario di Bordo.
1 AGOSTO. LA “STRANA CONVERGENZA” TRA MERCEGAGLIA E CAMUSSO, MA IL “CONNUBIO” HA ORIGINI LONTANE.

L’Avvenire definisce “strana” la convergenza che si è realizzata per “il comunicato congiunto” della scorsa settimana tra le parti sociali. Nello stesso tempo Montezemolo tuona dal suo “Italiafutura” per il “fallimento della rivoluzione liberale”.

Sarebbe troppo facile ricordare al mondo imprenditoriale come le punte avanzate del consociativismo italiano furono le industrie metal meccaniche e il sindacato CGIL. Da quel consociativismo esplosero i meccanismi che incisero sullo stato sociale e contrinuirono a gonfiare la spesa pubblica. Si affermò in quegli anni una visioni statalistica del sistema economico e politico.

Come ricorda il libro “ Anni ’70 i peggiori della nostra vita”, si affermò allora “ una costruzione concettuale volta ad affermare e giustificare le prerogative e le concessioni che la struttura economica dominante, composta dal connubio di categorie sindacalizzate e grandi imprese industriali pubbliche e private, riservava a se stessa, imponendola a una classe politica debole e accomodante”

Si dirà che si tratta di vicende e di anni lontani. La verità che nessuno spiega o, meglio, vuole spiegare, che, per superare quella politica la Fiat ha dovuto lasciare Confindustria.

E allora , ma di quale “rivoluzione liberale” si vuol parlare?

Desta un po’ di scetticismo che siano gli stessi protagonisti di allora a chiederla.

LA “GEOPOLITICA DI KOHL E GORBACIOV

Il Giornale dà notizia che lo Spigel ha avuto accesso a migliaia di documenti, copiati segretamente, della fondazione Gorbaciov che rivelano come Kohl all’inizio degli anni ’90 abbia aiutato il protagonista della perestroika per rimanere al potere contro Boris Eltsin che lo sta scalzando, convincendo le potenze occidentali.

E’ interessante come Gorbaciov sottolinei l’intromissione degli americani che “incoraggiano” Eltsin e la disponibilità di Kohl ad intervenire con aiuti nei riguardi del leader russo in difficoltà anche economiche.

Si dispiega in questo rapporto tra due leader europei una linea di geopolitica che tenta di superare le antiche ferite e che assume i caratteri di una indipendenza che agisce per un interesse comune.

Non a caso Mario Losano nel suo libro su “La geopolitica del novecento”, rileva che “ i termini geopolitici …fecero la loro comparsa anche nei discorsi di Kohl”.

Il giudizio del cancelliere tedesco su “ zar Boris” è netto: “ Che succederebbe se Gorbaciov uscisse di scena e al suo posto arrivasse Eltsin? “, si domanda.

A cementare il rapporto tra i due protagonisti di questa fase era stata la vicenda della riunificazione tedesca che si svolse sotto la loro egida, ma che preoccupò alquanto alcune potenze occidentali , in particolare la Gran Bretagna che , negli anni successivi, diede asilo politico a quegli oligarchi che arricchitisi sotto Eltsin, furono poi contrastata da Putin.

2 AGOSTO. SCONTRI CON GLI IMMIGRATI NEL CENTRO DI BARI PALESE; DECINE DI VITTIME DEI NUOVI MERCANTI DI SCHIAVI.

Le notizie degli scontri che hanno assunto caratteri di vera e propria guerriglia tra profughi nordafricani e polizia e la tragica morte di 25 immigrati e forse più partiti dalla Libia, sottolineano come la regolazione dei flussi immigratori deve essere affrontata dalle autorità internazionali e non può essere lasciata alle sole politiche nazionali.

Quando la sinistra minimizza il problema affermando che l’Italia può da sola risolvere il problema, poiché altri Paesi hanno gestito ben più forti flussi immigratori, imposta scorrettamente la questione poichè è evidente che i movimenti tra Africa e Italia hanno un carattere completamente diverso rispetto agli spostamenti tra i paesi europei.

Qui siamo in presenza di veri e propri mercanti di schiavi che trattano gli uomini in fuga dall’Africa come bestie esponendoli a rischi e a morti drammatiche.

Nello stesso tempo il controllo su chi sbarca, provenendo da aree ove il terrorismo islamico può reclutare è doveroso e va fatto rigorosamente , offrendo, forse, spazi di sosta più decorosi. Su tutti e due i fronti l’Europa non può sottrarsi sia per il coordinamento delle politiche, sia per le necessarie risorse.

4 AGOSTO. BERLUSCONI NON NEGA LA CRISI, MA DICE “IL PAESE E’ SOLIDO”. LA SINISTRA CONTINUA AD INVOCARE IL “GOVERNO TECNICO”, CASINI SI SMARCA, ALFANO : “I MERCATI NON SCELGONO CHI GOVERNA”.

Il discorso alle Camere del premier che Sergio Rizzo sul Corriere della Sera definisce “deludente” mostra, invece, che Berlusconi ha tenuto conto delle valutazioni di Draghi e degli inviti di Napolitano.

Ha detto quel tanto che doveva dire senza anticipare o scavalcare l’incontro del giorno successivo con le forze sociali.

Per valutarne la validità o meno basta osservare le reazioni degli altri partiti. Bersani che a ragione delle fastidiose vicende che riguardano il manager della sua campagna congressuale, è apparso nervoso e ripetitivo con la richiesta di “un passo indietro”. Di Pietro e Bocchino sono apparsi sulla stessa posizione, come cioè le sentinelle della linea intransigente contro il premier.

Casini la cui cultura democristiana gli consente di muoversi a proprio agio nei momenti di crisi e di turbolenze politiche, in assenza di una alternativa e non condividendo la soluzione “tecnocratica”, si è differenziato dalle posizioni oltranziste per chiedere “una tregua” politica. Ha cioè confermato la sua indisponibilità a rompere definitivamente con il centrodestra, strada sulla quale ha provato a portarlo Bersani.

Chi ha colto meglio di tutti lo scenario sul quale si muovono le vicende politiche e le turbolenza finanziarie è stato il nuovo segretario del PDL Angelino Alfano per riaffermare un linea di difesa della democrazia: “ i mercati non scelgono chi governa”.

Queste semplici, ma efficaci affermazioni hanno l’effetto di una bruciante frustata verso una sinistra culturalmente in disfacimento e chiusa nell’orizzonte del partito Repubblica.

A destra il fronte antioligarchico resiste perché, come ha sottolineato il direttore de Il Tempo Mario Sechi “ se la finanza sceglie anche chi governa e si sostituisce agli elettori è la fine della democrazia e l’inizio della dittatura tecnocratica”.

CONTINUA IL TERREMOTO BORSISTICO IN EUROPA E IN ITALIA

La speculazione finanziaria che qualcuno si ostina a definire “mercato” continua l’assalto alle borse, soprattutto a quelle del vecchio continente.

L’ANSA riferiva che Oltreoceano Wall Street perdeva il 3%. Il dato definitivo di Milano, in un primo tempo indisponibile per blocco del calcolo dell'indice, è, poi, stato calcolato in oltre il 5%; hanno segnato perdite anche tutte le piazze più importanti: Londra (-3,43%), Parigi (-3,9%) e Francoforte (-3,4%). Stoccolma (-4,27%), é sembrata la peggiore , fino a quando non è arrivato , più tardi, il dato di Milano.

Gli analisti tentano di giustificare quanto sta accadendo secondo le logiche e le analisi economiche che, evidentemente ci stanno tutte.

Tuttavia, per parte nostra, riteniamo di offrire uno spunto per inquadrare ciò che sta accadendo con una lunga citazione da un libro di Luciano Gallino “Finanzcapitalismo”( torino, 2011) pagg. 292-293:

“Nel 2007 gli attivi finanziari globali ammontavano a quattro volte e mezzo il Pil del mondo. Da essi proviene l’eccesso di liquidità che circola nell’economia mondiale alla ricerca spasmodica di rendimenti eccezionalmente elevati che sono realizzabili soltanto se si sottrae valore a qualcun altro”.

“Le transazioni sui mercati finanziari globali corrispondevano nel 1991 a 15 volte il Pil del mondo; nel 2007 erano salite a 75 volte il Pil del mondo, raggiungendo i 4050 trilioni di dollari . Si stima che oltre l’80 per cento di tali transazioni perseguano unicamente finalità speculative”.

“I soli titoli derivati scambiati privatamente ammontavano alla fine dello stesso anno a 12 volte il Pil del mondo. I derivati sono di fatto scommesse finanziarie delle maggiori banche anglosassoni mediante denaro creato al computer”.

“ Una ulteriore prova del predominio del finanzcapitalismo si è avuta nel corso del 2010, quando l’intera zona euro, più il Regno Unito rischiarono il collasso perché alcuni dei maggiori operatori finanziari privati, tra i quali non mancavano investitori istituzionali , poterono impiegare in poche settimane capitali sufficienti per attaccare il debito pubblico degli stati “.

5 AGOSTO. IN EUROPA NON C’E’ UNA LINEA COMUNE PER CONTRASTARE LA CRISI.

Si è reso evidente ieri che non esiste una linea comune in Europa per affrontare la crisi innestata dalle ondate speculative sui titoli pubblici. Infatti mentre Jean Claude Trichet annunciava che la Bce tornava all’acquisto dei bond sovrani , dopo una pausa di diciotto settimane, il nuovo capo della Bundesbank Jens Weidmann faceva sapere di essere contrario alla riapertura del programma di acquisto dei titoli , come del resto lo era stato il suo predecessore.

Queste diverse linee che continuano a coabitare in Europa tendono a produrre, anche per la disomogeneità delle economie, un andamento divaricato nei valori finanziari.

Il differenziale tra gli interessi dei titoli pluriennali tra bond tedeschi e di altri paesi come Spagna e Italia assomiglia molto all’andamento dei cambi all’epoca delle monete nazionali.

I titoli di stato hanno sostituito le monete anche perché, in fondo si tratta di moneta a breve e lungo termine.

Si avverte con chiarezza l’esigenza di uniformare questo ambito con la creazione, sostenuta da Tremonti e avversata dalla Germania , di un bond europeo.

Si sta riproducendo, in qualche modo, la condizione della guerra dei cambi che negli anni ‘90 sanzionò l’impoverimento di alcuni paesi europei mentre rischia di fallire tutta l’impalcatura creata con l’Euro.

E’ evidente che ci troveremmo di fronte ad una crisi che farebbe arretrare l’Europa.

Nella situazione data il punto di appiglio per ogni iniziativa di resistenza economica deve poggiarsi su una condizione politica forte e qui siamo di fronte al problema di una condizione istituzionale debole dell’Italia, unico Paese rimasto nel Continente a mantenere un sistema parlamentare debole.

L’AVVENIRE: “AGIRE SUBITO”. CONFERENZA STAMPA BERLUSCONI-TREMONTI: ANTICIPARE IL PAREGGIO DI BILANCIO AL 2013, CAMBIARE LA COSTITUZIONE.

Giancarlo Galli mai troppo tenero con gli “gnomi” scrive sull’Avvenire un editoriale per invitare ad agire: “non è tempo né di risse , né di illusioni”. Pur sottolineando la gravità della situazione il giornale dei Vescovi non si schiera con quell’entourage economico ed accademico chee su altri quotidiani invitano alla svolta politica.

“La lunga quaresima” – scrive – alla quale occorre prepararsi riguarda maggioranza e opposizione”.

Il governo, secondo Galli, può e deve fare la sua parte: “è urgente che gli incontri di ieri tra governo e parti sociali abbiano un seguito concreto ed immediato”.

E’ interessante anche come Galli analizza il comportamento delle autorità centrali europee, quella che definisce la “questione cruciale” : “come e perché gli organismi internazionali, con il loro stuolo di superpagati burocrati ed esperti che affollano grattacieli zeppi di uffici, non hanno percepito l’arrivo del ciclone ?”.

Il pomeriggio si chiude con la conferenza stampa straordinaria di Berlusconi e Tremonti. Oltre all’anticipo del pareggio di bilancio e gli interventi su spese ed entrate, è significativo l’impegno a modificare la Costituzione. Molti analisti e politici dell’opposizione hanno minimizzato l’importanza di questo impegno. Invece è significativo che l’ancoraggio delle politiche di rigore e di liberalizzazione trovi posto nella Carta. Queste due modifiche sono fondamentali perché correggono il “manifesto politico” del 1948 che presenta caratteri frutto di una intesa che sguaiatamente è stata definita “cattocomunista”, ma che ignorò presupposti e contenuti cattolico liberali e socialriformisti che, invece, avrebbero prodotto meno Stato e più Società e reso più aperto e libero il nostro Paese.

6 AGOSTO DECLASSATO IL DEBITO USA.

La crisi globale, continuazione di quella del 2008, per la quale non poche responsabilità attengono alle scelte operate , a suo tempo, dal governo e dalle autorità monetarie di Washington e dal sistema finanziario angloamericano, coinvolge anche gli Stati Uniti.

Certo l’evento è “storico” visto che il declassamento del debito americano ha tolto agli USA la tripla A che detenevano dal 1941,Presidente F. D. Roosewelt.

Se in America si ragionasse come da noi verrebbero richieste le dimissioni di Obama che, obbiettivamente, presenta un bilancio politico pesante : ha perso le elezioni di mezzo termine, è realmente senza maggioranza al Congresso, ha allungato una logorante trattativa prima di prendere le decisioni che, poi, le agenzie di rating non hanno ritenuto sufficienti. Ma nessuno negli USA pensa di cambiare cavallo mentre infuria la crisi e resta saldo il senso dell’interesse nazionale .

Il becero provincialismo italiano invece, rispetto al quale si è distinto solo Prodi, mostra il linguaggio della decadenza del sistema parlamentare e parla di “discontinuità” . Questo provincialismo non è solo patrimonio di una opposizione divisa, ma è connaturato anche a una certa borghesia imprenditoriale senza veri ideali e con troppo poco senso civico.

DALL’EUROPA POLITICA ALL’EUROPA DEI CAPITALI ANONIMI

Dopo ambiguità e ritardi, dopo l’impegno del Governo ad anticipare il pareggio di Bilancio al 2013, Germania e Francia, dopo aver esitato di fronte ai “mercati”, “concedono” di intervenire per alleggerire la pressione speculativa sui titoli di Stato.

Non è mercato, così come lo si intenderebbe secondo uno schema classico, quando mani “nascoste” ( o meglio che non si vogliono conoscere: siamo nell’era dell’informatizzazione di ogni nostra attività quotidiana ) speculano sui titoli del debito di un Paese che non si trova a rischio default.

Anche le variazioni di Borsa che prima impoveriscono il valore azionario delle aziende (è il caso in Italia di quelle bancarie, passate indenni al vaglio delle autorità europee ) per poi puntare al rialzo, mostrano la tendenza largamente speculativa degli operatori finanziari più forti.

Di fronte a queste speculazioni, le incertezze delle autorità europee sono da registrare come un esitare innanzi ad un potere più forte.

Avevamo sperato negli anni ’50 e ’60 in una Europa diversa ! Con il passaggio dall’epoca delle ideologie a quella di un nuovo processo storico sembrava si potesse costruire un’idea di Europa che, superando i nazionalismi , conservasse i valori più profondi della tradizione del nostro Continente.

Con una strategia politica: pensiamo al progetto CED (Comunità Europea di Difesa ),fallito per l’opposizione di Francia e Inghilterra e che avrebbe dovuto creare una forza di difesa europea che rendeva operante una politica estera comune.

Le svolte economiciste e monetariste ci hanno portato ad un Europa senza una strategia comune, nella quale regnano gli egoismi e i “capitali anonimi”,come li ha definiti Benedetto XVI , l’Europa degli “gnomi”,terreno di conquista dei nuovi pirati del XXI secolo.

7 AGOSTO MONTI E L’AFFONDO TECNOCRATICO.

Puntuale come un doganiere svizzero arriva sul Corriere della Sera il commento di Mario Monti alle indicazioni del governo ( “Il podestà forestiero” ).

Mettiamo da parte il pensiero maligno che ci coglie: il malumore del Rettore della Bocconi potrebbe sembrar motivato dal fatto che mentre i soliti noti avevano lavorato a fondo per un “governo tecnico” che lo avrebbe visto alla guida, le cose stanno andando in modo diverso.

La penna sembra peraltro tradire una aspettativa mancata: “dopo aver rifiutato l’ipotesi di un impegno comune con le altre forze politiche per cercare di risollevare un’Italia in crisi e sfiduciata, hanno accettato in questi ultimi giorni, nella sostanza, un ‘governo tecnico’ “. Come dire: dovevamo fare insieme un governo, adesso fate tutto da soli.

Lo “sdegnato” Monti sciorina in modo micidiale le critiche: “scarsa dignità”, “downgrading politico”, “tempo perduto”, “crescita penalizzata”. Non si salva nulla.

Questo attacco frontale al governo la dice lunga sulla terzietà tecnocratica.

In nessun paese occidentale la “rivoluzione dei tecnici” offre esempi di così aspra polemica politica.

Al di là di chi oggi ricopre l’incarico di governo, la debolezza strutturale della leadership italiana deve essere curata eliminando le sbavature ( designati e non eletti, riduzione del numero dei parlamentai e del bicameralismo, equilibrio tra i poteri dello stato ) e con più dosi di stabilità e legittimazione popolare.

E’ ora che le forze politiche , tutte, si pongano con urgenza, insieme alla misure economiche e di bilancio, la questione delle riforme costituzionali.

AFGANISTAN: AGGUATO A SAYYEDABAD.

Non è solo la triste conta degli uccisi a Sayyedabad, nell’elicottero colpito da un razzo talebano, a definire l’attacco più sanguinoso dal 2001.

E’ grave che 31 delle 38 vittime (gli altri erano militari locali ) appartenessero al corpo speciale dei Navy Seals che era intervenuto nella missione che aveva eliminato Bin Laden in Pakistan (vendetta da parte di chi? ).

Questa capacità di interdizione del fuoco nemico ( un tiro solo fortunato ? ) apre inquietanti domande circa la forza di resistenza dei talebani e getta ombre sulla prospettiva di transizione alle autorità locali per la prevista uscita delle forze occidentali dal Paese.

Viene in mente il fallimento dell’azione repressiva sovietica nella zona che se pur non agiva con l’altissima tecnologia usa, possedeva dosi di risolutezza assai maggiori.

La storia è piena di episodi che al di là del loro bilancio militare, divengono segnali di un capovolgimento di prospettiva o, più semplicemente, di una evoluzione diversa degli eventi bellici.

E accaduto questo a Sayyedabad?

8 AGOSTO CONTINUANO LE POLEMICHE POLITICHE, CASINI CAUTO, IL PD CONTRARIO A MODIFICHE DELLA COSTITUZIONE.

Il Pd e l’Idv, con qualche sponda nei “salotti buoni”, insistono a chiedere al governo un passo indietro.

“Il governo Berlusconi – attacca Migliavacca del Pd – non ha più il controllo economico e finanziario dell’Italia. Siamo di fronte ad un esecutivo confuso, debole e schizofrenico considerato da tutti senza più credibilità”.

Antonio Di Pietro batte il record del qualunquismo e indica nel Parlamento “ che si vende per trenta denari” il male del Paese. A confronto l’ “aula sorda e grigia” di mussoliniana memoria sembra quasi un complimento.

La Lega, rispondendo, azzarda l’invettiva più micidiale : “abbiamo il forte sospetto sul fatto che i gruppi finanziari , i poteri forti e i salotti buoni vicini al Pd abbiamo degli interessi inconfessabili a peggiorare ulteriormente la situazione del nostro Paese per prender parte alla grande speculazione internazionale”.

Al di là delle cortine fumogene, si delinea una prospettiva, per quanto provvisoria e incerta poiché la politica italiana rimane con rotta a vista.

Dopo il discorso di Berlusconi in Parlamento, il dibattito e gli incontri con le forze sociali e le linee di decisione del governo è cambiata la prospettiva uscita dalle elezioni amministrative e dai referendum.

I risultati di quegli appuntamenti elettorali avevano fatto apparire vincente il fronte Idv, Pd, Sel che, avendo battuto Berlusconi , aveva posto all’Udc la prospettiva di unirsi per andare alle elezioni.

Era sembrato il miglior successo della strategia di Bersani.

Casini abituato più di tutti alla navigazione in acque difficili ha capito che occorreva sbarrare la strada a questa prospettiva e alla sua subordinata del “governo tecnico”. Cogliendo al volo la necessità di un interesse nazionale da difendere di fronte alla gravità della situazione economica del Paese e alle scelte difficili e necessarie, ha invitato il governo a decidere, rifiutando la contestazione aprioristica di Bersani e Di Pietro.

Bersani, quindi si è visto costretto a rinunciare alla “spallata” che, del resto, non ha i numeri.

Con questa mossa, sempre comunque tattica, l’Udc ha costretto gli altri oppositori ad allinearsi.

Anche Bocchino , dopo gli attacchi raso terra al governo si mostra tatticamente accomodante . Occorrerà seguire gli sviluppi per capire se Casini intravede una strategia verso il centrodestra. Intanto l’opposizione di Bersani a inserire in Costituzione l’obbligo di pareggio e la liberalizzazione mostra una diversità con i centristi della quale l’UDC dovrebbe tener conto.

BENEDETTO XVI: “ORA PACE IN LIBIA”.

Mentre gli scontri in Libia, acuendosi nella fase finale, si palesano sempre più come una guerra civile , piuttosto che come guerra di liberazione, il Papa all’Angelus di ieri esprime l’invito “agli organismi internazionali e quanti hanno responsabilità politiche “ a “rilanciare, con convinzione e risolutezza, la ricerca di un piano di pace per il Paese, attraverso il negoziato e il dialogo costruttivo”.

Le parole del Papa mostrano i limiti degli obbiettivi di giustizia e pace che apparentemente animano le politiche e gli interventi di molti paesi.

Solo le invocazioni del Capo della Chiesa Cattolica si elevano al di sopra di quegli interessi che, invece, animano le campagne propagandiste e militari.

Mentre risuona la voce di Ratzinger che denuncia anche la situazione in Siria, non può non impressionare la debolezza dell’invito dell’ONU ad Assad per “fermare i militari”. Intanto secondo le stime dell’osservatorio nazionale siriano per i diritti umani le vittime da marzo salgono a 2.059.

LONDRA: SCENE DI GUERRA.

Tottenham, periferia nord di Londra, è,come sottolinea una corrispondenza del Corriere della Sera “una scena di una guerra”, “come a Beirut, come a Kabul, come nelle città devastate dai conflitti”.

La difficoltà, ma si dice anche l’ “incapacità” di risolvere i conflitti latenti è un altro segnale, molto grave, di una multietnia che non si integra.

E’ anche una ulteriore richiesta di attenzione ad un tema che, troppo spesso,in nome di una visione ottimista o utopica, si vuole ignorare.

9 AGOSTO SACCONI: DOV’E’ IL PARTITO DELLO SFASCIO

Il Ministro Sacconi conosce la “disonestà intellettuale” di coloro che si limitano ad attaccare il governo in un tempo nel quale “le intere classi dirigenti … sono chiamate al coraggio della discontinuità”.

Nella lettera al Corsera sottolinea “gli effetti pervasivi che produce” questa disonestà “pericolosa perché spezza la coesione e suscita il circolo vizioso dello scaricabarile”.

Sacconi chiarisce la inaffidabilità delle opposizioni di fronte al “risanamento della finanza pubblica e l’obbiettivo del pareggio di bilancio (che ) comportano inesorabilmente il pieno controllo sui conti della previdenza dell’assistenza,della sanità,della finanza locale e del pubblico impiego”.

“E’ indiscutibile” precisa “che le opposizioni interne non abbiano mai assecondato questi percorsi, anzi opponendo resistenze caparbie al centro e ancor più nei territori”.

Il Ministro offre anche l’elenco di queste resistenze: dalla disinvolta eliminazione della riforma Maroni sull’età pensionabile, d’accordo Confindustria, alla contestazione sulle “invalidità generose”, dall’ opposizione alla “costrizione della finanza locale” alle “resistenze corporative ogniqualvolta si vuole mettere ordine nel pubblico impiego”, dalla contrapposizione “perfino violenta” alla “sola evocazione della riforma del lavoro”, alla “criminalizzazione della flessibilità”, fino alle liberalizzazioni nei servizi “invocate”, ma smontate con il “recente referendum che (le) ha volute bloccare nel segno della peggiore mistificazione dei fatti”.

Sacconi conclude che “non vi sono quindi maggioranze parlamentari diverse da quella attuale che possono essere disponibili al cambiamento; nemmeno per sostenere ambiziosi tecnici che aspirano, senza fatica, ad un ruolo politico”. Il riferimento sembra proprio diretto a Mario Monti.

Il Ministro svela così l’inganno di un governo tecnico appoggiato dalle opposizioni che affonderebbe il bisturi sui ceti medi, senza intaccare i privilegi ed il parassitismo difesi dalla sinistra. Un governo che non renderebbe mai conto agli elettori del suo agire politico.

OBAMA, LE BANCHE E LA CINA

Sempre più fosche nubi sull’orizzonte politico del Presidente Obama.

Sul fronte interno gli americani stanno constatando in questi giorni che le scelte dei loro governanti, negli ultimi anni, li hanno penalizzati.

Nel 2008 ingenti risorse sono state messe in circolazione dal Governo e dalla Federal Riserve per salvare il sistema bancario, gonfiando ulteriormente il debito pubblico.

Oggi non ci sono risorse sufficienti per gestire la crisi. Si era detto, allora, che salvare gli istituti di credito significava salvare il sistema economico. Oggi, l’opinione pubblica americana sospetta che gli aiuti di allora sono stati utilizzati dai bankers per ricominciare a giocare al monopoli della finanza perché nonostante le iniezioni di liquidità l’economia reale perde colpi: meno 4% il reddito delle famiglie, meno 7% la produzione industriale. Le Borse continuano a perdere colpi.

Gli USA avevano aperto , negli anni passati, il vaso di Pandora della finanza a rischio che si dimostra oggi un elemento della crisi del suo stesso sistema economico.

Sul fronte estero il richiamo della Cina sul debito americano è il segnale di un cambiamento epocale.

E’ vero , come scrive Gotti Tedeschi sull’Osservatore Romano che non bisogna enfatizzare il peso della Cina il cui Pil pesa poco più di quello della Germania, ma il fatto che Pekino si permetta di porre problemi finanziari a Washington è troppo storicamente simbolico per essere minimizzato.

Sperando che il Presidente dello Ior abbia ragione, purtuttavia rimaniamo nel dubbio: per gli USA è umiltà o declino?

10 AGOSTO. LE RIVOLTE INGLESI CHE NESSUNA SA SPIEGARE

E’ impressionante come la cultura moderna non riesca ad interpretare alcuni fatti che accadono e che mostrano i limiti delle società occidentali.

Il Corriere della Sera ospita due interventi per analizzare i gravi disordini che dilagano a Londra ed in altre località inglesi: Tony Travers direttore della London School of Economics e Dominique Moisi dell’Istituto Francese di relazioni internazionali ed editorialista del Financial Time e di altri autorevoli quotidiani.

Impregnati di sociologismo non comprendono ciò che irrompe nelle periferie britanniche e che anche in Francia coinvolse settori emarginati della società, giovani immigrati e bande di nuovi teppisti.

Lo confermano loro stessi: Travers confessa che “ dovremmo capire meglio che cosa sta accadendo”, mentre ammette “nessuno può mai sapere quando una scintilla si trasforma in caos” per concludere che “ sì, davvero, la società britannica ha molto, molto da lavorare” per conciliare la “broken society “, ma in quale direzione non è dato sapere.

Moisi si limita a sottolineare le “pulsioni nichiliste” (non ne aveva scritto un certo Nietsche alla fine dell’800 ? ) “a Londra, come a Parigi” e mostra di apprezzare le rivolte arabe che “hanno dato vita”, secondo lui “a una vera rivoluzione, come la rivoluzione francese” ( oh grande mito ! ).

Nessuno parla sull’evidente assenza di ideali o di valori nelle società e nelle periferie delle grandi metropoli. L’alienazione di interi strati sociali è la dimostrazione che qualcosa manca alle democrazie occidentali. Oltre alle regole democratiche e alla diffusione delle opportunità le società hanno bisogno di ambiti a misura della natura umana e della sua esigenza sociale. La distruzione degli istituti intorno ai quali si organizzava la società, dalla famiglia allo stato organico fondato sulla sussidiarietà, sta portando ad un esasperato individualismo che, poi, senza un “contenimento”, un “katekon”, si riversa facilmente nel ribellismo.

Resta difficile per la cultura moderna comprendere tutto questo.

SCOMMESSA VINTA DA SOROS ?

Voci da internet , citate da Mail on line, dicono che l’ottantenne finanziere Gorge Soros “potrebbe aver a che fare con il misterioso investitore che ha guadagnato 1 miliardo di dollari scommettendo sul downgrade USA” ( Il Giornale ).

Registriamo senza avallare; crediamo, invece, al diffondersi dell’economia della scommessa che caratterizza il “mercato” finanziario mondiale e che poche voci sanno o vogliono analizzare e criticare.

11 AGOSTO NELLA TESTA DI CAZZULLO

Tra una graphic novel e l’altra, nell’attraente “speciale” del Corriere della Sera spunta, dalla rubrica tono su tono, un pezzo di repertorio di Aldo Cazzullo su “il fascismo è cosa nostra”.

L’esercitazione parte da una critica alle piatte interpretazioni nostrane della folle esplosione xenofoba di Oslo.

Cazzullo coglie anche l’occasione per ribadire il suo antifascismo italiano, giusto e legittimo, anche se un po’ scontato: dall’audace penna dell’editorialista del Corriere però ci aspettavamo di meglio.

Ci rammenta la guerra di sterminio nei Balcani e in Russia condotta a fianco dei nazisti, rievoca “le molte Oslo” pianificate dai movimenti neonazisti, “coperti e talora appoggiati dallo Stato”, si indigna, giustamente, perché a Roma sui muri ci sono ancora manifesti che affermano che “il Duce … mandava gli oppositori in vacanza”.

Tutto vero: bravo Aldo ci ricordi il vero Cazzullo: quello in prima linea (minuscole ) nella lotta antifascista, tuttavia non riusciamo a scacciare il sospetto, ma questa è una nostra pura illazione, che pensi che sia stato più salutare mandare gli oppositori al Gulag piuttosto che a Ponza.

Siamo, però curiosi di conoscere dove sia diretta questa rinnovellata sequela antifascista.

E’ presto detto: “i tratti genetici, linguistici, stilistici del fascismo” – conclude l’articolo – “sono palesi in uomini che governano il Paese da anni , con vasto consenso”.

Ci risiamo: Berlusconi uguale fascismo ! E’ pasta scotta.

Ma noi il bravo editorialista lo prendiamo sul serio e cominciato subito una indagine, come dire , genetica e tipologica, sui membri del gabinetto Berlusconi.



Ci viene subito in mente un nome su tutti: Giulio Tremonti. E’ biondo, ha una compostezza “nordica”, potrebbe essere equiparato a Roehm, non solo per la sua sospetta autonomia. E’ troppo, non ci siamo. Il “romanesco” Gasparri o il “siculo” La Russa ? Mmm, assolutamente troppo poco nazi.

Calderoni come Starace? E’ un giocherellone, poco militaresco.

Possiamo seriamente sospettare di Sacconi: anche lui socialista, ma non marxista e quindi…

Beh, la Gelmini qualche tratto della “giovane fascista” ce l’ha, così composta e fedele al …Capo !

Abbiamo, improvvisamente, un lampo, ma sì, finalmente abbiamo capito!

Cazzullo ha nella testa Gianfranco Fini con impermeabile e occhiali scuri che fa il saluto romano o che a Genova assiste alle azioni antisommossa del G 8.

Ma, allora, perché Aldo, quando lo hai intervistato non glielo hai detto?

Aldo, sei come i titoli di Borsa di questi giorni, da Prima Linea ( maiuscole) alle interviste ultra boniste: che picchiata!

LE CONTRADDIZIONI DEL PD E IL FUTURO DI GOVERNO.

L’articolo di Antonio Polito sul Corriere della Sera fa emergere tutte le contraddizioni del PD di fronte alla crisi.

Difende il pareggio di Bilancio contro l’abbassamento delle tesse, ma è contrario al suo inserimento nella Costituzione, si dichiara per le liberalizzazioni e appoggia il referendum sull’acqua, rifiuta le manovre sull’assistenza e previdenza, ma non indica neanche misure alternative.

