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02/02/2012 [stampa]
Ecologia politica: una margherita ove scompaiano i petali.
I titoli dei giornali grondano stupore e ironia, come se si trattasse di un sorprendente fulmine a ciel sereno.

Stupore perché un post democristiano si è appropriato di 13 milioni di euro delle casse del partito. Ironia perché fa parte dei post democristiani di sinistra, in quanto, come titola Il Tempo, risulterebbe “diviso tra Agesci e Acli”.

Eppure si tratta , in fondo, di una storia già vista.

Quando gli eventi giudiziari e politici travolsero la Democrazia Cristiana, dopo alcuni anni e a seguito di vicende di liti interne ai sopravvissuti, si venne a sapere che l’immenso patrimonio immobiliare del Partito, che consisteva in oltre quattrocento edifici che componevano le sedi nazionali, provinciali e locali oltre che le sezioni della Balena Bianca, era sparito nel nulla e venne fuori, attraverso inchieste giornalistiche e qualche procedimento giudiziario, che al centro della vicenda vi era un pastore errante lungo i confini con l’est Europa che risultò residente in un gallinaio, amministratore delegato di una società creata ad hoc, e che al cronista ,che lo aveva raggiunto, balbettò qualche frase in un dialetto orientale il cui sunto era : “ si, mi pare di aver firmato qualcosa ma non so che dirle”.

Sembra l’effetto della maledizione di Aldo Moro, ma questa tendenza nei post democristiani di privatizzare i beni , ed in questo caso i danari , del partito , è come un fiume carsico che scorre nel sottosuolo e a volte esce prepotentemente in superficie.

Che, poi, questi fatti avvengano mentre è forte il ruolo nel post DC di quella che un tempo veniva definita la sinistra democristiana, può apparire sempre come una coincidenza. Ma quando le coincidenze si ripetono ….

Le reazioni, ovviamente, sono apparentemente indispettite e mostrano indignazione.

Ma per politici di grande ambizione che costituiscono o hanno costituito il nerbo della Margherita non essersi accordi di ciò che stava avvenendo non solo è poco credibile, ma qualora fosse vero, dimostrerebbe qualcosa di peggio cioè disattenzione, ingenuità, scarsissima capacità di governo di un partito, proprio l’esatto contrario di ciò che occorre per chi intenda occuparsi della cosa pubblica e del governo dei cittadini.

Mettiamola giù così.

L’impegno che in questi tempi viene messo in campo, anche autorevolmente, per ricostruire un nuovo impegno dei cattolici in politica, va bene, ma ci risparmi, in nome di Dio, anche solo l’idea di rifare la DC, perché il vecchio e glorioso partito è finito quando giunse ad un punto di non ritorno accompagnato dai balbettii dei suoi ultimi segretari nelle aule di tribunale, dalle infinite diatribe in pretura su simbolo e ultimi iscritti, da qualche furbo sottrattore con destrezza e dalla manifesta incapacità di molti dei suoi ultimi epigoni.
15/09/2011 [stampa]
Incidente al sito nucleare Francese vicino al confine Italiano.
Il brivido che ha scosso le agenzie di informazione di tutto il mondo per l’esplosione nel sito di riciclaggio scorie nucleari a Marcoule nel sud della Francia ha riproposto alcune verità che la strumentale propaganda dei referendum in Italia aveva tentato di cancellare.

Il sito dista meno di 250 kilometri in linea d’aria da Ventimiglia e dimostra, quindi, quanto era stato tante volte rilevato e cioè che non serve a nulla il rifiuto di costruire centrali nucleari in Italia , poiché ai confini del nostro Paese abbiamo centrali nucleari i cui eventuali incidenti, avrebbero effetti contaminanti anche da noi.

Le notizie rassicuranti che sono arrivate circa le conseguenze di quanto accaduto e sulle quali dovranno essere svolti i doverosi accertamenti dell’ Agenzia per la Sicurezza Nucleare, anche per una dettagliata conoscenza della dinamica di quanto accaduto, non servono a chiudere la questione.

A ben vedere anche la questione dell’energia prodotta dalle centrali nucleari rientra in una visione complessiva della politica estera e dell’autonomia dell’Europa rispetto ai condizionamenti internazionali.

E’ stato giustamente rilevato che “senza il nucleare la lotta per l’energia sarà più agguerrita” in quanto nella prospettiva di una sua sostituzione con il gas o gli idrocarburi, l’Europa vedrebbe accrescere la sua dipendenza da aree politiche sulle cui prospettive si vanno aprendo sempre più inquietanti scenari.

In fondo le “soluzioni” geopolitiche che si confrontano sono quelle che riguardano la “dipendenza” dai Paesi esportatori africani quali Egitto, Nigeria, Algeria e Libia o l’ “integrazione” con la Russia, rappresentata dai gasdotti Nord Stream, dove il metano è iniziato ad entrare e il South Stream progettato in collaborazione con L’Italia.

Nonostante le campagne di stampa alimentate da ben precisi interessi che contrastano la politica estera, condotta recentemente dall’Italia, di amicizia con la Russia di Putin, questa scelta resta di fondamentale interesse generale per il Paese.
20/12/2010 [stampa]
Prorogate le detrazioni Irpef per le ristrutturazioni immobiliari ecologiche Ecobonus e sgravi fiscali dalla legge di stabilità.
C’era una volta la “ Finanziaria”. Un provvedimento che vedeva impegnato il Parlamento, Camera e Senato, per vari mesi. A volte prima dell’approvazione si registravano anche tre-quattro passaggi assembleari, con una corsa agli emendamenti per ottenere qualche finanziamento in più. Si è parlato, in qualche circostanza, di “mercato delle vacche” in cui ogni deputato e senatore tentava di “ carpire” dal Ministro del Tesoro qualche stanziamento per il proprio collegio elettorale. Quello che negli Stati Uniti e in Inghilterra fanno le lobby quì in Italia lo svolgevano i rappresentanti del popolo.

Con la riforma della contabilità pubblica ( una delle tante riforme poco pubblicizzate come quella del collegato lavoro con le novità nel rapporto di lavoro subordinato) la vecchia Finanziaria è andata in pensione. E’ stata sostituita dalla legge di “ stabilità” che è stata approvata in maniera più veloce dalla Camera e dal Senato.