L’ex direttore del Riformista individua le “ambiguità” di Stefano Fassina quando questi afferma che le richiesta che vengono da Bruxelles sono fatte “da governi di centro-destra che stanno portando nell’abisso” e che “nel giro di un anno o due le elezioni in Francia e in Germania potranno cambiare, insieme con i governi in carica, anche il tabù secondo il quale non si finanzia la crescita in deficit”.

In fondo lo schema sul quale lavora il PD è vecchio e non ripresentabile. La realtà,come sempre, si incaricherà di mettere alla prova le intenzioni e la capacità di governo di tutti. Con i tempi cadenzati,ma con decisione, il governo sembra voler affrontare la crisi, uscendo dall’angolo nel quale era stato messo dalle confuse vicende giudiziarie e dalle divisioni interne.

Berlusconi affermando che intende “metterci la faccia” dimostra di comprendere bene che il futuro di governo spetterà a chi saprà dimostrare come affrontare i veri nodi della crisi: tagli giusti, governo della spesa, equità, riforme della Costituzione.

Gli italiani, di fronte ai sacrifici che saranno chiamati a fare ,cosa se ne faranno delle “chiacchiere” sulle intercettazioni telefoniche , sulle serate di Arcore e sugli intrighi di Bisignani e co.

Conteranno i fatti. Ma, attenzione, si può chiedere tutto a tutti ,ma non si possono tollerare aree di privilegio; le “caste” vanno combattute tutte, da quelle politiche a quelle professionali e giornalistiche; i patrimoni eventualmente da tassare non possono essere quelli del ceto medio se non si scovano e si colpiscono quelli di coloro che li nascondono nei “tesoretti” all’estero, nelle anagrafi svizzere e nei patrimoni aziendali.

AGOSTO.

BANCHE E FONDI A RISCHIO DI NUOVO A CACCIA DI DERIVATI

Due pagine del “Sole 24 Ore” segnalano due aspetti delle vicende finanziarie europee e mondiali che confermano che la crisi in atto è generale e va affrontata a partire da questi livelli.

A pagina 11 si racconta come l’Europa compia timidi passi per tutelare un controllo dei “mercati” finanziari con un comunicato dell’ESMA (Autorità europea dei mercati finanziari ) che blocca per 15 giorni in Italia, Francia ,Spagna e Belgio lo short selling, la vendita di titoli allo scoperto.

Si scopre però che tali operazioni sfuggono ai controlli (obbligo di comunicazione) anche recentemente introdotti perché viene spiegato da alcuni brokers “tanti investitori … vendono e non consegnano i titoli”.

A pagina 10 si analizzano le posizioni delle banche europee nei riguardi della “leva finanziaria”, il cui indice è definito dal rapporto tra il capitale netto e il totale attività, con la considerazione che se la leva è eccessiva , una eventuale svalutazione di parte dei titoli (derivati compresi) comporta l’erosione del patrimonio.

E’ una vera e propria esposizione alle operazioni speculative.

Alcuni dati su tale indice: Deutsche Bank (54,3% ), Credit Agricol (50%), Dexia (66,8%). Le banche italiane sono tra quelle meno esposte , intorno al 20 per cento.

L’elemento che dovrebbe essere tenuto d’occhio è il fatto che nell’esposizione della leva finanziaria, una ampia fetta riguarda le operazioni sui derivati. Il quotidiano della Confindustria a questo proposito in una nota di due colonne rileva che “banche e hedge found sono tornati a caccia di strumenti speculativi che rimettono in pericolo la stabilità finanziaria”, ricordando le inchieste che il giornale ha svolto sull’argomento tra il 27 aprile e il 5 maggio.

Queste note dovrebbero essere lette da coloro che sostengono l’idea che una patrimoniale sarebbe necessaria per ammortizzare una parte del debito pubblico e sarebbe tollerabile per buona parte degli italiani in quanto detentori di ricchezza.

A questa idea contrapponiamo invece il concetto che il risparmio va tutelato e difeso mentre le scommesse finanziarie no.

Le autorità europee si facciano promotrici di una normativa finanziaria che consenta la tracciabilità delle operazioni speculative ed un loro reale controllo.

L’ALGIDO TREMONTI

Nel dipanarsi della costruzione delle proposte del governo emerge un quadro che così si può sintetizzare: un Ministro dell’Economia consapevole ed altero, un Berlusconi e parte del governo preoccupati di dover prendere decisioni che non appartengono alloro credo politico, una opposizione in ordine sparso.

Quest’ultima appare particolarmente impotente con Bersani che punta solo a fare sponda al possibile scontento, a difesa di tutto e di tutti; Di Pietro con la sola idea di mandare via il premier e con Casini che vuole apparire responsabile, ma la situazione non gli consente troppa mobilità tattica.

Allo “splendido” isolamento di Tremonti, al quale non interessa neppure di fare chiarezza su ciò che intende proporre – lo farà con il decreto – si contrappone una opacità dell’opposizione.

In questo “duello” lampeggia la stoccata del Ministro al “feroce” Bocchino, costretto ad allinearsi al “moderato” Casini e, quindi, a non dire nulla: “Ho ascoltato con grande interesse anche l’intervento di Bocchino, che è stato, come dire? Un intervento complesso, che merita certamente una lunga riflessione”.

LA RICETTA BCE: LACRIME E SANGUE.

Pur non diffusa nel suo testo, per evidenti ragioni di rispetto diplomatico, la lettera “confidenziale” della BCE propone lacrime e sangue: tagli degli stipendi pubblici attraverso licenziamenti o dimissioni del personale, interventi sulle pensioni di anzianità e sull’età pensionabile delle donne, liberalizzazioni dei servizi pubblici e delle professioni; questo ed altro e che il Ministro Tremonti ha specificato: “ non è detto che il governo l’adotti”.

Mentre i cosiddetti “tiepidi” europeisti a destra mostrano preoccupazione, colpisce il silenzio ipocrita dei “supereuropeisti” di sinistra con la lingua di legno di fronte a quella che , secondo lo schema classico, dovrebbero definire “macelleria sociale”.

Sono rimasti spiazzati: se a fare queste proposte fosse stato il governo allora saremmo alla mobilitazione sociale, invece, qualche mugugno e basta.

L’”Europa uber alles” questa volta gioca un brutto scherzo ai postcomunisti e postdemocristiani.

AGOSTO I SACRIFICI DEGLI ITALIANI CHIAMANO ALLA RESPONSABILITA’ GLI AMMINISTRATORI LOCALI.

Nonostante che la pesantezza della manovra coinvolga, per quanto riguarda l’incremento delle entrate solo i redditi più elevati, i tagli verso gli enti locali potrebbero ripercuotersi su coloro che affollano la domanda dei servizi (assistenziali, di trasporto, dei servizi pubblici) che riguardano in gran parte le aree sociali medio basse.

Questa ulteriore dieta dimagrante di Comuni, Province e Regioni potrebbe, tuttavia, asciugare quegli spazi di discrezionalità amministrativa che, in parte, riguardano attività pseudo culturali, ludiche e di rappresentanza che hanno acquisito spazi rilevanti nei bilanci di tali enti.

Ne dovrebbe conseguire l’eliminazione delle filiere di parassitismo di vario genere, senza intaccare i capitoli di bilancio di quelle che un tempo erano chiamate le “spese obbligatorie” e che oggi sono solo una parte degli impegni amministrativi degli enti locali.

Invece di concentrare le accuse verso la manovra, minacciando la chiusura di asili nido e dell’illuminazione pubblica, questi amministratori dovrebbero compiere un esame critico dei propri bilanci. Nel caso delle Regioni, ad esempio, tra Bilancio di Previsione e assestamento, con annessi collegati, ogni anno vengono approvate due finanziarie con una lunga coda di decine e, qualche volta, centinaia di nuove norme, vere e proprie carovane di spesa dove spuntano impegni di ogni genere.

I “sacrifici” che gli italiani sono chiamati a compiere si devono compensare con altrettante “revisioni” di un metodo di lavoro che, impostato negli anni ’70 con i ripiani a piè di lista (decreti Stammati ) ha richiesto un duro travaglio legislativo (patti di stabilità – commissariamento dei comparti sanità ) per essere ricondotto su una strada di governabilità della spesa.

La politica degli amministratori locali deve saper affrontare tutto questo con una forte visione riformatrice e di governo.

LA MANOVRA, GLI INTERESSI COLPITI E LA TRIPLA A DEL PRESIDENZIALISMO FRANCESE

Il paradigma con il quale Berlusconi ha affrontato il problema politico della manovra è quello di un governo che assume le sue responsabilità e decide.

La reazione scomposta delle opposizioni nelle quali non brilla questa volta il tatticismo di Casini, non danno la sensazione di poter mettere in difficoltà la maggioranza.

Il Premier si trova di fronte ad una prova decisiva, ma rischiosa: ha dovuto in parte colpire le aree sociali che appartengono alla sua base elettorale ( contributo di solidarietà) , i veti all’interno della maggioranza lo hanno costretto su questa strada impervia. La sua opportunità reale a questo punto è quella di accompagnare la manovra con interventi di riforma per contenere gli spazi dove la ingovernabilità della spesa si produce. Senza incidere su questo non si può venire a capo del deficit. Accanto a riforme che mettono ordine nel sistema di spesa dell’Italia, occorre procedere con le riforme costituzionali alfine di garantire quella stabilità e quell’efficacia per la quale le decisioni del governo siano realmente operative.

A questo proposito è significativo quanto afferma Panebianco sul Corriere della Sera: “gli interessi lesi dalle misure predisposte dispongono di numerosi mezzi legali per bloccarle e distorcerle”.

Nelle polemiche da parte di partiti e forze sociali si leggono facilmente e con immediatezza questa “resistenza”.

E qui il ragionamento dell’editorialista, finalmente, sembra chiaro nell’individuale la causa prima ed è lo stesso che da mesi ci sforziamo di indicare.

“E questo “ – prosegue Panebianco – “è tanto più vero che in un Paese come il nostro, dove l’assetto istituzionale garantisce la permanente debolezza dell’Esecutivo e la presenza di innumerevoli canali e poteri di veto”.

“Quei costituzionalisti” – prosegue - “che difendono il nostro assetto istituzionale così com’è dovrebbero riflettere sul fatto che l’unica ragione per cui la Francia ha fin qui meritato la tripla A, e non è stata ancora declassata, è dovuta esclusivamente al suo particolare sistema costituzionale: un Presidente istituzionalmente fortissimo, un Parlamento debole, un numero assai ridotto di poteri di veto”.

Auspichiamo che anche questo ragionamento suggerisca a Berlusconi la strada da compiere.

AGOSTO UOMINI PER TUTTE LE REPUBBLICHE

Anche l’acido prof. Mario Monti riconosce sul Corsera che “venerdì il governo ha preso decisioni che avranno un notevole impatto sull’economia e la società italiana … anche nel settore pubblico”.

Ma poche pagine dopo sullo stesso quotidiano Luca Cordero di Montezemolo le giudica “non all’altezza dell’emergenza”, “solo indirizzi generici… poco più di qualche buona intenzione”.

L’ex pupillo dell’Avvocato va giù con un giudizio a tutto campo sulla classe politica: “stanno asserragliati in due chilometri quadrati nel centro di Roma, rinchiusi nei palazzi della politica e non si rendono conto di quello che il Paese reale sta attraversando”. E’ solo la vecchia, stantia polemica tra paese reale e paese legale, svolta da un rappresentante di un settore economico che ha vissuto per decenni di sostegni di ogni genere da parte del “potere legale” .

“I provvedimenti non sono quelli di cui l’Italia aveva bisogno” e propone di “ cedere le municipalizzate”, “vendere la RAI”, “rimuovere tutti gli ostacoli allo sviluppo delle imprese, con un occhio di riguardo all’alta velocità” anche se l’intervistatore (non è Cazzullo), azzarda un “qui però lei ha un interesse privato”.

Si riaffaccia anche la patrimoniale, ma il riferimento non è chiaro.

Montezemolo continua: “accelerare la vendita del patrimonio soprattutto immobiliare… con un’agenzia pubblico-privata”. “la cassa depositi e prestiti dovrebbe vendere, vendere, vendere”, tutto giusto ma occorrerebbe evitare le svendite degli anni ’90, anche allora con governi deboli.

Dulcis in fundo: “ se il governo continuerà a dimostrarsi non all’altezza dell’emergenza … è necessario che la parola torni rapidamente ai cittadini con le elezioni “ (stesse tesi di Bersani ) ed aggiunge: “è necessaria una rivoluzione anche etica … nella finanza e nell’industria personaggi che sembravano inamovibili sono tramontati … nella politica non è ancora successo ed il bilancio della seconda repubblica appare già fallimentare”.

Domanda finale : “ Si prepara per la Terza?”; risposta di alto tono: “Ognuno dovrà fare la sua parte … solo così il Paese potrà risollevarsi”.

Un tempo lontano nella politica della prima repubblica vivevano uomini per tutte le stagioni, nel senso che mentre si modificava il quadro delle alleanze politiche i protagonisti rimanevano gli stessi. Chi non ricorda le “ cadute” e le “risurrezioni” di Fanfani, Moro,Andreotti

… Il tempo della seconda repubblica ci ha portato “uomini per tutte le repubbliche”; pensiamo a politici come Fini, Casini, D’Alema,Veltroni ,Rosy Bindi, Bersani, forse non protagonisti , ma quantomeno comprimari della politica molto tempo prima della discesa in campo di Berlusconi.

Nessuno mette in evidenza come, per alcuni personaggi, sempre gli stessi, il viaggio politico non giunga mai al termine e questo vale anche per quei non più giovani imprenditori, già presenti alla corte dell’Avvocato al tempo del consociativismo, rilanciati nell’epoca dell’alternanza e ora, sopravanzando tutti, porsi a “disposizione della Repubblica” , anche della Terza.

Questo gattopardismo italiano non ha nulla a che vedere con quello che avvenne in Francia con il passaggio dalla quarta alla quinta repubblica. Cambiò la Costituzione e, veramente, cambiarono gli uomini.

AGOSTO UN “ESECUTIVO” DI LIVELLO EUROPEO

Nonostante gli apprezzamenti delle autorità europee sulla manovra(l’ultima è di Von Rompty ), ricomincia il gioco di smontare il provvedimento a cui partecipano tutti: da Casini (contro il contributo di solidarietà) a Bersani (presenterà una contromanovra ) fino ai giochi interni alla maggioranza (Martino, Scaiola, Alemanno, Formigoni, Crosetto ed altri ) .

Sacconi, invece, invita a fare proposte razionali.

Non ci interessa di entrare nel merito delle proposte , tutte legittime, ci mancherebbe, ma notiamo che la gran parte di esse rispondono più a letture politiche che al merito economico.

Esemplare il leader dell’UDC che propone di intervenire sulle pensioni o alzare l’IVA che colpirebbe i consumi di tutti, anche dei “poveri” piuttosto che sui redditi oltre i 90 mila euro o la difesa della provincia di Rieti da parte del PD ricordando che l’aveva istituita Mussolini .

Sono pillole di antileghismo, visto che Bossi si oppone a interventi sulle pensioni ed è tiepido sulle province.

A dar retta a tutti si aprirebbe una trattativa logorante e senza fine, il contrario di ciò che chiede l’Europa.

Non ci interessano le richieste delle autorità europee, qualcuna giusta, altre opinabili, quello che è evidente è il “passo diverso” tra l’Europa e l’Italia.

Più che sulle “ricette” – ogni Paese ha una sua specificità sociale – il nostro sistema politico deve sintonizzarsi sul meccanismo decisionale e sul funzionamento istituzionale dei governi nazionali del continente.

Nessuno presenta un così logorante iter decisionale parlamentare.

Invece di dare sponda a tutte le manovre politiche e alla difesa di ogni specifico interesse, la “grande stampa” dovrebbe porre la questione di quell’indirizzo riformatore che allineerebbe l’Italia alla capacità decisionale e operativa degli esecutivi europei.

LA TASSA PIU’ INGIUSTA: QUELLA SUL RISPARMIO

Ha ragione Francesco Forte ( Il Giornale ) a criticare la proposta di Montezemolo di una patrimoniale sui superricchi.

I meccanismi di elusione dei grandi patrimoni rendono questa ipotesi teoricamente giusta, quanto poco applicabile.

Perché è evidente che , a parte la scarsa resa complessiva del “balzello”, l’area di questo intervento non è facilmente identificabile: pensiamo ai “tesoretti” costituiti all’estero, o, come scrive, al possesso di titoli fluttuanti o a imprese non quotate poco definibili patrimonialmente.

C’e inoltre il pericolo che questa tassa scivoli facilmente “sul risparmio del contribuente medio, punendo coloro che hanno mostrato maggior senso di responsabilità comprandosi la casa o costituendosi un capitale proprio”.

I patrimoni dei superricchi non sono sufficientemente conosciuti dagli stessi familiari e Luca dovrebbe aver ben presente la lunga controversia che ha fatto seguito all’eredità dell’avvocato Agnelli,dove, per far valere i suoi diritti la figlia Margherita ha dovuto farsi strada con i giudici, nell’intricato labirinto societario.

Un mirabile articolo di Giampaolo Pansa intitolato “Evasori di panna montata”di qualche anno fa dipingeva un quadro molto indicativo: “Il grande, grandissimo Gianni messo sullo stesso miserabile piano di tanti riccastri qualunque, pare siano 170 mila, che hanno inguattato i conquibus in Svizzera per sottrarli al fisco italiano”.

AGOSTO L’EUROPA DEI PICCOLI PASSI DI MERKEL E SARKOZY

Merkel e Sarkozy si incontrano nel giorno nel quale vengono resi noti i dati che mostrano il ristagno delle economie di Francia e Germania nella crescita del PIL nel secondo trimestre 2011, anche rispetto a Italia e Spagna.

La politica estera bilaterale è un’antica vocazione della diplomazia francese e ad essa si mantiene fedele anche nell’epoca dove servirebbe più Europa. Ed è, quella uscita dall’incontro, un ‘Europa di piccoli passi che ignora o non sviluppa una politica sui nodi fondamentali.

Esce ancora una volta confermato il rifiuto degli Eurobond. Ma a cosa serve una moneta unica se, poi, l’altra “moneta” quella dei titoli di Stato, rimane una prerogativa solo nazionale ?

Piccoli, anzi, piccolissimi passi anche per il contenimento della speculazione finanziaria e ciò per due motivi: perché la Tobin Tax che sembra far parte delle proposte uscite dall’incontro, se non è applicata a livello internazionale determinerebbe solo un orientamento settoriale delle operazioni finanziarie ed anche perché, senza una regolamentazione dei fondi a rischio, ogni intervento è come contenere con un cancello l’acqua del mare.

Nel marasma incontrollato della finanza strutturata a livello internazionale o si arriva ad una regolamentazione che annulli quelle decisioni a suo tempo partite dagli Stati Uniti o la crisi rischia di colpire in modo drammatico lo stesso dollaro, come “annuncia” l’apocalittico Ron Paul del Texas che sogna il ritorno al “gold standard”.

Piccolo passo anche la proposta di un governo permanente della zona euro con un presidente stabile, ma che riprodurrebbe gli stessi limiti di analoghi organismi.

MARRAZZO LA “FEMMINILITA’“ E LA DONNA

Maria Luisi Agnese sul Corriere della Sera critica le parole di Marrazzo nell’intervista a Repubblica che, secondo lei, teorizza l’esaltazione dei trans “ donne all’ennesima potenza”.

La critica prosegue nel rifiutare l’idea della “donna geisha”, compresi i rapporti mercenari “riposanti e accoglienti” che, invece, Marrazzo mostra concretamente di apprezzare. E che apprezzamento per questa “accoglienza” ! Anche se non intendiamo ritornare sulla domanda che tanti italiani si sono fatti e cioè con quale bancomat o prelevamento di cassa regionale il Presidente della Giunta Regionale si approvvigionasse dei lauti contanti con i quali esprimeva il suo “gradimento”.

Tornando all’essenziale, respingiamo la confusa e disordinata equiparazione tra donna e trans, anzi la definiamo una vera aberrazione.

Al più si dovrebbe intendere quella dei “trans” una femminilità di un genere costruito unicamente su di un’ ambigua dimensione sessuale o presunta tale.

Ma anche la critica della Agnese ha un sapore di rivendicazione femminista quando si inquieta e sottolinea l’assenza nella concezione di Marrazzo della “donna compagna con cui sostenere un rapporto dialettico”.

E’ realmente emblematico del costume della sinistra questo dialogo relativista, tra sostenitori della donna ridotta alla sola dimensione di femmina o femminista.

Ci domandiamo dove sia finita la donna , nel suo carattere classico, nel rispetto della legge naturale ove l’aspetto sessuale aveva una sua finalizzazione, nella vocazione familiare o nella dimensione di procreazione e di educazione dei figli.

Semplicemente annullata, da questo esasperato relativismo privo di valori reali, favola utopica di una società malata e priva di un futuro di civiltà.

AGOSTO LONDRA: NO ALLA TOBIN TAX

I piccoli passi di Merkel e Sarkozy si fermano subito a Londra, quantomeno sulla tassa antispeculazione.

Come sottolinea l’inviato del Corriere della Sera da Berlino “Londra difende la sua City” e , secondo l’associazione delle banche britanniche, la tassa ipotizzata “turberà solo i mercati”.

I grandi speculatori dei quali il Corriere inizia a fare i nomi possono stare tranquilli: “potenza di fuoco” indicata da via Solforino: Soros 27 miliardi di dollari, Paulson 35, Cohen 16.

Riteniamo piuttosto eccessivo indicarli come i grandi protagonisti delle operazioni speculative poiché, come viene rilevato “gran parte delle transazioni quotidiane passano attraverso i principali istituti di credito” ed è in quell’ambito che andrebbe posta una regolamentazione più efficace.

PATRIMONIALE, MA I CAPITALI SONO ALL’ESTERO

A proposito di patrimoniale che, soprattutto a sinistra , trova sostenitori, ma che piace anche a Montezemolo che continua il tour estivo di interviste dal “suo” Corriere al Giornale, fino a Repubblica, parlano i dati di Bankitalia.

Da uno studio condotto si deduce che a tutt’oggi, dopo l’ultimo rientro,rimangono all’estero circa 80 miliardi di Euro. E se ne deduce, in linea con quelli rientrati con l’ultimo “scudo” , che buona parte sia nelle banche svizzere.

Trova quindi conferma l’ipotesi che più che dell’utilizzo di “spalloni” questa emorragia di risorse passi attraverso l’attività delle stesse banche o istituti assimilati, cioè società e operatori finanziari partoriti dalle stesse banche.

Con quale faccia esponenti del mondo imprenditoriale propongono una tassa nei riguardi di coloro che hanno costruito alla luce del sole i propri patrimoni, mentre difendono a tutto campo un sistema di regolazione finanziaria internazionale che dal 1988 ha imposto la cancellazione in Italia del reato di esportazione di capitali e che, sistematicamente, consente una fuga di capitali e l’evasione ad ogni tipo di imposizione fiscale.

AGOSTO BENDETTO XVI: “LA DIMENSIONE ETICA NON E’ UNA COSA ESTERIORE AI PROBLEMI ECONOMICI”.

Mentre le incertezze e le divisioni tra i governi misurano il cedimento della politica di fronte al potere finanziario,risuona alta la voce del Papa che richiama tutti alla dimensione etica.

Ribadisce concetti fondamentali quali: “l’economia non si misura nella logica del profitto” o una reale attenzione verso i giovani: “schiacciati dalla precarietà e dalla mancanza di lavoro” e verso coloro che “hanno bisogno di essere messi in guardia per non cadere nella rete della droga o di avere una assistenza efficace, se, purtroppo, ne fossero caduti”.

Ma tutto questo richiede una “saldezza” ed il Papa ritorna sul fondamento che contraddistingue la sua missione: il contrasto al relativismo: “ Ci sono molti che credendosi degli dei , pensano di non aver bisogno di radici, né di fondamenti che non siano essi stessi” e “desidererebbero decidere solo da sé ciò che è verità o no, ciò che è bene o male, giusto o ingiusto, decidere chi è degno di vivere o può essere sacrificato sull’altare di altre prospettive, fare in ogni istante un passo a caso, senza una rotta prefissata, facendosi guidare dall’impulso del momento”.

Queste parole nella conferenza stampa sull’aereo in volo per Madrid annunciano ancora una volta, come ai giovani il Papa indichi quel futuro che, come suggerisce il fondo dell’Avvenire “devono potere costruire su una terra non inaridita da speculazioni ed egoismo”.

ATTACCO TERRORISTICO A ISRAELE

Come afferma l’esperto israeliano di terrorismo Ely Carmon a proposito dell’Egitto, il Paese sembra aver di fatto perso il controllo della penisola sinica diventata sempre più zona franca per bande di terroristi e contrabbandieri. Questa sembra essere la causa che ha prodotto gli scontri tra la striscia di Gaza e il confine con il Sinai.

Azioni di vera e propria guerriglia protrattesi per 7 lunghe ore.

Forse sarà un po’ duro il commento di Fiamma Nirenstain quando dice che “Hamas ha avuto in questi mesi un bel regalo dall’Egitto del dopo Mubarak”, ma risponde a verità che, dopo la primavera araba, esaltata e paragonata al nostro risorgimento da commentatori sprovveduti, si sono intensificate le azioni di sabotaggio e gli attacchi contro Israele.

La lettura degli eventi internazionali spesso, a sinistra, risponde ad una ottica ideologica e, quindi, falsificatrice della realtà.

BIDEN PAGA IL CONTO POLITICO DEGLI USA BOND IN CINA

Il viaggio del numero due della Casa Bianca in Cina dopo le critiche delle autorità di Pekino alla politica del debito pubblico di Washington assume un connotato politico particolare.

L’agenzia Xinhua scrive che Biden ha riconosciuto che Tibet e Taiwan sono parte integrante degli interessi nazionali cinesi.

Questo riconoscimento alla geopolitica della Cina comunista contrasta con la conclamata tradizione americana circa la tutela della democrazia e dei diritti umani considerati ad un rango superiore rispetto agli interessi nazionalistici ed alle sfere di influenza.

Tutto ciò non costituisce,però, una novità nelle evoluzione della politica estera statunitense e l’America ricorre a queste scelte di politica internazionale quando sono in gioco i suoi interessi di grande potenza.

Nel caso della dichiarazione di Biden non può non considerarsi l’esigenza di porre sotto controllo l’atteggiamento della Cina sul debito USA, detenuto da Pekino pari a 1165 miliardi di dollari di Bond.

Questo incontro dimostra una politica di apparente doppio binario di Osama che il 6 luglio aveva ospitata nella Casa Bianca, ma non nello studio ovale, il Dalai Lama, forse per accontentare l’opinione pubblica che l’auspicava , mentre , nella sostanza, prevale l’interesse a porre nel massimo equilibrio il rapporto con la Cina.

E Pekino, approfittando della debolezza finanziaria di Washington e della necessità di Biden per una maggiore comprensione con la Cina, offre una lettura a suo vantaggio dell’incontro.

AGOSTO L’ITALIA CHE RIFIUTA I SACRIFICI E I NECESSARI INTERVENTI STRUTTURALI

Il fondo di De Rita sul Corriere della Sera ha il pregio di rendere evidente un dato che era sfuggito alla gran parte degli analisti dei quotidiani, molto impegnati a difendere interessi di lobby.

Il dato è che nelle vicende di questo mese di agosto è apparsa la difficoltà delle forze sociali: “non si è vista “ sottolinea De Rita “ la traccia di una loro idea, iniziativa, proposta” poiché se ne è”profilata l’inesistenza”, nonostante i “tavoli su tavoli” preparati dal premier.

Questa constatazione riguarda anche la Confindustria che, persa la leadership della Fiat, appare debole ed esposta agli interventi surrogatori di Montezemolo.

Lungi da un rilievo di carattere polemico, questo “silenzio” è l’espressione di una condizione della società italiana nella quale, scomparsa l’idea dell’interesse generale e di bene comune, ogni settore finisce per giocare in proprio a difesa del suo interesse di parte.

Con due risultati: le forze politiche deboli e influenzate anche dai riflessi elettorali di questa parcellizzazione, finiscono per inseguire i percorsi e le proposte espresse a tutela di ogni angolo sociale e, di conseguenza, ogni proposta che il governo mette in campo è sistematicamente smontata non da una diversa ipotesi di riparto generale dei sacrifici, ma dal fuoco di sbarramento che ogni parte apre.

La stampa, dal canto suo, di proprietà del mondo imprenditoriale, corre a dilatare ogni polemica, a offrire spazio ad ogni ipotesi raccolta nei corridoi e nelle anticamere del”palazzo” o della sedi dei partiti , aumentando incertezze e reazioni polemiche.

Uno sforzo interessante per presentare alcune linee di intervento per dare risposte strutturali alla crisi è compiuto da Nicola Rossi, ex PD ora in forza alla fondazione Italia Futura.

La proposta vendita delle proprietà pubbliche per la riduzione del debito era stata una delle idee forza di Tremonti ed è corretto riproporla anche se non bisognerebbe commettere gli errori delle dismissioni dei primi anni ’90 che consentirono forti operazioni speculative a occhiuti operatori di affari che lucrarono ampiamente nell’acquisto a prezzi stracciati e nella successiva rivendita di tali beni. Non si è mai fatta chiarezza su quella vicenda. Il mondo bancario, d’altra parte, preso dal complesso sistema finanziario internazionale sembra più interessato a favorire la corsa ai titoli speculativi che a finanziare investimenti immobiliari.

La tassazione dei patrimoni oltre i 10 milioni, di per sé più che accettabile, dovrebbe comportare una revisione di normative che impediscano vie di fuga verso zone franche, vie non consentite ai risparmiatori del ceto medio, ma aperte ad élites che operano attraverso norme a maglia larga e paradisi fiscali anche europei.

In quanto alla eliminazione delle province essa costituisce un esempio di rigore più che un vero e proprio incisivo risparmio e va quantomeno avviata.

Mancano nelle richieste di Rossi proposte che tendano ad evitare che ingenti capitali prodotti in Italia si vadano a collocare al di fuori. Pensiamo a quegli 80 miliardi di Euro che , secondo stime di Bankitalia, giacciono all’estero e a quali effetti positivi produrrebbero se venissero ricollocati nel sistema economico produttivo nazionale.

In tempi nei quali si richiede la tracciabilità per i pagamenti di 2.500 euro, la libera circolazione dei capitali, ovvero il loro nascondimento, non ci sembra cosa buona e giusta.

AGOSTO LA LEADERSHIP DI ALFANO: DAL CARISMA ALLA RASSICURAZIONE

L’intervista di Angelino Alfano a La Stampa è ragionevole e ferma nei rapporti con gli alleati, attenta al dibattito interno, rassicurante nei modi e nelle espressioni.

La crisi, mettendo a nudo problemi che pongono in discussione la sopravvivenza stessa del sistema economico e politico, ha spazzato via il potere del “carisma”.

In fondo anche quello genuino o costruito di Obama è rimasto sul terreno di una difficile congiuntura economica e politica.

L’intelligenza di Berlusconi ha percepito per tempo che ad una fase nuova della politica occorresse proporre una leadership nuova e diversa. Questa intuizione gli concede un ruolo politico anche nel dopo di lui.

Alfano appare più credibile dell’imperturbabile tatticismo ormai un po’ logoro di Casini, e il suo è il percorso giusto per ricostruire il rapporto tra il centrodestra e i moderati delusi.

Gli italiani percepiscono, infatti, che questo è il tempo della responsabilità, della sobrietà, del governo di una fase difficile che richiede equità e sacrifici .

Alfano difende Tremonti, si dimostra rispettoso di un importante dibattito interno tra due anime del PDL,quella liberista di Martino e quella dell’economia sociale di mercato di Tremonti, Sacconi e Formigoni. Per anni l’opposizione aveva criticano il PDL come un partito senza dibattito interno, ora ne denuncia le contrapposizioni.

Con Bossi Alfano assume l’atteggiamento del leader che vuole convincere l’alleato sulla base di un concetto vero (“ è ragionevole che vivendo più a lungo, si vada in pensione più tardi” ), ma ne rispetta le preoccupazioni sociali ed elettorali ( “ogni discussione sarà maturata insieme”)

Fini è considerato per quello che ormai si è dimostrato di essere: un personaggio costruito sulla sabbia ( “si è caratterizzato soprattutto per la sua opposizione a Belusconi” ), e a Casini ,che “distingue” rispetto all’ex segretario di AN, ricorda che “ non possiamo non tener conto del rapporto, dei sentimenti, che ciascuno ha nei confronti del premier “, cioè a dire: una possibile alleanza con l’UDC non potrà comportare di ricollegarsi con un personaggio privo di spessore politico e animato solo da risentimento come il Presidente del Senato.