I suoi contenuti confermano il quadro di finanza pubblica delineato con la manovra estiva presentava dal Ministro Tremonti e che prevedeva per il 2012 una correzione dei conti pari a 25 miliardi e il rientro dell’Italia dentro il parametro europeo del 3 per cento nel rapporto deficit/ prodotto interno lordo. Un dato questo un po’ ottimistico in presenza di una ripresa economica ancora molto debole e il cui primo segnale è la riduzione del ricorso alla cassa integrazione, accompagnata dal calo delle domande di disoccupazione e di mobilità. L’industria sembra in ripresa ma i problemi restano perché sono in atto trasformazioni negli assetti proprietari o produttivi di molte società con conseguenza sull’occupazione, come dimostrano, dicono i Ministri del welfare e dello sviluppo Maurizio Sacconi e Paolo Romani, i tanti tavoli aperti con i sindacati e gli imprenditori Risolti i casi Indesit e dei lavoratori Vinys che hanno occupato per quasi 300 giorni l’isola dell’ Asinara si stanno aprendo le vertenze per i mille esuberi dell’Alitalia e della Rai.

Con la legge sulla stabilità sono stati reperiti circa 5, 8 miliardi di euro ( tutti coperti con nuove maggiori entrate, di cui 2,4 miliardi derivanti dall’asta delle frequenze radio lasciate libere dalla tv digitale, 1,7 dal fondo unico di Palazzo Chigi) assegnati al rifinanziamento innanzitutto degli ammortizzatori sociali ( un miliardo per il fondo occupazione che si aggiungono agli 8 attinti anche dai Fondi europei di competenza delle Regioni e messi a disposizione anche su sollecitazione dei sindacati nella fase più acuta della crisi. E’ prevista anche la detassazione del 10 per cento per il salario-produttività).

Il rifinanziamento riguarda anche la proroga del 55 per cento degli eco-incentivi sulle spese sostenute per l’efficienza energetica ( per le cosiddette case verdi la direttiva europea impone immobili verdi entro il 2020 ma limita gli incentivi e gli obblighi di efficienza per gli edifici esistenti. In sostanza a partire dal 2014 dovrebbe partire la sfida ai veleni dell’aria). Il bonus , tuttavia, si spalmerà su un periodo di 10 anni invece di 5 ( infissi, caldaie, pannelli solari ). Restano in vigore le normali detrazioni Irpef del 36% sulle ristrutturazioni edilizie non ecologiche.

Altre misure: proroga fino a maggio della cancellazione del ticket del 10 % sulla diagnostica introdotta nel 2007 dal governo di centrosinistra; al fondo di finanziamento ordinario dell’Università 800 milioni per recuperare i tagli del 2008 e inoltre 100 milioni destinati alle borse di studio ed altri 100 a favore delle aziende che commissionano ricerca agli atenei italiani, 25 milioni per le private . Per il finanziamento pubblico dell’editoria sono stati stanziati 125 milioni., oltre ai 194 già previsti.

Nonostante le tensioni politiche molto accese, nella legge di stabilità è stato accolto un ordine del giorno del Pd che impegna il governo a destinare ulteriori 300 milioni per il 5 per mille in aggiunta a 100 stanziati. E’ stata anche accolta la raccomandazione delle opposizioni relativa alla dismissione del patrimonio pubblico e alla razionalizzazione degli uffici territoriali.

Nel complesso le opposizioni hanno ritenuto la manovra inadeguata ma secondo il Sottosegretario all’economia, Luigi Casero, l’approvazione in tempi rapidi della legge di stabilità e di bilancio consente all’Italia di presentare all’Europa una situazione di conti in regola. In base, infatti alle nuove regole comunitarie il provvedimento, d’altra parte, deve passare al vaglio degli organismi europei. E come ottenuto da Tremonti ( che a metà dicembre ha incontrato a Roma il commissario Ue agli affari monetari Rehn ) a Bruxelles le valutazioni del debito degli Stati terranno in considerazione altri fattori rilevanti oltre al debito pubblico: tra cui la solvibilità. Certo il perdurare della situazione di incertezza avrà inevitabili ripercussioni sulla spesa per interessi ma per il Tesoro italiano non sarà , comunque, difficile collocare i titoli in scadenza. Come precisa Maria Cannata ,che al Ministero gestisce la montagna di 1800 miliardi di titoli pubblici, “il debito italiano non è a rischio”. smen
25/10/2010 [stampa]
Creare Edilizia sociale dal federalismo demaniale.
Il federalismo demaniale sarà una risorsa oppure un aggravio per le Regioni e gli Enti locali? I pareri, come sempre accade in Italia anche per le cose più semplici, sono discordanti. Non appena il governo e per esso il Ministero del Tesoro ha reso noto l’elenco dei beni che lo Stato intende vendere si è scatenata una ridda di ipotesi, di interpretazioni. Economisti, politici, intellettuali si stanno cimentando sugli aspetti marginali del problema. Lo Stato è in grado di gestire tanti immobili, terreni, sedi di sua proprietà? La situazione complessiva del debito pubblico non consente più di ricorrere sempre a “ pantalone-Stato”.

Occorre cambiare mentalità e atteggiamento.

Ma le innovazioni spesso fanno paura, altre volte nascondono strumentalizzazioni. Il dato di partenza è che l’Agenzia del Demanio ha reso noto un elenco di 19 mila schede di aree, terreni, caserme, sedi di musei, ex aeroporti, con relative valutazioni, da alienare alle Regioni e ai Comuni con l’obiettivo di valorizzarle. Con il cosiddetto federalismo demaniale il governo apre delle possibilità e incamerare oltre 3 miliardi di euro.

Le lista è lunga e riserva molte sorprese. A Roma ci sono un immobile a piazza delle Coppelle, l’archivio generale della Corte dei Conti alla Bufalotta, un complesso immobiliare alla Rustica, la sede del mercato di Porta Portese, l’idroscalo di Ostia dove fu ucciso Pier Paolo Pisolini, il cine Sacher in Trastevere gestito da Nanni Moretti, il terreno dove sorge il museo etrusco di Valle Giulia, l’ex Manifattura Tabacchi, una parte di Villa Ada. A Milano il conservatorio Verdi, la sede del Politecnico. In Liguria ben 1450 siti tra cui l’isola Palmaria, l’aeroporto di Villanova ad Alberga, la Caserma Diano Castello ad Imperia, la caserma Garibaldi a Genova, a Bologna l’ex convento della Carità, i fari di Mattinata e di Otranto, l’ex forte Sant’Erasmo a Venezia, le ex case del fascio di Desio e Lentini, alcuni isolotti di Caprera, le Dolomiti.

I piani di vendita si possono consultare sul sito dell’Agenzia del Demanio.

A livello politico- sociale si è aperto anche il dibattito dell’utilizzo di questi beni.

Una delle proposte che potrebbero essere prese in considerazione si riferisce all’impiego per l’edilizia sociale. In sostanza una quota dei ricavati potrebbe essere destinata alle giovani coppie che trovano difficoltà ad acquistare una casa e agli studenti universitari che devono lottare per trovare camere o appartamenti a prezzi accessibili.