La crisi mondiale cambia la politica italiana, ma all’orizzonte non c’è il raccolto delle messi d’oro per una opposizione che polemizza e non pensa e quando pensa lo fa con idee ormai cancellate dalla realtà.

Intorno ad Alfano può iniziare un percorso ricostruttivo e, non a caso, “La Stampa” se ne è accorta.

22 AGOSTO ANCHE FINI SI AGGRAPPA ALLE ULTIME MISTIFICAZIONI LAICISTE

Mentre anche Zapatero si inchina di fronte all’autorità di Benedetto XVI che a Madrid raccoglie due milioni di giovani che partecipano, pregano e sono invitati a credere nell’amore di Dio, in Italia la compagnia di giro laicista, spalleggiata da una diffusa complicità mediatica, accusa la Chiesa cattolica di presunti privilegi fiscali.

Il quotidiano dei Vescovi di oggi smentisce questa accusa, dimostrando l’inesistenza di un vantaggio specifico, poiché la tassazione per le attività assistenziali è inibita a tutti i soggetti non profit.

Non ci meravigliano le iniziative promosse dal logoro e colorito caravan serraglio radicale, anzi le consideriamo la riaffermazione di tesi anticlericali che hanno lontane radici risalenti a componenti massoniche del Risorgimento. C’è in fondo una coerenza e, quindi, una dignità anche nel laicismo.

Ciò che non ha né dignità, né coerenza è l’adesione di Gianfranco Fini alle tesi radicali ( Il futurista scrive apertamente: “E adesso è arrivato il momento di far pagare l’ICI alla Chiesa Cattolica”).

Dopo l’accusa ai Vescovi di ingerenza politica, dopo la concordanza con le tesi eutanasiane per Eluana, dopo il boicottaggio del dibattito parlamentare sulla Dichiarazione Anticipata di Trattamento, giunge ancora una conferma della evidenza laicista di Fini.

Fini risulta alleato di Casini, ma su tale scomoda alleanza, tacciono nell’UDC il “supercattolico” Buttiglione e l’ex teodem Carra.

Ma non sarebbe meglio lasciare il Presidente della Camera al suo destino, in compagnia di …Marco Pannella?

I “POTERI FORTI E BUONI” DEL SINDACO PISAPIA

La strada in salita per il sindaco Pisapia spinge il neoeletto primo cittadino, come si dice a Roma, a buttarla in caciara.

Nell’intervista all’Unità di ieri accusa i “poteri forti” di tentare di condizionare il suo operato.

Operato che, peraltro, si muove su di uno schema del tutto prevedibile: partecipazione al Ramadam e multiculturalismo a gogo per dimostrare il suo status di innovatore , ma aumento dell’Irpef , del biglietto del tram, tassa per le scuole materne e di soggiorno e ipotesi di far pagare tutte le auto che entrano in centro, per riempire le casse comunali in vista dei nuovi impegni.

Non manca neppure un po’ di retorica: un bel dibattito sul famoso dipinto del “quarto stato” di Pellizza da Volpedo da traslocare dalla Pinacoteca a Palazzo Marino.

L’invenzione dei “poteri forti” che vorrebbero condizionarlo è un banale stratagemma per mettere su, anzitempo, qualche scusa, perché, per la verità, alcuni “poteri forti” sono stati tra i sostenitori del nuovo Sindaco.

L’autoreferenziale Bassetti che si sente chiamato in causa invita il Sindaco a “non aver paura dei poteri forti cattivi e a trovare il modo di allearsi con i poteri buoni”.

E’ evidente il gioco di mediazione del vecchio imprenditore e politico di tutte le stagioni intorno a spazi che la borghesia “illuminata” vuole rafforzare nella Milano sotto l’egida dell’ex avvocato di De Benedetti.

Ed è altrettanto banale l’alibi che Bassetti fornisce alle delibere sui rincari approvate dalla nuova amministrazione quando afferma che “i sacrifici necessari” sono “ resi dalle malefatte dei predecessori e dalla mareggiata economica”.

CHI VINCE A TRIPOLI ?

La domanda di Magdi Cristiano Allam rivolta “ai comandanti NATO e ai governanti occidentali” è insidiosa: “siamo proprio certi che in Libia non stiamo aiutando gli islamici radicali a conquistare il potere?”.

Lo scrittore e parlamentare europeo la formula al termine di un articolo su Il Giornale nel quale descrive “l’avanguardia dei ribelli in marcia sul centro di Tripoli” che esibisce “ il comportamento di chi è ispirato dall’odio e dallo spirito di vendetta più di chi esprime con certezza e orgoglio la volontà della maggioranza della popolazione che aspira ad affrancarsi dal dittatore”.

Lo stesso dubbio non lo formula Sergio Romano sul Corriere della Sera ,ma dice qualcosa di più partendo dalla constatazione che “ la guerra in Libia …sappiamo chi l’ha perduta … non sappiamo, invece, chi l’ha vinta”.

“ Il Paese – scrive Romano – sarà governato da una coalizione di opportunisti, postgeddafiani, lungamente complici di colui che ha dominato la Libia per 42 anni”.

VIEN DA CORTINA IL NUOVO PARTITO

A Cortina Incontra, Luca Cordero di Montezemolo lancia l’ipotesi –ma è qualcosa di più – di “un’offerta politica nuova”, preannunciando che , trascorse le ferie nelle Dolomiti, “ Italia Futura praticherà una grande spinta sulla modifica della legge elettorale”.

Segue un drastico giudizio su tutti i politici: “la classe dirigente che ha operato negli ultimi 15 anni ha fallito”.

E la classe imprenditoriale che da oltre 30 anni calca la scena?

Montezemolo è parte organica di una classe di imprenditori che ha praticato il consociativismo ( la scala mobile nacque da un accordo tra confindustria e metalmeccanici ), che è vissuta sulle commesse pubbliche (Olivetti e veicoli Fiat ) che ha socializzato le perdite e privatizzato gli utili e per i cui interessi l’Italia degli anni ’60 realizzò un modello di sviluppo costruendo la più diffusa rete autostradale , dimenticandosi di metropolitane e ferrovie.

Questa dirigenza imprenditoriale aveva praticato i suoi piccoli vizi (come i peggiori segretari dei politici importanti, soldi in cambio di presentazioni ) e si dichiarò vittima di estorsione nelle inchieste di Tangentopoli , cavandosela con pochi danni.

Ora, il rinnovamento d’Italia preannunciato a Cortina dovrebbe veder insieme qualche transfuga della seconda repubblica, qualche editore- imprenditore che farebbe gridare allo scandalo negli Stati Uniti, giornalisti che criticano una casta, quella politica, ma chiudono gli occhi sulle altre cento caste di questa povera Italia.

PISAPIA SI CORREGGE E CHIEDE SCUSA

Dopo l’intervista a l’Unità non poteva mancare la precisazione di Pisapia, con una lunga lettera al Corriere della Sera che lo aveva bacchettato.

Sui “poteri forti, forse mi sono espresso male e voglio tranquillizzare tutti”

Giusta la preoccupazione del neosindaco che vuole far star sereni coloro che stanno “guardano con attenzione alle nostre scelte”.

Più chiaro di così!

La prosa di Pisapia scorre suadente, come una melodia da incidere su di un disco.

Chissà perché ci viene in mente una vecchia etichetta discografica : La Voce del Padrone.

23 AGOSTO L’ULTIMA BATTAGLIA DEL DITTATORE GHEDDAFI

E’ un destino, ma le battaglie finali dei dittatori di combattono intorno a un bunker.

Anticipano il destino di Gheddafi il fragore mediatico che accompagna la conquista di Tripoli da parte dei rivoltosi.

La foto di quattro sorelline con bandiera libica e il segno della vittoria appare come una immagine di repertorio.

Continua, in sostanza,la diffusione di una acritica valutazione sui nuovi protagonisti del potere libico, anche se , si confessa di non conoscerne le vere intenzioni e la possibile “tenuta”.

Balza agli occhi il fatto che tra i rivoltosi vincenti hanno posto molti uomini del passato regime dall’ex ministro degli interni, all’ex ministro della giustizia oltre che la guida dell’esercito del dittatore a Tobruk.

Una analisi della “svolta militare” che ha consentito di uscire da uno stallo delle operazioni che si era protratto per alcuni mesi, dimostra come il fattore determinante sia stato “l’aiuto esterno”: “dalle incursioni mirate degli aerei NATO, al ruolo dei velivoli senza pilota americani e a un decisivo supporto terrestre. “ Al fianco delle colonne ribelli”, scrive il Corriere della Sera “ hanno operato unità speciali francesi, inglesi e italiane”.

Il quotidiano milanese pubblica anche una interessante intervista a Valentino Parlato che non solo ricorda come “prima di consegnare la Libia al re Idris, gli inglesi cacciarono tutti i rompiscatole, anche me giovane comunista”, ma sottolinea come le ostilità verso gli ebrei, era il tempo dello sviluppo della questione palestinese, avvennero per opera “di re Idris e non certo di Gheddafi”. Anzi quando il giornalista intervistò nel 1998 il Rais, domandandogli perché gli ebrei libici non fossero tornati dopo la caduta di Idris, la risposta fu che “a suo tempo sarebbero stati i benvenuti, ma che non era in grado di assicurare la loro incolumità e, naturalmente, si riferiva ancora alla questione palestinese”.

Parlato chiude con una considerazione interessante perché esprime la stessa preoccupazione di Sergio Romano : “Penso all’Egitto, a una rivoluzione che si annunciava democratica, e invece ci ritroviamo con i Fratelli Mussulmani …”.

L’AUTUNNO CALDO DELLE TELEVISIONI. SI PREPARA L’OFFENSIVA CULTURALE E POLITICA. E MEDIASET ?

Santoro ha lasciato la Rai e avrebbe dovuto arrivare alla Sette, anche se non è ancora chiaro l’ultimo approdo dell’impegnato anchorman.

La squadra della TV di Telecom può contare sul collaudato Gad Lerner, sulla nuova star Saviano, sul TG di Chicco Mentana, su Fabio Fazio, e tra i volti nuovi Corrado Formigli “storica spalla di Santoro”.

E’ interessante anche l’annunciata accoppiata Telese - Porro, mentre un'altra penna de Il Giornale, Filippo Facci, entrerà in un altro programma di approfondimento.

E’ dimostrato che , se sapientemente condotti, i programma culturali e politici sono seguiti dai telespettatori. In sostanza la gente che non ha più i tradizionali canali di partecipazione politica, segue ciò che appare sul teleschermo con una certa avidità.

E’ facile immaginare che, complessivamente, la nuova squadra della Sette si porrà in termini di critica del governo, soprattutto in vista delle difficoltà che emergeranno in conseguenza delle restrizioni e dei sacrifichi che i cittadini e telespettatori dovranno affrontare nel 2011, 2012 e 2013.

Questo periodo coincide con la lunga campagna elettorale e nessuno può dubitare che anche le questioni di “approfondimento culturale” avranno una forte caratterizzazione politica.

Resta anche l’incognita della Rete 3,ma non pensiamo proprio che da lì possa venire un contrasto alle posizione politiche o culturali della sinistra.

Mediaset come si prepara a questa battaglia di autunno?

Non è dato sapere. Ma è certo difficile che il TG di Fede, la pulita conduzione di Vinci o il tradizionale ed equilibrato TG 5 possano competere con questa corazzata che si va armando nella TV concorrente.

Ma c’è anche un altro ragionamento da fare.

L’audience per la politica porta anche pubblicità. Non c’è dubbio che questo spazio trova del tutto impreparata la televisione di Berlusconi, con altre prevedibili conseguenze.

AGOSTO. GUERRA CIVILE IN LIBIA: UNA VALUTAZIONE OGGETTIVA

Una valutazione abbastanza oggettiva delle vicende libiche la fornisce il generale statunitense Anthony Zinni, già capo del Centcom (Comando generale americano per il medio oriente ) definito dal Corriere della Sera “negoziatore tra Israele e i palestinesi “.

Giustamente Zinni svolge delle considerazioni che pongono in evidenza alcune caratteristiche della vicenda libica.

“Quando si interviene in una guerra civile come quella libica bisogna scegliere che strada fare e percorrerla il più rapidamente sino in fondo. O si media tra le due parti con tutti i mezzi disponibili, o se ne appoggia una delle due con un massiccio ricorso alla forza. Non mi opposi all’intervento,ma criticai la maniera con cui era condotto”.

La spiegazione che dà è convincente, infatti si lamenta che la campagna Nato sia durata troppo a lungo, sette mesi “ e abbia contribuito a una tragedia umanitaria che si poteva limitare, con distruzioni di intere città e spaventose perdite di vite umane”.

Il generale non va oltre ma da queste considerazioni abbastanza oggettive emergono la forzatura francese, la poca chiarezza della risoluzione ONU e,soprattutto, il carattere di una vera e proprio guerra civile con uccisioni da ambo le parti, distruzioni di obbiettivi civili e di vittime per le quali ,riteniamo, non sarà mai fatto un bilancio vero, poiché smitizzerebbe di molto il significato della svolta democratica di tutta la vicenda che, invece, presenta aspetti legati ad interessi e a manovre dei protagonisti all’interno stesso del passato regime.

MANOVRA: PD OLTRANZISTA E CGIL SCIOPERO GENERALE

Dietro una facciata di “liberalizzazioni” le proposte correttive del PD sulla manovra appartengono al novero di una visione classista e massimalista non certamente nel senso classico del linguaggio comunista, ma come visione sostanzialmente statalista e di accentuazione della imposizione fiscale: piani industriali di ogni amministrazione per ottimizzare le scelte, intoccabilità dei contratti collettivi generali, tracciabilità oltre i 1000 euro, patrimoniale sugli immobili progressiva, ulteriore patrimoniale sui capitali “scudati” e, soprattutto, niente viene indicato come alleggerimento del ruolo pubblico e come snellimento dell’apparato statale o regionale.

In sintonia con questo irrigidimento del PD appare la presa di posizione della CGIL con l’indizione della classica arma sindacale: lo sciopero generale, rifiutato e criticato dalle altre organizzazioni sindacali. Il responsabile economico del PD pur non entusiasta per la decisione ha dichiarato che sarà in piazza. Bersani resta sostanzialmente favorevole anche perché la CGIL si è decisa per lo sciopero coperta dalla durezza della polemica del PD e la “fronda” dei “quarantenni” non sembra avere sufficiente voce in capitolo. Lo sciopero trova anche la sponda dell’Italia dei Valori.

Ulteriore sponda alle posizioni ipercritiche è quella di Famiglia Cristiana che definisce il provvedimento “un decreto da serial killer”; in tal modo si ricompone il fronte della sinistra, sotto le diverse caratterizzazioni: cattolica, sindacale e postcomunista.

Dal Terzo Polo non emergono prese di posizioni forti rispetto a questo festival del massimalismo e le mosse dell’UDC continuano a risolversi in un tatticismo fine a sè stesso. Casini ha definitolo sciopero generale “un grave errore politico” , ma la motivazione lascia alquanto perplessi: “serve ai falchi della FIOM e a quanti nella maggioranza non vedono di buon occhio l’unità del sindacato”.

Forse Casini è nostalgico dell’unità sindacale che coraggiosamente Bonanni e Angeletti hanno infranto ? Mentre piuttosto scoperta appare la furbata di invitare Berlusconi a mollare la Lega sulle pensioni e di accettare i voti dei centristi in Parlamento. Tutto sommato più coraggiose appaiono le critiche di Montezemolo al PD.

Nel PDL si confrontano linee che si richiamano all’economia sociale di mercato o ad una visione liberista che sono tradizionalmente presenti in questa formazione politica. Ma per Alfano è giunto il tempo della sintesi politica.

Complessivamente scarseggia un necessario e più elevato senso di responsabilità.

AGOSTO LA LIBIA COME L’IRAK ?

Negli ambienti della NATO si accrescono le preoccupazioni per l’evolversi della vicenda libica.

Dopo la “liberazione” di Tripoli, il lavoro di intervento sulla guerriglia , che si sta sviluppando in tutta la regione e nella Capitale, appare assai più complesso .

Il sostegno aereo dei bombardieri occidentali appare poco fattibile negli scontri cittadini e non bastano per affrontare la situazione i “consiglieri” dei paesi occidentali che già, pare , operino sul terreno.

Ne’ sembra facilmente ottenibile un apposito mandato ONU per massicce azioni di terra.

Nonostante l’evoluzione positiva delle vicende belliche per i risoltosi e il sostanziale insediamento di un nuovo governo nella Libia, con i relativi riconoscimenti internazionali, la condizione del Paese sembra sfuggire ad ogni possibile soluzione che garantisca in tempi brevi una pacificazione, necessaria per una ripresa economica e sociale.

Cominciano a filtrare le “atrocità” da ambo le parti e qualcuno sostiene che ai tribunali internazionali dovrebbero essere denunciate anche le efferatezze degli oppositori del Rais. Intanto una prima conta dei morti arriva a 20 mila.

Il protrarsi del caos, emblematicamente dimostrato dalle raffiche delle armi automatiche sparate in aria continuamente dai rivoltosi, può favorire le posizioni più estreme, comprese quelle del radicalismo islamico, tenuto compresso per anni da Gheddafi.

ELKAN: L’ITALIA HA VOGLIA DI FARE AUTO?

Orgoglio e rispetto. Con queste due categorie John Elkan calca le scene del Meetin di Rimini, divenuta ormai una passerella generalista, rispetto ai primi tempi che portarono forti novità nel linguaggio della politica italiana.

La richiesta del Presidente della Fiat è corretta, come lo è altrettanto la risposta di Sacconi: l’”Azienda ha avuto dal Paese tutte le certezze che chiedeva per avviare gli investimenti”.

Ma nel presentarsi sulla scena riminese gli uomini dell’azienda torinese rimandano al tempo nel quale la Fiat era l’Italia, il modello di vita degli italiani era l’automobile che percorreva l’autostrada del Sole ed il sistema produttivo italiano non aveva forza senza l’azienda degli Agnelli.

Anche nella politica italiana non si prescindeva dalla Fiat: Pajetta quando si riferiva al “padrone dell’Italia” intendeva l’Avvocato.

I tempi sono cambiati e la Fiat di Marchionne sembra trovare più sintonia negli ambienti finanziari e politici statunitensi, piuttosto che nel parterre nostrano.

Non è più il tempo della strategia produttiva fondata sull’automobile; da altri cieli e da altre terre ci lanciano quelle sfide alle quali dobbiamo saper rispondere .

E tuttavia la capacità dell’Azienda torinese di costruire le alleanze necessarie a competere in uno spazio non facile, la chiarezza con la quale propone le nuove relazioni industriali, la distanza che ha voluto prendere rispetto a organizzazioni imprenditoriali provinciali e consociative, la collocano ad un livello più alto rispetto ai soci del salotto buono, invidiosi sostenitori di cause perse.

C’è un aspetto “culturale” importante che accompagna oggi il nuovo messaggio Fiat che non può essere quello di chi, come Montezemolo, è vissuto senza gloria e senza coraggio in tutte le repubbliche.

AGOSTO BOCCHINO: OK A MONTEZEMOLO

I finiani del Terzo Polo hanno imparato presto la lezione.

Le dichiarazioni di Bocchino favorevoli all’uscita di Montezemolo ricordano, nella logica e nella meccanica dei rapporti, quelli che caratterizzavano le correnti interne alla DC rispetto ai partiti alleati o alleabili al partito cattolico.

Quando l’assetto interno risultava stretto rispetto alle ambizioni e ai disegni politici delle correnti interne, cominciavano i giochi di sponda delle dichiarazioni e delle mosse politiche che riaprivano le combinazioni interne con inevitabili modifiche degli assetti di potere.

Casini nei riguardi di Montezemolo pensa che, al massimo, possa lavorare per il re di Prussia, cioè per lui. Lo ha già fatto capire quando si è espresso contro le elezioni anticipate e quando si è detto contrario alla soluzione tecnocratica.

Quando Martinazzoli realizzò il governo Ciampi resisteva ancora l’illusione di una DC forte e di un sistema nel quale i partiti avevano in mano la situazione e il segretario DC si illuse di affidare all’ex governatore di Bankitalia solo il compito di superare una contingenza difficile senza l’ostilità dei “poteri forti”.

Il corso degli eventi fu completamente diverso e quella mossa anticipò solo la fine del sistema dei partiti e della stessa DC.

Casini sa che la discesa in campo dell’uomo Fiat ,difficilmente inglobabile nello schieramento centrista,e contando anche su appoggi mediatici e di poteri economici, annullerebbe il già gracile peso del Terzo Polo e aprirebbe una strada senza ritorno per una modifica degli equilibri di potere non certo a vantaggio dell’UDC.

ALEMANNO DA ROMA A MIRABELLO

La presenza del Sindaco Alemanno alla festa dei finiani a Mirabello non è una sorpresa.

Questo protagonismo politico del primo cittadino di Roma tende a completare una immagine che sul solo aspetto romano non appare soddisfacente.

Gli anni di Rutelli e Veltroni avevano costruito a Roma un sistema di potere molto articolato con una solidità di rapporti tra il mondo imprenditoriale e la sinistra quasi inattaccabile.

Dagli anni di Petroselli che sancirono l’ingresso stabile del mondo imprenditoriale comunista nel sistema romano, la lunga strada aveva condotto all’appoggio esplicito dei costruttori romani alle giunte di sinistra .

Alemanno nel 2008 ha ottenuto una vittoria che, comunque, non lo ha reso protagonista.

La scommessa del Sindaco per la sua rielezione è quella di consolidare un successo ottenuto a prescindere dai poteri forti, cioè riuscendo a dimostrare che dalla Città per pochi della sinistra, si passa alla Città per tutti.

E’ questa una prospettiva non facile per la quale non bastano le manutenzioni stradali che ,peraltro, sono in ritardo, o qualche gesto simbolico di difesa della Capitale.

La tentazione di Alemanno, quindi , è quella di porsi più come defensor urbis che come Sindaco, aggiungendo aspre polemiche con la Lega e forti critiche alla manovra.

Anche una disinvolta strategia di alleanze (accordo con l’UDC ), fino a presentarsi a Mirabello, servirebbero, nelle intenzioni, a rafforzare una posizione che non appare sufficientemente solida.

Alla festa di FLI, Alemanno non cerchi gli applausi dei finiani. Non gli serviranno né per fare meglio il Sindaco, né per rendere più solido il suo avvenire politico.

AGOSTO PENATI NON E’ UN “MARIOLO”

C’è una lettura delle vicende amministrative e degli illeciti finanziamenti alla politica a Sesto San Giovanni che tendono a presentarle come episodi di corruzione personale.

C’è anche il tentativo di presentarli come fatti locali, pur rilevanti, ma fatti locali.

A parte l’entità delle operazioni, a parte i soggetti coinvolti che hanno ricadute di carattere locale, ma anche di carattere centrale, ma quello che non torna in queste interpretazioni è che Filippo Penati non è Mario Chiesa.

Come ha scritto Antonio Polito “Penati non può essere trattato come una ‘melamarcia’”. E aggiunge: “Non c’è niente di ‘marcio’ in quest’uomo politico che si è fatto le ossa nella gavetta comunista , prima da Sindaco e poi da Presidente della Provincia, salendo un po’ alla volta fino a diventare il braccio destro di Bersani, alle cui truppe aveva portato la bandiera dei riformisti lombardi”.

Il senatore ed ex procuratore Gerardo D’Ambrosio e la presidente del Partito Rosy Bindi pensano di risolvere il caso con l’idea di trovarsi di fronte ad un compagno che sbaglia.

Chi sbaglia deve fare un passo indietro e quindi l’”autosospensione” è una “cosa molto corretta” anche se “le prescrizioni non sono assoluzioni”, sentenzia la Bindi.

Ma nessuno nel PD analizza la vicenda per quello che effettivamente è, cioè l’espressione di un sistema che, passata tangentopoli, si è protratto per 15 anni. I pubblici ministeri scrivono di un “direttorio finanziario democratico” e non sembrano allontanarsi molto dalla realtà.

Addirittura nelle carte dei pm si prospetta come il “sistema” avesse preso in considerazione anche “come erano andate le cose a Milano”, cioè ,secondo quanto riferisce il Corriere della Sera, gli inquirenti ritengono che “la vittoria del centrosinistra alle recenti elezioni amministrative ampi il rischio di reiterazione del delitto”.

Il PD era sceso in campo negli ultimi due anni per tentare di bollare il PDL come un sistema di corruzione del potere utilizzando casi assai dubbi come quelli sorti intorno a personaggi legati a relazioni di potere spesso trasversali.

L’affondo su Papa e il salvataggio di Tedesco si spiegano come un ultimo tentativo di dimostrare una diversità che la valanga staccatasi da Sesto San Giovanni ora travolge definitivamente.

AGOSTO “UNA DELLE GUERRE PIU’ STUPIDE E SPORCHE DELLA STORIA EUROPEA”

Giuliano Ferrara si diverte a castigare le ipocrisie dei pacifisti di tutte le frontiere.

“Una delle guerre più stupide e sporche della storia europea”, così definisce l’operazione libica, è nata dalla necessità “di difendere i civili da Gheddafi” e “dalle fosse comuni ( inesistenti, si trattava di un cimitero marino)”. Essa si è poi risolta “in un bagno di sangue clanistico e tribale”

Ricordando le “urla sull’Irak” , si domanda: “avete per caso visto un manifestante pacifista di quelli indignati contro la ‘guerra per il petrolio’, che non ha portato una goccia di petrolio nelle casse imperialiste e ha lasciato l’oro nero finalmente nelle casse di uno stato riconosciuto secondo giustizia, ribellarsi alla vera guerra del petrolio, per di più cinica e levantina perché non era in discussione la giugulare petrolifera libica ma solo le condizioni di forza tra tra diversi paesi europei per il suo accaparramento?”.

E continua: “ avete letto qualcuno dei commentatori ma mostosi e insinceri del dolore iracheno, scrivere con toni indignati del carattere neocoloniale, assurdo surreale e sanguinario , della guerra dei cieli che la NATO è stata portata a combattere senza una strategia chiara , senza un senso politico accettabile, con un dispendio vano e crudele di risorse dall’alto che ha imposto la feroce, lunga carneficina in corso?”.

Anche il giudizio finale sulla guerra è tranchant : “una insidiosa avventura che al meglio è destinata a sostituire Gheddafi con i gheddafiani, al peggio è candidata a procurarci un’altra bella Somalia nella quarta sponda”.

Alla luce di queste riflessioni le esitazioni di Berlusconi avevano o no un senso?

TREMONTI E L’”ETA’ DEL PAPA SCOMODO”

Della parole di Tremonti a Rimini ci colpiscono particolarmente quelle rivolte al sistema bancario.

“I banchieri avrebbero dovuto proporre ai governi regole anti crisi ma non l’hanno fatto e noi possiamo fare autocritica, ma la grossa responsabilità è la loro”. Poi, ricordando un precedente storico: “Nella crisi del’29, Roosevelt non salvò le banche che giocavano d’azzardo ma quelle al servizio delle famiglie e delle industrie. Sono stati fatti alcuni errori sulla crisi a cui si può porre rimedio”. Come? Ad esempio non dando più retta ai “sacerdoti del denaro ma ai sacerdoti veri. Come Benedetto XVI che a Madrid ha detto che questa crisi è stata favorita dalla ricerca del profitto a tutti i costi”.

Il New Deal di Roosevelt, infatti, curò la crisi nata dalle Borse con iniezioni nell’economia reale, per rilanciare il sistema produttivo americano, promuovendo concorrenza e traguardi produttivi.

Benedetto XVI nel messaggio per la Giornata Mondiale della Pace del 1 gennaio 2009 disse che “i problemi dello sviluppo, degli aiuti e della cooperazione internazionale vengono affrontati talora senza un vero coinvolgimento delle persone, ma come questioni tecniche, che si esauriscono nella predisposizione di strutture, nella messa a punto di accordi tariffari,nello stanziamento di anonimi finanziamenti”.

E’ significativo che Il Ministro dell’Economia, non solo per il particolare uditorio di Rimini, citi Benedetto XVI, consapevole di trovarsi, come ha scritto Stefano Fontana, nell’”età del Papa scomodo”.

AVVENIRE: CAMPAGNA MASSONICA CONTRO LA CHIESA

Il quotidiano dei Vescovi del 27 Agosto parla di massoneria dietro la campagna politico mediatica per far credere che la Chiesa Cattolica sia il grande evasore d’Italia.

I modi con i quali viene portata avanti sono descritti come “una replica ossessiva, fedele al famoso insegnamento di Goebbels”.

Più che una risposta ai propugnatori di questa campagna , il pezzo è da dedicare soprattutto, a coloro che civettano con i temi laicisti, si compiacciono di essere presi in considerazione da Repubblica e trovano l’Espresso sempre pronto a difenderli nella loro azione per demolire Berlusconi.

Indovinate di chi stiamo parlando?

AGOSTO GASPARRI ATTACCA E VELTRONI QUERELA

Forse Gasparri ci è andato giù pesante: “Bersani – ha detto – spera di farla franca come i suoi predecessori graziati dal Di Pietro magistrato che così salvati dalla tangente Enimont i capi Pds D’Alema, Veltroni e Fassino, si avviò verso la carriera ministeriale”.

Veltroni replica annunciando querela.

Certo le inchieste su Tangentopoli che devastarono le classi dirigenti soprattutto del PSI e della DC, pur coinvolgendo “la corrente migliorista” del PCI/PDS sembrarono salvare l’idea della “diversità” comunista; anche se una parte della “tangente Enimont” non circolò nella Lombardia “migliorista”, ma si perse nei corridoi di Botteghe Oscure.

Qualcuno azzarda ancora il vecchio e non convincente teorema e cioè che l’inchiesta Penati sia una coda del distorto ambito “migliorista”.

Ma anche – veltronianamento parlando – la denuncia dell’ex segretario del PD non convince.

Paradossalmente – poiché è impensabile che l‘ex braccio destro di Bersani abbia operato per un suo tornaconto personale – il PD dovrebbe avere il coraggio di fare il discorso che fece Craxi in Parlamento sul finanziamento della politica.

Ma Craxi per quel suo discorso di verità dovette bere il calice fino in fondo , cioè morire in terra di Tunisia.

Ma Veltroni non è Craxi e pensa che la verità gli venga riconosciuta da una sentenza che condanni Gasparri per diffamazione.

Ma quella non sarebbe la verità e su questo equivoco irrisolto si dipana la politica italiana, mentre alla “diversità”comunista oramai non ci crede più nessuno.
28/07/2011
[stampa]
Oslo: una strage folle senza giustificazioni .

L’iniziativa stragista del norvegese Anders Behering Breivik non ha giustificazioni.

Anzi l’impressione è quella della eterogenesi dei fini, nel senso che l’efferatezza di questo episodio può comportare che la questione dei problemi che nascono dal multiculturalismo – e si tratta di questioni importanti che le società occidentali debbono saper affrontare e risolvere - subisce una criminalizzazione per la devastante crudeltà dell’ azione di un killer con chiari connotati di follia.

Temiamo che possano derivare da questa agghiacciante vicenda una duplice prospettiva: quella della emulazione terroristica e quella della preoccupata pavidità verso ogni tentativo di una politica di integrazione corretta che crei il giusto rapporto tra la cultura originaria con i valori democratici delle società occidentali e la presenza di flussi immigratori espressioni anche di diversità.

Un segnale in questa direzione sono quei commenti che in maniera assolutamente falsata pongono a carico di un presunto “fondamentalismo cristiano” la causa di quanto accaduto.

La storia europea dimostra il contrario e cioè che la diffusione della democrazie e il loro sviluppo anche in senso sociale sono il frutto della cultura cristiana e non a caso ciò che va caratterizzando questo inizio di secolo è l’attacco ai connotati pluralisti delle società occidentali.

L’esempio più clamoroso e significativo è stato l’attacco terroristico dell’ 11 settembre e la definizione degli Stati Uniti e la sua società – che pur nella sua complessa e non sempre positiva espressione, rappresenta tuttavia il modo di vita di una liberà società - siano stati definiti dalla rete di Bin Laden come “il grande satana”.

Al contrario di quello che si tenta di fare da alcune parti non si debbono trascurare le questioni dei flussi immigratori in Europa.

E’ dalla soluzione di questi problemi che dipende il futuro di pace e di sviluppo della vita dei cittadini d’Europa.
26/07/2011
[stampa]
Una “ guerra civile” con altri mezzi.

Il deputato PDL Papa per il quale la Camera autorizza l’arresto e il senatore Tedesco del PD che il Senato lascia libero, sono l’espressione, ci si consenta l’immagine ardita, della ripresa della lunga “guerra civile” italiana.

La politica in Italia, parafrasando una definizione storica, sta ritornando a presentarsi come la continuazione della guerra civile con altri mezzi.

E’ evidente la disparità di trattamento di queste “sentenze” parlamentari, ma il fatto che tale diversità sia il risultato di una decisione politica è più grave che se fosse stato il frutto di una sentenza giudiziaria.

E la situazione che si presenta non è solo quella descritta nella conclusione dall’articolo di Giuliano Ferrara sul Foglio del 21 luglio ( “Una Camera che si consegna mani e piedi a Henry John Woodcock ratifica la sua irrilevanza e merita di sopravvivere nell’ignavia” ), né le preoccupazioni possono essere solo quelle avvertite e riportate nel fondo del Corriere della Sera dello stesso giorno da Pierluigi Battista ( “ è stato … solo il calcolo politico a garantire esiti così difformi”, “ un evidente e rovinoso tracollo del berlusconismo”, “compromessa la credibilità del PD” ).

Certo, le difficoltà e la perdita di potere di Belusconi rischia di riportare nella Lega i fermenti eversivi sui quali era nata e non è una buona notizia, per nessuno.

Di Pietro, poi, pur dichiarando di essere su una posizione moderata, appare orgoglioso e “rampante”, per l’esito dei suoi referendum che riportano indietro l’Italia, mentre al suo giustizialismo, oggi, si aprono spazi ancor maggiori rispetto anche alle sue inchieste giudiziarie del ’92 – ’94.

Questo giustizialismo che costituisce l’arma ideologica sulla quale si costruiscono le politiche nel Paese aggredito dalla finanza internazionale acquisisce sempre nuovi seguaci.

Si è aggiunto, per calcolo politico, anche Casini che pur reca nelle carni del suo partito le ferite impresse dalle inchieste giudiziarie dei primi anni ’90 e successivamente .

Ma questo giustizialismo, quando anche utilizzato tatticamente, come dimostra la storia del PCI, è una camicia di Nesso della quale difficilmente ci si può liberare.

I segnali inquietanti sono solo l’iceberg di una condizione che va nel profondo.

Anche l’analisi di Antonio Polito sul quotidiano di RCS che, a ragione, si diverte a descrivere il parallelismo con l’inizio di tangentopoli, non arriva al punto più importante .

C’è infatti una diversità decisiva tra l’oggi e lo ieri: allora si produceva la fine della stagione politica della ”repubblica dei partiti”, oggi si rischia assai di più, cioè la tenuta internazionale dell’Italia.

Il Paese, poi, non ha più i “gioielli di famiglia” da offrire, quelli per i quali si decisero le sorti sul “Britannia”, come ha ricordato Ettore Bernabei nel suo libro “L’uomo di fiducia” .

La debolezza della politica italiana è anche , dimostrata dalle stesse ricette che, furbescamente, vengono presentate come quella del governo di ampia coalizione.

Ma come si fa a ritenere sufficiente per l’Italia una ricetta come quella tedesca, quella cioè di un Paese dove esistono e sono profondamente sentiti il senso dell’unità e dell’interesse nazionale , dove due grandi partiti si sono confrontati e si alternano al governo , ma posseggono in comune una omogeneità sostanziale, dove il giustizialismo non è stato usato neppure verso coloro che avevano servito il potere dispotico e criminale della Repubblica Democratica dell’Est.

Il declino dell’Italia che questa “guerra civile” sta innescando si può contrastare solo se, per un miracolo, che, a volte la storia umana concede, torni a farsi sentire nelle coscienze dei cittadini, nel linguaggio politico e negli obbiettivi delle forze politiche un forte spirito unitario, quella unità nazionale, cioè, che abbiamo sempre invocato e mai pienamente conseguito.

E’ grave che anche gli appelli di Napolitano in questa direzione vengano da taluni rispediti, arrogantemente, al mittente.

In altre parole, stenta a crescere quel patriottismo vero, identitario e di valori che, soprattutto la sinistra, nelle sue variegate ideologie, ha sempre contrastato.

Il giustizialismo di oggi svolge , con maggiore ottusità e devastazione ciò che le ideologie producevano come divisione dell’Italia.

Nella lunga stagione del dopoguerra , anche per responsabilità della DC, non si comprese il senso e l’importanza della costruzione di una unità nazionale.

A maggior ragione senza questa unità resteremo un Paese debole con una democrazia debole.

Nella scena internazionale che la storia oggi ci presenta, questo non ce lo possiamo proprio permettere.
14/07/2011
[stampa]
Crisi finanziaria, tecnocrazia e riforme costituzionali .
Gli assalti della speculazione finanziaria nei riguardi dei Paesi europei e, più recentemente, anche dell’Italia, oltre agli aspetti più propriamente economico finanziari, fanno emergere taluni connotati dei sistemi politici , sui quali occorre riflettere.

Il contesto nel quale si muovono queste vicende è abbastanza evidente: alla globalizzazione e alla crescita di quello che il professor Luciano Gallino chiama “finanzcapitalismo” non ha corrisposto un analogo rafforzamento delle istituzioni politiche democratiche degli stati che subiscono assalti alle loro economia e ai loro bilanci pubblici.

Ad esempio, a livello europeo, è noto che alla nascita dell’euro non ha corrisposto uno sviluppo delle istituzioni politiche né sul piano formale né come coesione politica e le iniziative speculative , oltre a colpire i singoli paesi, indeboliscono la moneta unica europea, non trovando adeguate risposte istituzionali a Bruxelles.

Le divisioni politiche interne e l’influenza dello lobby economiche, poi, incidono anche nei riguardi delle decisioni politiche dei singoli stati.

In Italia la lunga transizione politica ha indebolito le istituzioni politiche. Il sistema parlamentale reso non riformabile dal conservatorismo della sinistra non ha più l’innervamento di partiti forti come nella prima repubblica e l’autorevolezza di questi è sempre più compromessa, provocata dal corto circuito tra deboli partiti che producono deboli classi dirigenti.

Dopo le giornate negative dei titoli bancari e dei titoli del debito pubblico di venerdì 8 luglio e di lunedì 11 , l’accelerazione della manovra, con un sussulto di senso di responsabilità di maggioranza e opposizione, è stata accolta da una serie di auspici che indicano delle soluzioni che non colgono il vero significato della crisi in atto.

Massimo Franco sul Corriere della Sera del 13 luglio chiede “una comunione di forze per un periodo prolungato”,mentre qualche tempo fa’ Carlo De Benedetti aveva invocato in una intervista sul Die Zeit Mario Monti come premier.

Il retro pensiero delle lobby economiche italiane è quello di realizzare un commissariamento delle istituzioni politiche con un governo “tecnico” – definito anche “governo del Presidente” - che veda una partecipazione delle forze politiche maggiori che dovrebbero sostenere un esecutivo guidato da una personalità economica in grado di affrontare la situazione . Per sostenere questa soluzione ci si richiama ai precedenti di “governissimi” realizzati nella Repubblica Federale Tedesca. Tuttavia queste ipotesi non sono assolutamente paragonabili a ciò che avvenne in Germania, dove dal 1966 al 1969 fu formato un nuovo governo, composto anche dal SPD, con cancelliere Kurt George Kiesinger della CDU che affrontò le proteste studentesche in tutta la Germania, originate dall'approvazione delle Leggi di Emergenza del 1968 e dove, dopo le elezioni federali del 2005, i leader di SPD e CDU/CSU si accordarono per formare un governo di grande coalizione diretto da Angela Merkel della CDU.

Gli accordi politici che avvennero in Germania si realizzarono grazie alla presenza di due grandi partiti, cioè di un sistema sostanzialmente bipolare e vennero costruite non a discapito delle forze politiche perché il premier venne espresso dal leader del partito maggiore. In sintesi non avvenne quel commissariamento della politica e dei partiti che, invece, i poteri economici italiani invocano e che produrrebbero una ulteriore delegittimazione dei partiti stessi.

E’ giusta quindi la posizione di Berlusconi che rifiuta di dar corso ad una operazione di “governassimo” a danno della classe politica e che corrisponderebbe all’obbiettivo di trasferire dalla politica ai tecnici la guida del Paese. Anche perché queste personalità dell’economia non hanno mai brillato per capacità di diagnosi della condizione economica interna e internazionale.

Nessuno dei soloni chiamati al capezzale del governo ha saputo diagnosticare per tempo, ad esempio, la crisi del 2008 nonostante che l’enorme sviluppo del mercato dei derivati e dei fondi a rischio avesse fatto chiaramente intendere che la crescita fuori da ogni controllo della finanza speculativa avveniva a danno di un corretto rapporto tra banche e finanziamenti per lo sviluppo produttivo.

In conclusione, le sfide in atto tra politica ed economia e le prove che si ripresenteranno sullo scenario europeo e nazionale debbono richiamare tutti alla responsabilità di affrontare le difficoltà al loro giusto livello, cioè a spezzare quel tabù che impedisce di discutere la questione delle riforme costituzionali per ridare forza e legittimazione alle rappresentanze parlamentari e di governo, per consolidare un sistema politico bipolare, scelto dagli elettori, un sistema con il quale esprimere corrette alternanze politiche, autorevolezza di governo e , in circostanze eccezionali accordi vasti che non significhino la mortificazione e la marginalizzazione delle istituzioni democratiche che, invece, devono essere rafforzate dal consenso dei cittadini e non commissariate dai grandi interessi economici.
24/06/2011
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Preoccupazione per l’Italia.
Nonostante il vento nuovo che gonfia le vele della sinistra che farebbe pensare, per questa parte politica, ad un percorso facile verso il potere , la situazione presenta una complessità che lascia aperti molti punti interrogativi su ciò che potrebbe accadere nei prossimi due anni e nelle elezioni politiche, quando si presenteranno.

Berlusconi ha perduto parte del suo appeal a seguito di due cause.

La prima è senz’altro la feroce campagna mediatico giudiziaria che si è scatenata all’indomani del giorno nel quale raggiunse il punto più elevato di consenso.

Quel giorno può essere indicato nel 25 aprile del 2009.

Cosa disse allora il Presidente del Consiglio?

“Oggi, 64 anni dopo il 25 aprile 1945 e a vent'anni dalla caduta del Muro di Berlino, il nostro compito, il compito di tutti, è quello di costruire finalmente un sentimento nazionale unitario”.

“Dobbiamo farlo tutti insieme, tutti insieme, quale che sia l’appartenenza politica, tutti insieme, per un nuovo inizio della nostra democrazia repubblicana, dove tutte le parti politiche si riconoscano nel valore più grande, la libertà, e nel suo nome si confrontino per il bene e nell’interesse di tutti. L'anniversario della riconquista della libertà è dunque l'occasione per riflettere sul passato, ma anche per riflettere sul presente e sull'avvenire dell’Italia. Se da oggi riusciremo a farlo insieme, avremo reso un grande servizio non a una parte politica o all'altra, ma al popolo italiano e, soprattutto, ai nostri figli che hanno il diritto di vivere in una democrazia finalmente pacificata. Noi abbiamo sempre respinto la tesi che il nostro avversario fosse il nostro nemico. Ce lo imponeva e ce lo impone la nostra religione della libertà. Con lo stesso spirito sono convinto che siano maturi i tempi perché la festa della Liberazione possa diventare la festa della Libertà, e possa togliere a questa ricorrenza il carattere di contrapposizione che la cultura rivoluzionaria le ha dato e che ancora “divide” piuttosto che “unire” “.

In sostanza fu un appello all’unità nazionale, al superamento delle contrapposizioni, per quella “pacificazione”, la cui esigenza ha attraversato, senza essere mai stata raggiunta definitivamente, tutti i 150 anni della storia dell’Unità dell’Italia.

Dopo questo appello si divaricarono le posizioni all’interno del PDL, si misero in moto i meccanismi diabolici dello scandalismo e delle inchieste giudiziarie, mentre l’opposizione per nulla apprezzando questo discorso accentuò la sua dura contestazione politica.

La seconda causa che, in parte, deriva da quanto fin qui esposto, è stata la difficoltà a conseguire gli obbiettivi programmatici in base ai quali Berlusconi aveva ottenuto lo straordinario successo elettorale del 2008. Soprattutto si interruppe la strada che doveva portare il governo e la maggioranza a proporre le grandi riforme, tranne , anche per la ostinata volontà politica della Lega, quella del federalismo fiscale.

Su questi due inviluppi si è fermata l’azione politica e si è andato logorando il governo di centrodestra.

I risultati negativi nelle elezioni amministrative del maggio scorso, compresi i referendum, sono la conseguenza di questa situazione di stallo e, pur nella sopravvivenza di una maggioranza parlamentare, appare netta l’ impressione che non siano più presenti le condizioni per un governo che affronti le tre grandi riforme : quella della Costituzione sul modello politico, quella della giustizia e quella della fiscalità.

I due anni di tempo sono stretti, ma se ci fosse sufficiente autorevolezza, compattezza , capacità di direzione politica e, soprattutto, agibilità dei lavori parlamentari, forse, si potrebbe fare in tempo.

Soprattutto sarebbe necessario investire, comunque, il Parlamento di queste riforme, che, non vi è dubbio, troverebbero contraria l’opposizione, ma il rifiuto di questa ad esaminare e approvare le grandi riforme consentirebbe agli elettori nelle elezioni del 2013 di orientare le sue scelte tra chi ha inteso attuare una politica di cambiamento e chi, invece , si è opposto, in nome di una linea preconcetta e conservatrice.

Altrimenti le prossime elezioni politiche si giocheranno tra chi saprà più infangare l’avversario o su illusorie prospettive programmatiche.

Questo perché , oggi, la scena politica appare investita d’altro e cioè dalle difficoltà della maggioranza , assediata da ogni parte e con ogni mezzo e dalle divisioni di fondo di una opposizione che trova i soli momenti di aggregazione in nome di un antiberlusconismo fine a se stesso.

L’hanno fatto capire con chiarezza Di Pietro e Vendola: il PD,dope le vittorie ottenute grazie a loro contro Berlusconi, non pensi di poter farne a meno.

Nessuno si illuda che gli effetti negativi di questa condizione di impotenza della politica nei due versanti siano a senso unico e cioè solo verso il centro destra.

Gli effetti di questa condizione rischiano di essere pagati dal tutto il Paese che si va disgregando, in preda allo scontro tra i poteri dello stato, alle scorribande dei poteri imprenditoriali attraverso il controllo del media, alle istanze corporative di ogni genere, alla divulgazione di idee sbagliate che sembravano appartenere solo alla stagione degli anni’70 e per la cui influenza, oggi, paghiamo ancora i prezzi, in termini di difficoltà a riportare al senso di un bene comune le scelte ed i sacrifici da affrontare per rilanciare la competitività dell’Italia nel duro contesto internazionale.

Siamo preoccupati non più per ciò che sta avvenendo nei partiti e nella politica, ma soprattutto per quello che si prospetta all’Italia.
20/06/2011
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Un “tappeto” per Gianfranco Fini.
Gianfranco Fini al compiacente Cazzullo spiega che lui vuole “costruire un polo della nazione” che “attragga moltissimi elettori del centrodestra”.

Dopo aver contribuito, direttamente o indirettamente, al successo della sinistra nelle amministrative di Milano e Napoli, dopo aver spinto gli elettori a votare no ai referendum con un contenuto oggettivo da sinistra ambientalista , promossi da Di Pietro, contribuendo alla vittoria dei si, dopo aver ricevuto giustamente ogni interessato apprezzamento da parte della sinistra, Fini pensa a ricostruire il centrodestra.

E’ realmente paradossale che tutto questo trovi la stampa dei grandi imprenditori devotamente disponibile , senza minimamente cercare di far capire all’intervistato la sua funzionalità ad un disegno contrario ad una destra sia essa liberale, conservatrice o altro.

L’unica timida domanda che il “portavoce” del Corriere pone all’ex leader di AN riguarda se avesse “ fatto meglio a lasciare la presidenza della Camera per guidare il partito anche nelle campagne elettorali”.

A Cazzullo non viene in mente la sgradevole vicenda della sua dichiarazioni di dimissioni nel caso che la vicenda Montecarlo avesse dimostrato il ruolo del cognato, oppure la oggettiva incompatibilità fra presidenza della camera e ruolo di leader del partito. Gli domanda se non “fosse stato meglio”.

E qual è la risposta che Cazzullo si merita e alla quale il prono giornalista non controbatte nulla: “no”. Punto e basta.

A ben vedere alcuni giornalisti del Corriere pensano di tessere la tela di regime nuovo nella quale appaia anche Gianfranco Fini, seduto su uno strapuntino scomodo, senza sapere che nell’autobus per il nuovo regime il biglietto del terzo polo lo stacca il furbo Casini.
17/06/2011
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Dai referendum una spinta a sinistra e limiti allo sviluppo del paese.
Il successo dei SI nei referendum pur non implicando un significato politico immediato evidenzia elementi importanti dello scenario politico.

La sinistra, che ha già ottenuto la conquista amministrativa di Milano e Napoli, oltre che un rafforzamento in alcune situazioni locali, ora punta a tentare quello che non riuscì alla gioiosa macchina da guerra di Occhetto.

I referendum hanno avuto il compito di cementare un insieme di forze che presentavano alcuni distinguo in ambiti programmatici e politici, come per esempio il ruolo dei privati nei servizi pubblici, le politiche energetiche compreso il nucleare, ma che ora vengono superati dal nuovo clima che si è determinato.

L’impegno referendario e la sua utilizzazione politica hanno cancellato alcune distinzioni a sinistra producendo un mutamento di strategia politica.

D’Alema aveva vagheggiato di affrontare le prossime elezioni basandole sull’asse PD-UDC, lasciando ai margini il ruolo de altre forze politiche alle quali si sarebbe offerto solo il prendere o lasciare, cioè di accettare di aggregarsi senza poter porre condizionamenti.

La situazione è ora cambiata. Il PD non è in grado di vincere se non con una alleanza organica con la sinistra. I risultati di alcuni comuni in Sicilia o il modello marchigiano di un rapporto preferenziale PD-UDC funziona in qualche area periferica, ma nei centri importanti vale l’alleanza complessiva della sinistra e, di conseguenza questa alleanza strategica appare necessaria e non eludibile.

Non può essere sottaciuto l’altro aspetto del risultato referendario: è sempre più evidente che la strumentalità dei referendum sui temi ambientali provocherà la eliminazione della possibilità della parziale privatizzazione della gestione dell’acqua e di altri servizi municipali mentre , sul versante energetico, l’Italia cancella per sempre la possibilità di uno sviluppo nel settore nucleare come elemento del complesso di apporti energetici, al fine di limitare le dipendenze estere e i costi per utenti.

Non staremo ad elencare le contraddizioni di quella parte della sinistra riformista che su questi temi aveva tentato di fare scelte diverse, né l’affidabilità di forze politiche e leader che, pur di cavalcare l’onda lunga antiberlusconiana, hanno preferito contribuire, pur lasciando libera scelta o indicando il NO, alla vittoria della linea ambientalista antinucleare impedendo per il futuro, in settori nevralgici, un sviluppo moderno dell’Italia.

Altre due considerazioni vogliamo porre all’attenzione: l’incapacità di esprimere una posizione autonoma e forte da parte del terzo polo e il clima complessivo che si sta instaurando dopo il successo nei referendum.

Una forza politica che pur di giungere ad un obbiettivo tattico sacrifica la propria coerenza e offre spazi notevoli a chi propone l’opposto di quanto ripetutamente sostenuto in settori importanti per lo sviluppo del Paese è dimostrazione di scarsissima affidabilità politica , ponendo una grave ipoteca sulla credibilità ad essere forza di governo.

Non solo FLI, quando i suoi parlamentari erano al governo e in maggioranza, ha votato i provvedimenti sottoposti ai quesiti referendari , ma anche l’UDC ha sostenuto da sempre la privatizzazione delle municipalizzate ed è stato favorevole al nucleare, oltre che promotore del legittimo impedimento. Tralasciamo quest’ultimo punto anche se, tolto questo velo, non auguriamo a Casini, ove dovesse essere un giorno premier, dover far i conti con il potere invasivo della magistratura. I suoi uomini, anche più vicini, ne sanno già qualcosa.

Di fronte alla ghiotta possibilità di dare la “spallata” a Berlusconi si sono invitati gli elettori del terzo polo ad andare a votare, magari per il no, ma si tratta di una ipocrita foglia di fico in quanto è evidente che il problema di questi referendum non era la scelta tra il Si e il No, ma se essi raggiungessero o meno il quorum per la loro validità.

Paradossalmente l’invito del Capo dello Stato è paragonato da Casini a quello di Ruini, al tempo del quesito sulla procreazione assistita, ma il secondo invitò esplicitamente a non partecipare alla votazione, con una indicazione coraggiosa alla quale non aderì, anzi con essa polemizzò, Gianfranco Fini, mostrando un segno evidente della sua vocazione laicista che , poi, lo portò , insieme ad altre idee allo scontro nel PDL.

Non è quindi per assolvere a doveri istituzionali che impongano di andare a votare, che si sia scelto per la partecipazione al voto, anche perché questo significherebbe per Casini, ridurre ad una banale genuflessione clericale la sua scelta sul non voto sul referendum sulla procreazione assistita.

Resta infine evidente che il risultato ha rafforzato quel clima di una sinistra anti moderna e anti sviluppo che potrebbe invadere altri settori sui quali si gioca la capacità dell’Italia di essere competitiva sul piano internazionale.

Che poi, questa ideologia ambientalista nasconda interessi precisi anche nella proprietà editoriale della stampa che ha partecipato e mosso la campagna referendaria è assai evidente, ma anch’essa mostra come questo Paese rischi di diventare sempre più un terreno di scontro di lobbies, con scomparsa di una intellettualità libera e vivace, di una informazione autonoma dagli interessi.

E’ questo il classico terreno di cultura della decadenza sociale e civile al quale, consapevolmente o inconsapevolmente, anche coloro che si definiscono forze moderate, riformiste o di centro, hanno apportato il loro modesto obolo.
08/06/2011
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Avviso ai naviganti centristi.
Enrico Rossi, pur con un cognome piuttosto scontato, non è uno qualunque.

E’ il Presidente della regione Toscana, dove da sempre governa il PCI-PDS-DS-PD. E dove la legge elettorale ricalca, nell’assenza di preferenze, la legge per la Camera dei Deputati.

Così dice in un’intervista del 7 giugno a la Repubblica: “Invece di inseguire alleanze con UDC e Terzo polo noi dovremmo concentrarci sul rafforzamento dell’asse con SEL e Italia dei Valori: le amministrative dimostrano che dove corre unito il centrosinistra viene premiato”.

L’effetto delle elezioni amministrative e dei risultati di Milano e Napoli si fanno sentire e l’orizzonte politico delle alleanze a sinistra è ormai chiaro: a parte qualche “furbizia” è ormai ineluttabile il radicarsi di un’ irrevocabile frontismo . C’è anche chi teorizza il partito unico di tutta la sinistra ( Bettini ).

Poichè questa linea del Nuovo Ulivo presenta molti dei limiti che condussero, a suo tempo, al fallimento degli esperimenti prodiani, si vanno concentreranno gli sforzi per sostenerne, attraverso l’ acquisizione di posizione mediatiche, i contenuti politici e culturali.

In fondo Prodi cadde una prima volta per opera di D’Alema, nonostante che il leader maximo abbia sempre negato tale circostanza e la seconda volta per il venir meno delle posizioni “moderate” di Dini e Mastella.

L’interesse di De Benedetti per irrobustire la 7 è quello di creare un supporto che consenta di rendere autonomo il nuovo centrosinistra ( sarebbe più logico definirlo nuova sinistra) dalle posizioni moderate di Casini oltre che tenere a freno quelle autonomiste di D’Alema.

E’ molto probabile che questi due personaggi politici diverranno, oltre al “nemico” Berlusconi, il bersaglio principale della TV che si prepara ad acquisire l’imprenditore di Ivrea.
31/05/2011
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Dedicato ai nostalgici del proporzionalismo.
Mentre affluiscono i risultati elettorali si scorge dietro a questi lo svilupparsi di un frazionismo politico.

Il PD minimizza la portata elettorale di SEL e IDV, ma il successo di due sindaci a Milano e a Napoli, candidati contro il Partito guidato da Bersani, la dice lunga sulla crescita politica alla sua sinistra. Anche la eterogeneità delle alleanze nelle quali il cosiddetto terzo polo si è equamente distribuito in ogni direzione dimostra lo sfarinamento dei partiti, così come le percentuali non irrilevanti del partito di Grillo, la diffusione di liste personali e civiche non solo nei piccoli comuni ma anche nei capoluoghi di provincia.

Siamo di fronte ad una disgregazione politica sempre più evidente.

Questa si è, momentaneamente, ricomposta grazie al sistema elettorale a doppio turno che ha coagulato la frammentazione che si era registrata al primo turno.

Il premio di maggioranza poi, farà il resto , nel senso che anche vittorie di misura dei sindaci e le maggioranze risicate godranno di un allargamento del numero dei consiglieri che porrà riparo alle difficoltà politiche .

Anche il meccanismo che porta , in caso di dimissioni del sindaco, allo scioglimento dei consigli comunali eletti provvederà ad assicurare quella stabilità che in linea di massima dovrebbe assicurare la governabilità degli enti locali.

In presenza di questa condizione che vede un impazzimento della maionese politica che ritrova un suo modo di assestarsi solo grazie a sistemi maggioritari, ricorre la tentazione di ritornare , per le elezioni politiche, al sistema elettorale proporzionale, magari sub specie del sistema tedesco.

Il sistema elettorale adottato in Germania, anche nell’opinione di alcuni esperti legati alla Fondazione Adenauer, sta presentando inconvenienti dimostrati non solo dalla necessità, nel recente passato, di apprestare governi di grande coalizione, ma, soprattutto per il segnale inequivocabile del proliferare dei partiti: in pochi anni si è passati da due partiti forti ed uno che superava a stento il cinque per cento, ma alleato stabile di uno dei due , a cinque partiti di non facile aggregazione di alleanze.

Cosa accadrebbe in Italia con un sistema politico di questo tipo ove i massimi strumento di stabilità sono costituiti da una soglia di sbarramento che sarebbe difficile collocare oltre il tre per cento e dalla “sfiducia costruttiva” che, tuttavia, le cronache politiche della cosiddetta prima repubblica raccontano non svolgersi in Parlamento, ma spesso nell’ambito degli accordi delle segreterie politiche.

Si facevano fuori i governi o i presidenti del consiglio non appena le maggioranze interne dei partiti avevano predisposto una soluzione diversa.

Se il frazionismo impera anche laddove esiste un disincentivo fornito dal premio di maggioranza, figuriamoci quello che accadrebbe il giorno che anche questo impedimento venisse a cessare.

Senza contare , poi, il fatto che il sistema tedesco o, più propriamente, i sistemi elettorali proporzionali, lasciano ai partiti la scelta, dopo le elezioni e aver fotografato i rapporti di forza con la raccolta de i voti, di stabilire le alleanze e i governi a cui riterranno di dover dar vita.

E i programmi ? E la coerenza dei programmi? E il giudizio degli elettori sui programmi promessi e non mantenuti in coalizioni spesso variabili ?

Giriamo queste riflessioni ai nostalgici del buon tempo che fu, anche se non possiamo dirci soddisfatti dello spettacolo a cui stiamo assistendo.
20/05/2011
[stampa]
Dalla "Repubblica dei partiti" alla "Repubblica delle liste personali".
La vita dei partiti e dei poteri ad essi riferibili sono stati oggetto di analisi politologiche, ma anche più propriamente politiche.

Nella DC dell’inizio , come descrisse Baget Bozzo in una tavola rotonda sulla “grande coalizione” pubblicata sul n. 216 del Mulino nel luglio-agosto 1971, “il potere… sono gli enti” e, continuava “’l’ente crea l’esistente’ , ironizzava Togliatti applicando il linguaggio giobertiano alla politica italiana. Ed aveva ragione, Togliatti diffidava di Mattei, e della sarabanda degli enti anche riformatori, mentre Nenni ci si buttò a corpo morto, ritenendo di poter usare il bisogno di copertura politica degli enti per scalare il governo”. Concludeva questa disanima rilevando che “nel campo degli enti, la DC si è trovata a suo agio”.

Dopo il potere negli enti venne il potere locale.

Nel tempo dello sviluppo del correntismo all’interno della DC, al quale diede un apporto decisivo la sinistra dossettiana, i poteri dei capi corrente tendevano a degenerare nel fenomeno del “cacicchismo” che descriveva come il potere politico mettesse solide radici nei sistemi amministrativi e politici locali.

Prima di Galli della Loggia che ne scrisse a marzo del 2010 a proposito del PDL, una analisi simile la sviluppò Ciriaco De Mita quando, eletto direttamente segretario della DC, aprì un braccio di ferro con il potere dei capicorrente dorotei.

Poiché del fenomeno si erano caratterizzate tutte le correnti, anche la sua, la guerra di De Mita non riuscì e le cose nel partito democristiano rimasero le stesse.

Con il passaggio dalla “repubblica dei partiti”, all’attuale sistema, non solo questo sviluppo ha invaso tutte le forze politiche poiché l’autoritarismo dei vertici non riesce a controllare lo sviluppo dei feudi locali, ma la frammentazione politica giunge ad uno stadio ulteriore. I leader politici, sindaci o presidenti di regione,infatti, hanno pensato bene di fare liste proprie, aperte anche ad accordi con le opposizioni: nel Lazio il caso Polverini ne è un esempio, anche se non il solo.

Questo proliferare di liste personali o”civiche” più che dare spazio ad istanze locali costituiscono strumenti per accordi che nulla hanno di programmatico e tantomeno di carattere politico.

Sono situazioni aperte al più plateale mercanteggiamento o trasformismo che finiscono per indebolire ulteriormente la politica e i partiti, sviluppando filiere clientelari che divengono le finalità vere dell’impegno politico e non solo un mezzo per rastrellare voti.

Anche questo fenomeno rientra nel quadro della difficoltà dell’attuale sistema politico di esprimere indirizzi, coalizioni e alternative e deve sollecitare la necessità di immettere nel sistema elementi di autorevolezza, di convergenza e di chiarezza nelle scelte da porre all’elettorato.

A livello regionale e comunale i partiti sono chiamati ad esprimere classi dirigenti valide, in grado di misurarsi sui problemi, come dicono le più autorevoli autorità cattoliche, generazioni capaci di rappresentare una nuova classe politica e non ricorrere a personalità esterne che solleticate dai sistemi leaderisti finiscono per esprimere una esasperata personalizzazione della politica ed una dilagante autoreferenzialità.

A livello nazionale appare sempre più evidente che la crisi assume sempre più i connotati di una crisi istituzionale non curabile con il pannicello caldo di una diversa legge elettorale.
10/05/2011
[stampa]
A Milano prove amministrative di "santa alleanza".
Che a Milano si stiano svolgendo le prove per una “santa alleanza” dai centristi al PD, dai vendoliani al movimento di Grillo, non emerge solo per la dichiarazione di Pisapia , come scrive Repubblica del 9 maggio , “di voler dialogare con ‘chi avrà votato Terzo polo e Movimento 5 stelle’ “.

L’humus sociale e culturale viene da Bassetti e da quel mondo cattolico di sinistra che a Milano ha goduto, tradizionalmente, di autorevolissimi appoggi, anche per tentare di contrastare le attività dei ciellini, e che ha partorito l’iniziativa del “51 per cento”.

Il sole 24 Ore nel mese di aprile aveva fatto un’analisi precisa. Ecco i brani salienti di quell’articolo.

“L'idea del gruppo dei Cinquantuno viene fatta risalire al 26 febbraio, quando, durante la serata di Pisapia e Nichi Vendola al teatro dal Verme di Milano, Stefano Boeri parlò di imprese, Valerio Onida di legalità e Piero Bassetti di alleanze. Il movimento si ispira a quest'ultimo concetto, e lo promuove con le prime prove tecniche di dialogo allargato col Terzo polo”. “La riflessione parte già dal nome, il 51%: se al ballottaggio il centrosinistra vuole incassare la maggioranza dei consensi dovrà pure allearsi con il centro, decisivo, evidentemente, in questa tornata elettorale.

Tra i primi interlocutori del gruppo dei Cinquantuno c'è, non a caso, Carlo Scognamiglio, ex presidente del Senato, oggi vicino all'Udc, Fli e Api. Lo stesso Marco Vitale, che oggi ha aderito al movimento pro Pisapia, era inizialmente un sostenitore del Terzo polo nella speranza di vedere candidato Bruno Tabacci (a cui è stato preferito però Manfredi Palmeri)”.