La realizzazione all’Università di Tor Vergara di circa 1500 alloggi è un esempio di come si può venire incontro ai giovani studenti. Calmierizzando gli affitti per i giovani si giungerebbe alla riduzione/eliminazione dello sconcio dell’evasione e delle illegalità ( sm)
29/09/2010 [stampa]
Da dove verrà l'energia?.
“Io credo che la creazione di lavori verdi, sarà il traino della nostra economia per un periodo lungo. Per questo abbiamo destinato una grande somma di denaro per l’energia solare, quella eolica, il biodiesel e tutte le altre fonti di energia pulita. Nello stesso tempo, sfortunatamente, per quanto velocemente crescano queste fonti avremo un enorme fabbisogno di energia, che non potrà essere soddisfatto da queste fonti. E la domanda è: “Da dove verrà questa energia?”.

L’energia nucleare ha il vantaggio di non emettere gas serra e dobbiamo avere il coraggio di riconoscere che paesi come Francia e Giappone ed altri paesi sono stati molto più aggressivi nel ricorrere all’energia nucleare e con molto più successo, senza alcun incidente. Siamo consapevoli dei problemi legati al combustibile esausto ed alla sicurezza, ma siamo fermamente convinti che questa via sia da percorrere se siamo preoccupati per il cambiamento climatico”. Queste parole non le ha pronunciate uno dei tanti esperti, o sedicenti tali, di casa nostra che brillano sempre per la pronuncia di opinioni tanto avvedute quanto inascoltate, e nemmeno un aspirante leader della destra italiana, nel tentativo di manifestare una sensibilità ambientale.

L’autore di questo pensiero è il Presidente degli Stati Uniti d’America, Barak Obama, qualche mese fa, e ciò ha cominciato a destare anche in alcune parti della sinistra italiana il sospetto che forse il no, senza se e senza ma, nei confronti dei timidi passi in favore del ritorno al nucleare, operati dal Governo, sia culturalmente superato, sia per sensibilità ambientale, ma anche per sensibilità sociale. Infatti proprio negli ultimi giorni 72 intellettuali, dichiaratamente schierati a sinistra, hanno firmato un appello, pubblicato da uno dei quotidiani progressisti, in cui invitano al PD di rivedere la propria posizione pregiudizialmente contraria al ritorno all’energia nucleare.

E’ quindi auspicabile che sull’argomento si apra, finalmente, senza troppi ideologismi, un dibattito costruttivo sulla politica energetica nel nostro paese. I provvedimenti legislativi in materia di energia, sono stati sporadici ed occasionali negli ultimi decenni, nel nostro paese, al punto che è impossibile intravedere una qualunque scelta strategica che non sia discesa da scelte imposte dalla Comunità Economica Europea prima, come la legge 10 del 1991, oppure della Unione Europea, poi, come è avvenuto di recente con il provvedimento relativo all’obbligo di certificazione energetica per gli edifici residenziali e non.

La posizione espressa dal Presidente degli Stati Uniti d’America potrebbe aprire uno scenario diverso, in quanto pone sul tavolo alcune chiavi di lettura del problema, che possono essere recepite anche da coloro che vantano, anche senza troppo fondamento, una elevata sensibilità ambientale e sociale. In primo luogo infatti è un dato, ormai, inequivocabile, il crescente fabbisogno energetico nell’intero pianeta terrestre. Ed il maggiore incremento di richiesta viene proprio dai paesi che hanno maggiore margine di sviluppo e sono anche i più popolosi. Ciò significa che negare l’aumento di disponibilità energetica, oppure scegliere fonti di energia a costi più elevati significa, di fatto, limitare la possibilità di crescita del benessere di questi paesi.

Allo stesso tempo se tale processo non è governato dai paesi che possiedono i più avanzati strumenti tecnologici per la produzione di energia, è ragionevole attendere che il soddisfacimento della crescente domanda di energia avverrà con tecnologie tradizionali o superate, come le tradizionali centrali termoelettriche a carbone, che sono fra i principali fattori di produzione di anidride carbonica, elemento che contribuisce ad accrescere l’effetto serra nell’intero pianeta. Infatti uno studio presentato nelle ultime settimane condotto dalle principali società di consulenza economica europea indica, per l’Europa, l’esigenza di abbandonare entro il 2050 lo sfruttamento delle fonti energetiche fossili (carbone, olio e gas). Diversamente l’energia nucleare, se prodotta in condizioni di sicurezza, non presenta questo tipo di inconvenienti.

E la differenza fra Stati Uniti ed Italia in materia di scelte di politica energetica sta nella tempistica che divide le dichiarazioni di indirizzo dalle scelte operative. Infatti in Italia la dichiarazione di intenti del Governo risale ormai ad almeno sei mesi fa, ed ancora oggi assistiamo ad un braccio di ferro fra potere centrale e poteri locali sulla scelta dei siti di ubicazione delle centrali, il cui esito è del tutto incerto, atteso che anche le regioni governate da maggioranze omogenee con il potere centrale, hanno preso le distanze rendendo il percorso di ogni provvedimento operativo ancora più impervio ed accidentato.

Sono trascorse invece solo poco più di due settimana da quando è stata pronunciata la dichiarazione del Presidente Obama, riportata in questo articolo, che gli Stati Uniti d’America sono passati ad una fase operativa, annunciando lo stanziamento di oltre 8 miliardi di dollari, circa 6 miliardi di euro, per costruire due nuovi impianti termonucleari in Georgia, i primi sul suolo americano dal 1979, quando i progetti di sviluppo di centrali furono bloccati a seguito dell'incidente a Three Mile Island. I soldi andranno alla Southern Company, una delle quattro compagnie elettriche che si divideranno il budget di 18 miliardi di dollari, circa 13 miliardi di euro, stabilito l'anno scorso per il settore nucleare. Gli impianti saranno ultimati tra il 2016 e il 2017.

I due reattori georgiani dovrebbero essere in grado di produrre energia sufficiente a soddisfare i bisogni di circa 1,4 milioni di persone. I cantieri dovrebbero creare circa 3000 nuovi posti di lavoro e, una volta costruito, ogni impianto dovrebbe occupare stabilmente circa 850 persone. Al momento negli Usa sono attivi 104 reattori sparsi in 31 stati che producono circa il 20% dell'energia elettrica utilizzata dal paese. Inoltre rappresenteranno il 70% delle fonti energetiche che non provocano emissioni atmosferiche inquinanti, assieme all'eolico, il solare e l'idroelettrico.

Ma l’iniziativa del Presidente Obama è interessante anche perché ribalta una convinzione sbagliata, ma diffusa, secondo la quale l’energia nucleare sia la energia privilegiata dai capitalisti, mentre l’energia proveniente da fonti rinnovabili sarebbe lo strumento privilegiato di chi è più socialmente sensibile.