Troviamo, in sostanza gli stessi ingredienti che avevano animato, a suo tempo, l’iniziativa unitaria del centrosinistra intorno a Prodi, con l’ipotesi che il sostrato cattolico progressista possa compiere il “miracolo” di mettere insieme gli interessi imprenditoriali con il “racconto “ vendoliano della classe operaia, il legalismo di Fini con il qualunquismo di Grillo, il rancore antiberlusconiano di Tabacci con un PD ormai catturato dal giustizialismo.

Chi uscirebbe annullato da una eventuale successo di questa “santa alleanza” è il terzismo più o meno tattico di Pierferdinando Casini che si troverebbe nell’impossibilità di svolgere il suo ambizioso disegno di essere il perno delle alleanze , in questo caso quella alternativa a Berlusconi.

Si vanno sempre più notando i segni di questa difficoltà nella quale viene sempre più a trovarsi il leader dell’UDC che ha innalzato i toni polemici nei riguardi di Berlusconi, preoccupato, forse più da questo ritorno che potremmo forzatamente definire “neodossettiano”, che della stessa ipotesi di modifica della legge elettorale che la maggioranza sta preparando per uniformare il premio di maggioranza del Senato a quello della Camera, vanificando le manovre da ago della bilancia di Casini.

Il leader dell’UDC si sta immergendo sempre più nella melma formata dal rinnovato attivismo cattolico progressista e dall’ antiberlusconismo viscerale dei finiani e le elezioni milanesi non possono essere catalogate come un episodio locale, per il carattere politico nazionale che hanno ormai assunto.

Chiunque vinca a Milano e, certamente, resta alta la possibilità che la Moratti diventi sindaco al primo turno, la linea politica di Casini andrà incontro ad una sconfitta che questa volta la proverbiale astuzia tattica del leader centrista non riuscirà a nascondere.
06/05/2011
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Guerra in Libia: sconfitta delle opposizioni alla Camera.
Eppure era tutto, ragionevolmente, prevedibile.

Che il dissidio tra Bossi e Berlusconi sull’azione militare in Libia , pur avendo toccato livelli notevoli, fosse, tutto sommato, destinato a ricomporsi.

Che le linee politiche all’interno delle opposizioni fossero nettamente contrastanti e che nulla facesse pensare che avrebbero trovato un’unità.

Che la richiesta di dibattito parlamentare e di voto, voluta dal PD e da Franceschini, apparisse, anche ad una parte consistente del partito di Bersani, senza un briciolo di utilità.

Eppure si è andati avanti fino a sbattere contro il muro rappresentato dalla vittoria numerica e politica della maggioranza. Il testo della mozione Reguzzoni, Cicchitto, Sardelli, poi, non ha quel carattere eversivo che gli è stato attribuito , per esempio, da Pierferdinando Casini.

Ogni operazione militare ha un tempo di azione e a maggior ragione in Libia, in accordo con gli organismi internazionali ed anche perchè la soluzione diplomatica sembra essere la via più concreta; il costo di una missione , che non trova apprezzamento nell’opinione pubblica del Paese, non deve comportare oneri fiscali aggiuntivi; il “concorso di tutti i paesi alleati rispetto alle ondate migratorie in essere” è una richiesta logica e doverosa.

Il crack del PD in aula, poi, ha ricevuto un sonoro rimbrotto dallo stesso Presidente della Repubblica il quale, allevato ad una logica politica seria, è rimasto sorpreso per la sua illogicità.

Il desolante scenario offerto dalle opposizioni ha, infatti, coinciso con il richiamo di Napolitano che, intervenendo nelle stesse ore al dibattito sulla figura di Antonio Giolitti, rivolto alle opposizioni , ha ricordato le parole dell’illustre uomo politico: “Chi fa politica a sinistra, che è, a quanto pare oggi all’opposizione, dovrebbe leggere la definizione di cosa sia l’alternativa”, che , appunto, deve essere “credibile, affidabile e praticabile”.

Il “capolavoro” del PD ha portato ad un altro risultato che non è stato sottolineato a sufficienza. La mozione della Lega corretta dal PDL nel senso di collocarne gli impegni nel quadro delle decisioni degli organismi internazionali, ha obbiettivamente, contribuito ad innalzare lo status leghista dal recinto locale al livello nazionale.

Dopo la mozione proposta, corretta in maggioranza ed approvata, la Lega – ci dispiace per i detrattore di questo partito – si è ritrovata ad avere un rango nazionale per il raggiungimento del quale aveva trovato difficoltà, sia per oggettive ragioni interne, sia per l’ostracismo degli avversari.
29/04/2011
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L'accordo tra FLI e Sinistra è già fatto.
Forse Pierferdinando Casini fa finta di ignorarlo, ma l’accordo tra FLI e sinistra è cosa fatta.

Il Giornale pubblica come prova il programma elettorale della candidata sindaco di Cassini , espressione dell’UDC, ma che vede allineati, oltre a due liste civiche, i simboli di Psi, Pd, Udc e Fli.

Ma a Cassino l’accordo è ispirato dall’esponente locale e parlamentare del partito di Casini che, dopo essere stata assessore della giunta Storace, è da anni alleata con il PD e che , forse anche per questo, ha fortemente ridotto la sua forza elettorale.

Cassino non è Milano il cui risultato, insieme a quello del capoluogo regionale della Campania, deciderà del bilancio politico di questa tornata elettorale.

Qui il massimo esponente del FLI è stato chiaro: “è più facile che Santoro diventi portavoce di Berlusconi che Fli si apparenti con la Moratti”.

L’accordo elettorale FLI-PD è anche il riflesso di una linea comune tra questi due partiti anche a livello parlamentare, come hanno dimostrato la votazione alla Camera sul fine vita che hanno visto misurarsi PDL, Lega, UDC contro PD ( con esclusione di parte degli ex popolari ) , FLI, IDV e radicali eletti nel PD.

Ma tutto ciò è anche logico: il cammino del distacco dei finiani dal PDL è una strada senza ritorno.

La prima uscita elettorale di FLI avviene su un terreno scivoloso poiché il meccanismo di voto è nettamente bipolare.

La posizione dell’UDC ha un retroterra di adattabilità maggiore poiché una linea di centro può avere un comportamento più duttile nelle alleanze. Un partito di centro,infatti, può anche perdere l’elettorato di destra mantenendo un ruolo politico, anche se di poco spessore elettorale, ma un partito che si dichiari di destra se perde l’elettorato schierandosi contro il centro destra, perde consensi e funzione politica.

Il percorso di FLI, dicevamo, è obbligato, ma – e Casini lo sa bene – anche senza uscita. Ed è per questo motivo che Casini continua a difendere Fini e Bocchino, ben sapendo che del terzo polo rimarrà solo lui.

Già i sondaggi indicano che, pur non crescendo, i consensi per l’UDC sono nettamente sopra a quelli per FLI che l’astuto Casini si appresta a razzolare.
20/04/2011
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Come costruire un presidente.
Casini, nell’intervista a Il Corriere della Sera del 18 aprile , l’ha buttati lì, come al solito con nonchalance.

“Mi auguro che scendano in campo personalità come Montezemolo e la Marcegaglia” e, aveva detto prima ” io non ho mai creduto e non credo a sante alleanze”.

Il combinato disposto di queste due affermazioni spiega la strategia del leader dell’UDC.

Con una metafora vietcong si potrebbe dire che Casini vuole conquistare la città, essendosi impossessato prima della campagna.

Fuor di metafora, Casini , pur pensando di dover fare un accordo con il PD e non intendendo mollare l’elettorato moderato, il cui blocco sociale fa riferimento a Berlusconi, ritiene necessaria, come elemento attrattore, la candidatura di un esponente del mondo imprenditoriale.

L’idea è di puntare a togliere il nutrimento sociale a Berlusconi, svuotandolo del consenso moderato che invece, garantito da un’esponente della CONFINDUSTRIA, potrebbe riversarsi su un accordo UDC – PD, cioè su un centro sinistra che si definirebbe “moderato e riformatore”.

Il candidato ideale non sarebbe il logoro Montezemolo, in fondo poco attraente non solo per le sconfitte della Ferrari, ma anche per quelle scappatelle giovanili che Agnelli , da buon padre di famiglia, gli perdonò e che il rancoroso Romiti ha avuto la malvagità di ricordare in una intervista abbastanza recente.

La Marcegaglia è un’altra cosa. E’ donna e questo rappresenterebbe una novità importante; è una espressione diretta dell’industria italiana, non ha nemici anche perché agli occhi del geloso mondo degli imprenditori non appare arrogante, né troppo potente economicamente; è più simpatica di Montezemolo.

Che senso avrebbe questo disegno politico?

La politica ricorrerebbe ancora una volta al mondo esterno, in questo caso al capo degli industriali, per ricoprire il massimo degli incarichi politici. Cioè una ulteriore abdicazione al proprio ruolo.

Non siamo in presenza di una personalità di grande rilievo. A capo della CONFINDUSTRIA ci sono stati uomini di grande spessore da Alberto Pirelli ad Angelo Costa, da Furio Cicogna a Giovanni Agnelli, da Luigi Lucchini a Guido Carli a Sergio Pininfarina. Ma all’astuto Casini questo va bene, anzi benissimo: è la “caratura” giusta, verrebbe garantito il suo ruolo di grande ispiratore di questa svolta politica.

Agli elettori? La storia ci insegna che non basta il possesso di risorse e l’appoggio dei media amici (gli imprenditori posseggono la maggior parte della stampa ) a fare di un personaggio legato a interessi sociali, un leader politico. Berlusconi ha realizzato il suo obbiettivo partendo da un’idea politica ( occupare l’area moderata la cui rappresentanza era stata debellata da tangentopoli, proponendo un cambiamento e operando con un miracolo di comunicazione ). Senza questa idea i mezzi non sarebbero serviti a niente.

Non sarà facile costruire con la Marcegaglia un Presidente.

E poi, il PD sarebbe in grado di scrollarsi di dosso le sinistre contestatarie e il giustizialista Di Pietro?

Quanto è in grado di reggere l’elettorato PD nel sostenere un presidente “dei padroni” e non cedere a sinistra troppi consensi ?

Berlusconi e la Lega, poi, ricevono consensi di strati popolari che si sentono garantiti da una politica che non è a servizio dei grandi interessi che tanto hanno pesato nel Paese drenando risorse pubbliche. Questo consenso del centro destra non è facilmente trasferibile ad un centro sinistra moderato che sia rappresentato, in prima persona, dal potere economico.

Ma ci sono altri aspetti, ancor più rilevanti, da sottolineare.

La crisi politica che attraversa il sistema è anche crisi istituzionale e deve essere curata con la politica e con le riforme istituzionali.

Non potrà essere un leader legato ed attento a specifici interessi a costruire un progetto politico di questa portata.

E’ la politica e sono i politici a doversi assumere la responsabilità e dimostrare il coraggio di scendere in campo in prima persona.

La politica deve avere il coraggio di misurarsi con i progetti e chiedere il consenso per governare.

Nascondersi dietro i paraventi confindustriali è una operazione certamente astuta, ma non all’altezza dei grandi temi che premono sull’Italia.
13/04/2011
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Delusi dall'Europa.
L’ondata immigratoria rafforzata dai recenti “moti” nordafricani e che è giunta sulle coste italiane, si inserisce in un quadro di questioni di carattere generale che meriterebbero un approccio di alto livello geopolitico.

L’atteggiamento dell’Europa nei riguardi dell’Africa si è impostato, dopo la fine del colonialismo, come abbandono e senso di colpa. Questo spiega il sostanziale disinteresse delle istituzioni comunitarie verso questo continente che negli anni della guerra fredda vide l’attenzione dell’URSS e oggi della Cina.

E’ vero che le nazioni europee avevano svolta anche un’opera di sfruttamento, tuttavia, come ha rilevato G. Baget Bozzo nel libro “Tra nichilismo e islam”: “ l’europeizzazione era sentita da parte dei popoli colonizzati come la costituzione della loro identità politica, come l’uscita da una concezione della vita dominata dal sistema arcaico della tribalità e costruita solo in funzione della totalità religiosa in cui essi erano vissuti”.

Il paradosso, sempre seguendo questa analisi, è che mentre “ la modernità europea è concepita dai popoli colonizzati come la forma di civiltà a cui essi aspirano”, “i popoli che l’anno creata la sentono come una storia perduta, come un’avventura finita male”.

Questa ragione profonda spiega come mai manchi una politica dell’Europa verso l’Africa e l ‘assenza di un impegno per lo sviluppo.

Senza questi presupposti il continente subirà nel tempo una progressiva emigrazione che può essere accresciuta da concause come le guerre , le lotte tribali , le dittature più o meno sanguinarie. E’ possibile una politica di interventi per lo sviluppo in Africa da parte delle istituzioni europee? Questa è la domanda alla quale l’Europa non è capace di rispondere.

Oggi, siamo, addirittura, al rifiuto di predisporre una politica comune nei riguardi dell’immigrazione.

E’ un segnale di inesistenza dell’Europa.

La constatazione, come scrive Giorgio Ferrari in un articolo di fondo dell’Avvenire del 12 aprile, del “guazzabuglio politico e diplomatico nel quale è usa navigare” l’Europa, “dove ciascuno si muove in ordine sparso e spinto da interessi e pressioni interne che nulla hanno a che fare con una politica estera comune “ è del tutto evidente e porta argomenti a chi critica la politica comunitaria.

Anche il segretario di stato Cardinal Bertone si è detto “deluso dall’Europa” perché essa “ ha perso il suo spirito profondo di grande solidarietà”.

In altre parole l’Europa delle istituzioni comunitarie non si presenta più come civiltà e cristianità e quindi ,perdendo la sua identità, finisce per essere nulla.

Solo i reperti politici della sinistra postcomunista esaltano sempre e comunque le istituzioni europee, forse perché la cultura e gli intessi della tecnocrazia europea risultano affini alla ideologia “borghese” che prevale in questa parte politica.

Si può essere europeisti e criticare l’Europa, si può aver creduto del progetto europeo degli anni’50 ed essere delusi per il livello di oggi. Si può avere una cultura europea e cristiana e guardare con scetticismo agli egoismi e particolarismi di oggi.

Se per le sinistre l’Europa delle lobbies è intoccabile, questo non può essere vero per tutti.
12/04/2011
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La decomposizione delle forze politiche e il presidenzialismo.
E’ interessante quanto scrive Angelo Panebianco su Il Corriere della Sera del 9 aprile.

Più che un’analisi è una rappresentazione della realtà.

Giustamente l’editorialista descrive la “radicalizzazione del conflitto politico” e soprattutto “la decomposizione delle forze politiche esistenti”.

Questa “disarticolazione”, rileva, sta avvenendo anche nel PDL con la nascita di “raggruppamenti autonomi”. Vengono citati Scaiola e Miccichè.

“La classe politica , a destra e a sinistra, sembra disgregarsi in una miriade di piccoli potentati autonomi “ e la causa viene fatta risalire nell’articolo alle inchieste giudiziaria dei primi anni novanta che ruppero i contenitori, ritornando, “con gli aggiornamenti del caso, alla politica dei notabili dell’Italia pre-fascista o della Terza Repubblica francese”.

Con la legge maggioritaria e, soprattutto con Berlusconi e la sua forte leadership si riuscì a garantire “la tenuta e la coesione del contenitore elettorale” del centro destra , ma ora con il declino “vero o presunto” del premier si ritorna verso lo “sfarinamento politico”.

Angelo Panebianco anche in questa occasione, pur facendo una analisi corretta che gli deriva da una sua acutezza sociologica, non riesce ad intravedere una indicazione politica.

Infatti conclude il suo articolo sostenendo che le leggi in vigore non sono in grado di evitare la disgregazione, forse ipotizzando che ne occorra un’altra, poi sostiene che “sarebbe necessario” “un accordo fra le principali forze politiche per interventi anti-frammentazione”, anche se “quelle forze politiche sono ormai troppo frammentate per poterlo stipulare”.

E’ vero. Non è realistico pensare alla possibilità di un accordo tra forze politiche che, ormai, hanno abbandonato la politica per rifugiarsi nel giustizialismo e nella intoccabilità della Costituzione ( PD- IDV ), nel nostalgismo ideologico ( SEL ), in una politica di solo tatticismo (UDC ), nella levità del programma politico per un pragmatismo fine a se stesso ( PDL ) o nella visione unidirezionale del federalismo ( Lega).

Per far ritornare i partiti a svolgere un ruolo politico alto occorre avere la forza di indicare obbiettivi importanti, storici.

La frammentazione non si risolve solo con una nuova legge elettorale. Si tratterebbe di un mero espediente tecnico, come si è dimostrato con tutte le leggi adottate negli ultimi anni: dal “mattarellum”, al cosiddetto “porcellum”.

Si è risolto il tutto in un fallimento perché la disgregazione politica non è stata arrestata.

Occorre indicare l’obiettivo di una Nuova Repubblica , prendendo atto che il parlamentarismo fondato sui partiti, cioè la repubblica dei partiti, è morta perché sono state cancellate le forze storiche che l’avevano costruita e gestita, dimostrandosi incapaci di difendere quel modello politico e avendo perduto anche la consapevolezza del loro ruolo storico.

Oggi quella politica è finita per sempre, quella forma partitica è stata cancellata per sempre e senza i partiti il modello parlamentare è debole, non rappresentativo, inadeguato a risolvere i problemi della gente.

Da queste rovine rimane solo un elemento di fondo sul quale ricostruire i modelli politici : la sovranità popolare che deve trovare le vie istituzionali per esprimersi e ridare ruolo e fiducia ai cittadini.

Se non può essere un patto tra le forze politiche “per interventi antiframmentazione” a ricostruire la saldezza e la rappresentatività del sistema politico, allora solo un nuovo patto tra cittadini e istituzioni può ricostruire i partiti e le loro classi dirigenti , realizzando un modello politico presidenziale.

Basti ricordare che la riforma presidenziale in Francia salvò il sistema politico ed anche i partiti.

Sul grande tema della riforma della Costituzione che non si risolva in piccole ricette per modesti obbiettivi e per marginali ritocchi, può riaprirsi un confronto importante che ridarebbe alle forze politiche ruolo e credibilità.

La sinistra post comunista e post democristiana chiuse nel “patriottismo costituzionale” sono incapace di affrontare questo tema, altri partiti sono espressione di qualcosa che è al di fuori della politica o si perdono nel tatticismo politico.

Il PDL che non ha i complessi storici della sinistra, se non finirà nella palude del correntismo post democristiano, ha questa sola chance, altrimenti non si salverà dallo sfascio generale.

Insieme alla riforma della giustizia deve proporre anche questa riforma istituzionale.
07/04/2011
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"Ne' di destra, nè fascista".
Antonio Martino che per stile va realmente apprezzato e che non può essere accusato di disonestà intellettuale come, invece, dice, Generazione Italia, un errore, tuttavia lo commette quando scrive su Il Giornale : “ Fini non è più di destra, ma resta sempre un fascista”.

Questo perché Fini non è né di destra, né fascista.

Il suo pensiero naviga tra un’incoerenza etica personale approdata ai principi laicisti, ed un concetto di legalità chiuso in se stesso, cartaceo e giustizialista, senza radici in valori e programmi di spessore storico e culturale.

La sua incoerenza politica lo sta portando a mostrarsi utile al disegno della sinistra e soggiogato dalla capacità tattica e politica di Casini.

Gioca a fare il democristiano, ma non ha lo spessore, né la cattiveria dei personaggi di quella politica e di quel partito e si prende le piccole vendette impedendo ai parlamentari di votare, con il risultato che il voto della Camera non corrisponde alla maggioranza dei presenti in aula.

Non è, come dice Martino, “un episodio grave e inedito”, ma una banale, piccola cattiveria di un modesto presidente d’aula.

Questo episodio che, giustamente, ha fatto arrabbiare Antonio Martino, però non è sufficiente a definirlo un fascista.

Scrive Generazione Italia che Fini “ha fatto un percorso difficile, tortuoso ma necessario per depurare definitivamente la destra italiana dai residui del fascismo”, ma non è così perché gli uomini della destra – vedi Democrazia Nazionale - hanno ragionato e compiuto il loro percorso per andare oltre il fascismo, chiudendo con quella esperienza, ma incontrando idee, valori che si ritrovano nella tradizione storica e nazionale italiana.

Fini, invece, al termine del suo percorso ha incontrato Eugenio Scalfari e il giustizialismo e, forse, presto, Niki Vendola.

Auguri!
25/03/2011
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Emergenza Immigrazione.
Sfugge la logica politica che sta dietro all’affermazione fatta da alcuni esponenti della sinistra per la quale solo con una forte partecipazione all’attuazione della risoluzione 1970 dell’ONU che tradotto nel linguaggio guerrafondaio di certi esponenti del PD significa solo impegnandoci seriamente nella guerra alla Libia, potremmo contare sulla disponibilità dell’Europa ad affrontare insieme l’emergenza immigrazione.

E’ fuori delle categorie di analisi dell’ideologia multiculturale cercare di governare un fenomeno che non può essere valutato solo sotto l’ aspetto umanitario, ma che comporta problemi di sicurezza, di organizzazione di accoglienza, costi non lievi di carattere economico e sociale, impatto con le popolazioni locali, rischi di influenza da parte di nuovi “mercanti di schiavi”.

Anche l’accordo con il governo libico che aveva consentito quasi l’azzeramento dei flussi immigratori era stato valutato con grande sufficienza dai partiti di sinistra in nome di una solidarietà strumentalmente proclamata e non vivibile e reale.

Si dice che tutto il nord Africa sia in una fase di grandi trasformazioni verso quale risultato è assai difficile prevedere, mentre è certo è che questi sconvolgimenti politici rallenteranno per un po’ di tempo lo sviluppo economico di questi Paesi e che, quindi, anche per queste ragioni, i flussi immigratori sul nostro territorio avranno un aumento esponenziale. E’ dovere del governo affrontare adeguatamente la questione.

Mentre appare utile che le diverse regioni si siano dimostrate disponibili ad accogliere quote parti dei questi immigrati, occorre con fermezza, come ha sostenuto la Lega, porre in sede europea e come elemento da tener conto anche nell’ambito degli obblighi inerenti le operazioni sulla Libia, la questione della regolazione e controllo del fenomeno.

Occorre valutare da parte delle autorità preposte quali siano coloro che abbiano diritto alla posizione di profughi tutelati da norme internazionali e costituzionali e, invece, riservare un diverso trattamento verso coloro che, senza motivi legati ad apetti di insicurezza personale, emigrano con una speranza che, spesso, diventa illusione, di un futuro diverso.

Questi ultimi vanno riaccompagnati verso i paesi di origine anche al fine di far cessare quei fenomeni speculativi che lucrano sulla disperazione .

I flussi immigratori vanno controllati da organismi internazionali; non possono essere lasciati ai comandanti delle imbarcazioni e devono svolgersi in condizioni di sicurezza per porre anche fine ai tanti naufragi e alle morti nell’oblio alle quali non si concede neppure una riga di notizia.
08/03/2011
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Federalismo e nazione italiana.
Con l’approvazione da parte della Camera del testo del decreto sul federalismo municipale , la riforma più rilevante in discussione nell’attuale legislatura ha fatto un ulteriore passo avanti.

Questo importante cambiamento della struttura politica ed istituzionale del nostro Paese presenta difficoltà di percorso normativo – pensiamo ai problemi dell’articolazione della fiscalità regionale e la determinazioni dei costi standard – e resistenze di tipo politico.

Queste ultime non dimostrano un adeguato e qualificante livello di argomentazioni.

E’ evidente la strumentalità di coloro che hanno proposto alla Lega l’approvazione del federalismo in cambio di una disponibilità ad abbandonare Berlusconi.

Se non sorprende che sia stato l’ex leader di AN – ormai mosso dal solo antiberlusconismo - a proporre questo “scambio”, lascia perplessi che un partito – il PD - che si era proposto come un partito di forte capacità propositiva, finisca, su temi di carattere istituzionali, per scivolare in un tatticismo privo di spessore e destinato ad essere sconfitto, poiché la Lega resta alleata del PDL.

La crisi del PD è ormai evidente, registrata non solo dall’abbandono di decine di parlamentari, ma ancor più palesata dall’ assenza di temi riformisti e dal prevalere della deriva giustizialista. Deriva, peraltro, che si potrebbe dimostrare, in questi giorni, assai fragile.

Questo difficile federalismo si scontra con una problematicità legata alla stessa storia d’Italia.

Lo Stato italiano è stata costruito secondo una logica centralista a motivo storico del ruolo del Piemonte nella vicenda risorgimentale.

Come ha scritto Giovanni Sale ( L’unità d’Italia e la Santa Sede – Milano 2010, pag. 21 ) “nel tumultuoso e affrettato processo di unificazione lo ‘Stato accentratore’ soffocò e annientò la ‘nazione’ “.

L’unità della nazione è stato un percorso lungo e difficile. L’Italia ha conosciuto nella sua storia contemporanea le tragiche vicende di divisioni fratricide sia nella fase di annessione del Regno delle due Sicilie, che negli ultimi anni del conflitto mondiale. Le stesse vicende politiche del dopoguerra non hanno contribuito a rendere possibile il raggiungimento di una forte, condivisa e compiuta coscienza nazionale. Anche oggi assistiamo a scontri e divisioni oltre il lecito nella dialettica tra politiche e partiti diversi.

Il Federalismo non può rimanere nei limiti di un rivendicazionismo delle risorse o nel solo pur importante aspetto della responsabilizzazione delle amministrazioni o, addirittura mortificato dal tatticismo degli schieramenti politici, ma deve assumere un fondamento di largo spessore storico e cioè quello di servire la causa della nazione italiana che era ed è portatrice di istanze sociali e culturali diverse tra loro.

Questa italianità che Gioberti chiedeva non fosse snaturata in “un’Italia imbelle, schiava e scimmia” degli altri Paesi e delle altre culture nazionali, questo pluralismo e questa ricchezza devono trovare nel Federalismo la loro cornice istituzionale.

Registriamo con interesse la pubblicazione nel numero di gennaio di Studi Cattolici di un pregevole saggio di Pier Paolo Ottonello su “Rosmini & l’Italia federale”.

Ne consigliamo la lettura agli esponenti di quelle forze politiche che ritengono di ispirarsi alla cultura cattolica e li invitiamo a riflettere sulle radici vere del federalismo per superare una pregiudiziale contrarietà e a contribuire e collaborare per fare di questa riforma una occasione storica per la nazione italiana.
28/02/2011
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Gianfranco non sarà santo ma alleato si.
Ci sarà pure una ragione se Il Riformista del 25 febbraio , in prima pagina, a proposito degli interventi televisivi e delle interviste di Fini , titola “ Gianfranco non sarà santo, ma alleato sì”.

E nell’intervista ad Anno Zero dl 24 febbraio il Presidente della Camera spiega che è disposto anche ad una alleanza che arrivi fino a Vendola: “Ci dovrebbe essere non una lista comune alle elezioni, ma un’intesa nello stesso momento in cui si ravvisa la necessità di riformare il Paese”.

Il tema delle riforme costituzionali richiama la parte più qualificante del programma di ogni forza politica e sappiamo tutti che sulla forma della Repubblica, sulla giustizia, sulla libera iniziativa in campo economico e su aspetti connessi con il sistema politico quali i metodi di elezioni, tra il centro destra e il centro sinistra vi sono analisi storiche, culture, progetti politici assai diversi che , auspicabilmente dovrebbero trovare uno spazio di intesa, ma che partono da punto di vista assai diversi.

Ora indicare una intesa che vada da Vendola al Terzo Polo per le riforme, significa condividere, nella sostanza, quanto propone, in questo ambito, la sinistra, cioè pensare ad una alleanza strategica sui temi più importanti che l’agenda del Paese si trova ad affrontare, ovvero, fare una scelta di campo

Questa scelta non sorprende: quando sui temi etici ci si sposta a sinistra, quando non si crede più, sostanzialmente, nel bipolarismo, quando si sceglie il giustizialismo e non si ritiene che ci sia uno squilibrio tra potere politico e potere giudiziario, quando si sposa il “patriottismo costituzionale” rinunciando alla tradizione riformista della destra, quando, sul piano culturale, ci si avvicina ai testi e agli autori del radicalismo laicista, quando si sceglie consapevolmente tutto ciò che è gradito alla sinistra e ai suoi mass media, la scelta è fatta.

E tanti auguri!
16/02/2011
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Fini un monarca senza popolo
L’argomento principale usato dai finiani nelle polemiche con Berlusconi e il PDL è sintetizzato nella formula che questo partito sarebbe retto da un monarca.

Certo, sarebbe facile ricordare come lo stesso Fini guidò Alleanza Nazionale in un modo non democratico e ignorando il pluralismo delle idee. Ne sanno qualcosa gli stesi ex “colonnelli” che, a seguito di una indiscrezione su alcune critiche da bar, si videro azzerate le posizioni in quattro e quattrotto.

Quello che è successo a Milano al congresso di fondazione di FLI, sul piano della conduzione monocratica, rappresenta una vetta mai raggiunta , nella storia dei partiti politici democratici.

Messo, inizialmente, nel simbolo il nome di Fini, alla vigilia del congresso il nome viene cancellato e sostituito con FLI, poi, al congresso viene acclamato Presidente lo stesso Fini che, senza passare per gli organi che dovrebbero essere abilitati alle scelte ( direzione politica e gruppi parlamentari ), decide di nominare il suo vice, i capi gruppo parlamentari e il portavoce.

Una volta decisi gli assetti di vertice, lo stesso Fini si autosospende dalla carica e gli subentra l’on. Bocchino.

Con quale argomenti FLI continua a criticare la “monarchia” di Berlusconi quando, già dai primi passi, il nuovo partito si muove nella stessa logica denunciata ?

Mentre assistiamo a questi spettacoli inverecondi, cresce la moral suasion per le dimissioni di Fini da Presidente della Camera.

E’ quello che chiedono non solo opinionisti assolutamente imparziali che firmano articoli di fondo nei quotidiani più autorevoli, ma anche qualche intellettuale che nell’ambito di FLI tenta di mantenere una indipendenza di pensiero.

Questa arroganza personalistica, insieme ad evidenti errori tattici e strategici, sta logorando il consenso verso FLI e, come appare dai sondaggi effettuati all’indomani del Congresso di Milano, contribuiscono a frenare le intenzioni di voto verso il cosiddetto terzo polo.

Quella di Gianfranco Fini sta diventando una “monarchia” senza popolo.

E’ ancora presto per anticipare gli sviluppi della situazione, ma l’impressione è che la stessa scelta di Bocchino quale coordinatore del nuovo partito provocherà disagi e malumori nelle altre due formazioni politiche ( UDC e API ) che, pur essendo chiaramente all’opposizione di Berlusconi, non intendono condividere gli stessi metodi e lo stesso linguaggio politico dei vertici di FLI.
03/02/2011
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L'Europa che nega la verità non può difendere la libertà
L’incontro tra i ministri degli esteri dell’Unione europea sugli impegni per la difesa della libertà religiosa si è concluso con un nulla di fatto.

La dichiarazione di condanna per le persecuzioni contro i cristiani, per il fatto che non venivano citati né i Paesi nei quali avvengono le persecuzioni e gli eccidi, né gli impegni concreti a difesa delle comunità perseguitate non ha trovato d’accordo alcuni paesi sopratutto Italia e Francia.

L’Italia ha insistito perché la parola “cristiani” fosse presente nel documento, scontrandosi , come ha rilevato l’Avvenire “con il muro eretto dalla gran parte degli altri ministri”.

Questo esplicita posizione dell’Italia conferma la linea politica del governo attento alla difesa dei caratteri cristiani, anche su aspetti di politica internazionale.

La posizione dei Ministri degli Esteri evidenzia anche un atteggiamento di distacco da quanto aveva approvato il Parlamento Europeo nei giorni precedenti.

Il Parlamento europeo, infatti aveva accolto una iniziativa italiana originata dal l’europarlamentare del PDL Mario Mauro presentando una mozione che denunciava i gravissimi atti di terrorismo contro i cristiani in Egitto , Nigeria ed Iraq e le violenze in Pakistan ed Iran.

Il documento chiedeva che l’azione diplomatica dovesse garantire la libertà di culto e la sicurezza delle comunità come una priorità nelle relazioni dell’Ue con il resto del mondo, anche rispetto agli accordi di cooperazione economica e politica.

Si richiedeva , anche, di mettere in piedi “ un elenco di misure contro gli stati che non tutelano le confessioni religiose” e la riunione dei ministri degli esteri del 31 gennaio con la Ashton avrebbe dovuto approvare le possibili misure concrete e le eventuali sanzioni economiche o politiche da applicare nel caso di Paesi che deliberatamente negassero protezione alle minoranze religiose.

La riottosità di molti paesi europei ad esprimersi favorevolmente rispetto a quanto indicato dal Parlamento dimostra i limiti della costruzione politica europea.

L’Europa non diverrà mai uno stato, e la sola moneta unica non basterà a caratterizzarlo come una realtà politica vera.

La questione delle radici cristiane non è un elemento aggiuntivo e laterale rispetto all’Europa, ma ne è l’essenza.

Questa caratterizzazione dell’Europa deve entrare come un discrimine per le alleanza che si vanno costruendo anche in sede politica interna. Qualche forza politica spaccia per vero europeismo quello che si presenta come un disegno economicistico e privo di quei riferimenti civili che appartengono alla storia ed alla tradizione del Continente.

Un’Europa senza radici cristiane , è anche un’Europa che, negando la verità non è in grado di affermare la libertà.
25/01/2011
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Magistratura e politica.
Erano trascorse appena poche ore dalla sentenza della Corte Costituzionale che aveva spostato a favore della valutazione del giudice la sussistenza dell’impedimento a presentarsi da parte dei rappresentanti del governo, che un invito a comparire, collegato ad una richiesta di processo immediato, giungeva alla Camera, nei riguardi di Silvio Berlusconi.

Balza agli occhi, in maniera evidente, che la costruzione dell’accusa è avvenuta attraverso un sistema di indagine che ha fatto dire ad un osservatore acuto ed imparziale come Piero Ostellino che ci si trova di fronte ad un “attacco alle libertà individuali”: “ non mi pare – ha scritto sul Corriere della Sera del 17 gennaio – né consono ad uno Stato di diritto, né tantomeno, ad un Paese di democrazia liberale , diciamo pure, civile, che – per suffragare le accuse nei suoi confronti – si siano monitorate centinaia di altre persone, finendo con infangarne la reputazione, quale che essa sia o si presuma che sia”.

Peraltro, ha ragione Massimo Franco che, il giorno successivo sempre sul Corriere, esprime perplessità sulla linea difensiva che il centro destra ha costruito che si esaurisce nel resistere e rifiutare il processo.

Ora, innanzitutto, la questione è come la politica possa reagire ad una situazione nella quale le iniziative della magistratura, oggettivamente, comportano una invasione del campo politico con la conseguente instabilità, indebolimento e ricorso a elezioni che si svolgerebbero in un clima nel quale il distacco degli elettori ridurrebbe la legittimazione degli organismi parlamentari e di governo.

In questa situazione, la politica è chiamata a fare il suo ruolo fino in fondo e cioè a compiere quelle scelte e ad approvare quelle riforme che tendano a irrobustirne l’attività, togliendo quei condizionamenti che finiscono per indebolirla di fronte ai poteri economici, oggi transnazionali.

Questa forza della politica si deve basare sulla piena espressione della legittimazione popolare, cioè l’investitura diretta del governo, sull’equilibrio dei poteri che escludano invasioni di campo, su una correlazione tra programmi e governo, ovvero sulla prevalenza dei programmi rispetto alle politiche di schieramento, sulla impossibilità di aprire crisi al buio, su sistemi elettorali chiamati a sostenere la stabilità e le aggregazioni politiche e a penalizzare il frazionismo.

Il sistema politico della prima repubblica che aveva per anni mantenuto un suo equilibrio ed una sua positiva operatività, va cambiato fino in fondo, con una stagione di riforme costituzionali che pongano l’Italia nella condizione di affrontare le sfide che la condizione della globalizzazione comporta. Ne va della sopravvivenza del Paese: a ben vedere la crisi di crescita economica dell’Italia si è svolta parallelamente alla crisi politico istituzionale che ha accompagnato la fine della prima repubblica e la mancata trasformazione istituzionale del Paese.

Chi è in grado di far compiere all’Italia questo percorso riformatore ?

La sinistra è, oggettivamente, la forza più conservatrice sulla scena politica: essa è culturalmente legata all’attuale sistema costituzionale che costituisce la camicia di Nesso del Paese.

Berlusconi ha trasformato di fatto il sistema politico instaurando una condizione bipolare, ma senza le riforme costituzionali questa condizione appare fragile e aperta al ritorno dei vecchi metodi e delle antiche politiche consociative.

Potrebbe Berlusconi dar vita a questa necessaria politica di cambiamento?

Nonostante la pesantezza delle accuse e la divulgazione mediatica di aspetti non certo edificanti della sua vita privata non sembra venire meno la compattezza del suo blocco sociale ed elettorale al quale ha, tutto sommato, impresso una identità più forte di quanto non sia ritenuto dalla sinistra. I sondaggi di Piepoli paiono poterlo dimostrare.

Lo stesso atteggiamento del mondo cattolico non di sinistra, nonostante talune perplessità ( il direttore dell’Avvenire non esprime giudizi, ma un invito a fare ognuno per intero la propria parte ), non ritiene che le vicende attribuitegli possano indurre ad auspicarne la messa da parte ( Vittorio Messori su Il Giornale afferma: “meglio un politico puttaniere , ma che faccia buone leggi di un notabile cattolicissimo che poi fa leggi contrarie alla Chiesa” ).

La compattezza politica del centrodestra non sembra essere in discussione poiché senza Berlusconi è difficile per la Lega realizzare il federalismo e lo stesso Tremonti, senza il premier, apparirebbe come un tecnico pregiatissimo, ma senza valore politico.

Che dovrebbe fare Berlusconi?

L’invito ad andare dai giudici ricorda molto da vicino l’invito rivolto a suo tempo a Craxi di farsi processare.

Craxi preferì l’esilio politico al riconoscimento ed alla legittimazione dell’operazione mani pulite. Certo l’obbiettivo è quello di fargli fare la fine del leader socialista. Se Berlusconi si presentasse dai giudici riconoscerebbe la legittimità di un’azione giudiziaria criticata dai più seri opinionisti liberali.

Berlusconi deve essere in grado di imprimere una svolta e cambiare lo spartito sul quale si cerca di far suonare la politica italiana.

Le difficoltà e gli ostacoli hanno sempre risvegliato nel premier la sua più profonda e forte capacità di reazione e di vitalità politica. Probabilmente siamo alla prova decisiva.

Verificata la sussistenza della maggioranza e portato a termine la riforma federalista, deve scendere sul terreno delle riforme e su questo arrivare allo scontro finale.

La politica italiana, certamente si dividerebbe, tra riformatori e conservatori e se dovessero mancare i numeri e si dovesse andare ad elezioni su questo scontro si dovrà basare la campagna elettorale.
11/02/2011
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Svolta in sicilia:l'UDC per il riconoscimento delle coppie omosessuali
Il deputato Pino Apprendi (PD), come sostiene lui stesso “all’indomani del Gay Pride di Palermo”, ha ritenuto di presentare una proposta di legge che “ risponda alle esigenze rappresentate da coppie conviventi eterosessuali e omosessuali”.

Questa legge prevede il riconoscimento di “ogni forma di convivenza, rifiutando qualsiasi discriminazione legata all’etnia, alla religione e all’orientamento sessuale”.

Fino a qui non ci sono novità. Nel PD, è noto, non si sono riversate quelle idee che un tempo facevano dire a Sartre, di antica militanza comunista, che il nazionalsocialismo era una accolita di omosessuali.

Il lato comico della proposta è che essa prevede l’istituzione dell’elenco regionale delle unioni civili presso … l’assessorato regionale alla famiglia.

Il lato serio della vicenda è che il capo gruppo dell’UDC, Giulia Adamo, ha firmato questa proposta e si è presentata alla conferenza stampa affermando di “aver aderito all’UDC per l’apertura fatta da Casini al mondo laico con l’obbiettivo di mettere insieme i valori laici con quelli cattolici”.

La Giulia Adami ha, come dire, contestualizzato la sua presa di posizione affermando che “ l’UDC ha avuto la forza di voltare pagina .. e che , sui temi etici il Nuovo Polo lascia piena libertà di coscienza”.

Il lato patetico della vicenda è quello che vede, due ore dopo l’annuncio della responsabile dell’UDC nell’Assemblea, intervenire il coordinatore regionale dell’UDC siciliano Gaimpiero D’Alia dichiarando che “l’onorevole Giulia Adamo ha firmato il ddl per il riconoscimento delle unioni civili a titolo del tutto personale”.

L’UDC che continua, sul piano politico a manifestare una disponibilità tattica altalenante a destra e a sinistra con l’obbiettivo di rafforzare il centro, ora arriva ad esprimere sul piano dei valori etici una doppia posizione.

Ma non è in questo modo che si rafforzano le ragioni ideali di un partito e i presupposti di una politica per la famiglia fondata su valori autentici.
11/01/2011
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D'Alema, Casini e...Ruini.
Era nell’aria.

Il PD ed in particolare D’Alema, dopo una serie di prese di posizione – no al bipolarismo, si al sistema tedesco, si al terzo polo, offerta di una larga coalizione, disponibilità a indicare il leader dell’UDC a candidato premier - stavano osservando con attenzione i rivolgimenti tattici di Casini, con qualche segno di nervosismo.

Alla fine del periodo festivo l’ex Presidente del Consiglio ha rotto gli indugi e, in una intervista sul Riformista ha preso di petto la questione. Anche perché, secondo lui, il tempo delle scelte si avvicina poiché “Berlusconi pensa alle elezioni” e la finale elettorale e politica sta per essere giocata.

“ Non riesco a capire bene – ha detto a Stefano Cappellini - dove possa condurre la tattica dell’UDC che non vuole andare con Berlusconi ma non vuole lo scontro”. Per aggiungere: “ Si tratta di una posizione ambigua e logorante”.

Casini ha risposto sul Corriere della Sera del 10 gennaio da par suo: “ Non mi sento per nulla intimidito da D’Alema , un amico con cui ho da tempo un dialogo proficuo”. Gli esegeti del linguaggio democristiano sanno bene che le parole “amico” e “dialogo”, possono significare tante cose. Chi non ricorda la allocuzione piena di un senso minaccioso con la quale, in anni lontani, Fanfani appellò il “governo amico” di Pella?

“ Ma D’Alema - continua Casini – finge di non capire che io ho già scelto” e aggiunge, con grande destrezza, rimettendo nell’angolo l’incauto laeder maximo: “ l’unica cosa che mi può far cambiare opinione è che scelga il PD; cosa che si ostina a non fare”; e chiarisce: “il PD cerca sempre di assemblare, ma io non sono assemblabile. Non possiamo fare alleanze di governo con chi sbandiera il giustizialismo come Di Pietro, o con chi come Vendola sceglie la FIOM anziché la Cisdl e la Uil, Landini e non Bonanni”.

Sembrerebbero parole chiarificatrici del leader dei centristi che, comunque, influenzeranno la imminente riunione della direzione dei democratici, creando ulteriori difficoltà interne poiché difficilmente il PD potrà fare a meno di riconfermare l’alleanza con Di Pietro e Vendola, anche perché il giustizialismo e la sinistra come linguaggio utopistico sono dentro il suo corpo elettorale, non essendo riuscito a divenire una forza politica realmente moderata e riformista. E’ come se l’ombra di Craxi e la sua uccisione politica pesino ancora dentro il Partito democratico.

Ma su altre questioni Casini mantiene un ampio margine di ambiguità.

Quando gli viene fatto notare da Cazzullo che sulle questioni etiche vi sono “divergenze” nel terzo polo, Casini se la cava riferendo che “la maggioranza dei parlamentari di Fli la pesano esattamente come noi”, ignorando le continue e coerenti prese di posizioni di Fini lontanissime dalle posizioni cattoliche. Qui è sin troppo evidente il suo tatticismo che, per far pesare più voti parlamentari, gli fa velo sulle diffide poste ripetutamente da Avvenire. Questo ostinato rifiuto di lasciare il Presidente della Camera nel suo isolamento non può passare inosservato.

Infine ciò che continua a non essere chiaro in Casini è il quadro del sistema politico sul quale pensare il futuro del Paese.

Il cardinale Ruini nell’intervista al Corriere della Sera del 24 dicembre aveva affermato che “il bipolarismo è un tentativo di adattare all’Italia, e alla molteplicità dei suoi soggetti politici, uno schema che consenta l’alternanza e una certa governabilità”.

La difesa del bipolarismo e del maggioritario da parte dell’ex Presidente della CEI, tuttavia, “ non convince” Casini, ma questa presa di posizione dimostra, invece, che il tempo del compromesso costituzionale che fondò il proporzionalismo e il consociativismo è, a giudizio di Ruini, finito.

Riuni guarda avanti ad un Paese che di fronte alle sfide di oggi si dia un assetto politico stabile e fondato sulla coerenza dei programmi, i soli ad essere valutati dalla Chiesa.

Casini minimizza: “ le questioni etiche non diverranno certo il laboratorio di alleanze politiche”, aggiungendo “ guardiamoci dal neoclericalismo”.

Ruini ha posto una questione che riguarda l’Italia ed il suo futuro, Casini risponde guardando alla sua convenienza politica. Non sarà facile andare lontano.
22/12/2010
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Lo scarabocchio di D'Alema.
Massimo D’Alema non ha più un disegno politico.

Quello per il quale si sta spendendo è un accordo tra il Partito Democratico e il cosiddetto Terzo Polo, tentando di mettere insieme anche il SEL di Vendola e, possibilmente, l’IDV. Ma questo composto è qualcosa di meno amalgamabile dell’Unione di Prodi che aveva come collante l’ideologia della scuola di Bologna.

Del resto è evidente che l’antiberlusconismo, non può riuscire dove è fallito il dossettismo.

D’Alema subisce ancora i danni arrecati da Veltroni che non solo concepì l’utopia di una partito “liberal”, ma, soprattutto, archiviò il tentativo dalemiano di una forza socialdemocratica di tipo europeo che poteva tentare un’alleanza con il centro. Sbarrò la porta alla sinistra neo comunista, ma la spalancò al giustizialismo di Di Pietro, ed oggi, questi provoca Bersani dicendogli che IDV e SEL potrebbero da soli rappresentare gli elettori del centrosinistra.

Il Terzo Polo non è il centro. FLI attacca i manifesti con l’impegno ad andare più a destra. E’ un’alleanza tattica di una fragilità evidente: già sulla riforma universitaria si è diviso in tre, poi, la questione dei valori, inizialmente elusa da Casini, sta segnando differenze non colmabili con Futuro e Libertà, mentre è evidente a tutti il raffinato e dinamico tatticismo di Casini che un giorno apre a sinistra e l’altro “non chiude” al centrodestra, mentre Fini appare rattrappito sulla sua sconfitta, logorato anche dalla ostinata intenzione di non dimettersi dalla Presidenza della Camera, come ormai anche il PD gli chiede. Poi ci sono le questioni non risolvibili.

D’Alema sa che è impossibile portare Fini ad una alleanza che comprenda la sinistra di Niki Vendola, anche se fosse vi arriverebbe nudo, privo di voti; si accontenterebbe di coinvolgere, l’ UDC che, però, non può “vendersi l’anima” per la candidatura alla premiership di Casini. Nell’epoca del postcollateralismo pesano, ancor di più sul partito di centro le richieste ecclesiastiche di coerenza nei contenuti e nelle alleanze politiche.

L’alleanza ipotizzata da D’Alema, infine, ha un elemento di debolezza che potremmo definire strutturale: al suo interno comprenderebbe due posizioni radicali: il giustizialismo di Di Pietro e il populismo neocomunista di Vendola. Una alleanza deve pur avere una ragione programmatica e politica e tali posizioni radicali non sono coniugabili con una proposta moderata e riformista.
01/12/2010
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I reports di Dibble su Berlusconi e i giudizi di Kissinger su Moro.
Fanno scalpore i giudizi di tal Elisabeth L. Dibble, da ottobre vice assistente segretaria dell’Ufficio Affari Europei ed Euroasiatici al Dipartimento di Stato e ,tra il 2008 e il 2009, vice capo missione e incaricato d’affari all’ambasciata statunitense a Roma.

L’autrice dei rapporti sul Presidente del Consiglio viene presentata come l’espressione di quel che pensano gli americani di Berlusconi, dando a questo “vice capo missione” una rilevanza eccesiva.

Non altrettanto scalpore, anzi, un moto di ripulsa , ebbero giudizi ben più drastici, a suo tempo, espressi da un importante Segretario di Stato americano, Henry Kissinger, su Aldo Moro.

Vogliamo rievocarli per evidenziare come, in alcune circostanze , gli Stati Uniti hanno giudicato i rappresentanti del nostro Paese, a prescindere da Berlusconi, e come il nostro giornalismo, spesso, valuti la consistenza delle informazioni sulla base di un “partito preso”.

Scrive Henry Kissinger a pagina 94 del primo volume delle sue memorie su “Gli anni della Casa Bianca”(Sugarco Edizioni 1980): “ Moro chiaramente era il personaggio di maggior spicco. Era tanto taciturno quanto intelligente; possedeva una formidabile reputazione intellettuale. L’unica prova concreta che ebbi di questo suo ingegno fu la complessità bizantina della sua sintassi.

Ma poi gli feci un effetto soporifero; durante più della metà degli incontri che tenne con me mi si addormentò di fronte; cominciavo a considerare un successo il semplice fatto di tenerlo desto. Moro si disinteressava chiaramente degli affari internazionali.

Era lo stratega del Partito per eccellenza, destinato ad architettare con straordinaria sottigliezza nuovi sbocchi in tema di politica interna; si assunse il portafoglio degli Esteri non per intima vocazione, ma come puro e semplice trampolino di potere “.
22/11/2010
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Dal Professor Sartori una proposta assai confusa.
Il professor Sartori ancora sul Corriere della Sera del 18 novembre ( “Una Repubblica assai confusa”) insiste nella sua critica al premio di maggioranza.

Cosi dice: “ sia chiaro: un premio di maggioranza è accettabile se rinforza chi ha già vinto il 50,01 per cento dei suffragi; ma non se trasforma una minoranza in una maggioranza come fa il Porcellum attribuendo il 55 per cento dei seggi alla maggiore minoranza”.

Il ragionamento ha una sua logica , ma la realtà dei sistemi elettorali italiani dimostra cose diverse.

Cominciamo dall’affermazione di trasformare una minoranza in una maggioranza.

Questo avviene spesso nelle elezioni regionali, regolate da un sistema elettorale che, tuttavia, non viene contestato dall’illustre politologo.

Ad esempio, il tanto esaltato Vendola governa con il 60 per cento la Puglia pur avendo ottenuta solo la più alta minoranza (48,69 % ) ed ha in Consiglio 47 seggi , rispetto ai 27 del suo più votato avversario Palese che, peraltro, ha ottenuto il 42,25 % dei voti.

Il sistema elettorale con premio di maggioranza della Puglia ha attribuito 20 seggi in più alla coalizione che ha sostenuto Vendola pur avendo ottenuto solo il 6, 44 % in più dei voti.

E’ democratico, secondo il professor Sartori, questo sistema elettorale?

Ci viene il dubbio che non siano considerati democratici solo quei sistemi elettorali che potrebbero permettere a Berlusconi di vincere le elezioni, ottenendo più voti dell’avversario, e governare, mentre democratici sono gli altri sistemi che consentono ad un antiberlusconiano di governare, con larga maggioranza, pur non avendo ottenuto il fatidico 50,01 per cento.

Aggiunge il noto professore che “il bipolarismo tedesco ha sempre funzionato bene con un terzo partito minore al centro”.

A parte il fatto che negli ultimi anni anche il sistema elettorale tedesco non sempre ha consentito il formarsi di una stabile maggioranza di governo e si è dovuto ricorrere alla grande coalizione, ma, soprattutto, il sistema bipolare tedesco ha funzionato non solo e non tanto come sistema elettorale, ma come sistema politico. La presenza dei due grandi partiti democratico cristiano e socialdemocratico e l’assenza dei comunisti ha determinato una forte tendenza bipolare sulla quale si poggiava, anche per vocazione politica e per scelta, il partito liberale, quasi sempre alleato della CDU/CSU.

Immaginiamo un meccanismo elettorale di questo tipo che plani sul sistema politico italiano e la sua proverbiale tendenza alla frammentazione , sviluppatasi ai tempi del mattarellum e parzialmente ridotta solo con la legge elettorale vigente.

Senza l’indicazione di un leader, di una coalizione e di un programma, ma affidandosi alla sola soglia elettorale del tre- cinque per cento, si eleggerebbe un Parlamento balcanizzato nel quale, anche la presenza di formazioni politiche che nulla hanno di politico ( IDV, Grillo, ) renderebbe impossibile qualsiasi stabile mediazione politica.

E, nell’attuale sistema fondato sul leaderismo chi avrebbe la capacità di svolgere quell’alta mediazione politica che c’era ai tempi della prima repubblica e che peraltro, neppure a personaggi politici come Aldo Moro consentiva di ottenere una forte stabilità politica?

La stabilità politica, cioè il formarsi di una maggioranza, è una necessità che il sistema politico italiano deve mantenere se non rafforzare, in un clima politico individualistico, trasformistico, con forti influenza esterne alle stesse forze politiche.

L’accusa che l’attuale sistema bipolare non abbia assicurato la necessaria stabilità è del tutto strumentale, in quanto se l’ampia maggioranza uscita dalle urne nel 2008 è venuta meno ciò è stato determinato da ambizioni politiche e personali. Se è stato tradito il patto politico e programmatico con gli elettori dal gruppo politico dei finiani, il tutto non è certo stato causato dal sistema elettorale.

Togliere il premio di maggioranza significa esporre ancor più il governo del Paese ai mutevoli umori ed alle ambizioni personali e politiche, giungendo, in sostanza, ad indebolire il sistema politico a tutto vantaggio di quei poteri che pensano di essere tanto più forti, quanto più si indebolisce il potere politico.

L’Italia ne ha avuto un esempio con la crisi dei partiti nei primi anni novanta dalla quale deve ancora uscirne.

E, non a caso, ora, come allora, si fa avanti la soluzione tecnocratica sotto la specie del governatore della BANCA D’ITALIA o di un ex presidente di CONFINDUSTRIA.

Ma la partita politica che sembrava avviata, verso un certo risultato, cioè l’eliminazione di Berlusconi, si sta riaprendo.
16/11/2010
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Fini scrive all'avvenire, ma il direttore ribadisce: "non c'è una risposta chiara e convincente".
Con i toni che si addicono al quotidiano della CEI, il suo direttore Marco Tarquinio risponde ad una lettera che Gianfranco Fini ha inviato al giornale dopo la ferma stroncatura del discorso di Bastia Umbra.

La lettera del Presidente della Camera usa un tono basso nel ribadire l’”umana disponibilità” nei riguardi di “coloro che versano in situazioni di forte disagio causato dall’assenza di adeguate politiche di integrazione e di difesa dei diritti”. Il testo inoltre ribadisce che “di fronte all’insufficienza di forme e istituti giudici” non ritiene giusto “ignorare alcune legittime esigenze che meritano di essere prese in considerazione dal nostro ordinamento, in virtù di quell’idea di ‘laicità positiva’ intesa come punto di incontro tra diverse concezioni etiche presenti nella società”.

La banale lettera di Fini si conclude rilevando come “il nostro Paese sia molto più avanti, in termini di scelte e di orientamenti culturali, di quanto talvolta lo sia la classe politica italiana” ed, infine, sottolineando che occorra “giungere ad una nuova ‘dimensione etica e morale’… perseguita con il contributo fattivo ed intelligente di tutti i ‘grandi attori’ che operano nel nostro territorio a cominciare dalla Chiesa cattolica…”.

A parte la superficialità degli argomenti messi in campo dal neoleader di Futuro e Libertà, questa lettera, ribadendo la neutralità dello stato di fronte alle questioni etiche o, peggio, sostenendo un’etica laicista, è la dimostrazione di come Fini sia su posizioni opposte rispetto a quelle sulle quali oggi la Chiesa invita ad essere come cattolici.

Il politico cattolico, ha scritto nel suo libro “Il cattolico in politica” monsignor Giampaolo Crepaldi, “non si nasconderà dietro questioni tecniche e non si intenderà come un vigile che si limita a regolare il traffico, indifferente a dove vada la gente”., aggiungendo: “la politica” CHE “ deve avere a cuore il sistema morale globale di riferimento del proprio contesto sociale”, “ non è solo amministrazione di cose”.

Non a caso il direttore di Avvenire nel rispondere a Fini gli ricorda “il valore non negoziabile” dell’idea di famiglia, e, nel riferirsi ad un ambito più generale, cioè nel “fare leggi”, ribatte che “non può darsi uno ‘Stato neutrale’ “; aggiungendo le parole pronunciate dal presidente della CEI, cardinal Bagnasco: “ Se uno Stato , in nome di una ipotetica neutralità o di altri pregiudizi, non si allarmasse a fronte di un prosciugamento dei presupposti etico-culturali cui deve invece attingere se vuole prosperare, come potrà rispondere con solidarietà e giustizia a situazione e sfide emergenti ? ”.

E’ il senso della caritas in veritate e di tutto l’insegnamento di Benedetto XVI, la carità non può essere disgiunta dalla verità.

Proprio per questo, nella conclusione della risposta e riprendendo la questione posta dal presidente della CEI, Marco Tarquinio sottolinea: “Trovo che questa sia una delle domande-chiave nel tempo che viviamo. E nella sua cortese e utile lettera, per la quale la ringrazio, onorevole presidente Fini, non c’è purtroppo una risposta chiara e convincente”.
01/09/2010
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Riforma della legge elettorale o/e riforma della costituzione?.
Era l’inizio del 1971 e cominciava quello che Bruno Vespa definì nella sua ricostruzione della storia d’Italia “il decennio buio della Repubblica”.

Il decennio vide il tramonto della formula politica di centro-sinistra e la crisi di un sistema politico emblematicamente rappresentata dall’uccisione di Aldo Moro che quella formula aveva avviato e gestito. Si era in presenza di una poco avvertita crisi istituzionale che andava logorando le forze politiche e con l’indebolimento il sistema istituzionale ed il Paese assistevano all’espandersi dell’eversione, anche armata.

Il “correntismo” della Democrazia Cristiana sviluppava strategie mutevoli, spesso articolate anche sulle linee politiche delle altre formazioni politiche; una tessitura complessa nella quale l’attività di governo subiva il logoramento dovuto alla sempre maggiore difficoltà di mediazione politica.

In quel periodo, anche all’interno della DC, cominciarono ad affacciarsi tesi sulla necessità di superare il sistema proporzionale, sia come regola interna ai partito – si arrivò all’elezione diretta dei Segretari politici (1976) - , sia come metodo elettorale, mentre presero il via le proposte di superamento del sistema parlamentare, per intravedere forme di presidenzialismo che giunsero in seguito ad applicarsi per le elezioni dirette dei Sindaci, dei Presidenti delle Province e delle Regioni (1993)

Nel dibattito politico, in quegli anni, si innestarono, con grande rilievo, le tesi della scienza politica che si dipanavano dall’Istituto Cesare Alfieri dell’Università di Firenze.

Giovanni Sartori insegnava ancora in Italia e nel primo numero della Rivista Italiana di Scienza Politica (1971) pubblicava un saggio destinato ad aprire un importante dibattito: “Proporzionalismo, frazionismo e crisi dei partiti”.

In esso veniva affermato che “mentre il proporzionalismo non è, da solo, causa efficiente di multi-partitismo, diventa, da solo, causa sufficiente di multi-frazionismo”. Il sistema politico italiano veniva definito come “pluralismo polarizzato” e tendeva a riprodurre i propri inconvenienti all’interno dei partiti; Sartori così concludeva: “A certi effetti siamo ancora governati dai partiti; ma ad altri effetti le vere unità operative sono le frazioni, e quindi il nostro è diventato un sistema di sottopartiti. Si badi: un sistema autonomo, che va per suo conto, di sottopartiti. Autonomo a tal punto che il gioco delle frazioni non si svolge soltanto per linee interne (al partito di appartenenza), ma anche per linee esterne, e cioè in sostanziale alleanza con frazioni di altri partiti”.

Sul saggio di Sartori intervennero numerosi intellettuali e politici.

Sempre sulla Rivista Italiana di Scienza Politica, nel n. 2 dell’anno successivo apparve un saggio del prof. Antonio Lombardo, allievo dello stesso Sartori, che concludeva, usando una metafora proposta da Stefano Passigli, con l’indicazione di quella che riteneva essere la soluzione da dare alla crisi del sistema politico dilaniato dal frazionismo: “Se vogliamo dare un fondamento realistico ai nostri paragoni, dobbiamo definire chirurgico solo l’intervento che è veramente tale: e cioè quello di ingegneria costituzionale. Se volessimo usare i ferri, la via sarebbe quella della riforma istituzionale. Senza mezzi termini bisogna dire che l’intervento chirurgico è uno solo: quello che consente di creare la leadership non al vertice dei singoli partiti, ma al vertice delle istituzioni. Cioè, l’intervento cui molti pensano e che alcuni chiedono, che porterebbe all’instaurazione di una repubblica presidenziale; o, almeno, ad un sistema di cancellierato”.

Come si sa le ricette dei politologi non fanno la storia.

Quasi quaranta anni dopo, il sistema elettorale si è parzialmente trasformato attraverso l’improprio uso dei referendum negli anni ‘90 e con provvedimenti legislativi del tutto scoordinati: prima la legge elettorale maggioritaria, poi il proporzionale con premio di maggioranza, quindi la riduzione e, poi , la eliminazione delle preferenze e l’indicazione del premier sulla scheda.

I risultati politici sul piano istituzionale, tuttavia, sono incompleti.

Le frazioni sono state ridotte, ma non annullate, la leadership si è affermata a livello dei partiti, ma la condizione politica della stabilità non è stata ancora pienamente conseguita, anche se non siamo in presenza di frequenti crisi politiche, come al tempo della prima repubblica. E, tuttavia, siamo ancora nella transizione.

A fine agosto, si è tornati a parlare del sistema elettorale che trova scarsa attenzione nell’opinione pubblica, delle cui priorità, ci si interessa solo quando, strumentalmente, si vogliono contrastare alcune iniziative del governo in materia di riforma della giustizia.

Le ricette suggerite oggi sono tre: il ritorno ad un sistema elettorale che ripristini il proporzionalismo con soglia di accesso, secondo il sistema tedesco,oppure il ritorno ai collegi uninominali già sperimentati con il “mattarellum” o, infine, una correzione del sistema elettorale attuale che reintroduca la preferenza, ma realizzi anche l’elezione diretta del presidente della repubblica, con i relativi poteri di tipo francese (presidenzialismo o semipresidenzialismo) o, del presidente del consiglio (cancellierato).

03/08/2010
[stampa]
Crisi politica e sovranità popolare.
La rottura tra Berlusconi e Fini con la conseguente costituzione di gruppi separati al Senato e, soprattutto, alla Camera preannuncia, nonostante alcune dichiarazioni distensive da parte di esponenti finiani, una prosecuzione difficoltosa della legislatura per la maggioranza e per il Presidente del Consiglio.

Il programma di riforme, dalla giustizia a quelle più propriamente costituzionali, va ad incidere su complesse strutture di potere consociativo e di conservatorismo del sistema per le quali, difficilmente, una ridotta maggioranza potrà “tenere” di fronte alle resistenze che verranno poste in atto, con ogni tipo di pressione.

E’ altrettanto improbabile che la pattuglia dei fedeli del Presidente della Camera consentirebbe al premier di portare avanti il programma riformista che avrebbe l’effetto di rafforzare la figura e il successo politico di Berlusconi.

Alternative a Berlusconi non ce ne sono.

Pierferdinando Casini il più attento e capace manovratore del sistema, comprendendo che l’alleanza di tutti contro il premier è impresa impossibile e squalificante cioè priva di connotati politici, , da mesi ha indicato un governo di unità nazionale come una modalità per uscire dal possibile stallo politico che già aveva intravisto.

Per questa scelta occorrerebbe l’accordo dello stesso Berlusconi o un colpo di palazzo con la sua messa in minoranza. Tutte e due le ipotesi non sono obbiettivamente prevedibili.

Si va profilando, infine, una ennesima ipotesi: quella di una soluzione “tecnica” cioè di un governo presieduto da una personalità non appartenente al mondo politico, soluzione che viene teorizzata da quel complesso di poteri che da tempo continua a menar fendenti sui partiti e gli esponenti politici.

E’ una soluzione tecnocratica che ricorda quella che consentì a Ciampi di assumere la Presidenza del Consiglio ai tempi del declino della cosiddetta prima repubblica.

C’è tuttavia una differenza che non consente oggi di ripetere quanto avvenne nell’aprile del 1993 fino al maggio del 1994 ( Governo Ciampi).

Il sistema politico ha subito un profondo cambiamento: dalla repubblica dei partiti siamo passati ad un sistema politico nel quale, anche se non compiutamente, la scelta di chi governa è decisa dalle elezioni politiche nella quali i cittadini votano un programma, una coalizione , un premier.