Le parole di Obama chiariscono finalmente un concetto importante: la scelta e la promozione della energia prodotta con risorse rinnovabili, dall’idroelettrico, al fotovoltaico all’eolica, attiene alla gamma delle opzioni etiche che l’uomo deve privilegiare per cercare di garantire la conservazione della propria specie. Tuttavia il ricorso alla produzione di energia nucleare è una necessità proprio per consentire ai paesi che hanno ancora più ampi margini di sviluppo, la chance di accrescere il proprio benessere a costi accessibili.

Perciò le prese di posizione particolari cui assistiamo quotidianamente in Italia, appaiono intrise di provincialismo culturale e prive del necessario buon senso, che dovrebbe essere uno degli strumenti fondamentali per governare un paese sviluppato e complesso, quale è il nostro.

Lo sono a maggior ragione se si considera che l’Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica, il cane da guardia dell’ONU in materia, attesta che sono 32 i Paesi che producono oggi energia nucleare, e che dai 10 ai 20 se ne aggiungeranno nel prossimo decennio.

I reattori in funzione sono oggi 370, coprono il 15% del fabbisogno elettrico planetario. Sono circa 1.400, i nuovi reattori per i quali sono previste procedure di costruzione, entro il 2050. Al nostro Paese, la scelta di indirizzare col referendum del 1987, la maggior parte della produzione elettrica sul ciclo combinato gas-oli combustibili ha comportato un mix energetico fortemente squilibrato sull’estero, e dipendente da Paesi strategicamente “rischiosi”.

Importiamo essenzialmente dalla Francia - nucleare - il 15% del consumo di elettricità, ma la nostra dipendenza sul totale delle fonti energetiche, sommando petrolio e derivati e gas dai Paesi Opec e da Russia e Algeria, arriva all’85% del consumo energetico nazionale. Ogni anno, per 25 anni, a seconda dell’andamento del prezzo del petrolio, l’Italia ha “bruciato” in import energetico dai 3,5 sino ai 5 punti di Pil.

In un quarto di secolo l’Italia speso all’estero l’equivalente del Pil di un anno intero. Non è un ritardo che si colma in due o tre anni. Il ritorno al nucleare, nelle tecnologie di piena sicurezza attuali comprovate dalle statistiche Aiea quanto a incidenti nel mondo e quanto a siti e tecniche di trattamento delle scorie radioattive, non potrà che essere graduale.

Ed anche il governo italiano fissa, dall’atomo, un massimo di 25% di fabbisogno elettrico, a fianco di un’equivalente quota da energie rinnovabili. Ma pur nella timidezza e gradualità degli obbiettivi prefissati, si assiste in queste settimane ad un fuoco di fila, che fa temere che tali traguardi rischiano di diventare probabili.

La speranza è che le parole e l’esempio che viene dagli USA siano il pretesto per un cambio di marcia significativo e l’avvio di una politica energetica degna del livello di sviluppo del nostro paese. In questo senso i recenti incontri bilaterali del nostro Presidente del Consiglio con il proprio omologo francese e, successivamente, con quello russo, a conclusione dei quali sono stati stipulati specifici accordi per lo sviluppo di centrali nucleari, lasciano intravedere finalmente che dalle parole si stia passando ai fatti.
10/06/2010 [stampa]
Il "Rischio ambientale" del petrolio e il nucleare.
Alle ore 19 e 32 del 31 marzo scorso l’agenzia ANSA batteva la seguente notizia: “Barack Obama ha annunciato che il governo raddoppierà il numero di auto ibride nella dotazione delle vetture usate dagli enti federali. Inoltre il presidente americano ha annunciato di aver dato il via libera a trivellazioni al largo della costa atlantica degli Stati Uniti per l’estrazione di petrolio e gas naturale. Obama ha sottolineato che le estrazioni off-shore saranno fatte in modo da offrire la massima protezione dell’ambiente”.

In queste poche righe si riassume la caratteristica del messaggio mediatico del presidente USA. Un po’ di cipria: il raddoppio delle auto ibride degli enti federali; il volto duro degli interessi: le autorizzazioni per l’estrazione off-shore, cioè in profondità ; il messaggio rassicurante anche se infondato: le estrazioni fatte in modo di offrire la massima protezione dell’ambiente.

Quella certa sensazione di inadeguatezza che accompagna , nei giorni successivi all’incidente della piattaforma BP, le prese di posizione di Obama, sta scarnificando l’illustre destinatario di un premio Nobel per la pace che, qualche giornale irriverente ( Il Foglio) ha già declinato come premio Nobel per la pece.

Ma non è un antiamericanismo di ritorno che, auspichiamo, debba prendere posto nella vicenda.

E’ la demagogia ambientalista che deve considerarsi sotto accusa, quella cioè che pensa che le rinnovabili consentano di sopperire alla domanda di energia per le moderne società sviluppate e che della guerra al nucleare ha fatto una bandiera.

E’ un ambientalismo non disgiunto da interessi cospicui.

Tanti anni fa in Italia un noto imprenditore, proprietario di importanti media, fece una campagna di stampa, alla quale si accodarono i solidi radicali, con la Bonino in testa, per combattere il progetto di una centrale nucleare a Montalto. Si venne a sapere, anche, che lo stesso editore era proprietario dei terreni intorno alla centrale progettata.

Già si stanno calcolando i danni ambientali che deriveranno dall’incidente della piattaforma della BP nel golfo del Messico. Se ancora non quantificabili in termini monetari, anche perché il “buco” in fondo all’Oceano, a tutt’oggi, è lungi dall’essere chiuso, vengono, in qualche modo, stimati , temporalmente, in cinquanta anni di permanenza dell’inquinamento dell’area, mentre la enorme marea nera si va spargendo ben oltre le acque del Centro America.

Sul n. 38 dedicato all’ Eco catastrofismo, della rivista Aspenia, qualche anno fa, Marta Dassù accennò al fatto che “del nucleare avremmo bisogno, di fronte al rischio ambientale”, rilevando , tuttavia, che “le (false) paure dell’energia nucleare limitano la possibilità di rispondere alle paure ( in parte vere, in parte meno ) collegate al rischio ambientale”.
26/02/2010 [stampa]
Un Paese ad alto rischio idrogeologico.
Il dissesto idrogeologico a carattere catastrofico che ha interessato la città di Messina è solo il più recente di una serie di eventi analoghi che hanno funestato la Penisola negli ultimi decenni, con perdite di vite umane, ma anche con danni materiali ingentissimi. Contro il ripetersi di tali disgrazie occorre che il Governo si impegni a perfezionare gli strumenti di pianificazione e se necessario crearne di nuovi per evitare che si continui ad edificare in zone soggette a fenomeni che possono minacciare l’incolumità e i beni di chi ci vive.

Da alcuni anni si discute del rischio idrogeologico, termine con il quale la legge sintetizza due classi di rischio fra loro interconnesse: il rischio idraulico ed il rischio geologico. Al di là dei ritardi e delle difficoltà con cui le Autorità di bacino, nazionali, interregionali, e regionali (che presto transiteranno negli istituendi distretti idrografici), gestiscono il regime dei vincoli derivanti dalla presenza di pericoli di natura idraulica e geologica, il dato allarmante che emerge affrontando questo argomento è la completa assenza di considerazione dei vincoli di natura idraulica e geologica in fase di adozione della pianificazione urbanistica generale.

Ciò comporta, come non raramente accade, che anche iniziative pubbliche in materia edilizia, come le grandi lottizzazioni popolari, vengano finanziate, se ne avvii la progettazione e poi, al momento del rilascio dell’autorizzazione a costruire, quando è richiesto il parere vincolante dell’Autorità di bacino competente, il progetto si ferma e può perdere il finanziamento, perché il vincolo idraulico o geologico non consentono la realizzazione delle opere.

La casistica è tristemente copiosa in questo senso. Si figuri allora cosa rischia il privato che intende realizzare una qualunque opera edilizia in un contesto in cui il vincolo di natura idraulica e geologica viene scoperto solo occasionalmente o casualmente e, in ogni caso, tardivamente.

Ciò è quanto nella sostanza è avvenuto a Messina, ed altrove, al di là dell’eccezionalità dell’evento meteorologico, ma rischia di verificarsi in larga parte del Paese.

Se è vero infatti che il nostro territorio è soggetto a diffusi fenomeni di dissesto idrogeologico, è altrettanto vero che gli strumenti disponibili per prevenire il verificarsi di queste tragedie sono del tutto inadeguati.

La scelta obbligata in questo senso dovrebbe essere quella di avviare una fase di “allineamento” degli strumenti di pianificazione dei vincoli di natura idraulica e geologica con gli altri strumenti urbanistici, partendo innanzitutto dall’impiego di una cartografia univoca per tutti i regimi di vincoli.

Accade infatti spesso che la cartografia urbanistica sia di un tipo e quando si va a verificare il vincolo di natura idraulica o geologica, si scopre l’inadeguatezza della rappresentazione di quest’ultimo, e magari il fatto che la cartografia su cui è riportato quest’ultimo è superata e non sussiste più la condizione che richiedeva l’imposizione del vincolo, oppure, viceversa, solo a posteriori, quando è troppo tardi, si scopre che il vincolo idrogeologico che avrebbe dovuto essere posto, non c’è in quanto la cartografica utilizzata non consentiva la sua individuazione.

Nella sostanza, al di là dei limiti tecnici sopra menzionati, la linea da rivendicare con decisione consiste nell’attribuire al regime di pianificazione dei vincoli idraulici ed idrogeologici una dignità almeno pari agli altri strumenti di pianificazione urbanistica anche in pendenza dell’approvazione del piano di bacino previsto dalla legge n. 183/1989 e successive modificazioni.

Si tratta di una posizione che i recenti eventi catastrofici hanno sottoposto all’urgente attenzione di tutti, e che, nell’interesse della salvaguardia dell’ambiente, e dell’incolumità delle popolazioni, può trovare un concreto sbocco nella rapida attuazione dei piani-stralcio di cui all’art. 67 del d.lgs. n. 152/2006.

18/03/2010 [stampa]
Fare dell’Italia il Giardino d’Europa.
C’è voluto Berlusconi per dire una cosa semplice-semplice: piantare più alberi fa bene all’Italia. Il Silvio nazionale, forse memore dell’etimologia del suo nome di battesimo, lo ha enunciato proponendo il programma del Pdl alla fine della conferenza stampa sulle elezioni Regionali di mercoledì 10 marzo: “Dobbiamo mettere a dimora milioni di piante, per fare dell’Italia il Giardino d’Europa”. E’ facile immaginare il salto sulla sedia degli ambientalisti patentati, quelli convinti di essere detentori di un Verbo che agli altri è negato:

avranno percepito una violazione dei vincoli che hanno apposto al campo semantico della parola “ambiente”, eppure quella di Berlusconi non è stata un’invasione di campo, ma una proposta alternativa bella e buona. Vediamo perché.

Nella sua breve enunciazione, il Silvio ha parlato appunto dell’Italia come di un “giardino”. Cos’è un giardino? E’ un’area riservata alla flora e alla fauna, regolarmente curata e anzi prima ancora progettata: tutt’altro quindi che un’area incolta, sia pure delimitata e qua e là curata com’è l’Ambiente visto dagli ambientalisti patentati. Il “giardino” è un’altra cosa: e, va notato, la parola ha un significato che è molto vicino a quello di “parco”, o almeno non ne è più lontano di quello inteso dai suddetti ambientalisti.

Certo, questo concetto non piace ai suddetti ambientalisti perché per loro le aree verdi dovrebbero essere lasciate così come sono.

L’idea è piaciuta in passato ed ha fatto breccia in una cultura come la nostra, impregnata di rimorso post-industriale e di romanticismo, ma purtroppo è utopistica. Ce lo dice la cartografia, o un viaggetto su Google Hearth: non c‘è area verde nel nostro Paese che non interagisca con le aree antropizzate.

Anche i più massicci complessi alpini o appenninici sono in stretta relazione con le valli sottostanti, se non altro perché le comprendono nei loro bacini idrografici.

Allora è utopistico pensare che queste aree possano essere lasciate a se stesse: al contrario, l’abbandono dei versanti non più ripiantumati e la scarsa cura delle reti di raccolta delle acque piovane è causa di frane e alluvioni non meno di quelle follie urbanistiche che sono state le edificazioni nelle aree di esondazione di fiumi e torrenti e la cementificazione dei loro letti.

Ecco perché l’idea di “parco” come “giardino” curato e addirittura progettato non è negativa, ma addirittura più positiva di quella di “natura incolta” che ne hanno gli ambientalisti patentati. E’ un’idea pragmatica, ben diversa da quella utopistica che quelli ne hanno. E, a ben vedere, appartiene alla nostra cultura, specialmente a quella valligiana e in particolar modo alpina, e ci consente oggi di godere di una natura stupenda ed incontaminata ogni volta che percorriamo un sentiero di montagna.

Sempre “volando” sullo Stivale col nostro Google Hearth vediamo però che le aree curate in questo modo sono poche. Manca gran parte dell’Appennino, manca buona parte delle Isole.