Cancellare la scelta degli elettori del 2008 ed eleggere, se pur transitoriamente, un governo con lo scopo di cambiare la legge elettorale, è una prospettiva da “golpe democratico”.

Si vorrebbe,con un governo tecnico, cambiare una legge, quella attuale, che stabilisce un sistema politico bipolare, con un’altre legge che porterebbe al ritorno del proporzionale. Questo cambiamento è ben più profondo di quanto non appaia poiché questa nuova legge toglierebbe al cittadino la scelta di chi governa per riaffidarla ai partiti che sarebbero liberi di decidere maggioranze variabili come si è sempre tentato da quanto è stato istituito l’attuale bipolarismo incompiuto.

E’ una scelta che va ad incidere sulla costituzione materiale oggi vigente e questa decisione può essere presa non da una coalizione temporanea di partiti messi insieme da un comune denominatore antiberlusconiamo, ma da una coalizione di forze politiche che presentando questo obbiettivo programmatico dovesse ottenere il necessario consenso degli elettori.

Al di là dell’ improbabile accordo su questo nuova legge elettorale – Veltroni ha già ribadito che “non bisogna buttare a mare il bipolarismo” – questa svolta, che qualcuno vorrebbe dare al sistema politico, assumerebbe un connotato non democratico sul quale, certamente, rifletterebbe il Presidente della Repubblica.

Napolitano non è Scalfaro.

La via ordinaria di fronte ad una crisi di governo non potrà che essere il ricorso al popolo la cui sovranità è scritta nella Costituzione.
19/07/2010
[stampa]
Il caso Fiat e il rispetto delle regole.
Quando il licenziamento non è più un tabù?.
Tensione alla Fiat. Sono tornati gli scioperi in tutti gli stabilimenti del gruppo torinese proprio mentre il Lingotto indica con un consiglio di amministrazione presso la sede americana della Chrysler la strada dello scorporo che prenderà le mosse a partire da settembre.

Lo scontro sindacale è partito dalla Fiom-Cgil prima con l’opposizione alla chiusura di Termini Imerese nel dicembre del 2011 e poi con la mancata firma all’accordo sulla ristrutturazione dello stabilimento di Pomigliano d’Arco dove il gruppo torinese intende investire 700 milioni per produrre la Panda riportandola dalla Polonia in Italia.

Ad aggravare la tensione si sono inseriti altri due fatti: il mancato saldo del premio di produzione aziendale non essendo stati raggiunti gli obiettivi fissati e i licenziamenti annunciati dall’azienda nei confronti di tre operai ( di cui due delegati Fiom)di Melfi, accusati di aver “boicottato” la produzione, bloccando ,con un corteo interno, i robot adibiti al rifornimento delle attività dei lavoratori che non intendevano scioperare.

Una serie di episodi che evidenziano profonde divergenze di vedute tra la Fiom-Cgil e l’azienda ma anche tra le tute blu di Epifani e quelle degli altri sindacati che costituiscono la maggioranza come ha dimostrato il referendum nello stabilimento campano di Pomigliano ( l’accordo separato è passato con oltre il 70 per cento dei sì).

La vicenda Fiat riporta in superficie il ruolo di un tipo di sindacalismo considerato troppo legato alla lotta di classe e poco partecipativo come avvenuto invece negli Usa con la crisi del colosso dell’automobile, tornato all’utile operativo di bilancio, grazie alla cura Fiat, ad appena ad un anno dal rischio di fallimento.

La Fiom insiste nelle posizioni di rottura. Persino il “ moderato” Raffaele Bonanni, segretario della Cisl, ha invitato la Fiat “ a non inseguire l’irresponsabilità della Fiom”. E Luigi Angeletti della Uil ha ricordato che in Italia “ non si può licenziare se non per giusta causa”.

E allora questo è il punto: i tre operai di Melfi, accusati di aver sabotato la produzione durante uno sciopero, hanno fermato o no alcuni carrelli automatici di rifornimento alle linee? Se sì il licenziamento è una misura prevista anche dallo statuto dei lavoratori. A meno che la Fiom e la Cgil non vogliano far passare il principio che, comunque, in Italia non si può licenziare nessuno. Neppure i dipendenti assenteisti, neppure coloro che usano i mezzi aziendali impropriamente, neppure quando si assentano per malattia durante le partite di calcio, neppure quando fanno un doppio lavoro, neppure quando insultano i capi oppure minacciano o violentano colleghe.

La difesa del posto del lavoro è legittima ma le regole, aziendali e generali, vanno rispettate. Il licenziamento è sempre un fatto traumatico. La decisione dell’amministratore Sergio Marchionne di procedere al licenziamento dei tre operai di Melfi in piena bagarre sindacale è un segnale che si vuole rompere un tabù e cambiare atteggiamento nei rapporti tra azienda e lavoratori. Come in tutte le cose che accadono in Italia sulla vicenda non mancano i tifosi dell’una e dell’altra parte.

Il Ministro del lavoro Maurizio Sacconi ritiene che sia “ comprensibile che l’azienda voglia avere ordine nel rispetto delle leggi e delle regole. Il che non vuol dire ridurre il diritto di sciopero ma impedire che questa azione si trasferisca su quelli che non la vogliono compiere ed evitare che una minoranza possa interrompere la produzione”.

Una questione di cultura delle relazioni sociali. Troppo spesso in Italia ognuno vuole farsi le regole per conto e uso proprio.
23/06/2010
[stampa]
Nuove regole del patto di stabilità di Maastritcht.
Case e Risparmio contro debito pubblico.
Il risparmio delle famiglie italiane e la proprietà della casa per oltre l’ottanta per cento dei cittadini sono il punto forte dell’economia reale. Anzi il puntello contro gli sbandamenti dell’elevato debito pubblico che ha raggiunto nel 2009 il 118 per cento del prodotto interno lordo.

La propensione al risparmio e la preferenza d’investire sul mattone fanno così dell’Italia uno dei paesi più solvibili dell’Eurozona. L’assalto della speculazione che ha colpito la Grecia, la Spagna, il Portogallo, l’Irlanda non si è esteso alla penisola perché l’indebitamento medio delle famiglie è tra i più bassi d’Europa e perché la gran parte dei titoli di Stato ( che costituiscono il debito pubblico) è in mano dei privati cittadini e non di enti, associazioni, banche straniere.

Il principio che il risparmio delle famiglie deve essere protetto è codificato all’art.47 della Costituzione anche se questa azione è stata a volte trascurata dalla legislazione.

Sono molte le cause che possono incidere sulla ricchezza delle famiglie italiane e tra queste l’inflazione, le tasse eccessivamente pesanti, le espropriazioni, gli scandali finanziari.

Resta, però, un punto fermo: l’acquisto della casa dove si vive è un obiettivo da raggiungere anche in periodi di maggiori difficoltà e turbolenze economiche e da parte dei giovani.

I mutui casa sono cresciuti nell’ultimo trimestre del 2009 dell’8, 2 per cento per un ammontare di circa 247 miliardi. Secondo l’Istat il 73, 3 % delle famiglie residenti ( 17, 3 milioni su circa 24 milioni) e il 74, 7 degli individui (44 milioni) vive in abitazioni di proprietà. A queste cifre bisogna aggiungere il 9,1 di famiglie( 2 milioni) e l’8,7% degli individui che beneficiano di alloggi in usufrutto o uso gratuito, fenomeno diffuso soprattutto nel Sud. Solo il rimanente 17, 7 per cento ( circa 4, 2 milioni di famiglie e il 16,6% di individui ( 10 milioni) sono in affitto.

Il processo di crescita, invece, del risparmio ha subito un rallentamento a causa della crisi che ha colpito anche le famiglie. Secondo l’Istat ,infatti, sono salite dal 15 al 17% le persone oltre i 14 anni che incontrano molte difficoltà ad arrivare a fine mese. Negli ultimi 14 anni, tuttavia, la ricchezza delle famiglie è cresciuta costantemente passando da 4.212 miliardi del 1995 agli 8.414 del 2007. Il risparmio, pur diminuito, raggiunge ancora i 44 miliardi di euro. E nel 2008 c’è stato un aumento di 1.115 miliardi.

Con questo quadro alle spalle il governo italiano ha proposto e ottenuto dal Consiglio europeo di tenere conto nella valutazione della solvibilità di uno Stato non solo il debito pubblico ma anche altri parametri, quali quelli dell’economia reale. L’Italia ,pertanto, si presenta a riscrivere con gli altri 27 paesi dell’Ue le regole di Maastritch sul “ patto di stabilità” da una posizione meno negativa di Grecia, Spagna, Portogallo, Irlanda, Inghilterra.
01/06/2010
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Apprezzamenti sulle misure di Palazzo Chigi come punto di partenza per le riforme e la crescita economica.
Sacrifici ma finalizzati alla crescita manovra economica al vaglio paese.
Manovra correttiva di Palazzo Chigi, assemblea annuale degli imprenditori privati, considerazioni finali del Governatore della Banca d’Italia. Tre momenti ravvicinati nel fine maggio per analizzare e riflettere su quanto sta accadendo in campo economico e finanziario in Italia e nel mondo. Un ventaglio di ipotesi, di programmi, di proposte che, partendo dalla situazione di crisi mondiale e in particolare dell’Eurolandia, si riverbera sull’azione dei governi dell’Unione europea, tutti alle prese con tagli e sacrifici per mettere sotto controllo i deficit pubblici e per individuare le vie di una nuova crescita.

Emerge dalle varie angolazioni d’osservazione, innanzitutto, la necessità di cambiare passo, mentalità e modo di gestire la cosa pubblica. Dopo la crisi innescata dal crac delle banche americane, la scoperta della montagna di “ derivati” come strumenti finanziari inquinamenti, dopo il dissesto della Grecia, i declassamenti operati dalle agenzie di rating il panorama economico offre una situazione da affrontare e risolvere con tempestività e determinazione. A livello globale. Il pericolo-contagio è dietro l’angolo. Fermata la Grecia sul baratro, in pericolo default Spagna, Portogallo e Islanda i vertici mondiali hanno finalmente deciso di intervenire con forza politica ponendo molti paletti.

Dall’euro non si torna indietro ha osservato il Governatore della Banca d’Italia Mario Draghi ma la lezione degli ultimi mesi dice che la crisi è più ampia della Comunità a sedici( l’Inghilterra adotta ancora la sterlina e molti paesi dell’est non hanno adottato la moneta unica). C’è molto da fare.

La crisi rende più urgenti le riforme: la moneta da sola non può fare l’Europa unita, la via è quella di rafforzare la costruzione europea in termini politici, con un governo dell’Ue più attivo nella disciplina dei bilanci pubblici e nel progresso delle riforme strutturali a partire dal patto di stabilità e crescita che deve essere più vincolante e più esteso. A livello mondiale occorre, invece, una regolamentazione universale dei servizi finanziari. La lezione della crisi è che nessun paese può più fare da solo. Occorre,quindi, condivisione di obiettivi, di politiche e di sacrifici.

L’Italia, per ora, non si è sottratta alla sua parte di responsabilità. Il governo Berlusconi ha varato, a parte qualche sbavatura, una manovra con “ misure tempestive e inevitabili” ha commentato Draghi. Una manovra che riduce la spesa ma che ora deve pensare alla crescita secondo la presidente della Confindustria Emma Marcegaglia. La firma del Capo dello Stato Napolitano, dopo qualche incomprensione, ha dato il via libera ad una serie di provvedimenti che sono al vaglio del Parlamento, dei sindacati e dell’opinione pubblica. Per ora sono stati limitati i danni: è andata male ma poteva andare peggio.

Tagliare la spesa era “ indispensabile” ma l’Italia deve tornare a crescere.

La sfida allora è quella di coniugare la disciplina di bilancio con il ritorno alla crescita, una “ sfida, precisa Draghi, che si combatte con capacità di fare, equità, desiderio di sapere, solidarietà”. I primi responsabili della “macelleria sociale” sono gli evasori, un grave fenomeno che frena la crescita: tra il 2005 e il 2008 è stato evaso il 30% dell’imponibile Iva, pari a 30 miliardi l’anno e 2 punti di prodotto interno lordo. L’evasione ( il sommerso rappresenta il 16% del pil) e la corruzione nella pubblica amministrazione vanno combattute in modo radicale. Gli effetti della crisi sono stati devastanti per le famiglie italiane: nel biennio 2008-09 il pil è sceso di 6,5 punti, il reddito ridotto del 3,4, i consumi del 2,5, le esportazioni calate del 22 %.

Nelle nuove condizioni di mercato “ era inevitabile” ,pertanto, che il governo italiano intervenisse ( come hanno fatto anche Germania, Inghilterra, Francia, Spagna, Portogallo e Grecia) anche se le restrizioni di bilancio incidono sulle prospettive di ripresa, a breve, dell’economia.

Una medicina amara sulla quale le categorie economiche, la popolazione, i sindacati, le forze politiche e sociali si riservano un attento esame degli effetti e delle conseguenze.

I sacrifici di ora devono servire per varare le necessarie riforme strutturali che vadano a vantaggio della crescita e soprattutto delle generazioni giovanili che stanno pagando un duro prezzo ( la disoccupazione è al 13%). Il paese , ha commentato il premier Berlusconi, ha forze sane e sufficienti per vincere la sfida. E’ atteso alla prova. La crisi economica e finanziaria, come osserva il presidente della Commissione Ue Josè Barroso, ha spazzato via 10 anni di crescita e di progresso e non è ancora passata.
06/04/2010
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Il PD nel vicolo cieco del giustizialismo e dello scalfarismo.Una analisi di Peppino Caldarola.
Da tempo sosteniamo che il male che ha debilitato e sta conducendo alla morte il PD è rappresentato, di recente, dall’aver indossato la camicia di Nesso del giustizialismo e, più indietro nel tempo , dall’ aver assunto dosi sempre più massicce di scalfarismo.

Ci fa piacere che una chiara e gustosa analisi sul PD che coincide con le nostre valutazioni sia stata scritta da Peppino Caldarola sul Riformista del 1 aprile.

“ Al PD – scivere Caldarola – è capitata la sfortuna di essere affiancato da un giornale come la Repubblica che riesce a trasformare in piombo tutto l’oro che tocca e da un giornale antipatizzante come Il Fatto che tifa per il ‘fuoco amico’ “.

“Il quotidiano di Padellaro e di Travaglio – prosegue il giornalista - ha scelto la militanza nell’area giustizialista… Il rapporto privilegiato con le procure regala primizie giornalistiche e Marco Travaglio ha l’incarico di menare fendenti su tutti quelli che non amano le manette, ma soprattutto sugli opinionisti cosiddetti terzi”.

Il condizionamento sul PD di questa testata è evidente, soprattutto per l’alleanza che Veltroni nel 2008 ha sancito con l’IDV: “E’ il giornale di Di Pietro e Beppe Grillo…La vicenda politica italiana raccontata dal Fatto è una successione impressionante di episodi criminali che si concludono con il costante invito alla ribellione morale e con la condanna di chi propone alla sinistra un’altra linea politica”. Non sfuggono a Caldarola gli effetti di questa incisiva azione pubblicistica: “In pochi mesi di vita il Fatto è diventato un successo editoriale ma ha contribuito come pochi a disarmare e azzoppare la sinistra”.

Anche la descrizione dell’influenza de La Repubblica sul PD coglie nel segno: “ Nella sua lunga vita il quotidiano di Scalfari e di Mauro è riuscito ad entrare nelle abitudini quotidiane di gran parte del pubblico di sinistra “. La sua vera natura è decifrata correttamente, anche se, forse, il quotidiano di De Benedetti non solo recentemente “ è diventato un vero partito di carta”, ma, in quanto espressione del radicalismo, lo è sempre stato.

“ La Repubblica - descrive Caldarola – è il giornale più letto dallo stato maggiore della sinistra, i suoi editoriali sono compulsati, le prese di posizione diventano ordini, le campagne giornalistiche si trasformano in campagne politiche che il partito subisce senza batter ciglio”. E’ correttamente visto anche il riferimento politico interno al PD di questa influenza devastatrice: “Con Veltroni e soprattutto con Franceschini l’affiancamento era diventato imbarazzante, ma anche Bersani non ha saputo resistere agli appelli e alle richieste di proteste di piazza fino al limite dello scontro con il Quirinale”.

Caldarola passa ad esaminare gli effetti sulle recenti elezioni: “Anche questa campagna elettorale conclusa con un risultato infelice porta la firma di Ezio Mauro e dei suoi commentatori “. “ Sono anni – continua l’articolo del Il Riformista – che ci fanno perdere perché sono anni che ci viene proposta una linea di condotta di fronte al berlusconismo che è fatta solo di barricate. Una campagna elettorale che avrebbe potuto essere dedicata a raccontare il fallimento del governo nella gestione della crisi ha finito per diventare l’ennesima prova di forza sul tema della libertà e del regime. Nessuno è sceso in piazza per gli operai di termini Imerese o per i 1600 dipendenti di Villa Pini a Chieti che non prendono lo stipendio da un anno”.

Agli occhi di Caldarola, anche dopo il risultato delle regionali, la prospettiva non cambia: “Invece di radunare le idee, di chiedersi come mai questo paese in cui malgrado tante campagne giornalistiche la maggioranza del popolo italiano vota a destra e persino più a destra, i due giornali continuano imperterriti a bombardare il partito della sinistra in cui troveranno sicuramente orecchie attente e dirigenti pronti a far propri questi suggerimenti suicidi. Non ci sarà un editorialista che si interrogherà sul berlusconismo, che cercherà di tentare una spiegazione sul fenomeno politico-culturale della nuova destra italiana, che analizzerà le ragioni della sfiducia dell’elettorato di sinistra”.

L’articolo termina con una simpatica descrizione della Caporetto del PD: “ Come quegli ufficiali felloni della prima guerra mondiale che mandavano in battaglia i propri soldati senza una strategia intelligente e senza scarpe, malgrado i morti e le sconfitte”.

Domanda finale: “ C’è a piazza del Nazareno un generale che smetterà di ascoltarli e si assumerà la responsabilità del comando unico senza farsi dirigere da costoro?”.

La domanda , evidentemente, chiama in causa il Massimo D’Alema dei tempi della bicamerale, dove si discusse seriamente di riforme costituzionali, senza i ricatti del giustizialismo e i condizionamenti di un uso strumentale del “patriottismo costituzionale”.
22/03/2010

A cinquant'anni dall'insurrezione di Genova.
Ricordare Tambroni, per capire dove può condurre l'odio contro Berlusconi.
Il 30 giugno del 1960, un corteo di attivisti e facinorosi , inquadrati soprattutto dal Pci , irrompeva nel centro di Genova per scatenare una devastante e incontrollabile azione di guerriglia urbana.

L'intento dichiarato dai promotori dell'azione violenta era impedire il sacrilego svolgimento del congresso del Msi in un teatro della via XX Settembre, situato nelle vicinanze del monumento ai partigiani caduti nella guerra civile. Il pretesto accampato dai dimostranti era infondato e ridicolo, dal momento che i comunisti non avevano mai contestato i comizi che gli esponenti del Msi tenevano regolarmente da quasi dieci anni nelle vicinanze del sacrario partigiano. Senza contare che a pochi metri dal sacrario partigiano era aperta ,dal 1948, la sede della federazione provinciale del Msi e, argomento ancor più evidente, il Sindaco di Genova aveva l’appoggio esterno e determinante dei voti del MSI in consiglio comunale.

Il congresso missino era, dunque, un pretestuoso e falso obiettivo. Il “male” da aggredire era il vasto consenso popolare ottenuto in poche settimane dal governo di Ferdinando Tambroni che era stato costituito grazie al voto determinante dei parlamentari del Msi.

La politica di Tambroni era intesa a trasferire almeno una parte dell'ingente ricchezza prodotta dal “miracolo economico” in benefici (forte riduzione dei prezzi di alcuni generi di prima necessità e della benzina) a favore delle famiglie italiane .

Un governo di destra, che diffonde il benessere e ottiene il consenso dei lavoratori era un doppio, intollerabile schiaffo appoggiato sul sacro volto dogmatico dell'utopia comunista e del suo programma che contemplava l’emergere di disvalori che contribuirono in modo determinante allo sfascio della famiglia tradizionale e alla lotta senza quartiere contro il benessere borghese.

Negli anni che seguirono quei fatti che opposero la violenza di piazza al governo votato dal Parlamento., ottenendone la caduta, influirono non poco. Le maggioranze che sostennero l’esecutivo furono condizionate dal “peso” del PCI che impresse il suo segno politico e culturale sull’evoluzione della società italiana e gli italiani hanno potuto misurare l'enormità dei risultati conseguiti al seguito dei pregiudizi ideologici contro la famiglia e contro il benessere: crisi della società italiana, denatalità, diminuzione del benessere, immigrazione senza controllo, crescita esponenziale della sessualità violenta ecc.

Non adeguatamente considerata, invece, è la puntuale collaborazione della falsa destra, che di fatto si ebbe, al disegno del PCI. Il governo Tambroni, infatti, cadde, anche, in seguito all’errore compiuto dall’'ala intransigente del Msi, che faceva riferimento a Giorgio Almirante e che respinse la ragionevole proposta ,avanzata da Tambroni, di spostare in una sede difendibile ,la delegazione di Nervi, il congresso del Msi.

Il risultato della decisione altamente masochistica di tagliare il ramo politico sul quale la destra italiana poteva vivere e prosperare fu un'umiliante emarginazione, durata trentatré anni e finita grazie all'intervento di Silvio Berlusconi. Rievocare la drammatica caduta del governo Tambroni e i suoi frutti velenosi, aiuterà a far capire l'immensa miopia e la pericolosità di quegli esponenti della destra, per fortuna pochi, che lavorano per logorare ed abbattere Silvio Berlusconi?
11/03/2010

Il senso della misura.
Mille voci si sono levate scandalizzate ad affermare che si era perpetrata una grave violazione della giustizia nel riammettere, attraverso un decreto avallato da un attento Capo dello Stato, le liste elettorali delle regioni del Lazio e della Lombardia. La cosa ha del ridicolo.

Non si può considerare violazione della giustizia il superamento di un intralcio burocratico mediante l’interpretazione di un regolamento, cosa non rara né illecita, di fronte alla superiore esigenza di evitare il danno di quello scopo, l’elettoralità, che proprio quel regolamento è chiamato a tutelare.

La tutela dell’esercizio del voto, cardine del sistema, è tale che ai presidenti di seggio è data ampia facoltà di interpretazione nell’ammettere qualche formale irregolarità, purché sia certa la volontà del votante: votazioni al letto degli ammalati, nei corridoi del seggio per i non deambulanti, imperfezioni nell’indicazione di una preferenza.

Non è ragionevole pertanto confrontare la situazione che si era determinata con il danno che subisce un candidato che viene escluso da un concorso per ritardo nella presentazione dalla domanda o quello che subisce un viaggiatore ritardatario che perde il treno. In questi casi il danno è di singoli, nella vicenda in corso, senza un rimedio interpretativo, si sarebbe avuto il danno di milioni di persone nella loro rappresentanza in due delle regioni più importanti d’Italia e, di conseguenza, una vera crisi del sistema istituzionale.

Ma la vicenda raggiunge il grottesco se si pensa che proprio gli attuali contestatori avevano affermato di non voler “vincere a tavolino”. Ed in tal caso, quale risorsa avrebbero proposto?
05/03/2010

Fantasma di un partito.
In un articolo di fondo prima pubblicato “per errore” sul Corriere della Sera, poi ritirato ed infine di nuovo pubblicato, Galli della Loggia, descrive, riferendosi al PDL, “il fantasma di un partito”.

Nonostante che l’argomento sia di grande rilievo storico e culturale, la penna del giornalista scorre secondo una lettura “ di repertorio”. Descrive per i tre quarti dell’articolo, con maestria, gli intrighi interni, le lotte per la successione al premier, le mosse “allo scoperto” di Fini, “la confusa accozzaglia”, la”estraneità” alla politica di Berlusconi. Il testo finisce, nelle ultime righe, per entrare su un tema caro all’autore e cioè “la fine virtuale di tutte le culture politiche” della modernità italiana, ed il deserto di idee: “nessuna visione per l’avvenire”, “nessuna idea nuova”, “nessuna indicazione significativa”, “nessuna nuova energia realmente politica”, per affermare, infine, che “un deposito è rimasto solo nel centrosinistra”, “così come nel centrosinistra sono rimasti quasi tutti i vertici della classe politica che fu cattolica e comunista” e, chiosa finale, “ alla Destra è toccato solo il resto: a cui poi, per il sopraggiunto, generale, discredito della politica, non si è certo aggiunto il meglio del Paese”.

E’ difficile anche per un intellettuale dello spessore di un Galli della Loggia cercare di capire un fenomeno come quello della decadenza delle culture politiche e dei partiti partendo dagli effetti e non dalle cause. Ed è addirittura ingeneroso vedere il “deserto” della Destra e guadare con considerazione al “deposito” della sinistra e della sua cultura cattolica e comunista. Proviamo a partire dalla fine degli argomenti dell’editorialista del Corsera.

Per quasi tutto il periodo della seconda metà del novecento italiano le culture dominanti sono state due: quella che ruotava intorno alle idee comuniste, secondo una lettura gramsciana che, seppur si differenziava dall’ortodossia comunista, ne subiva il fascino attraverso l’ossequioso stalinismo di Togliatti (l’unico capo comunista italiano che ebbe il coraggio di opporsi a Stalin fu Amadeo Bordiga) e quella cattolica che, superati i veti della Chiesa fino a Pio XII, con una intelligente rilettura del modernismo e con una particolare interpretazione del Maritain di “Umanesmo integrale”, preparò il Concilio e diffuse il post Concilio , in una ispirazione che scorreva parallela all’espansione delle idee della sinistra.

Cultura ufficiale, università, case editrici, redazioni di giornali furono la cassa di risonanza di queste sole due culture. Pallide e minoritarie furono le culture liberali ( la scomparsa di Croce), mentre il radicalismo neoilluminista – assolutamente minoritario, come lo fu il partito D’Azione - si preparava alla lunga marcia per trasformare il PCI e la sinistra in un partito radicale di massa, come profetizzava Augusto Del Noce. La cultura della tradizione cattolica sopravviveva in ristretti cenacoli ( Renovatio) e tutto ciò che aveva fatto grande il novecento italiano, ma non legato alla cultura cattolica o comunista veniva equiparato al fascismo e, quindi, ritenuto marginale o “barbaro” e trovò rifugio in qualche terza pagina di quotidiani ( Il Tempo ) o, parzialmente, nel Borghese di Mario Tedeschi. E poco altro.

Le cultura alternative all’egemonia comunista e del progressimo cattolico erano anche fisicamente cancellate, come è stato dimostrato dall’ostracismo, fino all’attentato fisico, nei riguardi del più importante storico italiano: Renzo De Felice.

I giovani che in quegli anni volevano leggere qualcosa di diverso dalla dittatura delle lettere di allora, dovevano ricorrere o a cercare testi nelle librerie di occasione e nelle Biblioteche pubbliche o darsi a letture di testi di case editrici semiclandestine. Poi qualcosa è cambiato. La ceduta del Muro di Berlino ha sferrato il colpo decisivo alla condizione strutturale sulla quale poggiava la cultura comunista, mentre la lenta, ma raffinata messa a punto della dottrina cattolica dalla Congregazione della Dottrina della Fede spuntava le armi al progressismo cattolico che aveva invaso le facoltà di teologia e la cultura delle associazioni cattoliche, per preparare la giusta lettura del Concilio e per riproporre il pensiero forte della Chiesa.

Da allora ai giovani si sono aperte le porte di una cultura diversa, più aperta, pluralista, non più condizionata dalla dittatura delle lettere comunista e modernista.

Nel frattempo, negli stessi anni, non per mera coincidenza storica, i due partiti ( DC e PCI ) svuotati dall’interno, privi di ragioni storiche di sopravvivenza e non più capaci di difendersi anche nei riguardi delle inchieste della Magistratura (DC) finivano la loro vicenda sociale e politica.

Ciò che è sopravvissuto in campo cattolico progressista e comunista, in sede politica, si è riunito prima nell’alleanza DS - Partito Popolare, poi, nell’Ulivo ed, infine nel PD. Ed ha ragione Galli della Loggia, il deposito qui c’è, ma, diciamolo, è un deposito di cadaveri. Franceschini e i cattolici democratici si rifanno alla cultura dossettiana che è stata definitivamente sconfitta come dimostra il fallimento di Prodi, mentre D’Alema insegue una linea riformista, cioè una socialdemocrazia italiana di carattere europeo, ma questa possibilità in Italia è finita con la morte in esilio di Craxi. Tanto è vero che quando Veltroni si pose il problema di dare un’identità al neo nato PD, pensò di varcare l’Oceano ed approdare agli improbabili lidi dei liberals statunitensi.

A Destra il discorso è più complesso. Qui fortunatamente non c’è un “deposito” di roba vecchia, ma se si legge il discorso di Berlusconi al Congresso di fondazione del PDL che parla di patriottismo della storia e della tradizione e della libertà come di un diritto naturale, se si considerano i testi e gli atti di Tremonti, ispirati all’economia sociale di mercato, se si valuta con attenzione il senso del principio naturale di precauzione che spinse Sacconi alla scelta di campo per la vita di Eluana Englaro, se si riflette sulle analisi e le indicazioni di Gaetano Quagliariello su democrazia e questione antropologica, in sintonia con il pensiero di Ruini e Ratzinger se si considera questo ed altro che si affaccia nella confusa congerie delle parole della destra , si notano segnali nuovi, importanti e che colgono l’attualità della storia di oggi. Nonostante l’ostracismo della stampa di proprietà degli imprenditori “ atei e possidenti” segnali culturali nuovi sono solo a destra e non è giusti ignorali o minimizzarli.

Certo, sul piano organizzativo e della classe dirigente la Destra paga il prezzo di una inesperienza quasi tragica e di un partito che non deve tentare di essere la brutta copia di quelli del tempo che fu, rispetto ad un PD che ha nel suo seno gente di mestiere. Più degli altri la destra paga il prezzo del fatto che in Italia risulta difficile costruire una nuova forza politica secondo una logica che non può essere solo quella del partito di opinione.

Ma la costruzione di un partito nuovo non è solo un’operazione volontaristica è anche e soprattutto un tema che chiama in campo il quadro istituzionale del Paese e ancor più la necessità di riproporre con forza la questione dell’identità nazionale.

Magari fosse solo la crisi dei partiti. Non ci si rende conto – e le analisi di Galli della loggia non aiutano - che siamo in presenza di una crisi della politica e delle istituzioni. Gli italiano non solo non si identificano con partiti di scarso spessore, ma, ed è più grave, non si identificano più con le istituzioni rappresentative.

Va ricostruito il patto tra il popolo e le sue istituzioni e come ricostruirlo senza il coraggio di volere riaffermare l’ identità nazionale ? Certo se si rincorre il multiculturalismo, se il patriottismo è solo negli articoli di una Costituzione vecchia di oltre sessanta anni , se si stempera l’idea di Nazione nel mercatismo o nelle asettiche e tecnocratiche istituzioni comunitarie, se i temi civili riguardano unicamente i diritti individuali e non si “cerca un orizzonte di identificazione collettiva ‘ulteriore’, rispetto alle prassi economico-sociali” come suggerisce l’importante giuspubblicista tedesco Bockenforde, l’identità nazionale si stempera sempre più.

Il bandolo di questa intricata matassa che imbriglia l’Italia, in fondo, è quello stesso che De Gaulle seppe individuare quando, chiamato per superare una crisi politica ed istituzionale, introdusse quella riforma della Costituzione che indicò ai francesi la strada per consolidare la democrazia ed il sistema politico e per rafforzare il prestigio della più alta carica istituzionale della Repubblica e con essa, l’orgoglio di una identità che stava svanendo. Il gollismo sopravvisse al suo fondatore e la Francia fu salva.
10/02/2010

Stato di coma e stato di coscienza.
Ha suscitato grande sorpresa il caso riportato da tutti i giornali di due soggetti da anni in stato di coma che hanno dimostrato, attraverso la functional magnetic resonance imaging, la capacità di recepire le domande che venivano loro fatte e di dimostrare una limitata ma adeguata risposta ad esse (SI-NO) e di dimostrare perciò di intendere e di conservare uno stato di coscienza.

Questo si è ottenuto soltanto in due casi su un totale di 54 pazienti consimili tutti sottoposti ad un accurato e prolungato periodo di osservazione.

La rarità o meglio la singolarità dei casi che hanno dato risultato positivo e la sofisticata metodica di indagine adottata non possono portare certamente ad affrettate conclusioni.