E mancano, soprattutto, le città, le aree metropolitane, le conurbazioni, gli hinterland, cioè tutte quelle immense aree edificate spesso ben più grandi del territorio di un singolo Comune, per quanto esteso. Eh, già, questo è il bello: l’idea di “giardino” non si limita alle grandi aree verdi, ma si può applicare anche a quelle edificate. Quanti piccole aree verdi esistono fra le case, ai margini delle strade, negli svincoli delle grandi arterie stradali?

Quanti versanti scoscesi, quanti dossi, quante collinette incolte ci sono qua e là fra le palazzine tirate su a casaccio o fra i capannoni industriali affastellati lungo le strade di periferia? Di queste brutture il Bel Paese è pieno, ma piantare alberi le cancellerebbe almeno in parte:

visto che in genere il paesaggio non è quello che sorvoliamo con l’occhio del computer ma quello che vediamo a livello del terreno, è indubbio che filari e cortine di alberi stenderebbero un pietoso velo sullo scempio del territorio dovuto alle follie urbanistiche degli ultimi cinquant’anni, oltre a prevenire alluvioni o semplici allagamenti, darci più ossigeno, diminuire l’insolazione e migliorare il clima. E’ un’idea pragmatica, fonte di molti vantaggi a prezzo modesto, che qualsiasi pubblica amministrazione grande o piccola che sia può fare sua. E può rilanciare una cultura diffusa, anche urbana, persino domestica di un’autentica interrelazione uomo-Ambiente.
29/01/2010 [stampa]
Una svolta culturale per la tutela del territorio.
È passato quasi mezzo secolo da quando la Commissione De Marchi pubblicò i tre volumi della propria relazione sul disastroso stato del nostro territorio, individuando non soltanto le molteplici criticità, ma anche la spesa di massima complessiva occorrente per farvi fronte. Da allora non sono mancati appelli di vario genere e delle più disparate provenienze ed anche abbozzi di provvedimenti parlamentari e governativi, ma senza esito alcuno (tra l’altro va notato come la pianificazione dei bacini idrografici prevista dalla legge n. 183/1989 non abbia dato i risultati sperati), mentre eventi peraltro nefasti si sono avuti e spesso per le ricorrenti calamità naturali.

Ecco l’alluvione di Messina che può definirsi significativa (anche se certamente meno grave) quanto il sisma dell’Aquila, perché conferma che l’attività antropica non soltanto non è intervenuta a prevenire i danni, ma ha contribuito ad esaltarli: intendiamo riferirci specificamente alla violazione delle norme urbanistiche nonché alla scriteriata pianificazione (che hanno portato a costruire financo nell’alveo dei corsi d’acqua), ma anche alla pessima progettazione ed esecuzione degli edifici, spesso effettuata con materiali scadenti e in regime di autocostruzione, con enormi responsabilità anche delle autorità locali e regionali di vigilanza di controllo.

Questa situazione di diffusa illegalità, non soltanto nei luoghi dove le catastrofi sono avvenute, ripropone l’esigenza che ci sia anzitutto un’efficace azione di monitoraggio del patrimonio edilizio esistente, attraverso strumenti d’iniziativa privata, che dovrebbero essere oggetto di una legge di principi di livello statuale (anche specificamente da tempo dai proprietari immobiliari), strumenti che già qualche lungimirante Amministrazione comunale aveva previsto, ma che necessitano di robuste agevolazioni fiscali e finanziarie per venire incontro ad oneri non lievi che i proprietari non sarebbero in grado di sopportare. Si aggiunge che alcune Regioni e segnatamente il Lazio, la Campania, la Basilicata, l’Emilia-Romagna e la Sicilia hanno previsto esplicitamente tra le norme del loro piano-casa strumenti di tal genere, in alcuni casi quale adempimento indispensabile per fruire di benefici ed agevolazioni.

Correlativamente, come da più parti auspicato, anche da esponenti politici degli opposti schieramenti, è arrivato il momento di porre mano, a partire da una legge nazionale che la disciplini appropriatamente, ad un’assicurazione obbligatoria contro il rischio dei danni da calamità naturali, compreso quello sismico, anche con l’intervento dello Stato nelle forme che si valuteranno più opportune, dal momento che la relativa polizza avrà l’effetto di azzerare o quanto meno rendere più sopportabile l’onere ora gravante sulle pubbliche risorse per far fronte agli eventi calamitosi.

Al riguardo va però subito detto che i premi assicurativi non potranno non essere stabiliti secondo indici di rischio, in primo luogo dipendenti dall’effettiva situazione delle varie zone territoriali, ma anche dallo stato dei singoli edifici con riferimento alle tecniche costruttive adottate, ai materiali impiegati, alla specifica situazione statico-funzionale-manutentiva di essi, secondo accertamenti fondati su documentate valutazioni in rapporto alle normative di settore per la sicurezza. A completamento degli interventi già pubblicati a favore dell’introduzione della predetta assicurazione va segnalato quello del Ministro Brunetta che così si è espresso: «Se ben disegnata, non è una tassa, ma un incentivo a comportamenti virtuosi da parte dei cittadini e delle amministrazioni e un investimento nei beni relazionali».

Secondo Brunetta, è necessario che questa nuova polizza assicurativa «sia improntata a caratteri di obbligatorietà e progressività in un’ottica federalista che preveda la partecipazione attiva delle amministrazioni locali insieme alla responsabilità individuale dei proprietari di immobili».

Attualmente lo Stato spende 5 miliardi di euro l’anno a piè di lista per gli interventi di ricostruzione in seguito a terremoti ed alluvioni su un territorio che per 2/3 è a rischio frane ed alluvioni. Circa un terzo di questa somma è relativo alla ricostruzione degli edifici privati che potrebbero essere oggetto di una copertura assicurativa, con alleggerimento dell’onere per lo Stato quanto al finanziamento di riparazioni e di indennizzi. Il meccanismo potrebbe funzionare con una polizza obbligatoria sugli edifici il cui premio, a livello locale, sarebbe mitigato con l’intervento dello Stato in relazione alle politiche di tutela ambientale e di prevenzione poste in essere dalle singole istituzioni.

Si responsabilizzano così i cittadini e si contrasta il “lassismo” degli enti locali. Resta ferma peraltro la necessità che l’azione (e le opere) di prevenzione sia prontamente e complessivamente studiata e posta in essere.
20/11/2009 [stampa]
Indirizzi per una corretta politica ambientale.
Raramente l’Italia si è trovata ad affrontare due emergenze ambientali e logistiche di portata così consistente come quelle che ha fronteggiato e sta affrontando l’attuale Governo, che, appena insediato, ha condotto la regione Campania fuori da quella profonda crisi ambientale in cui il commissariamento dei rifiuti l’aveva precipitata negli ultimi dieci anni. Molti pensavano che le promesse fatte in campagna elettorale sarebbero rimaste lettera morta una volta vinte le elezioni, come purtroppo accade troppo spesso nel nostro Paese.

Invece occorre riconoscere che c’è stato un deciso ed evidente segno di inversione di marcia nella gestione dei rifiuti in questa regione. Allo stesso tempo quando ormai la emergenza Campania poteva cominciare ad essere un ricordo ecco che il terribile terremoto de L’Aquila ha imposto di profondere la massima attenzione alla assistenza dei sopravvissuti alle scosse sismiche, alla rimozione delle macerie e da alcune settimane al risanamento, ove possibile, delle case.

È indubbio che l’attività di assistenza ai terremotati e di ricostruzione dei centri abitati assorbirà ancora a lungo l’impegno dello Stato, ma è altrettanto vero che, a meno della esplosione di qualche altra emergenza ambientale, è auspicabile che si possa intravvedere nel breve termine qualche elemento di una politica ambientale che abbia un qualche respiro strategico.

Ed allora in questa ottica ci permettiamo di richiamare l’attenzione su alcune tematiche che potrebbero contribuire a definire una linea di tendenza governativa in materia di politica ambientale. In altre parole si vuole porre sul tavolo alcuni argomenti e possibili soluzioni o indirizzi che potrebbero concorrere a comporre una politica ambientale per il Paese. Ed allora se l’impegno del Governo è stato ritenuto efficace per il superamento della crisi dei rifiuti in Campania, alcuni elementi di indirizzo generale per la politica ambientale a livello nazionale possono essere tratti.

È vero che nel caso citato l’urgenza ha dettato anche le scelte in materia di tipologia di trattamento, ma è altrettanto vero che nella impostazione della politica emergenziale in Campania non c’è traccia di impegno nel settore della raccolta differenziata. Perciò si potrebbe dedurre che il Governo Berlusconi segni una netta differenziazione rispetto a quello che lo ha preceduto anche in questo campo, laddove sembra non più così urgente il raggiungimento della soglia del 35% per quanto riguarda la aliquota di rifiuti solidi urbani da destinare alla raccolta differenziata.

È augurabile che non sia così, ma se alla minore attenzione verso la raccolta differenziata corrispondesse un impegno più deciso e dichiarato verso la termovalorizzazione completa dei rifiuti, con conseguente recupero energetico, allora la scelta di indirizzo potrà rappresentare una interessante scelta di carattere strategico.

In sostanza quelle avanzate in questa sede sono solo ipotesi interpretative, ma è auspicabile che superata la emergenza rifiuti in Campania il Ministero dell’Ambiente, si esprima sulle linee che intende seguire in materia di smaltimento dei rifiuti. Sia in termini generali ma anche più particolari.

A titolo esemplificativo, è sufficiente a tal proposito ricordare che un recente direttiva dell’Unione europea prescrive l’adozione di microtrituratori per lo smaltimento dei rifiuti organici domestici da destinare così alla diretta immissione nelle condotte fognarie, invece di essere recapitati nei ricettori in strada. Tale direttiva non è stata ancora recepita dalla nostra legislazione e in riferimento ad essa è interessante notare che la procedura proposta dalla UE per il trattamento finale dei rifiuti organici domestici avrebbe più di un risvolto positivo: primo fra tutti l’eliminazione dei rifiuti organici dai cassonetti, con immediata riduzione dell’impatto ambientale di questi nei centri urbani.

In secondo luogo la eliminazione della parte organica, cioè dell’umido, dai rifiuti domestici, comporterebbe una significativa semplificazione della gestione di essi anche nella fase del trattamento finale, anche e soprattutto se destinati alla termovalorizzazione. Infatti la riduzione della componente organica nei rifiuti solidi urbani determina un significativo aumento del potere calorifico di questi. Dunque come si vede le scelte in materia di rifiuti sono complesse ed articolate e su di esse si attende una espressione di orientamento del Governo.

Ma l’auspicio è che le linee strategiche della politica ambientale siano definite anche negli altri settori di competenza di questo Ministero, come per esempio il settore energetico. La forte iniziativa assunta dal Governo in favore del ritorno alla produzione di energia nucleare, si è immediatamente confrontata con forti opposizioni di vario genere, ma ha soprattutto lo svantaggio di essere, nella migliore delle ipotesi, sfruttabile non prima di venti anni. Pertanto occorre orientare le scelte politiche verso tipologie di produzione di energia alternativa (a quella derivata dagli idrocarburi) che abbiano una più rapida applicazione e, possibilmente, presentino un ridotto impatto ambientale.Ed a tale proposito alcune considerazioni sono forse necessarie.

Le statistiche provenienti da altri paesi europei soprattutto guardando alle esperienze della Germania, sembrano suggerire che le principali fonti alternative di energia siano il fotovoltaico e il solare termico. Infatti molte Regioni italiane si sono attivate, in parte giustamente, con forti incentivi per l’installazione di impianti fotovoltaici.

Si tratta di scelte legittime ed in larga parte corrette, ma la crescente cultura in materia di produzione di energia, cosiddetta pulita, indirizza verso delle opzioni fra energie rinnovabili, che siano fortemente ancorate alle caratteristiche ambientali del territorio cui si devono applicare ed anche, occorre aggiungere, alla tradizione culturale dei diversi paesi. Con questo si intende dire che la produzione di energia derivata da insolazione non ha molti precedenti in Italia. Notoriamente il nostro è il Paese del sole, ma qui ci si è orientati verso opzioni migliori per la produzione di energia da fonti rinnovabili. In particolare l’energia idroelettrica costituisce da sempre una primaria risorsa in Italia.

Ciò perché la morfologia del terreno e la ricchezza di corsi d’acqua hanno costituito una singolare opportunità di produzione di energia “pulita” a costi decisamente ridotti, e con modesto impatto ambientale. In Italia infatti abbondano fiumi e torrenti, ricchi d’acqua, che incontrano significativi salti di quota, che possono essere sfruttati dal punto di vista energetico.

Non è un caso del resto che il nostro Paese non dispone di tecnologie proprie per il fotovoltaico, mentre è sicuramente leader nella progettazione e realizzazione di impianti idroelettrici. E se è vero che nel recente passato gli impianti idroelettrici sono stati osteggiati da alcune frange ambientaliste, oggi si assiste ad un complessivo ripensamento in favore di questa tecnologia, in particolare del mini e micro idroelettrico, il cui impatto ambientale, ove adeguatamente progettato e realizzato, può essere davvero trascurabile.