In merito tuttavia due note possono essere fatte. La prima è che riemerge la norma generale dell’astensione ove si abbia il semplice dubbio di agire in maniera lesiva; la seconda, ancor più meritevole di attenzione, è che va respinta quella grande superficialità con cui, sulla base di presunte certezze scientifiche , si dovrebbero omettere assistenze ordinarie in soggetti dotati di una vita, sia pure vegetativa, ma pur sempre vita umana.
02/02/2010
La Polverini e le unioni di fatto.
“Sono favorevole a normare le unioni di fatto a patto di non produrre un matrimonio di serie B” si legge in un intervento sul suo blog curato da Velardi della candidata alla carica di governatore del Lazio Renata Polverini. L’uscita appare piuttosto improvvida, pur in una formulazione che sembra non voler mettere in discussione il carattere costituzionale del matrimonio.

Per la verità la “correzione” del sindaco di Roma Gianni Alemanno che ha sottolineato che il tema delle unioni civili è “materia statale”, risolve solo in parte la questione che si presenterà con tutto il potere dirompente nelle attività legislative della Regione nel prossimo quinquennio.

Infatti, nell’ambito delle politiche sociali e di sostegno alle famiglie il concetto da chiarire è quello di cosa si intenda per famiglia, se ad essa possano far riferimento anche le coppie di fatto o le unioni a qualunque titolo o se per tale istituto si intenda, secondo l’assunto costituzionale, la “società naturale fondata sul matrimonio”.

La questione, nella legislatura ormai al termine, emerse quando, rispetto ad un disegno di legge arrivato in consiglio e mai discusso che riorganizzava l’intera materia delle politiche sociali, l’Assessore al Bilancio di Sinistra, Ecologia , Libertà Luigi Nieri propose un emendamento che, definendo il significato del termine famiglia, nel corpo dell’interno progetto di legge, introduceva la equiparazione con il concetto di “famiglia anagrafica”. La reazione politica dell’itero centro destra, UDC compresa, fu di netta opposizione.

Peraltro questa presa di posizione della Polverini, oltre a deludere significativi ambienti del mondo cattolico, sta provocando perplessità nel partito di Casini che nel programma presentato e sul quale ha stabilito l’accordo nel Lazio con la candidata Presidente si è nettamente attestato sulla definizione costituzionale di famiglia.

C’è chi fa rilevare che questa dichiarazione sembra in qualche modo risentire di una ispirazione acattolica che fa muovere talune elaborazioni culturali e politiche di fondazioni vicine ad esponenti istituzionali o, tatticamente, dall’esigenza di non farsi “stringere all’angolo” sui temi dei diritti individuali dall’antagonista Bonino.

C’è da rilevare, invece, che il terreno che la sinistra lascia alla concorrente di centrodestra è quello di un forte impegno sociale che il PD e i suoi alleati hanno abbandonato e che vede nel programma della Polverini una credibile ripresentazione.
17/01/2010
Una fotografia digitale del Paese.
Molte vicende recenti stanno rivelando uno spaccato del nostro Paese, che per la sua attualità definirò fotografia “digitale”, sconcertante e pericoloso, ma, per certi aspetti, anche foriero di speranze perchè fa intravedere che la grande maggioranza della popolazione, ancorchè silenziosa, comincia a capire la vera situazione e a reagire.

La popolazione è sempre più divisa, ma la novità è che, oltre a esserlo sostanzialmente in due sole parti, queste stanno differenziandosi quantitativamente e, soprattutto, non più in base a vecchie e superate ideologie.

Si stanno, piuttosto, distinguendo in base all’appartenenza o meno alla categoria amorale di chi intende far parte o aderire ai nuovi “poteri forti”, la cui sola forza sta nella prevaricazione. Essi sono ovunque, senza distinzioni di classi e livelli sociali, di categorie culturali, idelogie politiche, attività lavorative ed economiche, ossessionati dal desiderio di prevalere a qualunque costo. La forza non è esercitata con i soli strumenti tradizionali della grande finanza, ma attraverso la commistione con settori della grande imprenditoria, in particolare immobiliare, edilizia, editoriale, con pericolose collusioni di interessi.

E’ emblematica la figura di quel finanziere “militante” e “imprenditore” nel campo .....fallimentare, che prospera grazie al suo quotidiano le cui fortune stanno ormai nelle stravaganze del gossip politico. La dimostrazione lampante di tutto ciò è il rabbioso atteggiamento di una minoranza violenta contro un uomo, Silvio Berlusconi, indubbiamente di capacità superiori alla media, che, provenendo da altre realtà ed esperienze ma, soprattutto, dotato di grande coraggio, si propone di rompere la sudditanza e l’omertà nei riguardi dei nuovi poteri forti e di combattere ogni forma di sopraffazione, convincendo la maggioranza della popolazione, vera vittima della situazione.

Gli avversari di quest’uomo non appartengono solo alle tradizionali tipologie della concorrenza politica, ma se li trova anche in casa, in personaggi di rilievo, che fino a poco tempo fa apparivano a lui affini, traendo vantaggi dalla sua popolarità.

L’alleanza di questi avversari è trasversale e, nei propri comportamenti, avvicina la mafia e altre forme di criminalità organizzata alle categorie più “nobili” della società, quali la Magistratura (dove una minoranza rumorosa, gelosa dei poteri acquisiti grazie all’autonomia, all’autogestione, all’impunità, condiziona l’intera categoria), la cultura “accademica” che abusa di una superiorità spesso solo apparente, il giornalismo legato all’editoria, ecc. In particolare, si è giunti in pratica, attraverso pericolosi e falsi pentiti, a una sorta di equivoca collaborazione fra alcuni magistrati e la mafia, incattivita dalla lotta senza precedenti condotta dall’attuale governo.

Molti politici, preoccupati dalla constatazione del successo popolare e internazionale di quest’uomo, che non fa loro intravedere una vicina alternanza democratica, stanno ricorrendo ai mezzi più squallidi per toglierlo di mezzo, con il risultato però di ridurre il proprio seguito che, per interesse o inerzia politica, seguita a partecipare stancamente a cortei e manifestazioni di protesta per chiedere soltanto di abbattere quest’uomo e il suo governo.

Questi, stimato e considerato durante 30 anni di brillante attività imprenditoriale, esercitata in campi diversi, da quando è sceso in politica ha avviato un’amministrazione di tipo nuovo e convincente, mettendo a nudo errori e debolezze dei concorrenti politici, presenti e passati. Da qui la crisi di una sinistra che non ha saputo far di meglio che accusarlo progressivamente di tutti i reati possibili, senza che, in 15 anni di attività politica e di processi, ne sia stato dimostrato uno solo.

Ma, come ha rilevato il Presidente della Repubblica, “nulla può abbattere un governo che abbia la fiducia della maggioranza del Parlamento, in quanto poggi sulla coesione della coalizione che ha ottenuto dai cittadini elettori il consenso necessario per governare”. E’ una dichiarazione significativa, della quale vanno pesate le parole: non cita solo la “maggioranza del Parlamento”, ma anche i “cittadini elettori” che le hanno dato il consenso. Quando 15 anni fa la coesione venne a mancare fu tradito il consenso ottenuto dai cittadini. Ma possiamo confidare che ciò non si ripeterà e che il Presidente della Repubblica, preso atto di tale consenso, a differenza di un suo predecessore, richiamerebbe i cittadini alle urne. Il colpo di mano del 1994 non si ripeterà.
07/12/2009
Accanimento terapeutico ed eutanasia.
Tra i problemi etici del momento è senza meno di scottante attualità quello del trattamento di malati con serie difficoltà di ordine medico e non solo. Le discussioni emergono o si accentuano al giorno d’oggi perché le maggiori possibilità terapeutiche che la scienza mette a disposizione sembrano voler infrangere i limiti e gli insuccessi che la patologia purtroppo impone.

L’argomento fu spesso motivo di attenzione e di orientamenti della Chiesa ed è senza meno utile ricordare che non solo nel pensiero cattolico, ma nella stessa più diffusa opinione dei cultori di bioetica e degli stessi medici la vita del malato va salvaguardata secondo il dettame contenuto nel giuramento di Ippocrate per il quale in nessun caso si doveva provocare la morte del malato: “Non darò un farmaco mortale a nessuno per quanto richiesto, né porrò un tale consiglio”

Al riguardo bisogna riflettere sulle difficoltà che si presentano per classificare i comportamenti distinguendo elementi che alterano l’essenza del problema, cioè la salvaguardia del bene del paziente e della sua vita nello svolgersi nei termini che la natura prevede. Questo scopo va perciò sottratto a iniziative che non corrispondano a quella esigenza o dovere.

In altre parole: la vita va salvaguardata, ma la salvaguardia non può essere tale se si rivolge a finalità diverse da quelle che le sono proprie come potrebbe essere, da un canto un cedimento al pur anche generoso desiderio del medico di vincere ad ogni costo la sua continua lotta contro la malattia, dall’altro un cedimento al sentimento affettuoso e struggente dei familiari di conservare in vita sempre e comunque la persona cara. Si tratta di fattori che complicano le valutazioni e queste, su un opposto versante, sono ulteriormente complicate da considerazioni di diverso e colpevole interesse.

Esse possono essere la volontà di favorire una sopravvivenza a fini utilitaristici oppure, al contrario, oppure interromperla attribuendo pretestuosamente alle cure gli estremi propri dell’accanimento, onde giustificare l’eutanasia. E’ evidente la difficoltà che si incontra in pratica a distinguere quanto sia o non sia moralmente lecito in questo campo per cui all’accanimento terapeutico va assegnata una definizione che- premessa l’assoluta necessità del consenso del paziente alle cure – sia un trattamento

1) straordinario per novità, infrequenza o complessità di attuazione
2) che comporti eccessivo rischio oppure danno psicologico e/o grave mutilazione o altra menomazione fisica
3) che presenti scarsi o nulli vantaggi per la vita o per il miglioramento del paziente essendo sproporzionati alle sue condizioni cliniche.

Questa identificazione intende chiaramente che un trattamento ordinario, come per esempio l’idratazione o l’alimentazione assistita non rientrano nella categoria dell’accanimento perché non sono pratiche straordinarie ma ordinarie, non sono rischiose ma sicure, non sono inutili ma proficue.

Quando si afferma che l’idratazione operata per fleboclisi e l’alimentazione con preparati per sondino gastrico costituiscono un trattamento straordinario si confrontano questi trattamenti con l’abituale alimentazione mediante un normale cibo o una normale bevanda normalmente somministrati; ma si deve riflettere che il confronto della straordinarietà non va fatta in questo senso ma con una procedura che sia straordinaria per l’abituale pratica chirurgica e medica, non con le modalità di una normale alimentazione della vita quotidiana. Inoltre straordinario l’intervento non deve essere tanto per la sua rarità di utilizzo, ma per il peso che esso esercita sul paziente e per l’invasione che esso esercita sul suo corpo o sul suo sentire.

Altre esemplificazioni ci porterebbero al di fuori degli scopi indicativi propri del nostro compito e riconosciamo che dalla esposizione dei limiti indicati in teoria per la loro identificazione permangano serie difficoltà in pratica, ma riteniamo che esse debbano venir superate tenendo presenti le motivazioni esposte.

L’importante è che dalla giusta rinuncia all’accanimento terapeutico non si scivoli al rifiuto di cure con lo scopo di attuare l’eutanasia; questa anche ha la necessità di una definizione propria che è quella della provocazione della morte come finalità voluta e ricercata sia pure per evitare ulteriori sofferenze al malato. Nel primo caso, la rinuncia all’accanimento, ha per conseguenza un evento accettato e subito, nel secondo caso, l’eutanasia, è uno scopo ricercato ed attuato.

C’è da precisare che una delle esigenze di fronte al malato sofferente è quella di rispettarne la dignità: ma è possibile che per rispettare tale finalità lo si debba sopprimere sia pure a sua richiesta? La dignità del malato consiste certamente nel rispettare la sua volontà in quanto desideroso di non soffrire e per questo si deve mettere in opera per lui ogni mezzo curativo o palliativo assistenziale a questo fine e non quella di sopprimerlo neppure a sua richiesta.

In fine è necessario parlare anche del testamento biologico. Si può affermare che esso non ha in sé nulla di immorale, qualora con esso non si intenda precostituire una prescrizione del soggetto a intervenire nel senso negativo esposto ma nel senso di evitare trattamenti inutili e dannosi. In tal caso però potrebbe sembrare persino incongruo dato che esso esprimerebbe la scelta di un soggetto che al momento di redigerla non sa quali saranno a suo tempo e in tutti i sensi le sue condizioni o future risorse né può prevedere la possibilità di una qualche rettifica; superfluo poi perché le garanzie contro l’accanimento terapeutico debbono esistere in senso proprio e per se stesso.

Qualora poi lo si dovesse adpttare non per evitare un accanimento terapeutico ma per realizzare l’eutanasia, bisogna ricordare che tale scopo – in quanto in sè ingiusto – è già per tutti assolutamente da proscrivere.



Sull'argomento potete vedere il documento scaricabile nella sezione libri con il titolo"SE LA MORTE CEREBRALE” NON È LA VERA MORTE, SONO LEGITTIMI I TRAPIANTI?
29/11/2009
Una "Cristianità" che sia lievito.
Sono trascorsi trentasei anni da quando vide la luce “Cristianità”, organo ufficiale dell’Alleanza Cattolica, un’associazione che si è distinta per la sua testimonianza a favore della dottrina della fede. Fondatore di Alleanza Cattolica e del suo organo di stampa è Giovanni Cantoni, uno studioso e, al tempo stesso, un militante che ha saputo mantenere la rotta in un periodo in cui molti credenti apparivano profondamente turbati dinanzi a comportamenti e dichiarazioni inconciliabili con il pensiero cristiano e la morale. La costanza e la coerenza di Cantoni hanno permesso a migliaia di giovani, ormai divenuti uomini maturi, di raggiungere quella formazione spirituale che, unita ad una robusta attrezzatura culturale, dà la possibilità di continuare una battaglia in nome di una “cristianità” non legata ad alcun tipo di società o di regime, ma tenuta viva soltanto dalle fonti evangeliche e dalle indicazioni che nel corso dei secoli hanno dato i Padri ed i Dottori della Chiesa.

E’ uscito in questi giorni il nuovo numero di Cristianità che si apre con un penetrante commento all’enciclica sulla carità alla luce ovviamente della dottrina sociale della Chiesa. L’autore, Massimo Introvigne, storico e sociologo delle religioni, noto in campo internazionale per le sue ricerche e le sue analisi, induce a riflettere su questo documento pontificio: una chiara presa di posizione contro tutto ciò che, invece di sostenere, avvilisce e immiserisce l’uomo. Benedetto XVI esorta a “volgere lo sguardo al grande cantore della carità nella verità, San Paolo” ed alla Madre di Dio, sicura guida in un mondo disordinato e sconvolto.

Non meno interessanti della meditazione sulla enciclica di papa Ratzinger, sono le pagine dedicate alla vita politica del nostro Paese con particolare riguardo alla nuova realtà costituita dal partito del popolo della libertà. Un partito che non nasce dalla fantasia spericolata di un politico avventuroso, ma come esigenza di superare un torbido periodo che rischia di compromettere sviluppo e libertà. Fine del partito della libertà è, infatti, quello di bloccare la sinistra e le sue appendici “centriste” e di esautorare le fino ad oggi incontrollate oligarchie che hanno fatto il buono e il cattivo tempo. Un partito, dunque, che si propone di essere espressione di una necessità storica: ricostituire la compagine nazionale nello spirito cristiano della libertà e della solidarietà. Da qui l’inevitabile, scomposta reazione di forze che non vogliono mutamenti perché mettono a rischio il loro potere e rappresentano, perciò, nei fatti il più pericoloso dei conservatorismi: quello che si nasconde dietro le forme demagogiche del progresso.

La rivista riporta, infine, il testo dell’intervento del sottosegretario agli Interni Alfredo Mantovano che ha parlato al convegno dedicato a “La persona prima di tutto”. Mantovano ha riaffermato il dovere di ogni uomo che si senta parte di una comunità, di battersi “per il ritorno ad una sana prospettiva di diritto naturale”.
27/11/2009
Le preoccupazioni dei proprietari immobiliari.

Roma 29 Novembre 2009 - Il Coordinamento unitario della proprietà immobiliare (ARPE-FEDERPROPRIETA’, CONFAPPI, UPPI) ha appreso, con preoccupazione, delle notizie sui lavori parlamentari sulla manovra finanziaria che hanno portato ad ignorare le esigenze del settore dell’edilizia, nonostante le ragionate proposte anche da parte della maggioranza di Governo.

Il veto del Ministro dell’economia ha anzitutto eluso e deluso le aspettative degli operatori di tale settore ma anche della stessa opinione pubblica, che vedeva nell’introduzione della c.d. cedolare secca, per i redditi derivanti dai canoni di locazione, il mezzo più adeguato per il rilancio del mercato dell’abitazione in affitto, tra l’altro anche per allineare alla media europea il rapporto proprietà-abitazione. La conseguenza di tale presa di posizione sarà un sempre più accentuato calo dell’offerta di alloggi in locazione con conseguente aumento dei canoni in un situazione di disagio abitativo prossima al collasso.

Nel contempo non minori conseguenze negative deriveranno dal mancato finanziamento dei programmi costruttivi previsti dal piano-casa governativo di fatto privo di risorse e quindi i primi alloggi non potranno vedere la luce prima di qualche anno. In buona sostanza ancora una volta la politica della casa, ormai assente da lungo tempo nel nostro Paese, resta confinata nel limbo delle buone intenzioni.
20/11/2009
Patria.
Nel presentare questo scritto di Romano Guardini del 1933 contenuto nel volume VI della sua Opera Omnia, edita in Italia da  Morcelliana ( Brescia 2005), non possiamo non citare quanto ha scritto Silvano Zucal su “Vita e Pensiero”, di ottobre 2008, rivista della Università Cattolica di Milano., circa il rapporto intellettuale tra il filosofo veronese e il futuro Papa Joseph Ratzinger.

“ Negli anni che vanno dal 1946 al 1951 – proprio gli stessi anni in cui Ratzinger studiava presso la scuola superiore di filosofia e di teologia di Frisinga, nelle immediate vicinanze della capitale bavarese e poi all’Università di monaco – Guardini assume in quella stessa città, nell’Università e nella Chiesa di Monaco, quel ruolo di leadership intellettuale e spirituale che tutti  gli riconoscono. Per Ratzinger, allora poco più che ventenne, il fascino di una figura come quella di Guardini è indiscutibile e ne segnerà fortemente il suo stesso profilo intellettuale.

Quando, a partire dal 1952, egli inizia la sua attività didattica nella medesima scuola di Frisinga dove era stato studente, l’eco delle lezioni di Guardini arrivava ben forte nella cittadina, che respirava quanto di culturale e intellettuale accadeva nella vicina capitale bavarese. E il rapporto  tra il futuro Papa ed il “maestro” Guardini si fece straordinariamente intenso”.

“Se il Signore non costruisce la casa, invano si affaticano i costruttori”. Sono parole del Salmo 127(126).Oggi viene presa in consegna una casa e la si pone al servizio di una causa che riguarda tutti. È giusto allora fermarsi a riflettere un momento, qui in un luogo sacro, di fronte a Dio, su quale sia il compito a cui quest’opera deve servire.Al servizio di che cosa si costruisce la casa lassù?Per designarlo, vi sono quattro parole nella nostra lingua. Ognuna dice qualcosa di diverso, e tuttavia tutte significano l’unica, medesima realtà.La prima parola è “patria” [Vaterland]. Esprime qualcosa di grande, di luminoso di potente. Quando diciamo “patria”, pensiamo ai monti che si ergono grandiosi, ai fiumi con le loro correnti quiete, alle coste e all’ampio mare. Pensiamo ad alte foreste e al grano duro maturo, alle città con il loro lavoro, allo spazio dell’aria ed alle profondità delle miniere.

La seconda parola è “terra natia” [Heimat]. In essa vibra qualcosa di interiore, di intimo. La terra natia è origine, in certo modo è una cosa sola con la madre e il suo grembo buono. Fondo terrestre e grembo materno: lì stanno le radici essenziali dell’uomo. La terra natia è il riparo; ciò che è nostro è lì custodito, e lì possiamo sempre cercarlo. Sulla “patria” si basa la fierezza gioiosa, alla “terra natia” corrono le radici del cuore.La terza parola è “popolo” [Volk].

Indica le persone [Menschen] che appartengono alla stessa patria e alla stessa terra natia. Questa parola comprende ciò che esse sono e ciò che acquisiscono col loro lavoro; la loro natura e ciò che operano su se stessi; ciò che li rallegra e ciò che li angustia, il loro amore e la loro sofferenza. Comprende gli uomini ed il loro destino. Ed anche i loro genitori, i progenitori, gli avi, sempre più indietro nel passato lontano infinito intreccio di vite, catena infinita di destini.

L’ultima parola è “Stato” [Staat]. Denomina l’ordine che il popolo stabilisce per sé la costituzione che esso si dà il diritto che istituisce per presentarsi con onore tra gli altri popoli della terra. Lo Stato è il modo in cui un popolo diviene adulto nella storia, si assume le sue responsabilità e agisce.

 Prestiamo ascolto ancora una volta alle quattro parole, così diverse nel loro senso: patria, terra natia, popolo, Stato – e che tuttavia indicano un “tutto” [ein Ganzes]! L’opera è al servizio di questo “tutto”. Sono gli uomini a costruire quel “tutto”. Di uomini è fatto il popolo, sono gli uomini a formare lo Stato. La terra e la patria sono spazi e mondi umani. Ma non sono stati gli uomini a creare la terra, né a far nascere il popolo.C’è stata un’epoca in cui questo non era avvertito. Si credeva che la scienza e la cultura dovessero dissolvere la fede in Dio; soltanto dei minorenni e degli anormali potevano ancora averla.

Con la guerra la situazione è cambiata; proprio gli uomini più onesti e profondi hanno cominciato a sentire che Dio sta dietro ad ogni cosa. Dio ha formato la “patria”, e in essa i monti e le pianure, i campi e le profondità della terra. È il Suo splendore ch’essa riflette. Egli ha creato le profondità dell’uomo, del sangue, dell’animo, dello spirito, e gli ha dato una protezione e una radice profonda: il grembo materno e la “terra natia”. Ma questa è solo un’immagine d’una realtà più profonda, di quella “terra natia” che è eterna. Anche il “popolo” è un mistero divino.

C’è anche il popolo come realtà semplicemente naturale, che non sa donde viene e dove va. In senso cristiano, esso è un frammento di Provvidenza. In ogni popolo c’è storia; ma tutta la storia da Cristo in poi ha acquisito un nocciolo sacro. Così ogni popolo si trova un mistero della guida divina di Dio, e ad ogni popolo è offerta la possibilità di farsi guidare o di essere “di dura cervice”: [Dt 31.27(N.d.C.)] “scegliere la vita oppure la morte”. Lo Stato è fatto d’altra parte dagli uomini, dalla loro forza, dal loro intelletto e dalla loro fiducia. Ma ciò che sta nell’intimo dello Stato, maestà [Hobeit], diritto, autorità, viene da Dio e vive soltanto se lo Stato teme Dio.

Questa realtà è un tutto, esistenza umana e mistero divino. Non possiamo esprimerla con una parola e per questo ne abbiamo bisogne di molte: se vogliamo esprimere la grandezza e lo splendore, diciamo “patria”; se abbiamo in mente l’interiorità e la profondità, diciamo “terra natia”; se pensiamo alle persone, diciamo “popolo”; se invece si tratta dell’ossatura della sua vita e del muro la protegge, allora diciamo “Stato”.

 Quando viene acquisita dall’uomo questa realtà grande, questa realtà viva? Credo che ciò avvenga in due occasioni. Una prima volta da fanciullo. Gli viene instillata; la nascita gliela dà in dotazione – il grembo della madre è la prima terra natia; l’ambiente in cui cresce gli dà forma unitaria. Ciò che ha influito su di noi nei primi tempi, non lo perdiamo più; entra nel sangue, nell’animo, nelle fibre vitali. Figure, strade, feste, profumi – com’è radicato profondamente tutto ciò! Qui si acquisisce per la prima volta quell’unica realtà, ma non la si ha ancora nel modo giusto, e la si deve acquisire una seconda volta.

Questo può accadere in molti modi. Si può essere in terra straniera, e la si può trovare nuova, bella, magari molto più bella della propria. Ma poi si torna a casa – e con forza sale in cuore il grido: “È a te che voglio bene!” È come un fidanzamento. È in questo momento che si è davvero fatta propria questa realtà. Oppure può capitare un periodo difficile; dolore, angustia, disonore opprimono il popolo e lo Stato, e sorge la domanda: “Non dovrei poter vivere dei giorni meno scuri? Devo veramente sopportare tutto questo?”. E la risposta viene di là da dove viene la fedeltà: “Si, del tutto!” Allora si è davvero fatta propria quella realtà.

Questa seconda acquisizione si compie sempre in maniera nuova proprio – come la prima acquisizione si ripercuote continuamente. Ogni volta che la bassezza si avvicina e le si dice “no” per amore dell’onore; ogni volta che ci si impone una disciplina per amore di quella realtà grande, la si è acquisita di nuovo. Mentre prima la si aveva in modo puramente esteriore, ora la si è portata dentro il cuore, dentro la volontà, dentro la responsabilità.

Anzi, vi è qui ancora di più: forse che questo Paese, questo Stato, questo popolo sono lì finiti e conclusi, come una casa completamente costruita? No, essi sono vita! E chi la crea? Diciamo: i contadini, i lavoratori della mente e del braccio, le madri e i combattenti, le autorità, questo comandante, quell’uomo di Stato – ma una volta bisogna anche dire: “Io!”. Se la creazione della terra natia e della patria non giunge sino a me, se io, alla domanda su chi sia a creare il popoli e lo Stato, istintivamente non indico me stesso, allora non sono ancora giusto!

Sono io a creare quella grande realtà vivente! Con che cosa? Se svolgo un servizio pubblico, la creo attraverso questo servizio. Se lavoro nei campi, la creo con l’aratro e la zappa, e come si formano i campi, così si forma lo Stato. Se mo trovo in fabbrica o in ufficio, la creo con la macchine e la contabilità, con il mio senso commerciale e il mio modo di considerare uomini e merci.

La madre costruisce lo Stato nella casa, e qui esso si forma come camera e come cucina, come il giorno festivo e quello feriale. Se sono insegnante, costruisco lo Stato nella scuola; se sono medico, al letto di degenza. Attraverso ciò che sono e nel modo in cui eseguo il mio lavoro quotidiano, io creo popolo e Stato; questi ultimi si formano alla stessa stregua di quell’essere e di quell’agire quotidiano.

E continuamente si forma lo Stato nel modo in cui una persona si pone di fronte a un’altra; nel modo in cui usa un profondo rispetto, mantiene fede, ha attenzione per le cose dell’altro, conserva la giustizia, porta nel cuore il “tutto”. Popolo e Stato, patria e terra natia non si formano per magia. Ogni uomo vi lavora, e deve non solo acquisire tutto ciò, ma – cosa molto più grande e più bella – lo deve creare. Ognuno al suo posto.

 A questa creazione deve servire ciò che sta accadendo lassù nella nuova casa. In essa vivono tutte le quattro cose, che sono una cosa sola.Coloro che si trattengono qui da più lungo tempo sono già entrati in contatto con lo Spessart, e conoscono quanto sono grandi i suoi monti, e quanto belli i suoi boschi.

Hanno certo avvertito che cosa è qui la “terra natia”, ciò che è profondo e interiore. Apritevi! Cercate qui di vedere non solo il lavoro e il luogo di riposo, ma apritevi a ciò che dappertutto si muove. Il popolo è qui: sono ottocento anni da quando è stato costruito il castello. La torre della rocca è lì da cinquecento anni. Attorno ad essa hanno infuriato per la campagna la guerra dei contadini e la guerra dei Trent’anni.

Quasi ottocento anni fa fu costruita la casa, che ora è stata ristrutturata. Il castello ha visto molta storia, molte battaglie e molto lavoro, gloria e declino. Questo è popolo, e vive ancora. Ma lo Stato vive in esso attraverso l’ordinamento della legge, il comando e l’obbedienza, la giustizia.

In questa casa dev’essere creata quella realtà una e viva, che è denotata da quei quattro nomi. Così non si deve dimenticare che se gli uomini la costruiscono, è però Dio che deve fondarla, benedirla e conservarla. “Se il Signore non costruisce la casa, invano si affaticano i costruttori.” “Se il Signore non custodisce la città, invano vegliano coloro che la custodiscono. Amen!” [Salmo 127(126)1.(N.d.C.)].
20/11/2009
Libertà nella stampa.
Come racconta Il Riformista del 20 ottobre, la domanda che risuona “ai margini del consiglio d’amministrazione di Rcs” e posta da John Elkan è di quelle che suscitano le grandi questioni: “La Fiat che interessa ha a rimanere azionista?”.

La narrazione è interessante sembra che a far saltare i nervi al nuovo patron della Fiat sia stato il fondo di De Bortoli sul Corriere del 12 ottobre ( “ Un’informazione libera e corretta”) nel quale il direttore affermava, rispondendo a note polemiche di Travaglio e Scalfari: “i fatti non solo più separati dalle opinioni. Sono al servizio delle opinioni. I lettori rischiano di essere inconsapevolmente arruolati in due trincee…”, “ le regole di base di questa professione sono saltate.

Chi non si mette un elmetto e si schiera è un traditore o un venduto, non un professionista al servizio del proprio pubblico”, per concludere di fronte a tanto sfacelo: “ I giornali facciano il proprio dovere , fino in fondo”. Ed il Corriere e Il Mondo del gruppo Rcs il “dovere “ lo stavano facendo con la pubblicazione di inchieste sull’”eredità degli Agnelli”, e sui “conti e le nuove holding dell’Avvocato all’estero”.

Con l’occasione viene fuori, come un fiume carsico, la vera questione dell’informazione in Italia e cioè la  inesistenza di editori puri soprattutto nella carta stampata, con , invece, una presenza forte e determinante dei grandi  gruppi imprenditoriali.

  “ Caro Peter – scriveva Paolo Panerai, riportando su Milano Finanza del 21 novembre 1992 il suo colloquio con Peter Kann  allora chairman di Dow Jones e publisher di The Wall Street Journal –per comprendere la situazione dei giornali in Italia fai finta per un attimo che il New York Times sia posseduto dalla Ford, la Washington Post dall’IBM e il Los Angeles Times sempre dalla Ford.

Ecco, il quadro è questo: non c’è un giornale importante che non sia sotto il controllo diretto o indiretto del grande capitale finanziario e industriale, privato e pubblico”. “In questo modo  - rispondeva Peter Kann a Paolo Panerai – è come aver tolto alla stampa la sua funzione esistenziale di cane da guardia del sistema, del sistema economico e politico.

Se chi pubblica i giornali ha altri interessi oltre quello di servire il lettore è inevitabile che i giornali divengano strumento. Se negli Stati Uniti ci fosse una situazione come quella italiana, la nostra democrazia sarebbe in grave pericolo”.

Sono passati 17 anni da questo colloquio, durante i quali il “conflitto di interessi” è stato conficcato sulla fronte di Berlusconi, ma la situazione non è cambiata e  non si è mai avuto il coraggio di guardare a quest’altro “conflitto di interessi”.

Il tema non è stato affacciato neppure in occasione della recente “adunata” per la libertà di informazione organizzata dopo le denunce del Presidente del Consiglio.

Tutto ciò è uno dei profili di un’Italia “legata”e condizionata da poteri che debordano e che condizionano i tentativi di cambiare anche le espressioni  professionali serie e corrette.
Francesco e Chiara nella riflessione di Chiara Frugoni
di Fausto Belfiori.

Gennaio 2012.

Un Calcio al pallone
di Ernesto e Sergio Menicucci.

Febbraio 2011.

Una lunga incomprensione. Pasolini fra Destra e Sinistra
di Adalberto Baldoni e Gianni Borgna

Novembre 2010.

Saggio
Studi cattolici

n.589 di Marzo 2010.

Essere nel Mosaicosmo
di Tommaso Romano

Dialoghi con Maria Patrizia Allotta e Luca Tumminello.

Mezzo secolo di Fiume
di Giuseppe Parlato

Economia e società a Fiume nella prima metà del Novecento.

Francesco Cossiga
La versione di K

Sessant’anni di controstoria.

Insistete a tempo e contro tempo
di Belfiori Fausto

Si tratta di un diario relativo a 3 anni (1999,2001 e 2005) ciascuno dei quali...

Se la "morte cerebrale" non è la vera morte.
da un libro di Paolo Becchi.


Fede economia e sviluppo
di Riccardo Pedrizzi

Formato: 13 x 21 cm.
pagine: 160

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