Come si vede i temi in materia ambientale sono tanti e consistenti, perciò è lecito attendersi che, superate le emergenze degli ultimi mesi il Governo, e per esso il Ministero dell’Ambiente, magari anche dopo avere consultato i diversi e molteplici portatori di interesse esponga ai cittadini quali siano le proprie priorità in merito e le relative linee di indirizzo. .
Corte Costituzionale e Democrazia.
La sentenza sul lodo Alfano è la ennesima e coerente dimostrazione del ruolo politico che la Corte Costituzionale ha acquisito negli anni e che comunque le appartiene per le scelte che vennero fatta alla Assemblea costituente e, soprattutto per la lettura e le caratteristiche della Costituzione indicate della cultura cattolico democratica. Essa non ha tenuto in alcun conto della soluzione ai rilievi già espressi con il precedente provvedimento, il lodo Schifani, e ha visto collocare la decisione su di un nuovo versante, quello della gerarchia delle fonti, precedentemente del tutto ignorato, dimostrando ancora una volta quel ruolo dinamico della Corte che è stato più volte acutamente analizzato. La suprema corte è l’organo di garanzia posto a suo tempo per sorvegliare sulla rigidità e sulla immodificabilità della Costituzione, sintetizzate dalla famosa espressione di Dossetti degli anni novanta “il potere costituente è oggi esaurito”. La decisione produce, probabilmente, anche, un serio imbarazzo da parte della più alta carica dello Stato che aveva ritenuto il testo conforme alla Costituzione e, nel contempo non può non aborrire conflitti istituzionali. Questa vicenda comporta alcuni rilievi di carattere politico che attengono ai rapporti tra le istituzioni e tra le istituzioni e la democrazia. Ad una semplice e letterale lettura del testo costituzionale, nei primi anni cinquanta, sembrò che il compromesso costituzionale si fosse trovato “sull’idea che la Corte costituzionale dovesse valutare la normale e fisiologica validità della legge”, cioè casi di evidente difformità rispetto alla Carta. L’idea sottesa all’influenza dossettiana che la Costituzione, manifesto ideologico ( G.B. Bozzo, P.P. Saleri Giuseppe Dossetti la costituzione come ideologia politica), dovesse avere la precipua funzione di condurre ad una rifondazione della comunità nazionale , insieme ad una evoluzione che ha visto “l’opera del legislatore affiancarsi a quella della Corte”, hanno comportato che tale organismo da una semplice funzione di garanzia divenisse organo di governo del Paese. Come ha sottolineato in un interessante ed equilibrato saggio Damiano Nocilla ( I cattolici e la Costituzione tra passato e futuro), professore di diritto costituzionale e consigliere di Stato, già allievo di Crisafulli, dalla “prima sentenza del 1956 che smentì ogni interpretazione riduttiva dei propri poteri, asserendo che la propria competenza a giudicare della legittimità costituzionale delle leggi dovesse estendersi anche alla legislazione entrata in vigore anteriormente al 1 gennaio 1948, cioè alla legislazione prerebubblicana”, fino a quando “si è trovata ad affrontare la questione delle legittimità delle leggi che si assumevano contrastare con l’art.3 della Costituzione” , la Corte costituzionale ha esteso “il proprio sindacato fin quasi a sfiorare quella valutazione politica che si voleva in origine riservata al Parlamento”, fino alla sentenza n.1146 del 1988 che testualmente esprime l’idea che “ la Costituzione italiana contiene alcuni principi supremi che non possono essere sovvertiti o modificati nel loro contenuto essenziale neppure da leggi di revisione costituzionale o da altre leggi costituzionali”. C’è da supporre che , così permanendo gli orientamenti di questo organo, non passerebbe neppure una legge costituzionale che intervenisse in materia. Siamo di fronte all’esercizio di un ruolo essenzialmente politico che non solo interviene rispetto alle decisioni del Parlamento, modificando norme da esso approvato (il caso, tra i tanti, dell’annullamento di alcune norme sulla legge per la procreazione assistita), ma ad un organo dello Stato che limita di principio l’attività dell’istituzione fondamentale della democrazia rappresentativa, cioè del Parlamento. E’ evidente che questa condizione del sistema politico italiano determina quella che potrebbe definirsi una democrazia limitata o meglio e per i riguardi della sovranità popolare, una democrazia a sovranità popolare limitata. Ma il ruolo politico della Corte costituzionale rappresenta anche il vertice di un “regime” politico che impedisce all’Italia di assumere quelle riforme condivise e volute dalla maggioranza dei cittadini e che sono presenti nei programmi delle coalizioni vincenti nelle elezioni politiche generali. Come ebbe a scrive Gianni Baget Bozzo “ il conflitto tra Costituzione e democrazia diventa la vera divisione sovrastante le stesse forze politiche. L’arma materiale di questo regime invisibile è la magistratura inquirente, che interpreta il suo potere come ultima istanza della legge e dell’ordine e lo attua iniziando un processo continuo contro Berlusconi, divenendo così la chiave del sistema politico italiano, in cui si esprime l’alternativa tra costituzione e democrazia”. Il conflitto che si conferma dopo questa sentenza è di tale natura. Per il futuro del nostro Paese è necessario che se ne abbia piena consapevolezza. A fronte di questo condizionamento del sistema politico appare necessario un programma che punti a rafforzare la democrazia a partire dal pieno riconoscimento della sovranità popolare. Occorrono riforme che colmino un vuoto dell’attuale Costituzione nei riguardi della stabilità e legittimazione del governo, riempito durante la cosiddetta prima repubblica dal ruolo del partiti che, di fatto, erano la fonte di legittimità dei governi, fonte che oggi non può che essere il voto e la sovranità popolare. Una democrazia debole può far correre seri rischi all’Italia ed aprire spazi ad involuzioni autoritarie, magari sotto la specie di formule tecnocratiche.
Francesco e Chiara nella riflessione di Chiara Frugoni
di Fausto Belfiori.

Gennaio 2012.

Un Calcio al pallone
di Ernesto e Sergio Menicucci.

Febbraio 2011.

Una lunga incomprensione. Pasolini fra Destra e Sinistra
di Adalberto Baldoni e Gianni Borgna

Novembre 2010.

Saggio
Studi cattolici

n.589 di Marzo 2010.

Essere nel Mosaicosmo
di Tommaso Romano

Dialoghi con Maria Patrizia Allotta e Luca Tumminello.

Mezzo secolo di Fiume
di Giuseppe Parlato

Economia e società a Fiume nella prima metà del Novecento.

Francesco Cossiga
La versione di K

Sessant’anni di controstoria.

Insistete a tempo e contro tempo
di Belfiori Fausto

Si tratta di un diario relativo a 3 anni (1999,2001 e 2005) ciascuno dei quali...

Se la "morte cerebrale" non è la vera morte.
da un libro di Paolo Becchi.


Fede economia e sviluppo
di Riccardo Pedrizzi

Formato: 13 x 21 cm.
pagine: 160

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